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Hegel e le incertezze del senso

Introduzione

Alla coscienza stessa, alla filosofia, spetta il compito di mettere ordine nel caos di immagini sensibili non ancora ricondotte al discorso e al suo universale. Attraverso il logos lo spirito può e deve gettare luce su queste tenebre, sconfiggere il timore di tale oscurità e infine dominare le rappresentazioni, riconoscendolo come proprie: è il compito della dialettica nel suo porsi alternativamente e contemporaneamente pro o contra la coscienza, nel compiersi della sua vita ma affrontando la morte dei suoi momenti.

L'elemento oscuro e inconsapevole, la rappresentazione, non ancora addomesticata dalla coscienza, costituisce nella Fenomenologia una sorta di costante residuo estetico che riaffiora in tutta la sua irriducibilità ogni qualvolta torni a profilarsi l'istanza dell'immediatezza e la sua resistenza a lasciarsi neutralizzare dalla dialettica.

L'incertezza sensibile

Secondo il disegno fenomenologico, dalla sensibilità non ci si può attendere alcun fondamento per il sapere. E l’argomento hegeliano va oltre rispetto alla polemica scolastica contro l’empirismo e allo stesso atteggiamento trascendentale della kantiana “Critica della ragion pura”.

Il sapere, per come è inizialmente, allo stadio della certezza sensibile, è spirito immediato, non è ancora davvero spirito, perché tale sarà solo dopo il travaglio dialettico nel suo sviluppo (che comincia a partire dalla “percezione”) verso la consapevolezza di sé. Dunque la verità della certezza sensibile è dunque la sua incertezza.

Noi dunque dobbiamo tenere un atteggiamento di registrazione, immediato; non dobbiamo alterare nulla e dobbiamo distinguere questo accogliere dall’atto del comprendere concettuale.

Non siamo ancora entrati propriamente nella Fenomenologia, se questa va intesa come scienza dell’esperienza; infatti nel puro atto intenzionale dell’avere in mente (MEYNEN) la coscienza di per sé non è ancora in grado di dare origine al movimento logico-dialettico che le permette di negare in modo determinato.

La certezza sensibile non è in grado di uscire dall’indicibilità del mero dato, dal logos del questo. Per superare lo stallo della falsa certezza del senso bisogna passare dalla registrazione passiva a un atto. Ma, ci si trova qui di fronte al primo paradosso: come può il racconto della coscienza partire da un punto che non può essere né narrativo e neanche trattato narrativamente (essendo cioè muta e incapace di esteriorizzarsi)?

Si tratta dunque di verificare se e come la certezza sensibile possa avere a che fare in qualche misura col linguaggio. In assenza del linguaggio risulta difficile pensare anche l’immediatezza del dato, quindi se non postuliamo una certa dicibilità per il senso è un problema passare alla figura successiva.

Una risposta è la deissi, l’indicazione; qui, il questo, adesso sono tutte espressioni deittiche, indicali, tramite le quali si ritiene che il senso possa riferire immediatamente circa la realtà esterna, senza farsi linguaggio. In realtà, Hegel vuole mostrare che l’immediatezza della deissi è apparente: la Fenomenologia intende appunto smascherarla. (come risulta dall’esperimento del mettere per iscritto una verità: quando alla domanda che cos’è l’adesso? risp che è la notte mettendolo per iscritto, ma quando è mezzogiorno noi guardiamo alla verità ne concludiamo dicendo che la verità, che è appunto quella della deissi, è divenuta stantia, fuori dal suo adesso).

Il metodo di esposizione della certezza sensibile

Nel primo capitolo è in questione il metodo di esposizione della certezza sensibile: è da capire se Heidegger descrive una sorta di struttura permanente della coscienza, quella a cui qualcosa si dà, il lato della coscienza alla quale si danno le cose primariamente, una sorta di puro stare a vedere. Ma se si prende per buona questa prospettiva del puro stare a vedere che la coscienza fenomenologica è, sorgono due domande:

  • Che legittimità può avere questa sorta di operatore formale (Cramer) che agisce a tutti i livelli del cammino della coscienza verso la consapevolezza di sé?
  • Come può questa struttura arrestarsi, al livello del sapere assoluto, e non avere più nulla che gli si offre (considerato che la dialettica pare costituita dal riproporsi inesausto dell’opposizione soggetto/oggetto)? Problema del cominciamento e della conclusione.

