Riassunti di Storia della lingua italiana. Libro adottato “La linguistica: storia, testi e strumenti” di Marazzini
CAPITOLO 1: L’ITALIANO
L’italiano tra le lingue d’Europa:
L’italiano appartiene alla grande famiglia delle lingue indoeuropee, la prima per quanto riguarda il numero di parlanti. Fanno parte
di questa famiglia, oltre alle lingue parlate in Europa, anche le lingue parlate in alcune regioni dell’Asia meridionale. Inoltre, dopo le
conquiste del ‘500, le lingue indoeuropee sono approdate in America, in Africa ed in Canada. In Europa i 3 gruppi linguistici
indoeuropei maggioritari sono quello delle lingue romanze, quello germanico e quello slavo. Le lingue romanze, italiano,
francese,provenzale, portoghese, spagnolo (castigliano), catalano e rumeno sono figlie del latino e non è difficile notare la loro
comune origine. Ad esempio dal latino “mare” si ha l’italiano mare, il francese mère, lo spagnolo mar, il portoghese mar, il catalano
mar ed il rumeno mare. Le lingue romanze sono parlate da 640 milioni di persone e l’italiano è al 15 posto nella lista delle lingue più
parlate. La sua posizione nella lista non è alta ma questo non condiziona il prestigio ed il fascino di una lingua, che sono dettati dalla
sua storia e dalla sua ricchezza letteraria, piuttosto che dalla forza economica e produttiva della regione in cui viene parlata.
Dove si parla l’italiano:
l’italiano viene parlato in tutta la Repubblica italiana, di cui è la lingua ufficiale, nello Stato del vaticano, nella Repubblica di San
Marino ed in alcuni Cantoni in Svizzera. Ci sono inoltre alcuni italofoni in Slovenia, Croazia, Nizza, Malta, Albania e nel Principato di
Monaco. È inoltre importante considerare, all’interno di questa disquisizione, le comunità di emigranti italiani, che hanno lasciato il
paese dalla metà dell’ ‘800 fino agli anni 60 del 1900, sebbene questi spesso parlassero il dialetto e conoscessero poco ed in modo
superficiale l’italiano.
Alloglotti (allos: altra lignua)d’Italia:
per descrivere dal punto di vista linguistico una nazione, bisogna prendere in considerazione anche le sue minoranze linguistiche.
Nella repubblica italiana sono presenti sia penisole linguistiche di alloglotti, sia isole linguistiche, sebbene alcuni studiosi come il
Toso preferiscano parlare per le prime di continuità transfrontaliera e per le seconde di colonie. la differenza tra penisole ed isole
riguarda il numero di alloglotti. Rappresentano penisole linguistiche, ad esempio, i tedescofoni in Alto Adige o i francofoni della
Valle d’Aosta. (La presenza di alloglotti ha dato luogo ad alcuni problemi sulla tutela delle minoranze linguistiche. Ad oggi queste
sono tutelate dalla legge n. 482 del 1999, mentre prima di questa data le sole minoranze linguistiche riconosciute erano quelle del
francese in Valle d’Aosta,del tedesco nella provincia di Bolzano e dello sloveno nelle province di Gorizia e Trieste). Gli alloglotti
parlano sia lingue romanze che non.
Sono lingue del gruppo romanzo:
il provenzale: parlato in provincia di Torino e Cuneo, nell’alta val di Susa e in alcune zone della Calabria.
Franco-provenzale:parlato in valle d’Aosta, nella media e bassa Val di Susa e nella Valle di Lanzo
Il francese: parlato in valle d’Aosta e riconosciuto come lingua ufficiale, accanto all’italiano
Il ladino:parlato nelle valli alpine dolomitiche. Questo viene insegnato nelle scuole delle Valli Badia, Gardena e Fassa.
Parlate ladine ci sono anche in Svizzera, dove è una lingua nazionale, non ufficiale, accanto al tedesco, al francese e
all’italiano.
Le lingue friulane: lingue ladino-orientali parlate in parte del Friuli e della Carnia
Sardo: anche questo può essere considerato una vera e propria lingua. Ci sono 4 varietà di sardo: gallurese, sassarese,
logudorese e campi danese. Caratteristica del logudorese è il conguaglio delle vocali brevi e lunghe latine in un unico
esito.
Catalano: parlato ad Alghero in seguito alla conquista militare della città da parte di Pietro d’Aragona nel 1354.
