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 Forma in –aro anziché –aio dai genitivi plurali latini –arum (vedi tavernaro)

Caratteristiche linguistiche meridionali:

 Assimilazione ndnn

 

Dittonghi metafometici piezzo (prezzo)

 Conservazione della semiconsonante J a inizio di parola (ià al posto di già)

 

Paletizzazione di L preconsonantica aitri al posto di altri

CAPITOLO 7: IL QUATTROCENTO

Con Petrarca e con l’Umanesimo si assiste ad una crisi del volgare, screditato dai maggiori dotti, sebbene continuasse

ad essere usato nell’uso pratico. La prima generazione di umanisti infatti si rifiutò di utilizzare il vogare per scrivere. Il

latino era considerato una lingua nobile, l’unica capace di garantire immortalità alle proprie opere. Nonostante il

disprezzo per il volgare, gli umanisti si interrogavano spesso sulla sua nascita. Due furono le tesi che ebbero maggior

successo. Biondo Flavio ipotizzò che il volgare fosse frutto della contaminazione del latino avvenuta in seguito

all’invasione dei longobardi. Per lui quindi la lingua italiana sarebbe nata con un marchio negativo, come corruzione

del latino classico. L’altra tesi, di Leonardo Bruni, riteneva l’esistenza a Roma di due diversi livelli di lingua: un latino

alto ed uno basso. Bruni riteneva quindi che l’italiano si fosse sviluppato dal latino popolare, basso. Durante tutto il

Rinascimento la tesi più accreditata fu quella di Flavio, che fu anche ripresa da Pietro Bembo. La tesi di Bruni invece fu

reinterpretata in modo sbagliato e si divulgò in maniera errata cioè si credeva che Bruni avesse ipotizzato

l’esistenza di due lingue totalmente diverse, una delle quali identificabile con l’italiano. Stando a questa teoria

pseudobruniana si poteva considerare l’italiano come una lingua antica quanto il latino stesso.

Lo sviluppo del volgare è stato quindi rallentato dall’umanesimo. Un cambio di rotta si ha con Leon Battista Alberti,

che da inizio all’umanesimo volgare. Alberti realizza poesia e prosa in volgare e volgarizza moltissimi trattati e saggi

scientifici latini, dimostrando come il volgare fosse pronto e maturo per affrontare argomenti seri ed importanti.

Alberti scrive in un volgare ricco di latinismi a livello sintattico, lessicale e fonetico e questo non ci deve stupire poiché

riteneva che il latino stesso doveva indicare al volgare la strada da percorrere per diventare, come lo era stato il latino,

una lingua di uso generale, universalmente compresa. Alberti ha anche scritto la prima grammatica di una lingua

volgare moderna si tratta della prima grammatica della lingua italiana, scritta intorno tra il 1434 e il 1438 per

dimostrare come anche la lingua volgare avesse una sua struttura grammaticale ordinata, come il latino. Prende come

riferimento il fiorentino dell’uso vivo, e non quello delle Tre Corone. L’opera è detta “Grammatichetta vaticana” per

la piccola mole e poiché conservata nella Biblioteca vaticana. L’opera fa riferimento al volgare d’uso, non alle opere

volgari del Trecento. Alberti utilizza molte grafie latineggianti, come i nessi –ct, pt-, ti. Si conserva inoltre la u in parole

come pingulare o populi.Alberti utilizza inoltre l’articolo el, sconosciuto nel Trecento. Le Tre Corone usavano infatti il/i

e sarà poi ripreso da Bembo nella sua grammatica del 1525 e che finì per far retrocedere l’uso del 400. Altre

caratteristiche del 1400 sono la desinenza –orono del perfetto (chiamarono), la desinenza –avo per la prima persona

singolare dell’imperfetto (prima era io amava).

Con Lorenzo il Magnifico si ha per la prima volta la promozione del volgare e l’esaltazione delle sue possibilità

all’interno di un preciso intervento culturale e letterario unito ad un particolare disegno politico poiché lo sviluppo del

toscano come lingua italiana si lega ad una concezione patriottica. È in questo disegno politico e culturale che si

collocano alcune iniziative come:

 la traduzione di Cristoforo Landino delle Naturalis Historiae di Plinio, volta a dimostrare la grande ricchezza di

lessico del volgare si dimostra come la lingua toscana sia ormai matura per trattare ogni argomento

 Silloge o Raccolta aragonese (1477): raccolta inviata da Lorenzo a Federico, figlio del re Ferdinando,

contenente poesie in volgare che andavano dagli stilnovisti e pedanteschi alle poesie in volgare

contemporanee, comprese quelle di Lorenzo dei medici stesso.

 Il Morgante, di Pulci: voluto dalla madre di Lorenzo dei medici, Lucrezia Tornabuoni. Il lessico è realistico, con

giochi di parole e neologismi lessicali.

La lingua di coinè e le cancellerie: la prosa ebbe meno uniformità della poesia per via delle sue molteplici varietà di

impiego, che vanno da impieghi pratici ad impieghi letterari. Nei testi pratici si assiste ad una compresenza del latino e

del volgare. Spesso il latino ricorre in formule ricorrenti, come l’inizio e la conclusione delle lettere. Inoltre si assiste ad

una eliminazione delle peculiarità grafiche (scriptae) che variavano da regione a regione. Dalle scriptae si passa alla

coinè, che consiste in un linguaggio comune superdialettale, una lingua scritta che mira all’eliminazione dei tratti

locali, accogliendo latinismi e appoggiandosi al toscano. La sua diffusione si deve in particolar modo alle cancellerie

signorili. 

Importante per la diffusione dei modelli linguistici toscani nel 400 è anche la letteratura religiosa importanti sono

infatti le raccolte di laude, che si ritrovano in zone dell’Italia Settentrionale, e le sacre rappresentazioni. Infatti queste

erano messe in scena per un pubblico popolare che non parlava latino e quindi dovevano essere in volgare. Anche la

predicazione risulta avere un ruolo di spicco. Il predicatore era un professionista che veniva chiamato per occasioni

particolari. Quindi si spostava da un luogo ad un altro e aveva bisogno di essere compreso da suo auditorio. Ecco

quindi che il predicatore non avrà parlato in latino o nel suo dialetto, ma avrà cercato in tutti i modi di depurare la sua

lingua naturale da tutte quelle caratteristiche locali per avvicinarsi ad una lingua comprensibile per tutti.

Esempio di lingua epistolare La lettera di Ferdinando d’Aragona la figlio, inviata nel 1463. In questa lettera

Ferdinando raccomanda al figlio di proseguire i suoi studi, esempio di quanto per Ferdiando la cultura fosse

importante. Nella lettera troviamo una grandissima influenza del latino, non solo per quanto riguarda latinismi, ma

anche per via della ripresa di parole e formule latine (come quelle iniziali di chiamare il destinatario dux o la chiusura

Datum) e dei diversi latinismi grafici (h etimologiche, nessi ct e ti). E presenti inoltre l’uso dell’articolo el al posto dell’il

trecentesco e le desinenze in –amo e –imo di desideramo e volimo, tipiche dell’Italia meridionali. Altri tratti tipici

meridionali sono invece assenti, per via del livello sociale altissimo dell’emittente.

