Dal latino all'italiano
Il concetto di “latino volgare” viene di solito usato per indicare i diversi livelli linguistici che esistevano nel latino (sermo plebeius, sermo militaris, sermo rusticus); queste distinzioni servono ad indicare che già in epoca classica i plebei, i militari e i rustici parlavano un latino diverso da quello classico. Quindi il concetto di “latino volgare” finisce per mescolare due elementi: una componente sociolinguistica e una componente diacronica.
Il sermo militaris fu quello con maggiore “successo”, poiché i soldati imponevano la propria lingua ai territori conquistati, ed è anche per questa ragione che il latino si è sviluppato fino ad occupare l’intera Europa. A partire dal IV secolo entrarono nel latino dei germanismi: GUERRA ← WERRA che prese il posto di BELLUM (il quale non ha lasciato nessuna traccia tolte alcune parole di origine colta, come BELLIGERANTE e BELLICOSO, avutesi con il naturale sviluppo della lingua).
Il latino classico di età imperiale era quello parlato dal ceto colto e dagli aristocratici, ed era lo stesso utilizzato nello scritto; col passare del tempo però gli aristocratici si avvicinarono sempre di più alla lingua parlata dal popolo, dando vita al latino volgare da cui sono poi scaturite le lingue romanze. Altri strumenti per la conoscenza del latino volgare, e per lo studio della sua evoluzione nelle lingue romanze, ce lo danno anche alcune testimonianze scritte:
- Opere di grammatici latini: la più famosa è l’Appendix Probi, cioè un elenco di volgarismi riprovati con a fianco la forma corretta. (ad esempio si può notare la sincope che da CALIDA latino ha portato a CALDA italiano).
- Iscrizioni: possono essere iscrizioni ufficiali, commemorative, indicazioni stradali (rilevate in particolar modo a Pompei ed Ercolano). Interessanti sono anche le defixiorum tabellae, cioè delle formule magiche destinate a gettare il malocchio ai nemici.
- Lettere.
- Letteratura tecnica: le opere riguardanti quelle materie di studio ritenute “inferiori” (ad esempio architettura, ingegneria, agricoltura) non sono scritte con le norme del latino classico ma con quelle del latino volgare.
- Opere letterarie: le commedie di Plauto e Terenzio furono scritte in latino volgare, a differenza delle tragedie di Seneca che, proprio per il loro carattere “serio” furono scritte in latino classico. Alcune lettere di Cicerone (soprattutto quelle destinate ai familiari) non vennero scritte dall’autore secondo le norme del latino classico, ma seguirono il latino “parlato”, così come il Satyricon di Petronio, deliberatamente scritto in latino volgare poiché con l’intento di rappresentare la società romana.
Il Duecento
Dai provenzali ai poeti siciliani
Quando in Italia, all’inizio del XIII secolo stava nascendo la scuola poetica “siciliana” grazie all’aiuto di Federico II di Svevia, al di là delle Alpi erano già diffuse altre due letterature romanze, che stavano riscuotendo un enorme successo: la letteratura francese in lingua d’oil e la letteratura provenzale in lingua d’oc (quest’ultima era considerata la lingua della poesia d’amore per eccellenza). La poesia d’oc si era sviluppata nelle corti dei feudatari di Provenza, Aquitania e Delfinato e molto velocemente aveva raggiunto l’Italia settentrionale, soprattutto nelle famiglie nobili quali i Monferrato, gli Estensi e i Malaspina. I poeti siciliani imitarono la poesia dei provenzali, ma sostituirono la lingua d’oc con il volgare italiano, scelta che fu decisiva per lo sviluppo linguistico della penisola.
Il corpus della poesia di quest’epoca è stato trasmesso grazie ai codici medievali scritti da copisti toscani: c’è da dire però che nel Medioevo l’atto del “copiare” non fosse inteso come oggi, dunque i copisti toscani si sentirono in un certo senso obbligati a modificare le scritture ed agirono soprattutto su un livello linguistico eliminando i tratti siciliani che secondo loro stridevano.
Documenti centro-settentrionali
Con la morte di Federico II di Svevia venne meno la poesia siciliana, la cui eredità passò in Toscana e a Bologna, con i poeti siculo-toscani e gli stilnovisti. Prima di loro però, una parentesi bisogna aprirla per la poesia religiosa: è del 1223-1224 il “Cantico di frate sole”, di San Francesco, scritto in un volgare in cui si riconoscono elementi umbri. La tradizione delle “laudi” religiose si protrasse dal Duecento fino al Quattrocento: queste poesie non venivano considerate dei veri e propri documenti letterali, ma venivano cantate dalle confraternite. Le laudi presentavano dunque degli elementi linguistici centrali che vennero esportati al nord della penisola in conseguenza alla diffusione dei “laudari”: questo comportò l’ingresso di molti settentrionalismi, pur rimanendo la base di tipo centrale.
I siculo-toscani e gli stilnovisti
La poesia siculo-toscana si sviluppò nell’area occidentale della regione, più precisamente tra Pisa e Lucca e solo in seguito (1260-1280) a Firenze. Lo stile dei poeti riflette ovviamente quello dei poeti siciliani (alcuni sicilianismi, come il condizionale in –IA, il futuro in –AIO, le /i/ e le /u/ toniche al posto di /e/ ed /o/, passeranno a Dante, Petrarca e quindi all’intera lirica italiana). Dante dà il merito a Guinizelli per la svolta stilnovistica della poesia: in effetti c’è in Guinizelli una sorta di continuità con la tradizione poetica anteriore, poiché sono presenti molti gallicismi (la poesia d’amore era stata fondamentale per lingua d’oc).
Dante teorico del volgare
Dante esprime le sue idee sul volgare nel “Convivio” e nel “De vulgari eloquentia”. Nel “Convivio” il volgare viene celebrato come “sole nuovo” in grado di sostituire il latino, che non è più compreso dal pubblico; nel “De vulgari eloquentia” invece il volgare risulta superiore al latino in nome della sua naturalezza, ma la letterarietà del latino diventa uno stimolo per la regolarizzazione del volgare.
Quest’ultima opera è un vero e proprio trattato sul volgare, rimasto perlopiù sconosciuto fino al Cinquecento, quando fu riscoperto e stampato in traduzione italiana dal Trissino (uno dei protagonisti del dibattito sulla “questione della lingua”). Quest’opera suscitò molte polemiche, soprattutto da parte della cultura fiorentina che non tollerava la mal considerazione dell’autore sul volgare toscano, a cui preferì il bolognese e il siciliano illustre; Manzoni, nell’Ottocento tentò sminuirla poiché la ritenne un’opera che non aveva come oggetto lo studio della lingua (né in generale, né nello specifico) ma si occupava esclusivamente di poesia.
Dante partiva dal presupposto che una lingua, per farsi “letteraria” deve acquistare stabilità e deve distinguersi dal parlato popolare: per arrivare dunque a stabilire i caratteri del volgare letterario procede in maniera ordinata, concentrando la sua attenzione prima sull’Europa, e poi su spazi sempre più piccoli; nei paesi del Nord, Nord-Est si parlano lingue in cui “si” si dice “io”, nei paesi del Centro-Sud si parla la lingua d’oil, la lingua d’oc e il volgare del “si” (italiano) mentre in Grecia e nelle zone orientali è diffuso il greco. L’area italiana, in particolare, risulta divisa in molte aree linguistiche dunque è necessario un esame delle singole parlate per definire quella “illustre”: man mano che procede con l’analisi procede anche con l’eliminazione.
La prosa
Il livello della prosa duecentesca, messo a confronto con quello della poesia, appare molto
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