La Guerra dei Sette anni e la conseguente filosofia tedesca
Nel 1763 finisce la Guerra dei Sette anni e la Francia perde tutti i territori del Nord America e dell’India a favore della Gran Bretagna. Fu una guerra combattuta per lo più sul suolo tedesco, confermando la Prussia come una delle maggiori potenze europee. Ancora la Germania come la intendiamo oggi non esisteva: dal trattato di Vestfalia del 1648 era suddivisa in una serie di principati tenuti insieme soltanto dalla vecchia idea parte del Sacro Romano Impero, un’istituzione ormai al tramonto.
Non c’era neppure un’identità culturale comune in quanto la religione era decisa in modo arbitrario dal principe. L’unica cosa in comune poteva essere la lingua, ma anche in quel caso ogni zona aveva il proprio dialetto e non si riconosceva con i vicini. Eppure nel 1781 tutto il mondo conobbe la cosiddetta filosofia tedesca dove questo termine stava ad indicare profondità di ragionamento o semplicemente oscurità o ancora serviva a tacciare l’autore di una profondità pretestuosa. Al di là del nome e del suo significato, la filosofia tedesca si interroga su questioni essenziali ancora oggi ed è per questo una parte essenziale della filosofia moderna.
Filosofia tedesca e Germania
Nel 1810, soprattutto per l’intervento di Madame de Stael, si diffuse in Europa un’immagine della Germania come terra apolitica dove i cittadini, smaniosi di sfuggire dai problemi del proprio paese, si ritiravano in una vita di poesia e filosofia. Una lettura del genere però era superficiale e fuorviante: i tedeschi stavano affrontando una transizione lacerante verso la società moderna e, per capire al meglio la filosofia tedesca dell’epoca, dobbiamo osservare e studiare a fondo cosa accadeva nella Germania.
Alla metà del XVIII secolo la Germania stava conoscendo un notevole incremento demografico e anche l’economia iniziava a sentire le spinte positive provenienti dal resto d’Europa. La politica e la realtà sociale ancora instabili in alcune aree del territorio erano devastanti. I sovrani locali esigevano molto denaro; volevano mantenere uno standard di vita simile a quello della corte francese e, per sostenere le spese, aumentarono le tasse e incentivarono la crescita economica.
A questo si aggiunse l’esigenza di avere una burocrazia più efficiente e per tale motivo ogni principe guardava con interesse alle università affinché formassero clerici e amministratori idonei. Le esigenze di un personale più competente e di un’economia sviluppata gettarono le basi affinché il pensiero illuminista potesse prendere piede in Germania. I principi si persuasero del fatto che solo grazie a idee più moderne avrebbero potuto ottenere un governo assoluto e un adeguato apparato di corte.
Si sviluppò così un paradosso: le idee liberali illuministe confermarono e intensificarono lo sprezzo per la legalità dei governanti. A questo progresso illuminista però non fece seguito l’economia che non riusciva a far fronte al nuovo incremento demografico.
Molti giovani universitari e seminaristi non trovavano posto in un sistema clientelare gestito dall’alto in cui qualsiasi occupazione intellettuale era un impiego statale. E coloro che riuscivano ad ottenere un impiego diffusero i principi con cui erano stati educati (di unità, di ordine e razionalità) nel settore amministrativo, arrivando a scontrarsi sempre più con l’arbitrio del potere dei principi.
Società e cultura tedesca nel XVIII secolo
L’unica possibilità di scampo alla situazione soffocante di conformismo sociale che si respirava era l’emigrazione nel Nuovo Mondo o in altre parti d’Europa. La famiglia infatti era l’unico baluardo che fino a quel momento aveva permesso una protezione dai pericoli della società, ma ormai era divenuta anch’essa soffocante.
Il periodo che andava dalla metà alla fine del XVIII secolo fu pieno di contraddizioni: se da una parte una società frammentaria, piena di pericoli e con un alto tasso di mortalità esigeva uno spiccato conformismo, dall’altra per la burocrazia spirava un’aria di novità che difficilmente trovava riscontro nella realtà.
Le antiche usanze collassarono nel momento in cui proprio sembravano più salde. La fiorente classe degli amministratori iniziò a ritrovarsi presso circoli di lettura. La letteratura di viaggio divenne un vero e proprio culto. Basti pensare che nelle aree germanofone la pubblicazione di libri aumentò più rapidamente che in qualsiasi altro luogo.