I gruppi alloglotti non romanzi in Italia sono tedeschi, greci, albanesi e slavi. La comunità tedescofona è la più numerosa ed occupa
l’Alto Adige, detto Sud Tirolo, dove il tedesco è una lingua ufficiale, come l’italiano. È quindi insegnato a scuola come L1, mentre
l’italiano e L2. Si parlano dialetti tedeschi anche nei 13 Comuni del Veronese e nei 7 Comuni del Vicentino. In Italia vi sono anche
numerose isole albanesi originate dalle migrazioni risalenti al secolo XV (per sfuggire all’avanzata dei Turchi nei balcani). Queste si
trovano tra le province di Campobasso e Foggia, ma sono presenti anche nelle province di Pescara, Taranto, Potenza e anche in
Calabria e Sicilia. Questa migrazione storica non ha nulla a che vedere con la migrazione avvenuta negli ultimi anni del ‘900 e che
ancora è in atto, che rientra nel generale fenomeno di migrazione che vede protagonisti paesi poveri dell’est Europa e paesi del
terzo mondo.
I dialetti d’Italia
L’Italia è la nazione europea più ricca di variazioni linguistiche. infatti per molti secoli l’italiano, fin dal ‘500, uyna lingua letteraria
mentre le lingue parlate erano i dialetti locali. Infatti ancora agli inizi del 1900 la maggior parte della popolazione italiana era
composta da dialettofoni. Tra lingua e dialetto non vi è una differenza lessicale o sintattica, quanto piuttosto geografica e numerica.
Un dialetto è parlato in un’area ristretta, da poche persone e solitamente non ha una letteratura scritta. Una lingua invece viene
parlata da un numero maggiore di persone, ha una sua letteratura e in alcuni casi è simbolo di identità nazionale (anche se non
sempre è così, dal momento che esistono 6.909 lingue differenti). La lingua non è altro che un dialetto, che per motivi storici e
geografici ha prevalso nei confronti degli altri. Per questo gli studiosi affermano che “una lingua è un dialetto con un esercito e una
marina”. In Italia possiamo distinguere 3 aree dialettali, separate da due isoglosse, due linee immaginarie: la linea La Spezia-Rimini,
che separa i dialetti settentrionali da quelli centro-meridionali, e la linea Roma-Ancona, che separa i dialetti centrali da quelli
meridionali.
DIALETTI SETTENTRIONALI, caratteristiche proprie dei dialetti gallo-italici piemontese, lombardo, ligure, emiliano e romagnolo. I
dialetti veneti hanno caratteristiche diverse: non presentano vocali turbate e mantengono sempre la vocale finale, tranne dopo /n/
o /r/.
Sonorizzazione delle occlusive sorde /k/ e /t/in posizione intervocalica /g/ /d/ es: formica->formiga
Il passaggio dell’occlusiva sorda bilabiale /p/ in posizione intervocalica a /v/ capelli->capei
Scempiamento delle consonanti geminate: spalla->spala
Caduta delle vocali finali, eccetto la /a/. es: sale->sal
Contrazione delle sillabe atone. Es: sellaio->slar
Presenza di vocali turbate o “alla francese” (u ed o)
DIALETTI CENTRALI (le caratteristiche di questi dialetti sono passate, per la maggior parte, all’italiano standard)
Sostituzione della prima persona plurale con il costrutto si+terza persona singolare es: si mangia, noi mangiamo
La gorgia: la spirantizzazione delle occlusive sorde in posizione intervocalica
Assimilazione progressiva (a nord della linea Roma-Ancona) es: nd>nn, mb>mm
ROMANESCO (fino al 1500 è stato molto vicino al napoletano. Si è toscanizzato dopo il 1527, con il sacco di Roma e l’insediamento
di papi fiorentini):
Suffissi in –aro es: macellaro
Desinenze –amo, -emo, -imo nella prima p. p. indicativo es: cantamo, vedemo, sentimo
DIALETTI MERIDIONALI:
Sonorizzazione delle consonanti sorde in posizione postnasale es: montone->mondone
Metafonesi delle vocali toniche /e/ ed /o/ per influsso di /i/ ed /u/ finali es: aceto-> acitu
Uso di tenere al posto di avere
Uso del possessivo in posizione enclitica per la prima e la seconda persona singolare es: figliomo, mogliata
Ovviamente questa classificazione è strumentale in quanto non sempre i confini linguistici sono univoci e chiari. Ad esempio oltre a
caratterizzare i dialetti settentrionali, la sonorizzazione delle sorde occlusive in posizione intervocalica si verifica anche in Toscana,
dove la /k/ intervocalica viene spesso trasformata in /g/. inoltre bisogna considerare che i dialetti mutano da luogo a luogo e sono
soggetti a “variazioni d’uso” che rendono ancora più complessi gli studi e le classificazioni. La prima descrizione sistematica e
scientifica dell’ “Italia dialettale” fu data da Ascoli nel 1885. La più completa è invece quella di Pellegrini del 1977, una
rappresentazione cartografica.
