Da Galilei a Mach
Si individua la nascita della scienza occidentale quando Galileo Galilei polemizza con Aristotele, contrapponendogli l'originalità e la "concretezza" del nuovo metodo sperimentale, il quale è fondato solo su ciò che è osservabile e misurabile. Segna quindi il superamento definitivo di ogni riferimento metafisico nella conoscenza della natura. Tutto questo è storicamente corretto, ma incompleto.
La scienza galileiana e il meta fisico
Di fatto, la scienza galileiana non comporta, come forse vorrebbe, il passaggio dal metafisico all'empirico. Questo perché, al di là delle cose fisiche che la scienza osserva, ci sono i numeri con cui la scienza pretende di misurare, forme attraverso cui pretende di catalogare; numeri e forme geometriche non esistono in natura. Ne consegue che, pur proponendosi come scienza sperimentale, resta una scienza metafisica sul fondamento della matematica e della geometria euclidea.
L'obiettivo della scienza galileiana è scoprire una corrispondenza perfetta tra la realtà che lo scienziato osserva e l'idea, il numero, la forma, quindi che ci sia corrispondenza tra la forma matematica e la struttura del reale. Questo, che è l'obiettivo della scienza classica, si afferma con la nascita stessa della scienza classica come postulato, cioè qualcosa che non puoi dimostrare ma devi accettare così com'è.
Il contributo di Cartesio, Keplero e Galilei
Si può postulare la coincidenza tra la forma matematica e la struttura del reale, ma solo a patto che si consideri la realtà dal punto di vista esclusivamente quantitativo, cioè se si considera solo la parte misurabile della realtà (riduzione del misurabile in quantità numerabili). Cartesio, Keplero e Galilei hanno operato espressamente questa riduzione, facendo della matematica il metro con il quale Dio ha creato tutto. Secondo Cartesio solo ciò che è quantificabile è materia e non è vero ciò che non può essere dimostrato. Keplero ha ribadito in maniera chiara ciò che ha detto Cartesio, cioè ogni forma geometrica è perfetta proprio come è perfetto Dio.
Quello che ha aggiunto Galilei è diventato emblematico, secondo lui: la filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto davanti agli occhi, ma non possiamo capirlo se prima non impariamo il linguaggio con cui è stato scritto, cioè quello matematico. Che il linguaggio matematico consenta una conoscenza del mondo qualitativamente perfetta è dimostrato dalle ulteriori convinzioni espresse da Galilei: secondo lui, quantitativamente parlando la nostra capacità di comprendere è quasi nulla se confrontata con quella di Dio, dal punto di vista qualitativo invece noi, grazie alla matematica "comprendiamo" come Dio.
Meccanicismo e determinismo nella scienza classica
Gli scienziati classici hanno attuato due manomissioni della realtà:
- Hanno ridotto la molteplicità del reale nelle sue parti misurabili.
- Riduzione delle quattro cause aristoteliche alla sola causa efficiente.
Questa riduzione era l'atto di nascita del meccanicismo e del determinismo. Heisenberg ha descritto il processo che ha portato a tale atto di nascita e ne ha messo in rilievo le conseguenze. Nella scolastica si parlava, riferendosi ad Aristotele, di quattro cause: causa formalis, l'essenza di una cosa; causa materialis, la materia di cui una cosa è composta; causa finalis, lo scopo per cui una cosa è stata creata; causa efficiente. Solo quest'ultima corrisponde all'incirca a ciò che oggi intendiamo con la parola causa.
Lo scienziato classico si chiede perché bisogna considerare la materia, secondo lui non c'è bisogno di guardare a tutte queste cause aleatorie, l'unica cosa di cui si è certi è la causa efficiente. Quindi la riduzione delle quattro cause aristoteliche fa sì che tutta la realtà venga considerata come un meccanismo; tutto nella realtà secondo la scienza classica funziona secondo il meccanismo di causa-effetto, ad una causa sempre uguale corrisponde un effetto sempre uguale, ed è questa ripetibilità che interessa alla scienza classica.
Ne deriva che il riduzionismo non è l'unica caratteristica della scienza classica, ma vi è anche il meccanicismo e il connesso determinismo: il principio di casualità si restringe fino a diventare sinonimo di aspettativa, ciò significa che gli eventi naturali sono determinati e che una conoscenza esatta di una parte della natura è sufficiente per prevedere il futuro. Lo scienziato classico sa che alla medesima causa corrisponde sempre il medesimo effetto, dunque basta conoscere tutte le cause per prevenire tutti gli effetti; ma ciò è vero solo per la scienza classica.
L'evoluzione del pensiero scientifico
Nel 1807 la scienza classica subisce una scossa da parte di Fourier e crolla il mito della reversibilità, non si può più risalire dall'effetto alla causa, dunque alla scienza classica sfugge il controllo della realtà. La scienza galileiana fu vittima della metafisica da cui cercava di liberarsi.
In questa visione della scienza classica c'è un atto finale, il momento in cui Newton ha scoperto la legge di gravitazione universale, la quale ha ricondotto le singole parti a un Tutto organicamente unitario. La scienza classica per avere questa presa sulla realtà, per perseguire il suo determinismo, il suo meccanicismo e il suo riduzionismo, doveva adottare un metodo specifico; perché se c'è una verità oggettiva valida per tutti e definitiva allora c'è anche un metodo basato sulla chiarezza, distinzione e completezza delle singole tappe.