Macaronico e Polifilesco: Oltre che per uso pratico e non voluto, anche in alcuni testi letterari troviamo la

combinazione di latino e volgare. In questo caso la contaminazione è volontaria e non casuale. La prima forma di

contaminazione è il macaronico, un linguaggio comico che prende vita nell’ambiente universitario padovano

caratterizzato dall’utilizzo di un dialetto molto rozzo e d’una struttura sintattica propria del latino aulico. L’iniziatore

del genere è Tifi Odasi, sebbene raggiunse livelli artistici maggiori Teofilo Folengo. Si tratta della più grande forma

sperimentale del tempo e l’opera principale è il Baldus di Teofilo. Questo è caratterizzato da una grammatica latina e

dal metro epico, ma la lingua è il volgare italiano dialettale. Ecco quindi che troviamo parole volgari con desinenze

latine o paroel latine in strutture palesemente volgari o usati con significati del volgare e non del latino (toti per

“tutti” anziché interi).La seconda forma è invece il polifilesco, che unisce il toscano letterario di Boccaccio ed il latino

di Apuleio e Plinio, alla ricerca non del comico ma del raro e dello stravagante. L’opera maggiore è l’Hypnerotomachia

Poliphi di Francesco Colonna, caratterizzato da uno stile molto elevato. Vi troviamo anche grafie diverse da quelle

moderne, come il titulos sopra le vocali per indicare la presenza di una nasale (cū cum), la p con un segno per

indicare il per, la x per ss (infixi si legge infissi).

L’Arcadia di Sannazaro è un opera importante per via delle sue due stesure. La prima è avvenuta nel 1484-86 ma

in seguito l’autore sottopose l’opera ad una revisione adottando il modello toscano-petrarchesco per la poesia e

quello toscano-boccacciesco per la prosa, prima ancora che Bembo teorizzasse l’importanza delle Tre Colonne come

modello di prosa e poesia! La seconda stesura è andata in stampa nel 1504 ed è caratterizzata dalla ripresa dei classici

e di Petrarca. Nella Terza egloga, dove si racconta dell’amore di Galicio per Amaranta, si riprendono le Bucoliche di

Virgilio quando G. scrive il nome dell’amata sugli alberi (nelle bucoliche gli alberi imparano a sussurrare il nome di

Amarilli), mentre si ritrovano echi di Petrarca in sintagmi come cieco mondo e fa sì lunga guerra, o ossimori posti in

chiasmi come aspra amara/dolce e cara.

[..]In questo dì giocondo vivran gli amanti in terra;

3

nacque l'alma beltade, sempre f ia noto il nome,

1

e le virtuti raquistaro albergo; le man, gli occhi e le chiome 4

per questo il cieco mondo di quella che mi fa sì lunga guerra ;

conobbe castitade, per cui quest'aspra amara

5

la qual tant'anni avea gittata a tergo; vita m'è dolce e cara .

per questo io scrivo e vergo Per cortesia, canzon, tu pregherai

i faggi in ogni bosco; quel dì fausto et ameno

tal che omai non è pianta che sia sempre sereno.

che non chiami "Amaranta", 2

quella c'adolcir basta ogni mio tòsco ;

quella per cui sospiro,

per cui piango e m'adiro.

Mentre per questi monti

andran le fiere errando,

e gli alti pini aràn pungenti foglie;

mentre li vivi fonti

correran murmurando

ne l'alto mar che con amor li accoglie;

mentre fra speme e doglie 3 Termine aulico e letterario. futuro

1 4

Perfetto. Forma tipica dell’italiano antico petrarchismo

2 5

amarezza Chiasmo e ossimoro. petrarchismo

L’invenzione della stampa: l’invenzione della stampa (Gutemberg) ebbe influenze anche sul piano linguistico. I primi

libri furono stampati in Germania e successivamente l’arte della topografia si spostà anche in italia. Venezia fu, fino al

Seicento, la città nella quale si concentrarono i migliori tipografi, diventando la capitale della stampa italiana. Proprio

a Venezia furono realizzati più della metà di tutti i libri quattrocenteschi italiani. Per i primi periodi i libri stampati

erano per la maggior parte (circa l’80%) latini. Solo il 20 % risulta essere stato scritto in volgare. Il primo libro stampato

scritto in volgare è un testo devoto intitolato “Parsons Fragment”, e la data di stampa risale al 1462. Se la data fosse

vera, cosa che non è certa, il libricino risulterebbe essere anche il primo libro stampato italiano.

CAPITOLO 8: IL CINQUECENTO

Se nel 1400 il latino era rimasta la lingua principalmente usata, anche durante l’umanesimo volgare, nel 1500 il

volgare raggiunge un pubblico più ampio di lettori e si assiste ad una progressiva erosione del latino grazie ad autori

come Ariosto, Tasso, Aretino, Machiavelli e Guicciardini. In questo secolo si assiste alla prima stabilizzazione normativa

del volgare e si stampano le prime grammatiche ed i primi lessici. Si abbandona inoltre la coinè, considerata ora una

lingua ibrida, contaminata dalla parlata locale, toscana e latina, e si cerca di acquisire, con l’aiuto delle grammatiche,

un volgare il più corretto possibile e con meno latinismi e dialettismi. Nonostante la grande ascesa del volgare il latino

perde sì piede ma rimane fondamentale in alcuni campi, come quello giuridico e amministrativo, in medicina, filosofia

e matematica. In altri settori invece prevale il volgare, come nelle arti applicate e nell’architettura. Per quanto

riguarda il settore umanistico-letterario, in questo secolo trionfa il volgare grazia ad autori come Machiavelli e

Guicciardini.

Pietro Bembo –le opere-

Nel 1501, oltre alla prima pubblicazione tascabile di Virgilio ed Orazio, si assiste anche alla stampa delle opere in

volgare di Petrarca curato da Bembo. Il titolo è “le cose volgari di Messer Francesco Petarca” e si assiste ad un taglio

netto con la tradizione poiché viene eliminato tutto ciò che ricordava la grafia tradizionale latineggiante e viene

introdotto l’apostrofo con la funzione che ha ancora oggi segnare l’elisione. Nel 1502 viene pubblicata la

Commedia, curata da Bembo, e nel 1525 escono le Prose della volgar lingua, pubblicate a Venezia. Quest’opera di

Bembo è al centro della questione della lingua italiana. L’opera è divisa in 3 libri: nell’ultimo è presente una

grammatica dell’italiano in forma dialogica mentre nei libri precedenti si trova un dialogo ambientato nel 1502 al

quale prendono parte:

 sostiene

Giuliano de’ medici (figlio di Lorenzo) il pensiero dell’Umanesimo Volgare

 

Federico Fregoso espone molte tesi storiche

 

Ercole Strozzi avverso al volgare

 

Carlo bembo (fratello di Pietro) portavoce delle idee dell’autore

All’inizio dell’opera si ha un’analisi storico-linguistica secondo la quale il volgare non sarebbe altro che una

contaminazione del altino in seguito all’invasione dei barbari. Se però il latino è nato in modo negativo, può

comunque risollevarsi grazie agli scrittori e alla letteratura l’origine barbara non è irreversibile. Si passa quindi

all’analisi della letteratura e del volgare. Il volgare di cui parla Bembo però non è il toscano parlato a Firenze nel 1500,

è il toscano di Petrarca ed in parte di Boccaccio e dante. In parte poiché Bembo si allontana dallo stile basso utilizzato

da dante nell’inferno o in alcune novelle da Boccaccio. Per nobilitare il vogare Bembo ha un totale rifiuto nei confronti

della popolarità e quindi non apprezza lo stile realistico e basso di dante o Boccaccio. Bembo era infatti convinto che

con il volgare trecentesco, con le Tre Corone, il volgare avesse raggiunto la sua vetta ma che, ciò nonostante, fosse

ancora possibile raggiungere risultati eccellenti attraverso una regolamentazione della lingua stabilizzazione

normativa e grammaticale.