Gli italiani regionali:
l’italiano non è parlato in modo uniforme, ma vi sono differenze lessicali, fonetiche, morfologiche e sintattiche dipendenti
dall’influenza esercitata dai dialetti locali. Queste differenze sono dunque il risultato storico dell’incontro tra i dialetti locali e la
lingua italiana e vengono dette “varietà diatopiche dell’italiano” o, per De Mauro, “italiano regionali” o “varietà regionali
dell’italiano”.le varietà principali sono la settentrionali, la toscana, la romana, la meridionale e la sarda. La caratteristica più spiccata
è la pronuncia e l’intonazione, ma anche a livello lessicale per quanto riguarda nomi di cibi, utensili della casa e la botanica. Ad
esempio la presa,che può essere detta anche presina, patta, pattina, chiappo, chiappina, cuscinetto e pugnetta. Non bisogna però
commettere l’errore di vedere l’italiano regionale come qualcosa di chiuso e legato ai confini geografici. Ci sono infatti differenze
anche all’interno della stessa varietà gli abruzzesi dell’Aquila usano l’espressione “fare sega” quando saltano la scuola, mentre a
Pescara e Chieti si usa l’espressione “ fare filone” .
l’italiano popolare:
Nello studiare la storia della lingua italiana si potrebbe essere tentati dall’escludere dal processo della sua evoluzione le masse
popolari. Questo però è un errore perché anche le masse popolai hanno partecipato indirettamente all’evoluzione della lingua,
subendo le conseguenze dei grandi processi di trasformazione sociale. L’interesse per le masse più umili è però nato solo
nell’Ottocento, con lo sviluppo della dialettologi. I semicolti dell’Italia postunitaria utilizzavano un italiano fortemente influenzato
dai dialetti regionali, ma anche dai melodrammi, dagli inni dei partiti, dalle usanze religiose e dai giornali. Questo italiano viene
definito italiano popolare, cioè l’italiano imperfettamente acquisito da chi ha come lingua madre un dialetto. Questo italiano
popolare è stato studiato su documenti scritti. Inizialmente si sono ricercati documenti risalenti a poco prima dell’unità di Italia, per
poi risalire fino al 1500. Petrucci ha infatti scoperto un quaderno dei conti di una pizzicarola di trastevere che dimostra che nel XVI
secolo vi fossero più occasioni per imparare a leggere e scrivere di quante immaginavamo e dimostra anche come i semicolti, la
massa povera, abbia influenzato l’italiano.
L’italiano standard:
l’italiano standard, normato,è la lingua insegnata nelle scuole e descritta nelle grammatiche. È soprattutto diffuso a livello scritto,
nei giornali, nella saggistica e nella letteratura. A livello orale è invece poco diffusa una pronuncia standard, priva di tratti di
atopicamente e diastraticamente marcati. Bisogna però considerare che anche all’interno dell’italiano standard si infilano elementi
informali, regionali,elementi di sub standard utilizzati anche dai parlanti colti. Sabatini ha quindi elaborato una nuova categoria,
dell’italiano dell’uso medio, comprendente fenomeni grammaticali colloquiali ricorrenti nell’italiano parlato anche da persone
colte in situazioni comunicative di media formalità. (alcuni studiosi parlano di italiano neostandard). L’italiano standard
rappresenta quindi qualcosa di astratto e ufficiale, mentre l’italiano usato sarebbe quello neostandard. Sono tratti caratteristici
dell’italiano neostandard:
Uso di lui, lei e loro come soggetto
Gli con valore di le,loro
Costrutti preposizionali con partitivo (es: con degli amici)
Uso dell’imperfetto al posto del congiuntivo nei periodi ipotetici di irrealtà (se lo sapevo, venivo)
Il toscano è la parlata regionale che più si avvicina all’italiano letterario, in quanto la lingua letteraria deriva dal toscano
trecentesco. Non per questo però italiano standard e fiorentino si identificano. Alcuni tratti in comune sono:
Anafonesi: la /e/ tonica si trasforma in /i/ davanti a gn,gli,ng fameglia->faniglia
La dittongazione di E ed O del latino in sillaba libera
Il passaggio da /e/ atona protonica ad /i/ es: nepote->nipote
Il passaggio da –ar ad –er nel futuro della prima coniugazione amarò->amerò
Assenza di metafonesi
Tratti che distinguono il fiorentino dall’italiano standard:
Gorgia
Monottongazione di uo es: buono->bono
Qualche esempio di testi dialettali:
Gioacchino Belli (1791-1863) è considerato, insieme a Carlo Porta, il maggior poeta dialettale della letteratura italiana
dell’Ottocento. Nel suo sonetto numero 617 Belli scherza sulle lingue del mondo e pretende, in modo ironico, la superiorità del
romanesco, basando la sua tesi sulla grande varietà di termini che esistono per indicare il cesso.
