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Riassunto esame Storia della filosofia politica, prof. Genua, libro consigliato Modelli di filosofia politica, Petrucciani

Appunti ricavati dallo studio autonomo del libro consigliato dal docente: Modelli di filosofia politica di Petrucciani, dell'università degli Studi di Milano - Unimi, facoltà di Lettere e filosofia, del Corso di laurea in filosofia. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia della filosofia politica docente Prof. M. Geuna

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Uguaglianza vuol dire che nessuno deve essere in grado di imporre la sua volontà a un altro se non tramite le

leggi, e nessuno deve essere abbastanza ricco da comprare un altro.

La forza delle cose però minaccia di distruggere l’uguaglianza continuamente: la spinta dell’interesse

particolare rende difficile la realizzazione del bene comune.

La lacerazione della comunità di Rousseau è dunque che nella società ci sono individui con interessi

particolari e che c’è anche un interesse comune in forza del quale la società ha senso di esistere.

L’arte politica ha il difficile compito di governare la società a partire da questo interesse comune espresso

dalla volontà generale. La volontà particolare agisce senza posa contro la volontà generale quindi spesso il

trascendimento dell’interesse particolare nella volontà generale appare quasi impossibile.

Kant e il contratto come idea della ragione

Alla radice del rapporto fra uomini c’è quella che Kant chiama “la insocievole socievolezza dell’uomo”.

L’uomo ha una naturale inclinazione ad associarsi perché solo in società può sviluppare le sue disposizioni

naturali Però ha anche una naturale tendenza a dissociarsi perché ha la caratteristica insocievole di voler

condurre tutto secondo il proprio interesse. L’uomo, aspettandosi che tutti gli altri facciano lo stesso, è

sempre in guerra con loro.

Il momento sociale e quello egoista dell’uomo non possono essere separati perché per prevalere sugli altri

bisogna innanzitutto porsi in relazione a essi.

La natura umana non può e non dovrebbe essere emancipata dall’egoismo perché solo attraverso la

competizione si sviluppano i talenti dell’uomo.

Poiché Kant elogia la competizione come il mezzo necessario al progresso, introduce anche il tema

dell’eguaglianza delle opportunità: si può tollerare una diseguaglianza economica a patto che a nessuno sia

impedito di riuscire a raggiungere con il merito i gradi più alti della gerarchia sociale.

Concezione kantiana di stato di natura:

• è uno stato di guerra (come per Hobbes)

• è uno stato non-giuridico solo in un certo senso: non si è ancora costituita l’unione civile ma in esso

vigono già rapporti provvisori di diritto privato fra gli individui.

Proprio perché esiste già una legge razionale che regola i rapporti di diritto privato tra gli uomini nello stato

di natura, è doveroso il passaggio allo stato civile. Nello stato di natura gli uomini non commettono

ingiustizia se si combattono.

Il passaggio da stato di natura a stato civile per Kant è diverso da quello degli altri contrattualisti: l’ordine

giuridico è prima di tutto un dovere perché nello stato di natura esistono diritti che restano ineffettuali e

richiedono che si dia vita alla coazione statale per garantirli. È la pena che costringe l’uomo ad obbedire.

Conseguenza del fatto che costituire lo stato sia un dovere: chi è entrato nella costituzione civile ha il diritto

di obbligare chi ne è restato fuori ad aderirvi (vs. Locke e liberalismo → la legittimità dell’ordine politico

dipende dal consenso che gli individui hanno dato ad esso). Per Kant invece gli individui sono tenuti a dare il

consenso.

Si tratta di un dovere morale o giuridico?

Somiglia a un dovere morale ma quando si parla di rapporti esterni si è già nella sfera del giuridico.

Si deve passare quindi allo stato politico per consolidare la giuridicità provvisoria dello stato di natura.

Il passaggio è doveroso proprio perché esiste una legge di natura anteriore alla legge positiva che obbliga

anche se non è posta da un legislatore; la ragione ne riconosce il carattere obbligante.

La filosofia del diritto mira a stabilire un criterio universale per cui si può riconoscere ciò che è giusto e ciò

che è ingiusto → un’azione è giusta quando attraverso di essa la libertà di ognuno può coesistere con quella

di tutti gli altri.

Dunque l’unico diritto originario è la libertà.

Qual è il giusto ordinamento politico?

Lo stato giuridico si deve fondare su principi che vengono prima di ogni legge emanata dallo stato:

• libertà → lo stato deve garantire le libertà dei diritti che riguardano l’uso pubblico della ragione

(libertà di religione, di pensiero, di critica, senza sfociare in disobbedienza alle leggi) e del diritto di

ricercare la propria felicità. Lo stato non deve proporre in modo paternalistico il bene ai sudditi ma

deve garantire le condizioni perché ognuno possa cercare il proprio bene come meglio crede.