Nel I libro Bembo espone anche il suo classicismo integrale. Per lui uno scrittore deve mantenersi lontano dalla lingua

popolare e non si deve rivolgere solo ai contemporanei, ma anche ai posteri, per ottenere i migliori risultati

Bembo fu un grande regolarizzatore della lingua letteraria italiana, ma si accostò alla grammatica solo in seguito ad

una lunga attività filologa, con la collaborazione dello stampatore Aldo Manuzio, il più importante del 1500. In

particolar modo sono interessanti i manoscritti curati da Bembo del Canzoniere (1501) e della Commedia (1502),(

detti manoscritti aldini) che ci mostrano le grandi novità introdotte da Bembo.

Il Petrarca aldino porta il titolo “Le cose volgari”, scelto da Bembo e a confronto con una edizione princeps del 1470

riporta notevoli cambiamenti. Innanzitutto la grafia. L’aldino è scritto in carattere corsivo, detto appunto “aldino”, che

avrà moltissimo successo. L ‘edizione princeps del 1470 presenta grafie latineggianti come l’uso di x per ss.

Nell’edizione di Bembo troviamo invece l’innovativo uso dell’apostrofo separatore e della punteggiatura. In entrambe

le edizioni non c’è distinzione tra u e v, che ci sarà solo nel 1800 circa.

Il dante aldino si intitola invece “Terze rime”, ad indicare la metrica dantesca delle terzine incatenate in cui sono

disposti gli endecasillabi. Confrontando questa edizione con una del 1472 vediamo che è presente la punteggiatura,

prima del tutto assente, e che non vi sono scempiamenti, grafie latineggianti o abbreviazioni come p al posto di per. È

inoltre usato il al posto di el, tipico del toscano argenteo quattrocentesco.

Altre teorie sulla questione linguistica:

Accanto alla teoria arcaizzante di Bembo si svilupparono le cosiddette teorie cortigiane e teorie italiane. Tra le teorie

cortigiane troviamo Calmete, secondo il quale il volgare migliore era quello parlato nelle corti italiane e, in particolare,

la corte di Roma. Roma era una città cosmopolita, al di sopra dei particolarismo locali e la circolazione di genti

proveniente da posti diversi favoriva il diffondersi di una lingua di conversazione superregionale di base toscana, di

alta qualità e con apporti proveniente da molte parti d’Italia. La corte di Roma è al centro anche della teoria di Mario

Equicola, che ipotizzava la creazione di una lingua capace di accogliere vocaboli da parte di tutte le regioni, con una

coloritura latineggiante e basata sulla lingua di corte di Roma. Mario definisce questa lingua “commune”. Anche

Baldassarre Castigione, nel suo Cortigiano, parla di una lingua ”commune”. I fautori di una lingua cortigiana però

hanno come punto di riferimento una lingua in uso, viva, di un determinato ambiente sociale, cioè la Corte. Questo

rende difficile definire in maniera precisa questa lingua cortigiana, mentre ciò non accade per la teoria arcaizzante di

Bembo, che si rifà all’imitazione del toscano arcaico, un modello decisamente più preciso! Giovan Giorgio Trissino è

invece un’esponente della teoria italiana secondo lui la poetica di Petrarca era composta da vocaboli proveniente

da tutta Italia e che quindi non si poteva definire come fiorentina, ma come italiana. Nega quindi la fiorentinità della

lingua letteraria, sulla base anche del De Vulgari Eloquentia, che lui stampa in una versione italiana. Questa

Tra

riproposizione del De Vulgari non piace ovviamente ai Toscani le reazioni fiorentine più interessanti troviamo il

“Discorso o dialogo intorno alla

nostra lingua” di Machiavelli che Machiavelli

però fu pubblicato solo nel 1730. Oltre al “Discorso intorno alla nostra lingua”di Machiavelli sono molto importanti le commedie ed Il Principe. Per

In quest’opera Machiavelli quanto riguarda la Mandragola, secondo lo studioso Roberto Ridolfi questa sarebbe stata composta nel 1518, e allo

inscena un dialogo tra se stesso

e dante, che fa ammenda degli stesso anno risalirebbe la prima pubblicazione. Noi possediamo un solo manoscritto, non autografo, che riporta la

errori commessi nel De vulgari. data del 1519. Questo contiene molti errori, talvolta che compromettono anche la comprensione delle battuto.

Quest’opera però, proprio Come scrive Machiavelli? Il linguaggio è vivace e colorato, con molti elementi del parlato. Sono presenti elementi tipici

perché stampata quasi due el è suto concio

del fiorentino cinquecentesco come al posto di il, la forma anziché è stato, participi accorciati come

secoli dopo, non influì sul

dibattito che si creò nella anziché conciato e molti modi di dire e interiezioni.

seconda metà del 500 Il Principe l’edizione princeps del Principe,, edita da Blado, risale al 1532, dopo la morte di machiavelli, sebbene già

sull’autenticità del De vulgari. dal 1513 abbiamo notizie dell’opera in una lettera indirizzata a Francesco Vettori. Rispetto ai manoscritti, la stampa

Questa polemica sull’opera si el

risente molto della grammatica di Bembo. Nei manoscritti troviamo infatti , mentre nella stampa viene usato

sviluppò soprattutto poichè

Trissino pubblicò l’opera in una il,

l’articolo insieme all’apostrofo, introdotto da bembo nelle edizioni aldine del 1501 1502. Baldo usa anche il corsivo

versione italiana, senza far aldino e traduce il titolo ed i titoletti, scritti in latino da machiavelli, in italiano. L’opera infatti si intitola, nel

circolare la versione autentica manoscritto “De principati bus”. Nei manoscritti troviamo molti latinismi grafici, scomparsi nell’edizione stampata,

latina, che fu stampata solo nel insieme a latinismi lessicali e a fiorentinismi. Questa commistione è tipica di una lingua di tipo cancelleresco, usata

1577 a Parigi. (I due testi,

italiano e latino, furono poi uniti appunto da Machiavelli quando era segretario della Repubblica.

in un’unica versione nel 1729). Si

riteneva infatti che il De vulgari fosse falso anche poiché i suoi contenuti contrastavano con la Commedia e con il

Convivio. Queste tesi erano sostenute anche da letterati fiorentini, che credevano nel primato naturale della lingua

fiorentina (criticata appunto nel De vulgari).

Per tutta la prima metà del 1500 assistiamo al dilagarsi delle posizioni bembiane, alle quali i fiorentini non riescono a

rispondere in modo deciso e convincente. La situazione muta nella seconda metà del 1500, con la pubblicazione

dell’Hercolano di Benedetto Varchi. Questo era venuto in contatto con Bembo all’Accademia degli Infuriati di Padova

ma adopera una revisione alle sue teorie, sancendo con la sua opera il principio secondo il quale esiste una autorità

popolare da affiancare a quella dei grandi scrittori. Per Varchi la pluralità delle lingue non è la conseguenza della

maledizione biblica, come lo era per Dante, la è qualcosa di naturale poiché la varietà è propria della natura umana.

Inizia poi a classificare le lingue in base al loro patrimonio culturale e letterario, alla natura dei loro idiomi, alla

comprensibilità attua quindi un’analisi sociale del linguaggio. Infine Varchi affianca al modello idealizzato da

Bembo la lingua parlata a Firenze. In questo modo, grazie a Varchi, Firenze ha di nuovo il controllo sulla lingua a

differenza di quanto era accaduto nella prima metà del 1500.