I circoli di lettura non propugnavano una cultura di corte e neppure una cultura popolare: rappresentavano gli ideali di un gruppo sociale in ascesa che si concepiva come colto, istruito e autonomo. La parola che può riassumere i loro ideali è Bildung, ovvero un certo modo raffinato, educato e colto di rapportarsi alle cose. Per acquisire tale caratteristica non bastava essere persone istruite ed educate, ma si richiedeva di voler essere e rendersi autonomamente persone colte, donne o uomini che fossero.
Bildung e Pietismo
L’ideale della Bildung si legò anche ad altre tendenze, come quella della religione del sentimento. L’assetto della Germania, suddivisa in principati nei quali il principe aveva autorità assoluta sulla professione di religione, spinse molti cristiani a ricercare nell’interiorità del cuore la vera cristianità (S. Agostino). Questo movimento prese il nome di Pietismo e incoraggiava i propri seguaci a compiere autoriflessione, a tenere diari, a discutere la propria esperienza di fede con gli altri.
Si ricercava la perfezione di Dio nel mondo (dal filosofo Leibniz del secolo precedente: dato che Dio è perfetto, questo mondo deve essere il migliore dei mondi possibili), cioè si rifletteva sull’amore divino per il mondo concependo le imperfezioni come passibili di redenzione nel tempo presente. Il dovere di un cristiano era quindi quello di riformare il mondo alla luce dell’amore di Dio e per farlo si doveva distogliere lo sguardo dall’ortodossia e concentrarsi sulla verità presente nei cuori.
L’illuminismo con la sua enfasi mondana sulla compassione e l’empatia si sposò bene con questa linea di pensiero.
Evoluzioni del pensiero tedesco
I giovani tedeschi tentavano di interpretare il mondo e, nel farlo, si resero conto che le istituzioni e le tradizioni erano di ben poco aiuto. Ormai non era più sufficiente garantirne di per sé l’autorità, erano richieste prove ulteriori. Poi il conforto e la protezione forniti ai propri avi dalle famiglie e dai luoghi di origine per decenni si erano trasformati in un semplice immediato. Vivevano una situazione di dualità: da un lato la consapevolezza di quello che ci si aspettava da loro, dall’altro la certezza di non essere del tutto determinati in quel percorso socialmente predefinito.
Per questo motivo si diffuse il pensiero di Rousseau, il quale proclamava la corruzione da parte della civiltà e l’idea che si potesse riscoprire la propria identità coltivando una sensibilità autentica, distaccata dai vincoli imposti nella società. Il culto della sensibilità fornì la forza per ritagliarsi uno spazio della vita nel quale avere una relazione diretta con sé stesso e con gli altri. Sembrava un modo per consolarsi, o addirittura per riconciliarsi. Questo pensiero però venne sradicato nel 1774 all’uscita dei Dolori del giovane Werther di Goethe. L’autore era riuscito ad esprimere perfettamente i sentimenti dell’epoca e a portarli alle estreme conseguenze; il suicidio infatti per Werther era l’unica conclusione logica possibile al suo estraniamento interiore rispetto alla società.
Con questo libro si arrivò alla creazione di una coscienza duplice nei lettori, o almeno alla consapevolezza di ciò. Tutti si riconoscevano in quel personaggio, ma proprio per questo motivo ne prendevano le distanze, evitando di finire nello stesso modo. Werther portava alla luce l’autodistruttività della moda del sentimento, facendo sì che ci si potesse allontanare da essa.
Da quel successo però non arrivò alcuna soluzione: la disillusione non portò a nessun altro modello da seguire. Neppure Goethe scrisse per molto tempo qualcosa altrettanto forte e simbolico.
L'influenza di Kant
Le cose cambiarono nel 1781 a Koninsberg, lontano avamposto prussiano dove gli inglesi avevano un insediamento perché impegnati nel commercio di legname. Lì l’illuminismo scozzese si mescolò gradualmente al pensiero tedesco fino ad arrivare a Kant.