• Uguaglianza → di fronte alla legge. Non devono esserci privilegi.

• Indipendenza → i cittadini che devono obbedire alle leggi devono esserne autori. Il potere legislativo

però compete solo a chi è economicamente indipendente perché non sono pienamente cittadini quelli

che, dovendo esprimere un’idea politica, esprimerebbero la volontà di coloro da cui dipendono.

Distinzione delle forme di governo:

riguarda non chi deve governare, ma come.

• Secondo le leggi: governo repubblicano. Ad esso si collega la divisione dei poteri in legislativo,

esecutivo e giudiziario.

• Secondo l’arbitrio: governo dispotico.

Le leggi giuste devono essere conformi alla ragione.

La legittimità non è né il contratto né il consenso, ma piuttosto il contratto originario come idea della

ragione. Il legislatore deve emanare solo quelli leggi a cui tutto il popolo darebbe il consenso e i cittadini

devono obbedire alle leggi come se derivassero dalla loro volontà riunita.

La legge alla quale tutto il popolo potrebbe dare il consenso è ispirata al principio di garantire il rispetto della

libertà di ciascuno.

Kant tenta di pensare come reciproci il momento liberale dei diritti individuali e il momento della volontà

generale di Rousseau, per questo è un punto di riferimento per il pensiero politico che vuole tenere insieme il

principio liberale dell’autonomia dell’individuo e il principio democratico della sovranità del corpo collettivo

del cittadini.

➢ SOCIETA’ CIVILE E STATO

Lo spartiacque della Rivoluzione

Con la Rivoluzione francese si ha l’affermazione dei principi di libertà e uguaglianza che caratterizzano il

pensiero moderno a partire da Hobbes.

Per il liberali la questione è di accogliere il principio della sovranità popolare ponendogli però dei limiti per

far sì che non sfoci in una dittatura come quella giacobina.

Il problema dei liberali postrivoluzionari è quello di mantenere il legame con i principi della Rivoluzione e

allo stesso tempo di segnare una cesura e fare di questi principi il punto di partenza per un nuovo pensiero

politico.

Pericoli della sovranità popolare:

• rischio che la sovranità popolare si trasformi in dittatura popolare, ossia esercitata da quelli che

pretendono di rappresentare il popolo.

• Rischio che l’eguaglianza politica voglia diventare uguaglianza sociale (come rivendicano le correnti

più radicali della Rivoluzione → Congiura degli eguali di Babeuf e Buonarroti). Questo esito può

apparire inevitabile dal momento che se la maggioranza che versa in condizioni economiche di

privazione ha accesso ai diritti politici, li userà per far leggi che portino alla redistribuzione della

proprietà.

I liberali quindi cercano un equilibrio per mantenere il principio moderno dell’eguaglianza politica e per

confinarlo entro certi limiti. Non porre limiti alla sovranità popolare significa restare aperti a un potere

dittatoriale e tornare all’assolutismo.

Per i nemici del liberalismo invece le libertà della Rivoluzione devono essere attuate concretamente in una

eguaglianza sociale.

La questione quindi del pensiero politico postrivoluzionario è quella di capire se e come possono conciliarsi

uguaglianza e individualismo politico ed eguaglianza di opportunità.

Benjamin Constant (1767-1830) e la libertà dei moderni

Prende parte ai conflitti della Rivoluzione francese a Parigi.

Difende i principi di libertà e uguaglianza della rivoluzione attraverso una doppia polemica contro i

giacobini, che avevano instaurato una dittatura violenta, e contro i nostalgici della monarchia.

Durante il periodo napoleonico elabora i fondamenti del suo pensiero politico, fra cui la necessità di limitare

il potere affinché esso non possa trasformarsi in dispotismo.

Principi della politica (1806) → analisi critica del pensiero di Rousseau.

Rousseau ha ragione quando individua nella volontà dei cittadini la fonte della legittimità del potere. Bisogna

però stabilire i limiti del suo esercizio.

Rousseau ha sbagliato quando ha elaborato l’alienazione totale dei diritti degli individui a favore della corpo

politico formato dalla collettività, e quindi assoluto.

Il fatto di essere parte del corpo sovrano non assicura all’individuo alcuna garanzia: infatti quando si passa

all’organizzazione pratica, il sovrano deve delegare l’autorità e quindi di fatto l’azione è gestita da pochi.

Come e dove devono essere fissati limiti del potere politico?

• Limitazione del potere tramite la sua divisione (Montesquieu). I poteri si controllano a vicenda

(costituzionalismo).

Ma la limitazione reciproca dei poteri è insufficiente perché la somma totale dei poteri è illimitata.

• Stabilire gli ambiti in cui il potere può esercitare la sua competenza.