La stabilizzazione della norma linguistica: ovviamente le teorie elaborate non avrebbero potuto incidere sulla

produzione scritta senza lo sviluppo di strumenti normativi come grammatiche e dizionari. Nel 1516 Giovan Francesco

Fortunio stampò la prima grammatica, intitolata “Regole grammaticali della volgar lingua” mentre il primo

vocabolario italiano fu “Le tre fontane” del Liburnio. Da ricordare è anche la Grammatica di Bembo, pubblicata

nell’ultimo libro delle sue Prose. Questa influenzò moltissimo la terza ed ultima edizione (1516-1521-1532)

dell’Orlando Furioso di Ariosto. La prima edizione era infatti ricca di vocaboli del padano illustre, la seconda riportava

pochi ritocchi rispetto alla prima edizione, mentre quella del 1532 tiene conto dei suggerimenti contenuti nelle Prose,

che appunto furono pubblicate tra la seconda e la terza edizione dell’Orlando.

Il ruolo delle accademie: le accademie nel 1500 svolsero una funzione di primo piano poiché è in queste che vennero

dibattuti i principali problemi culturali del tempo. Importante fu la Crusca(fondata nel 1582), che con l’ingresso di

Lionardo Salviati l’anno successivo si avviò verso l’attività filologica, correggendo e rivedendo il testo della Commedia,

che usci nel 1559 ridotta e “migliorata” dall’Accademia. Salviati si fece conoscere anche per aver “censurato” il

Decameron. Aveva infatti compiuto su di esso una rassettatura, eliminando quelle parti che potevano apparire

immorali e antireligiose, ed in seguito aveva pubblicato gli “avvertimenti della lingua sopra ‘l Decameron”, un libro

filologico e grammaticale.

La varietà della prosa:

con il successo delle teorie di Bembo e la produzione di grammatiche e lessici si diffuse un modello omogeneo di

lingua toscana, ma questa diffusione fu differenziata a seconda dei generi letterari e delle discipline. Nel campo

dell’architettura, l’italiano si impose sul latino non solo per quanto riguarda i nuovi testi, ma anche per quanto

riguarda le traduzioni. La trattatistica architettonica raggiunse in questo secolo una grande maturità, con un

perfezionamento dei termini notevole, tant’è che molti entrarono a far parte delle altre lingue europee. L’italiano

approdò anche nella saggistica riguardante discipline come la pittura e la scultura, con le Vite di Vasari e

l’autobiografia di Cellini. Importantissimi in questo periodo sono le traduzioni dei classici latini, attraverso le quali la

lingua italiana si arricchisce, affina le proprie capacità e sperimenta le sue potenzialità. Oltre che nelle traduzioni, la

maturità della lingua italiana si rivelò anche con la saggistica politica e storica. Ne sono un esempio il De principati bus

di Machiavelli stampato nel 1532, scritto in un fiorentino ricco di latinismi, una prosa molto diversa dal modello

proposto da Bembo. Il volgare inoltre, se già prevaleva nell’arte e nella scienza applicata, or arriva anche nella scienza

accademica grazie a Galileo. La scelta di galileo di utilizzare il volgare e non il latino è senza precedenti e comporta

anche, come lui ben sapeva, un limite per la circolazione delle sue opere a livello internazionale.

Il mistilinguismo della commedia: la caratteristica della commedia è la compresenza di diversi codici per diversi

personaggi, secondo delle tendenze che presto si cristallizzeranno. Ad esempio agli innamorati si addice il toscano,

stucchevole e rarefatto, ai servi il napoletano, il bergamasco o il milanese, mentre ai vecchi il veneziano.

Il linguaggio poetico: caratteristica del linguaggio poetico del 1500 è il petrarchismo, coerente ai modelli di Bembo. Si

tratta di un linguaggio lirico con vocabolario selezionato e con molti topoi. Questo linguaggio fu utilizzato dall’Ariosto

per il suo Orlando Furioso, mentre non fu utilizzato da Tasso. Dell’Orlando furioso abbiamo 3 edizioni: la prima del

1516, la seconda del 1521 e la terza del 1532. Tra la seconda e la terza si colloca la pubblicazione della Volgar lingua di

Bembo, che influenzò moltissimo l’ultima edizione e che portò all’eliminazione del padano illustre utilizzato nelle

recedenti stesure.

Tasso sostanzialmente sosteneva gli ideali della lingua cortigiana. Non riconobbe il primato del fiorentino inteso come

qualcosa di geograficamente limitato e scrisse con uno stile fortemente latineggiante, con versi ritenuti aspri e

distorti. Questo portò ad una “lite” tra Tasso e Salviati, infastidito dal fatto che un autore del calibro di Tasso brillasse

lontano da Firenze, che ai fiorentinismi preferisse i latinismi. Per questi motivi Tasso non fu collocato dalla Crusca tra i

modelli linguistici, come invece avvenne per Ariosto.

La Chiesa ed il volgare: la questione del volgare investì anche la Chiesa. Durante il Concilio di Trento (1546) si discusse

infatti sulla legittimità della traduzione in volgare della bibbia e sulla lingua che dovesse essere usata per la messa e le

predicazioni. Per quanto riguarda la traduzione della Bibbia in volgare, il Concilio si divide. Da una parte troviamo

coloro favorevoli alla diffusione della parola di Dio attraverso le traduzioni in volgare, dall’altra invece ci sono i

contrari, convinti che una maggior diffusione del testo non avrebbe fatto altro che aumentare errori ed eresie (non

bisogna scordarci che da poco Lutero aveva dato vita al movimento protestante, basato sulla lettura diretta della

Bibbia. La traduzione della bibbia in tedesco esce nel 1522). In Concilio decide quindi di lasciare la decisione ai papi,

che intervennero e proibirono fino al Seicento il possesso di una Bibbia in volgare senza apposita licenza. Per quanto

riguarda la Messa, il Concilio decise di continuare ad usare la lingua latina, alla quale era riconosciuto un carattere

universale. Unico spazio dedicato al volgare era la predicazione, che richiedeva un contatto diretto con i fedeli e,

quindi, l’uso del volgare. La predica in latino continuava ad essere fatta, ma per un pubblico di elite. Sulle prediche

ebbero molta influenza le teorie di Bembo per quanto riguarda la forma e lo stile.

CAPITOLO 9: IL SEICENTO

Il vocabolario degli accademici della Crusca:

La Crusca, durante questo secolo, portò a termine il disegno di restituire a Firenze il magistero della lingua italiana.

Questo fu possibile grazie alla realizzazione di un Vocabolario, il “Vocabolario degli accademici della Crusca” uscito per

la prima volta nel 1612 (è anche il primo dizionario monolingua europeo). Sebbene Salviati sia già morto, gli studiosi

(più che altro giovani dilettanti) utilizzarono per realizzare il vocabolario un elenco di autori corrispondente a quello

fornito da Salviati. Il Vocabolario largheggiava in lessemi latini e fiorentini ed erano presenti lemmi identici, in base

alle varianti che si trovavano nei vari dialetti. Il Vocabolario ebbe molta fortuna, tant’è che fu ristampato nel 1623 e

nel 1691. Quest’ultima edizione ha molti miglioramenti, sia dal punto di vista quantitativo sia da quello qualitativo.

Spicca la presenza di termini scientifici e questo è dovuto alla presenza, tra gli studiosi che vi lavorarono, di Magalotti

e Redi, due letterati-scienziati.

All’inizio del vocabolario troviamo due dediche. La prima è a Conciano Cencino, molto vicino a Maria de’ Medici, la

seconda è la dedica A’ lettori. In questa dedica gli Accademici fanno riferimento alle 3 auctoritas linguistiche (Bembo,

Salviati e i Deputati che stavano compiendo la rassettatura del Decameron) e alle fonti.