Sempre ho ssentito a ddí cche li paesi
hanno oggnuno una lingua indifferente,
che dda sciuchi l’impareno a l’ammente,
e la parleno poi per èsse intesi.
Sta lingua che ddich’io l’hanno uguarmente
Turchi, Spaggnoli, Moscoviti, Ingresi,
Burrini, Ricciaroli, Marinesi,
e Ffrascatani, e ttutte l’antre ggente.
Ma nnun c’è llingua come la romana
pe ddí una cosa co ttanto divario,
che ppare un magazzino de dogana.
Per essempio noi dimo ar cacatore,
commido, stanziolino, nescessario,
logo, ggesso, ladrina e mmonziggnore.
Traduzione: ho sempre sentito che nei paesi hanno ciascuno una lingua diversa, che fin da piccoli l’imparano a memoria, e la
parlano poi per essere intesi. Questa lingua che dico l’hanno ugualmente Turchi, Spagnoli, Mosocviti, Inglesi, Burini, abitanti di
Ariccia, del Castello di Marino, di Frascati, e tutte le altre genti. Ma non c’è lingua come quella romana per dure una cosa in modo
variato, tanto che pare un magazzino della dogana. Ad esempio,noi diciamo al gabinetto: commido, stanzolino, necessario, luogo,
cesso, latrina e monsignore.
Caratteristiche del romanesco presenti nel sonetto:
monziggnore
Affricazione di /s/ dopo n,r,l
Pronuncia della /c/ palatale intervocalica come una fricativa palatale dda sciuchi
Terza persona plurale in –eno
Rotacismo: trasformazione delle /l/ in /r/ ugualmente
Raddoppiamenti fono sintattici presenti nella grafia: ho ssentito
Troncamento dell’infinito ddì, esse
La principessa di Carini:
C'era na principessa di Carini
ièra affacciata nna lu so barcuni C'era una principessa di Carini
viri veniri na cavalleria era affacciata al suo balcone
Chisto è me patri chi bèni pi mìa vede venire dei cavalieri
o caru patri chi biniti a fari? Questo è mio padre che viene per me
O cara figghia p'ammazzari a tìa o caro padre cosa sei venuto a fare?
O caru patri un m'ammazzaru ora O cara figlia per ucciderti
quantu va chiamu a lu me confissuri O caro padre non uccidermi ora
'Nta tantu tempu un t'ai confissatu che io vado a chiamare il mio confessore
ora ti vinni sta confissiuni Da tanto tempo non ti sei confessata
Tira cumpagnu mia nun la sgarrari ora ti è venuta questa confessione
pìchila nna lu centru di lu cori Tira compagno mio non la sbagliare
Lu primo corpu la donna carìu colpiscila in mezzo al cuore
secunnu corpu la donna murìu Al primo colpo la donna cadde
Curriti tutti monaci e parrini al secondo la donna morì
ora ch'i morta la vostra signura Correte tutti, monaci e preti
li vermi si la macinu la ula ora che è morta la vostra signora
unni c'è mìsa la bella ulera i vermi le mangiano la gola
e idda si scantava a dormiri sula la dove poggiava quella bella collana
ora cu l'autri morti accompagnata aveva paura a dormire sola
ora agli altri morti è accompagnata
è una canzone siciliana molto celebre che racconta dell’uccisione di una ragazza da parte del padre, in seguito alla scoperta della
presenza di un amante. Successivamente l’amante ottiene la possibilità di andare a vedere l’amata defunta nell’inferno. Sono
presenti alcune caratteristiche del dialetto siciliano:
Vocalismo tonico di 5 vocali
Vocalismo atono di sole 3 vocali: a,i,u
Possessivo “so” al posto di suo
Chisto al posto del dimostrativo questo
Assimilazione di –nd- in secunno (secondo)
Abbreviazione di “non” in “un”
Qualche esempio di testi in italiano popolare:
il libro dei conti di maddalena, che possedeva una bottega di pizzicheria in Transtevere è un’importante fonte, poiché vi scrissero
ben 102 persone tra il 1523 ed il 1537.
Annotazione del sansale Tommaso: “ io Tommaso sansale di Ripa io sonno contento ed satisfacto de uno barile di vino francoso a
iulii tredici el barile; et el vostro Tomaso ve se raccomanna”. Da notare è la ripresa ridondante del soggetto, l’articolo “el” e la
formula finale, che assomiglia molto alla fine di una lettera e ricorda la scrittura burocratica o epistolare, sebbene presenti il
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