Rimane problematico individuare l’origine della traccia di questa struttura minimale di cui è dotata dialetticamente la coscienza. Il senso dell’atto di registrazione al quale Hegel accenna in apertura sembrerebbe l’inizio di un argomento per absurdum, una sorta di tentativo di esposizione non dimostrativa, basata sulle contraddizioni in cui si imbatte chi voglia negare la struttura della coscienza. L’onere della prova spetterebbe dunque a colui che volesse sostenere l’esistenza di una coscienza non interessata dal movimento per cui questa differenzia da sé i propri contenuti per poi rapportarvisi nella forma del sapere.

All’inizio del primo capitolo Hegel insiste sulla nozione di immediatezza, che compare in relazione al (1) sapere immediato di (2) ciò che è immediato; sapere che a sua volta è (3) colto in modo immediato.

L’atto del fare segno, la deissi, atto che esprime un rapporto diretto e privo di mediazione con il mondo, atto di occorrenza/riferimento, di natura già universale e linguistica viene spiegato da Hegel in tre momenti:

  • Nel primo atteggiamento, il “questo” viene disarticolato nel “qui” e “adesso”, con la determinazione del loro negativo, con l’esibizione della loro referenza indeterminata, dipendente di volta in volta dalle condizioni spazio-temporali dell’enunciazione. Così che la semplicità è per negazione “né questo né quello, cioè un non questo”. Il questo di per sé è vuoto e non può essere riempito di contenuti diversi.
  • Nella seconda e antitetica prospettiva, il “questo” è inteso come un “Io universale”, un “Io generale”. La coscienza scopre che, nell’attribuirsi il pronome di prima persona singolare, sta parlando di fatto di un noi generale, plurale.
  • Analizzando l’atto con cui si istituisce la relazione immediata fra i due termini, il gesto, cioè il rapporto ostensivo tra indicante e indicato, rivela di includere dentro di sé una molteplicità di momenti in cui descrive dialetticamente la stessa mediazione, dal questo al questo negativo. L’indicare, con il ritorno alla prima verità, non è sapere immediato ma un movimento che va dal “qui” mentalmente inteso, attraverso molti “qui”, al “qui” universale. Così nasce la cosa, unità di proprietà diverse e negazione della loro separazione.

Il dialogo nella certezza sensibile

Wieland ha identificato nella prima figura fenomenologica due individui all’opera in un particolarissimo dialogo: da una parte certezza sensibile in senso stretto, dall’altra il noi (WIR). Ci troviamo di fronte a un confronto tra la figura dell’interlocutore ridotto al silenzio e quella di un soggetto plurale, in qualche modo comunitario. All’istanza del Wir spetta il compito di formulare socraticamente domande alle quali l’interlocutore - la certezza sensibile - cercherà di rispondere.

La certezza sensibile, vestendo i panni della pura Meynung, sembra capire le domande senza tuttavia essere in grado di articolare linguisticamente le sue risposte e limitandosi così a fare segno, a indicare (“questo”).

Nel procedimento della certezza sensibile la cosa più importante è dunque che il suo punto di vista (cioè il punto di vista dell’io narrato, nel grado germinale della coscienza) fa concreta esperienza del dialogo con il noi riflessivo. Solo attraverso un’esperienza del genere la certezza sensibile potrà smuovere la staticità dei propri presupposti ed entrare spontaneamente, a sua volta, nel movimento dialettico della coscienza. In questo senso la Fenomenologia potrà per Wieland essere platonica, pur rimanendo nel quadro della filosofia post-cartesiana:

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/04 Estetica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher dalilagiuliana di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell' Estetica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Garelli Gianluca.
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