Le opere che vengono spogliate per la realizzazione del Vocabolario sono quelli che per Salviati erano le migliori: gli

autori fiorentini. Salviati faceva infatti una distinzione, all’interno di ogni opera, tra forma e contenuto. Per Salviati

tutti gli autori fiorentini, anche quelli minori, erano migliori perché scrivevano in fiorentino. Quindi erano migliori per

la forma, sebbene il contenuto lasciasse a desiderare. Gli studiosi che realizzarono il Vocabolario seguirono questo

modo di pensare e quindi esclusero molti autori, tra i quali Tasso.

Dal punto di vista grafico presenta delle caratteristiche molto moderne. Innanzitutto, per quanto riguarda la grafia, gli

accademici decidono di distaccarsi dalle convenzioni ispirate dal latino. Inoltre troviamo il lemma in maiuscolo, facile

da individuare, e le prime due lettere della prima parola messe sopra ogni colonna, per facilitare la ricerca dei termini.

Dopo il lemma segue una definizione e alcune parole in latino. Queste non indicano l’etimologia della parola, ma

servono per spiegarne il significato. Si trovano poi gli esempi. A piè di pagina, nelle note, si trovano poi le opere dalle

quali questi esempi sono presi. La maggior parte di questi esempi sono tratti da testi stampati, ai quali si poteva

risalire abbastanza facilmente. Alcuni esempi però sono presi da manoscritti che erano di proprietà di alcuni

Accademici, e che quindi non erano controllabili. Questo è proprio uno dei problemi che solleverà Tassoni nelle sue

Postille al Vocabolario.

Il lavoro degli Accademici trovò molta opposizione. Tra i più grandi oppositori ne ricordiamo tre:

 Paolo Beni:riprende in parte le teorie cortigiane ritenendo la lingua italiana patrimonio comune. Inoltre

polemizza sugli autori utilizzati per la redazione del Vocabolario. Agli autori voluti da Salviati lui contrappone

quelli del Cinquecento, in particolar modo Tasso.

 Alessandro Tassoni: Muove una critica contro la letteratura fiorentina del 1300 e contro la dittatura

fiorentina sulla lingua. Inoltre propone di adottare, all’interno del Vocabolario, espedienti grafici diversi per

indicare le parole antiche e quelle moderne. Tassoni è un grande fautore della modernità e nelle sue Postille

al Vocabolario (di cui noi non abbiamo la versione autografa, ma una successiva ricopiata sopra la seconda

edizione del Vocabolario della Crusca) si indigna di fronte all’uso di parole rare ed antiche e al fatto che molti

lessemi moderni non vengano nemmeno citati e critica l’uso di manoscritti come fonti per gli esempi.

 Daniello Bartoli: riesamina i testi alla base del Vocabolario e dimostra che proprio in questi vi si trovano

oscillazioni tali da far dubitare del perfetto canone grammaticale di quest’ultimi.

Il linguaggio della scienza

La prosa, nel 1600, deve il suo sviluppo alla scienza e, in particolar modo, a Galileo. Galileo infatti decide di scrivere in

volgare. Sebbene in un primo momento abbia usato il latino, come nel Sidereus nuncius, con il tempo questa lingua

diventa “la lingua degli avversari” questo si vede particolarmente nel “Saggiatore” dove riporta le tesi avverse in

latino e le confuta in volgare. Ma perché decide di utilizzare il volgare, dal momento che la diffusione internazionale

avveniva solo grazie al latino? Sicuramente Galileo era molto fiero della sua lingua toscana, inoltre dare fiducia al

volgare significava distaccarsi dalla classe dei dotti ed andare alla ricerca di un nuovo pubblico. Il volgare di Galileo non

è basso, ma elegante, vivace e brioso caratterizzato da una chiarezza linguistico-terminologica e da un rigore

dimostrativo eccezionali. Galileo sceglie la semplicità anche per quanto riguarda la coniazione di nuovi termini

scientifici. Un esempio è il termine “macchie solari”,utilizzato ancora oggi.

Il melodramma

Questo genere si sviluppa nel 1600 grazie alla Camerata dei Bardi, della quale faceva parte anche il apdre di Galileo. La

volontà è quella di ricreare la tragedia greca, che si pensava fosse eseguita con l’accompagnamento del canto.

L’unione di testo e musica non è certamente nuova. Molte poesie dantesche venivano cantate e nel 1500 diventa

famosissimo il madrigale, ma con il melodramma la melodia è affrontata in modo più sistematico e profondo, non

come mero accompagnamento. Il primo melodramma viene rappresentato nel 1600 durante il matrimonio di Maria

de’ medici ed è l’Euridice. Inizialmente quindi è un genere di èlite, che però si diffonde dolcemente in molte corti e si

assiste alla stampa di moltissimi libretti. Il linguaggio del melodramma riprende molto la lirica di Petrarca e l’Aminta di

Tasso.

Il linguaggio poetico del 1600

Per Luigi Russo il 1600 è un secolo rivoluzionario, e lo è davvero dal punto di vista del linguaggio poetico. la poesia,

grazie a Marini ed al manierismo, si arricchisce di nuove tematiche e nuove situazioni, che portano di conseguenza ad

una nuova gamma di lessemi. Il rinnovamento tematico comporta dunque un rinnovamento lessicale. Caratteristica

dei poeti barocchi e di Marino in primis è l’utilizzo del lessico scientifico. Marino utilizza un linguaggio scientifico ed

introduce nelle sue poesie termini anatomici, confermando dunque la tendenza al rinnovamento e canonizzando allo

stesso tempo la scienza. Alla fine del 1600 e per tutto il 1700 la poesia barocca viene però criticata. In particolar modo

si critica il cattivo gusto barocco in Francia. Questa critica viene utilizzata anche ad un altro scopo: rivendicare il

francese come lingua universale, il nuovo latino. Il padre Dominique Bouhoure afferma infatti che solo i francesi

possono parlare in modo chiaro e stringato, mentre gli spagnoli non sanno fare altro che “declamare” mentre gli

italiani “sospirare”.

La risposta italiana a questa critica si fa attendere. Bisogna infatti aspettare il 1700, caratterizzato appunto dalle

discussioni sull’egemonia del francese. CAPITOLO 10: IL SETTECENTO

L’italiano ed il francese nel quadro europeo

Tutto il Settecento è caratterizzato dal dibattito sulla superiorità della lingua francese, ritenuta secondo alcuni luoghi

comuni la lingua della chiarezza, della logica e della capacità comunicativa razionale. Il francese raggiunge una

posizione paragonabile a quella che oggi ha l’inglese e non vi era persona colta, in Italia, che non lo parlasse. Ne è un

esempio Alfieri, che scrive il suo diario personale in francese per poi approdare all’italiano per la sua volontà di

confrontarsi con i classici, e ne è un esempio Goldoni che, dopo aver raggiunto successo in Italia si trasferisce in

Francia e scrive in francese alcuni melodrammi e le sue memorie. Sempre secondo luoghi comuni l’italiano era invece

considerata la lingua della poesia, della passione emotiva e della musicalità e questo favorì la lingua francese

screditando quella italiana. Questo luogo comune infatti ha contribuito al progressivo espandersi di questa lingua, che

inizia a godere di un solido prestigio nazionale.