La Critica della ragion pura di Kant ha lo scopo di liberare l’uomo moderno dalle tradizioni e spingerlo a dipendere soltanto da se stesso e dalla propria capacità di autocritica. Tramite l’atteggiamento critico Kant vuole combattere il dogmatismo, rappresentato come la fanciullezza della ragione. Al dogmatismo si può sostituire, con una maturazione della ragione, lo scetticismo il quale però non rappresenta ancora l’età adulta della ragione.
- Se guardiamo alla forma possono essere analitici (“I triangoli hanno tre lati”) oppure sintetici (“Il cappello di Kant era nero”).
- Se guardiamo alla giustificazione, possiamo notare che esistono giudizi a posteriori (giustificati dall’esperienza) e giudizi a priori (giustificati senza l’uso dell’esperienza).
I giudizi analitici possono essere a priori, ma non a posteriori, mentre i giudizi sintetici possono essere sia a posteriori (più ovvio) sia a priori. Questi ultimi riguardano i giudizi della matematica e della geometria. Es: “7+5=12”. I giudizi sintetici a priori non sono espressi grazie all’esperienza bensì grazie alla struttura mentale.
Nella nostra mente ci sono due facoltà ben distinte (intuizioni e concetti) la cui unione determina la struttura della nostra esperienza. Di un oggetto possiamo prendere coscienza:
- Come una cosa individuale, tramite quindi le intuizioni in una relazione immediata.
- Come una cosa dalle qualità generali, attraverso perciò i concetti in quella che è una relazione mediata.
Grazie alla combinazione delle due relazioni (immediata e mediata) otteniamo un giudizio, cioè una rappresentazione della rappresentazione dell’oggetto. Le intuizioni e i concetti infatti possono essere anche detti rispettivamente rappresentazioni intuitive e rappresentazioni concettuali. Il giudizio allora potrà essere anche definito come una sintesi di rappresentazioni.
Gli infiniti matematici e geometrici possono essere rappresentati dalle intuizioni e dai concetti? No, noi ne abbiamo soltanto una certezza a livello intuitivo, la quale ci permette di operare nello spazio e nel tempo. La nostra certezza dipende infatti da un’intuizione pura, cioè un’intuizione al di là dell’esperienza e completamente mentale. Spazio e tempo sono ideali, non prodotti della nostra esperienza.
Deduzione trascendentale
La Deduzione trascendentale parte da una domanda: qual è la relazione delle rappresentazioni con l’oggetto da esse rappresentato?
Le intuizioni da sole, essendo una facoltà passiva, ci forniscono un’esperienza indeterminata. Per essere consapevoli di una molteplicità dobbiamo invece mettere gli elementi in successione tra loro grazie a una facoltà attiva che compie l’unificazione dentro l’esperienza stessa. Tale facoltà è regolata dall’io penso: l’io deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni. Ogni rappresentazione deve necessariamente avere un contenuto cognitivo, cioè deve essere esperita, altrimenti non esisterebbe.
Noi siamo consapevoli di conoscere qualcosa, un oggetto nella sua rappresentazione attraverso l’appercezione, che altro non è che l’autocoscienza. Qual è la natura dell’appercezione? È un’unità sintetica: un soggetto pensante complesso (io) è in relazione con l’unità sintetica della molteplicità dell’esperienza. L’io possiede un’unità dell’autocoscienza; è infatti assolutamente necessario che le diverse esperienze siano ascritte al medesimo soggetto pensante. In parole povere io stesso devo essere in grado di comprendere me stesso come il medesimo soggetto che pensa una serie di esperienze temporalmente estese.
È la stessa necessità che accompagna il contenuto cognitivo delle rappresentazioni. Ma come può una rappresentazione accompagnare qualcosa? Come abbiamo visto il giudizio è l’unione di due generi di rappresentazione dove i concetti non sono astrazioni di intuizioni, ma regole per operare sintesi. Per stabilire la necessità di queste regole bisogna guardare al modo in cui le intuizioni sensibili devono essere unificate.