Per scoprire la verità oggettiva, che è o scientifica o religiosa, bisogna prendere la via delle scienze: la geometria, l'aritmetica, la metafisica e la logica.
Il contributo di Cartesio e Vico
Con l'immagine dell'albero della conoscenza Cartesio ha fornito la scienza classica del suo paradigma di conoscenza: "tutta la filosofia è come un albero di cui le radici sono la metafisica, il tronco è la fisica, e i rami sono tutte le altre scienze, che si riducono a tre principali, cioè la medicina, la meccanica e la morale". Secondo Cartesio bastava seguire le regole del suo metodo per trovare la verità, ma sbagliava, in quanto si ricercava una verità che probabilmente nemmeno esiste perché ognuno ha le sue verità.
In un'Europa votata al cartesianismo c'era stata la voce isolata di uno dei padri dello storicismo, Giambattista Vico. È stato un filosofo napoletano che con l'opera "la scienza nuova" voleva cambiare l'Europa cartesiana. Per Cartesio dobbiamo avere tutti le stesse regole morali, Pascal fa un passo avanti, dicendo che "il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce", dunque divide le ragioni del cuore dalle ragioni scientifiche, mentre per Cartesio anche la parte emotiva del cuore è determinata da leggi universali.
Vico, in assoluta controtendenza, produce una teoria gnoseologica (=della conoscenza) di cui dà una prima versione nell'opera "l'antichissima sapienza degli italici". Vico inizia chiedendosi cosa sia il vero. Per Cartesio era tutto ciò che si presenta al mio intelletto con i caratteri dell'evidenza; la prima verità inconfutabile è che il soggetto è un cogito, "cogito ergo sum" cioè "penso quindi sono".
La prospettiva di Vico
Per Vico il vero è il fatto stesso, quindi non sapremo che è vero finché non sarà diventato un fatto; perciò in Dio c'è il primo vero perché Dio è il primo fattore. Sapere è comporre gli elementi delle cose: il pensiero è proprio della mente umana, l'intelligenza propria di quella divina. Quindi se la realtà, la natura, sono il fatto vero di Dio l'uomo non può conoscerle con certezza, in quanto non le ha prodotte lui. L'uomo può conoscere solo quello che ha fatto, cioè la matematica, la geometria, la scienza è la verità per l'uomo.
Questo è un atto rivoluzionario perché Vico va controcorrente rispetto all'opinione più diffusa dell'epoca, la quale credeva che la matematica fosse scritta nella natura stessa, affermando che per lui la matematica è niente più che il risultato di una costruzione umana. La grandezza di Vico, che non a caso può essere annoverata tra le più autorevoli fonti del pensiero complesso, non sta solo nella rivoluzionarietà della sua teoria gnoseologica, ma anche nell'aver affrontato direttamente Cartesio.
Vico smonta l'assunto cartesiano "cogito ergo sum". Cartesio era arrivato a questo assunto dopo aver messo in dubbio l'esistenza di tutto ciò che rientra nel mondo dell'esperienza, è passato dal dubbio metodico, cioè dubitare sempre (quello che conosco lo conosco davvero?) al dubbio iperbolico, cioè mettere in dubbio ogni esistente, addirittura dubita del suo stesso corpo. Ma non si può dubitare del fatto che si sta dubitando, dubitare è una certezza inconfutabile, cioè se dubito penso; così arriva all'affermazione "penso, dunque sono".
Secondo Vico le cose stanno in maniera molto diversa. Vico sostiene che l'uomo non può avere conoscenza certa di tutto l'esistente, ognuno di noi ha una sensazione diversa della realtà in cui vive, della realtà non possiamo avere conoscenza certa, molto spesso la conoscenza della realtà è opinione. Se Cartesio supera lo scetticismo con il dubbio iperbolico e con la certezza del cogito, Vico lo supera con l'equazione di vero e fatto. Posso essere certo di non sbagliarmi solo se ho fatto quello che io ritengo vero.
Il pensiero storico di Vico
Se qualcosa è stato fatto dagli uomini implica che sia vero, perché si può testimoniare; c'è chi la vive in maniera più forte, chi in maniera più superficiale, e ognuno di noi sarà certo del proprio vero. Gli scettici non si pronunciano sulla verità o non verità di qualcosa, vedono gli effetti ma non si interrogano sulle cause perché ritengono di non poterle conoscere, dunque non si pongono il problema.
A questo punto, sui ragionamenti matematici, Vico si pone la questione chiave di tutta la sua riflessione filosofica: si chiede se l'uomo fa e produce solo la matematica, dunque se solo questa può essere vera. Allora si accorse che oltre a creare le forme matematiche, l'uomo crea più concretamente tutto quel vasto mondo costituito dai fatti storici. Tutti i fatti storici fino al nostro presente sono quelli che Vico chiama il mondo civile delle nazioni: ogni paese ha la sua storia, il mondo tutto ha la sua storia perché l'umanità tutta ha la sua storia.
Vico dice che possiamo dubitare sulle nostre origini, ma su quello che abbiamo alle spalle come storia no: la nascita di Gesù Cristo, Giulio Cesare, il medioevo, i comuni, l'età delle rivoluzioni. Di questo l'uomo non può dubitare, la nostra mente è il frutto di questo mondo passato.
Vico sintetizza la storia dell'umanità, inizia il libro 'La scienza nuova' con quella dignità: che lui definisce "Gli uomini prima sentono senza avvertire..."
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