Per quanto riguarda le altre lingue, lo spagnolo ed il portoghese, che avevano spopolato durante il 1500, subiscono

ora una forte discesa. L’inglese non aveva una politica aggressiva nei confronti dell’Europa per quanto riguardava la

cultura, tant’è che Newton scrive in latino, mentre il tedesco è molto in ritardo per quanto riguarda il vocabolario

intellettuale e la capacità di trasmettere il pensiero filosofico e scientifico (Leibniz scrive in latino ed in francese).

Inoltre anche andando nei territori tedeschi, gli stranieri non comunicavano in tedesco, ma in francese. Il francese

quindi permette nel 1700 di essere compresi da tutti senza bisogno di traduzione.

Filosofia del linguaggio

Il Piemonte, annesso politicamente alla Francia, in questo secolo decide di abbandonare la lingua italiana in favore del

francese e questo non è altro che un gesto estremo che ci fa capire l’intolleranza che si sviluppa nei confronti della

questione della lingua italiana. In particolar modo solleva molte critiche la quarta edizione del Vocabolario della

Crusca, sempre incentrato su canone selettivo italiano.

A questa edizione rispondono con un pamphlet sarcastico gli illuministi della rivista “Il caffè” di Milano, che riportano

una grande insofferenza nei confronti dell’autoritarismo fiorentino. Questo Pamphlet è stato scritto da Alessandro

Verri nel 1764 e si intitola “Rinunzia avanti notaio degli autori del presente foglio periodico al Vocabolario della Crusca.

Il tono è sarcastico e radicale e viene respinta ogni autorità della lingua toscana e dell’Accademia di Firenze. Per Verri

infatti troppo tempo è stato perso intorno a queste questioni retorico-formali a danno del progresso della cultura. Il

testo è diviso in paragrafi, per migliorarne la comprensione e la chiarezza. La sintassi è semplice e lineare, sulla scia di

quella francese e mette al centro i contenuti e non la retorica. In realtà però sappiamo che anche gli illuministi del

Caffè tenessero alle regole formali. Ce ne da una prova la correzione che fu fatta al titolo della prima stampa

dell’opera, che riportava la parola notaro , tipicamente settentrionale, e non notaio (toscana). La loro prosa risulta

quindi molto meno ribelle di quanto vorrebbero farci credere con le parole.

Cesare Beccaria scrisse una “risposta alla rinunzia” nella quale faceva finta di difendere le posizioni della Crusca

adottando argomentazioni ridicole e caricaturali. Nella parte finale del brano vi è inoltre una parodia delle parti

dell’orazione previste dalla retorica classica,che sono rappresentate da carri di carnevale.

Melchiorre Cesarotti, nel suo Saggio sulla filosofia delle lingue, esprime molto bene gli ideali dell’Età dei Lumi. Sono

principalmente due i temi illuministi che affronta: la fiducia sul miglioramento delle lingue e il tema dell’ordine

naturale soggetto-verbo-complemento. (Per lui anche l’italiano ha un ordine logico, che invece non era posseduto dal

latino.)

Il saggio parte stabilendo alcuni principi fondamentali sulle lingue:

1) Nessuna lingua è pura

2) Ogni lingua nasce da una combinazione casuale

3) Nessuna lingua è perfetta

4) Nessuna lingua è inalterabile

5) Nessuna lingua è parlata in modo uniforme nella nazione

Dopo affronta la distinzione tra lingua scritta e lingua parlata, stabilendo una superiorità di quella scritta. Questa però

non è dipendente né dal popolo né dagli studiosi.

Cesarotti non vuole un’anarchia, la libertà da ogni regola, come volevano gli illuministi del Caffè, ma riconosce il

valore dell’uso quando questo accomuna scrittori e popolo. Per Cesarotti inoltre gli scrittori possono introdurre nuovi

vocaboli, realizzati per analogia, per derivazione, per composizione o anche presi da dialetti italiano o forestierismi.

Alcuni studiosi erano contrari ai forestierismi, poiché ritenevano che andassero contro al genio della lingua, carattere

originario tipico di un idioma e di un popolo. Per spiegare come sia possibile che si possano aggiungere nel lessico di

una lingua forestierismi senza andare contro al genio, Cesarotti attua una bipartizione del concetto di genio. C’è un

genio grammaticale, che non deve essere alterato e che distingue una lingua da un’altra, e un genio retorico che

riguarda l’espressività e che è del tutto alterabile. Nelle pagine conclusive del Saggio, quelle più interessanti, si ha la

proposta di un Consiglio nazionale della lingua con sede a Firenze. Questo avrebbe dovuto compiere studi etimologici,

filologo-linguistici, e avrebbe dovuto realizzare un nuovo vocabolario.

Riforme scolastiche e divulgazione

Nel 1700 si diffonde tra gli illuministi l’attenzione nei confronti della divulgazione della lingua italiana. Si pensa infatti

che chiunque, artigiano, mercante, agricoltore o popolano, debba saper scrivere e leggere l’italiano. Inoltre si assiste

alla nascita di una polemica contro il latino. Si riteneva infatti che l’insegnamento di questa materia fosse abusato e

che fosse più necessario insegnare l’italiano. Purtroppo, per via dell’inesistenza di un unico stato, queste riforme non

presero piede in tutta Italia in modo omogeneo. All’avanguardia fu il Lombardo-Veneto, dove fin dalla fine del 1700

furono avviate delle riforme scolastiche grazie alla politica di Maria Teresa d’Austria. Grazie all’Austria arrivò anche in

Italia un modello di didattica “normale”, basato sulle classi di studenti(come avviene tutt’ora. Una gruppo di bambini

con un unico ed identico obbiettivo di studio) e l’idea di una scuola comunale che insegnasse a leggere e a scrivere.

La lingua di conversazione

L’interesse degli illuministi nei confronti dell’insegnamento scolastico dell’italiano non produsse effetti immediati. La

lingua italiana infatti rimaneva una lingua d’elite, principalmente scritta. Le persone parlavano il dialetto locale e solo

alcune volte, in occasioni solenni, parlavano l’italiano. Ma anche in questi casi non è un italiano corretto, spesso è un

“parlar finto”, come lo definisce Manzoni ( si usano parole che si suppone siano italiane, si aggiungono suffissi

italiani a parole del dialetto). Fa eccezione solo la Toscana, dove la lingua parlata e quella scritta coincidono. Questa

situazione fa nascere il topos secondo il quale la lingua italiana sarebbe più morta che viva. Ovviamente non è vero,

ma è indubbio che la lingua italiana fosse uno strumento ipercolto, ancorato al passato e al riparo dalle innovazioni.

Il linguaggio teatrale ed il melodramma

Il successo che ebbe il melodramma in tutta Europa ebbe due conseguenze sulla lingua italiana: da una parte la rese

nota, in particolar modo nelle corti tedesche, ma dall’altra contribuì a formare lo stereotipo dell’italiano come lingua

musicale, poetica e dolce, a confronto con il francese, il linguaggio della ragione e della certezza.

Per quanto riguarda invece il linguaggio teatrale è necessario analizzare le opere di Goldoni. Siccome non esiste una

lingua italiana, parlata e compresa da tutti, Goldoni scrive le sue opere sia in dialetto, sia in italiano e, dopo essersi

trasferito in Francia, scrisse anche in francese. Dialetto e lingua comunque non sono da considerare due cose

completamente distanti, anzi! Molto spesso infatti si alternano nella stessa battuta, confondendosi. Goldoni ha uno

stile paratattico, asindetico.