I concetti base che operano l’unificazione delle intuizioni sono le categorie, concetti necessari di ogni esperienza possibile. Grazie alle categorie infatti possiamo concepire le nostre intuizioni come rappresentazioni di un oggetto. Le intuizioni da sole non sanno cosa rappresentano, vengono rese intuizioni di un oggetto unificandole in accordo con le regole del giudizio. L’appercezione delle mie esperienze in quanto rappresentazioni, cioè la consapevolezza di essere di fronte a un’unione di rappresentazioni, è regolata da certi modi fondamentali, ovvero il numero di forme possibili in cui può essere espresso un giudizio. Questo numero corrisponderà poi anche al numero di categorie possibili.
Conclusioni sul pensiero di Kant
Facciamo il punto: la mente non è un’entità passiva. Nel momento in cui ci relazioniamo con gli oggetti assumiamo sempre una posizione attiva. Siamo noi che formuliamo rappresentazioni; nella natura le cose sono e basta. Le rappresentazioni sono il risultato delle intuizioni sensibili e delle forme concettuali, le quali sono vuote finché non si uniscono alle intuizioni. In sostanza possiamo dire che le rappresentazioni sono considerazioni attive di elementi esperienziali governate da regole.
Il giudizio è governato da regole universali valide per tutti. Il contenuto stesso del pensiero è retto da regole che governano la sintesi stessa del giudicare. Gli oggetti di cui facciamo esperienza devono essere necessariamente all’interno dello spazio e del tempo. Siamo consapevoli dell’esperienza che facciamo grazie alla consapevolezza della presenza di un mondo che esiste al di fuori di noi.
La mente è composta da intuizioni, cioè da modi in cui il mondo ci colpisce tramite i sensi, e concetti, generati spontaneamente da una facoltà attiva. I concetti base sono detti anche categorie. Quando entrambe queste due facoltà partecipano all'attività mentale abbiamo una coscienza. La coscienza è composta da una facoltà ricettiva, una attiva e spontanea in quello che viene anche chiamato unità appercettiva. Le rappresentazioni di entità non sensibili che non servono all’esperienza (Dio, l’anima…) non è necessario studiarle.
L’immaginazione ha il compito di unire i concetti e le intuizioni in una corrispondenza reciproca. Gli stimoli sensibili possono diventare rappresentazioni, cioè ottenere un contenuto cognitivo e un significato, quando vengono astratti e acquistano forma concettuale. Prima, anche se sono nella forma spazio-temporale, non sono rappresentazioni. L’immaginazione è una facoltà spontanea che provvede alla norma e alle condizioni di applicazioni della norma stessa. Una forma logica del giudizio diviene categoria nel momento in cui viene resa in forma temporale e le viene applicata la norma del concetto. Lo schema è quell’insieme di regole che specifica come costruire un concetto o un giudizio.
La metafisica trascendentale afferma l’esistenza del principio di causalità che, nonostante sia un concetto impossibile da sperimentare nell’esperienza (non ne vediamo la forza, ma ne avvertiamo solo gli effetti), è una condizione di possibilità essenziale della nostra esperienza generale.
La cosa in sé non può essere conosciuta. Qualunque nostra conoscenza metafisica è limitata alle categorie che sono condizione di possibilità dell’esperienza. È necessario che l’esperienza umana però venga generata dalla spontaneità, che è universale autocoscienza universale. Noi possiamo conoscere solo il mondo fenomenico, in contrasto col mondo noumenico. Cercare di conoscere quest’ultimo ci porta soltanto a illusioni trascendentali. La nostra ragione però non si accontenta del mondo fenomenico, è consapevole che non ha la capacità di indagare le premesse del giudizio ma va alla ricerca dell’intero, delle idee. Quest’ultime infatti raccolgono e ordinano le riflessioni sulla percezione fatte dal soggetto. Le idee forniscono una rappresentazione dell’ordine della natura, mentre i concetti a priori dell’intelletto ci restituiscono l’oggettività della natura. Le idee però non devono essere usate come rappresentazioni esatte del mondo inteso come tutto (noumenico), altrimenti si trasformano in antinomie.
La libertà pratica
La libertà è una necessità pratica che deve essere riconosciuta nell’essere umano. Se è vero che in quanto esseri calati nel mondo e dotati di corpo siamo sottoposti rigorosamente alle leggi della natura, è anche vero che siamo liberi perché ci concepiamo spontaneamente come esseri agenti. L’esperienza umana infatti risulta dall’unione dell’attività spontanea della mente con le sue facoltà intuitive o passive.
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