Il linguaggio poetico e la prosa letteraria

Per quanto riguarda la poesia, il 1700 è caratterizzato dal movimento Arcadia, fondato a Roma nel 1690. Questo

movimento ebbe molti seguaci ed è caratterizzato da un italiano tradizionale, che ha come modello Petrarca. Si ha

quindi un grande uso di figure retoriche, della mitologia e dell’onomastica classica, nonché di latinismi ed arcaismi. Per

quanto riguarda invece la prosa, questa tende a rifarsi sempre di può allo stile francese, in particolar modo la prosa

saggistica (vedi Verri, fondatore della rivista il Caffè). Ci sono però anche autori che vanno controcorrente. Tra questi

troviamo Giambattista Vico, le cui prose sono caratterizzate da cascate di subordinate,e Alfieri. Le tragedie di Alfieri

sono infatti caratterizzate da un grosso artificio retorico, dal linguaggio arduo e aspro e dalla trasposizione sintattica.

CAPITOLO 11: L’OTTOCENTO

Purismo e classicismo

Nel 1800 il francese viene imposto in modo molto autoritario durante tutto l’impero napoleonico. Questa imposizione

scatenò, in Italia, la nascita del movimento purista, caratterizzato da un’intolleranza nei confronti delle innovazione e

da una adorazione verso la lingua italiana del 1300. Manifesto di questo movimento era la Dissertazione sopra lo stato

presente della lingua italiana di Antonio Cesari. Secondo Cesari nel 1300 non parlavano bene solo i colti ed i letterati,

ma tutti per questo motivo Cesari apprezzava anche le scritture quotidiane di quell’epoca, venerandola. Aderiscono

al movimento altri personaggi come Basilio Puoti (è un po’ meno rigoroso di Cesari), che fondò una scola della lingua

italiana (fu maestro di De Sanctis e Settembrini), Carlo Botta e Luigi Angeloni. Contro il movimento si schierò invece

Vincenzo Monti Monti colpisce sia le idee di purismo linguistico di Cesari, sia il vocabolario della Crusca. Monti ricerca infatti

tutti gli errori compiuti dai vocabolaristi fiorentini per dimostrare la loro scarsa preparazione filologica. Tra gli scritti contro il

Purismo troviamo anche Des pèrils de la langue italianne, scritto da Standhal. Qui condannava cin forza il Purismo e compiva

un’analisi dettagliata della pluralità linguistica Italiana, caratterizzata da ,molti dialetti e da una lingua letteraria particolarmente

artificiosa.

La soluzione di Manzoni alla “questione della lingua”

Standhal, come Manzoni, ritiene quindi lì italiano una lingua morta, adatta solo alla letteratura e alle situazioni ufficiali. Manzoni

matura le sue idee a proposito della lingua italiana durate molti anni, e ne sono un esempio le varie stesure dei Promessi Sposi.

Tutte le sue idee a proposito si ritrovano nel trattato Della lingua italiana, al quale lavorò per 30 anni e che è stato pubblicato

definitivamente solo nel 1974. Manzoni affrontò la questione della lingua a partire dalle sue esperienze di romanziere. Quando

iniziò il Fermo e Lucia, la prima edizione, quella del 1821 non pubblicata, è caratterizzata da un linguaggio che lui definirà,

nell’introduzione del 1823, eclettico. Utilizza un linguaggio letterario, caratterizzato da latinismi e milanesismi,e con uno stile

duttile. A questa edizione segue la fase toscano-milanese, che va dal 1825 al 1827, anno in cui pubblica i Promessi sposi (la

ventisettana). Questa edizione è caratterizzata da una lingua genericamente toscana, ma comunque libresca e ricavata da

vocabolari e spogli letterari. Risalgono infatti a questo periodo le postille realizzate da Manzoni sulla sua edizione veronese del

Cesari del Vocabolario della Crusca. Manzoni lamenta una troppa arcaicità dei termini usati e dei significati che vi si ritrovano. In

queste Postille Manzoni aggiunge esempi, mette in dubbio significati e corregge esempi secondo lui inappropriati, sempre alla

ricerca di una lingua vicina al parlato. Dopo il 1827 Manzoni risiede a Firenze e purifica la sua lingua da dialettismi e da espressioni

letterarie dal sapore arcaico. In seguito al soggiorno fiorentino esce la Quarantana (1840-42), caratterizzata dall’utilizzo del

linguaggio fiorentino dell’uso colto.

Con questa edizione Manzoni si avvicina ad un linguaggio più naturale e comune, meno colto e letterario, attraverso:

 Eliminazione di forme lombardo-milanesi

 Eliminazione di forme eleganti, rare, auliche e letterarie. Usa un lessico colloquiale, sostituendo dispregio>disprezzo,

deggio>devo, recò>mise e prediligendo il diminutivo, secondo l’uso toscano (piccola morta>morticina

 Assunzione di forme tipicamente fiorentine: monottonga mento di –uo (spagnuolo>spagnolo, stradicciuole>stradicciole),

lui e lei in forma soggetto

 Eliminazione di doppioni di forme e voci (eguaglianza>uguaglianza, quistione>questione)

 Uso di una sintassi snella e agile, con frasi sintetiche e colloquiali.

Nel 1868 pubblica una relazione intitolata Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffusione, spiegando perché il fiorentino dovesse

essere diffuso in modo capillare dalle scuole e collegando la questione della lingua ad una questione sociale, finalizzata

all’organizzazione della scuola e della cultura del nuovo Regno d’Italia.

Per diffondere i fiorentino Manzoni proponeva:

 Politica linguistica messa in atto nelle scuole

 Realizzazione di un vocabolario dell’uso vivente del fiorentino e di dizionari bilingui con forme in dialetto e le relative

forme in fiorentino

 Esporre insegne pubbliche ed avvisi in fiorentino

 Utilizzo del fiorentino in ambito scientifico

Questo modello di unificazione linguistica prende esempio dal francese e dal latino. Queste lingue infatti, prima di essere parlate da

un’intera nazione e da un intero impero, erano lingue di solo due città: Parigi e Roma. Per Manzoni in Italia sarebbe dovuta

avvenire una simile unificazione linguistica, partendo dal fiorentino poiché era in fiorentino la tradizione letteraria comune a tutta

la penisola. Due però sono i punti deboli di questa teoria: il primo è il policentrismo della Penisola, ed il secondo è che alla capitale

linguistica (Firenze) non corrisponde la capitale politica del regno, che presto sarebbe diventata Roma.

Le teorie sulla lingua di Manzoni ebbero persone sia a sostegno che contro. Tra quest’ultimi troviamo Benedetto Croce, che

promulgava la libertà espressiva individuale, e Carducci, avversario del popolanesimo toscaneggiante.

L’ottocento e la lessicografia

Durante questo secolo si assiste alla pubblicazione di numerosi vocabolari, molti dei quali si basano sul Vocabolario della Crusca.

Tra questi troviamo la Crusca Veronese, realizzata da Cesari nel 1806-1811 (quella commentata da Manzoni). Altri vocabolari di

rilievo sono il Vocabolario della lingua italiana di Manuzzi ed il Vocabolario universale italiano della società tipografica Tramater. In

particolar modo questo superò tutti gli altri vocabolari del secolo, ad eccezione del Tommaseo-Bellini. Se, nei vocabolari passati, si

davano per certe alcune conoscenze basilari, questo non avviene nel Tramatar, tant’è che vi troviamo una definizione zoologica, ad

esempio, del termine “cane”, che nei vocabolari precedenti veniva dato per conosciuto. 

Abbiamo detto che questo vocabolario fu superato solo dal Dizionario di Tommaseo, uscito durante l’Unità d’Italia questo

dizionario è caratterizzato dalla capacità di unire un criterio sincronico ed un criterio diacronico, dando per ogni parola più

significati, ordinati gerarchicamente e privilegiando l’uso moderno. In questo modo il Tommaseo risulta essere il primo vocabolario

storico della lingua italiana. Nel Tommaseo-Bellini troviamo anche voci caratterizzate da un piglio ideologico, nel quale l’autore

esprime in modo esplicito un giudizio politico o una polemica.

Un vocabolario importante è anche il Giorgini-Broglio (1870-1897), che metteva in atto quanto Manzoni aveva detto nella sua

Relazione del 68. Il titolo del vocabolario è “Novo dizionario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze” . fin dal totolo, che

presenta la forma fiorentina monottongata “novo” si capisce l’intento degli autori di questo vocabolario, che ha come modello il

Dizionario francese dell’Accademia. Come questo, non usa citazioni letterarie ma parole e frasi di uso fiornetino. Sono presenti

quindi molti sintagmi e frasi idiomatiche.

In questo periodo vengono redatti anche vocabolari dialettali, in accordo con l’interesse romantico nei confronti della cultura e

della letteratura dialettale.

Gli effetti linguistici dell’unità politica

Al momento dell’Unità d’Italia erano pochissimi coloro in grado di usare l’italiano. Non abbiamo delle statistiche ufficiali, ma solo

degli studi condotti da alcuni studiosi. In primo fu De Mauro. Sappiamo secondo un censimento che, al momento dell’unità d’Italia,

la popolazione alfabeta era circa il 20 %. Ovviamente in questo caso per alfabeti non si intende persone in grado di utilizzare

l’italiano. Per De Mauro, per raggiungere una padronanza accettabile della lingua occorreva almeno la frequenza della scuola

superiore postelementare. A quel tempo solo il 9 per mille della popolazione la frequentava, cioè circa 160 mila individui. A Questi

De Mauro aggiunge i toscani ed i romani che avevano frequentato almeno la scuola elementare, poiché per lui i due dialetti erano

molto vicini all’italiano e quindi sarebbe bastata una educazione elementare per avere un possesso della lingua accettabile. In

questo modo coloro che usano la lingua italiana sono circa 600 mila, cioè il 2,5% della popolazione italiana. Secondo Arrigo

Castellani invece la popolazione in gradi di usare la lingua italiana sarebbe stata circa il 10%, poiché considera non solo i toscani che

hanno frequentato la scuola elementare, ma tutti i toscani e ritiene sufficiente il grado di istruzione elementare per gli abitanti delle

Marche, del Lazio e dell’Umbria. Anche in questo caso comunque la popolazione italofona è veramente esigua. Si cerca di risolvere

questo problema attraverso la scuola, che con l’unità d’Italia diventa, almeno per quanto riguarda quella elementare, d’obbligo.

Nonostante questo per molti anni almeno metà della popolazione evade l’obbligo di frequenza. Inoltre elle scuole non veniva

insegnata una sola teoria, ma più teorie linguistiche. c’erano infatti i puristi, i manzoniani ed i classicisti, come Carducci.

Ma allora, come si arriva all’ unificazione linguistica?

De Mauro individua quattro cause principali:

1) Azione unificante della burocrazia e dell’esercito: con l’unione d’Italia viene introdotta la leva obbligatoria, che porta al

contatto diretto tra persone di diverse regioni e gli ufficiali istruiti, con un effetto notevole per quanto riguarda il

problema della lingua

2) Azione della stampa periodica e quotidiana

3) Emigrazione: con l’emigrazione delle persone analfabete e dialettofone si assiste, in un primo momento, ad un ovvio calo

dell’analfabetismo per quanto riguarda i numeri, non la percentuale. Inoltre le persone che emigravano in cerca di lavoro

dopo alcuni anni tornavano in patria e dopo l’esperienza vissuta iniziavano ad apprezzare il valore dell’istruzione e

dell’alfabetismo

4) Aggregazione attorno ai poli urbani in seguito all’industrializzazione: con l’emigrazione dal Sud verso il nord durante l’

industrializzazione si assiste ad una maggiore integrazione e all’abbandono progressivo dell’uso del dialetto. Tutto questo

però si vede maggiormente nel 1900.

Le teorie di Ascoli

Ascoli è considerato il fondatore della linguistica e della dialettologia italiana. Lui attacca in particolar modo i seguaci di Manzoni,

ritenendo che sia impossibile costruire una lingua italiana a priori, dal nulla.

Nel Proemio del 1873 al Primo fascicolo dell’Archivio Glottologico Italiano attacca al Relazione di Manzoni del 68 e il vocabolario

Giorgini-Broglio . Ascoli ritiene infatti possibile una unificazione linguistica su modello francese o romano. Questo perché in Italia

non esisteva un grande centro culturale, politico e amministrativo. La situazione italiana era infatti molto diversa da quella della

Francia e da quella de’’impero romano. Per Ascoli si doveva quindi seguire l’esempio della Germania, anch’essa policentrica, nella

quale il tedesco era divenuto lingua nazionale in seguito alla diffusione della cultura.

L’unificazione linguistica non doveva essere la conseguenza di un progetto macchinoso, ma di una fitta interazione culturale tra le

diverse aree della Penisola. Inoltre non riteneva giusto imporre il fiorentino d’uso come lingua italiana, in quanto molto differente

dal fiorentino aureo che si era diffuso con le opere di dante, Petrarca e Boccaccio.

Per la prima volta, con Ascoli, si vede il problema della lingua come qualcosa legato al contesto sociale e non isolato.

Il linguaggio giornalistico

Nel 1800 diventa molti interessante il linguaggio giornalistico, soprattutto quello che caratterizza la seconda metà del secolo. Se in

un primo momento infatti il linguaggio rispetta la tradizione letteraria, rimanendo un prodotto d’èlite, nella seconda metà del

secolo, con il progressivo aumento delle tirature, il giornale diventa un fenomeno di massa e cambia anche la lingua. Nei giornali si

alternano ora linguaggi colti a linguaggi popolari e la sintassi si fa breve e dominata dalle frasi nominali. Inoltre all’interno di un

giornale esistevano vari modi di scrivere, a seconda dell’argomento trattato.

Il linguaggio poetico e della prosa

Nel 1800 si fa una grande distinzione tra il linguaggio utilizzato nella poesia e quello invece utilizzato nella prose . La poesia infatti

all’inizio del secolo è legata alla tradizione aulica ed illustre, caratterizzata da un lessico selezionato e nobile, diverso da quello della

quotidianità e da quello della prosa e se alcune parole combaciano, nella poesia si rendono differenti attraverso troncamenti e

sincopi. La distanza tra linguaggio della prosa e della poesia è avvertita proprio come necessità. Difficilmente vengono inserite nove

parole e se si vuole parlare di contenuti realistici, come nel caso della poesia romantica, si adoperano perifrasi. Anche Manzoni, così

innovativo nella prosa, risulta essere molto standardizzato nella poesia, che assume sempre un tono sublime ed alto. Solo nella

seconda metà del secolo vengono introdotti nuovi termini, sempre nell’ambito della poesia romantica.

Anche per quanto riguarda la prosa, dobbiamo fare una differenza tra la prima e la seconda metà del secolo. Nella prima metà del

secolo la prosa è condizionata dai modelli puristi, che imitavano le opere trecentesche e scrivevano alla maniera di Boccaccio, e

classicisti, che invece imitavano le opere Rinascimentali.


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Corso di laurea: Corso di laurea in mediazione linguistica e culturale
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I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alice.betti.54 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università per Stranieri di Siena - Unistrasi o del prof Frosini Giovanna.

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