Il potere deve limitarsi alle funzioni indispensabili per l’esistenza della società civile (sicurezza dei

cittadini e dei loro averi, sicurezza dello stato contro minacce esterne, tassazione della proprietà per

finanziare le suddette funzioni).

L’autorità statale finisce dove comincia lo spazio dei diritti individuali.

Il potere dello stato quindi deve garantire l’esistenza della società civile, in cui l’individuo esplica la sua

libertà. Lo stato è solo il mezzo e diventa illegittimo se pretende di essere qualcosa di più.

Qual è il ruolo della sovranità popolare?

Il potere legislativo deve essere esercitato entro limiti.

I diritti politici quindi non possono essere estesi a tutti i cittadini perché bisogna avere una certa cultura, il

tempo per coltivarla e una proprietà per godere di questi agi per esercitare i diritti politici e avere presente

l’interesse comune.

I diritti politici devono essere limitati a coloro che non sono obbligati a lavorare per vivere.

Constant però non considera la proprietà come preesistente allo stato (come Locke), essa è una convenzione

sociale, che è però sacra e inviolabile perché strettamente connessa alla libertà dell’individuo.

La proprietà privata è la condizione per il progresso e il benessere sociale. La sua soppressione

costringerebbe tutti a lavorare e a interrompere l’avanzamento intellettuale.

I non proprietari userebbero i diritti politici per distruggere la proprietà.

La proprietà non cristallizza la società in classi perché è mobile e può essere persa o acquisita.

Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni → la libertà può intendersi in due sensi

diversi:

• Nel senso degli antichi la libertà consiste nella partecipazione diretta al potere politico. È

autogoverno e privazione di quelli che a noi moderni sembrano diritti fondamentali.

• Nel senso dei moderni la libertà è quella dell’individuo privato. Negli stati di grandi dimensioni

l’influenza del singolo sulle decisioni politiche è minima, la partecipazione diretta alla politica

costringerebbe a trascurare gli affari e dal commercio gli uomini apprendono l’amore per

l’indipendenza individuale.

Il fine degli antichi era la divisione del potere sociale fra tutti i cittadini.

Il fine dei moderni è la sicurezza dei godimenti privati. La libertà politica è lo strumento per garantire la

libertà individuale.

Una garanzia di libertà è che i poteri siano delimitati nelle loro competenze: bisogna dunque affiancare al

potere legislativo e a quello esecutivo un potere preservatore eletto dal popolo che ha il ruolo di arbitro.

A questi si affiancano altri due poteri: amministrativo locale e potere dei giudici.

Alexis de Toqueville (1805-1859) e la democrazia in America

E’ un discepolo di Constant, ma finisce per rovesciarlo recuperando l’importanza della libertà politica che era

rimasta subordinata a quella individuale.

Nel 1831 compì un viaggio in America e ne studiò la democrazia (scrive La democrazia in America).

Egli prende atto dell’inevitabile affermazione della democrazia, al cui avanzare sarebbe vano opporsi.

Individua le caratteristiche del nuovo universo politico e ne mette in risalto i pericoli.

Toqueville condivide con Constant e altri pensatori del primo Ottocento l’idea che se la democrazia è

suffragio universale, e se la maggioranza della società è composta da poveri, con la democrazia il potere

legislativo è consegnato a una classe di poveri.

Altro concetto che caratterizza la democrazia è “l’eguaglianza delle condizioni” → non riconoscere alcuna

superiorità, collocare tutti gli individui sul medesimo livello, sopprimere ogni privilegio.

L’eguaglianza delle condizioni è compatibile anche con le grandi diseguaglianze economiche: infatti la

democrazia americana è segnata da un grande divario fra ricchi e poveri, ma le ricchezze restano un bene

mobile.

Toqueville vuole mettere in guardia su ciò che lo sviluppo della democrazia potrebbe comportare in termini

di libertà e indipendenza dell’individuo che è sempre più sottomesso alla “tirannide della maggioranza”.

L’onnipotenza della maggioranza si esprime negli spazi sempre più grandi occupati dal potere legislativo

esercitato da deputati condizionati dall’opinione popolare.

Le leggi sono numerose e soggette a frequenti cambiamenti. Il potere legislativo non ha limiti. La

maggioranza controlla anche tutti gli altri poteri. L’individuo quindi non dispone di garanzie qualora i suoi

diritti vengano violati.

Toqueville riflette anche sui rischi della società egualitaria e di massa caratterizzata da una decadenza e

dipendenza dell’individuo.

In tempo democratico gli individui sono impotenti mentre il potere sociale cresce smisurato (al contrario dei

tempi aristocratici). Non si tratta del potere incontrollato della massa, ma di un potere pubblico anonimo con

il quale si confronta un individuo privato spoliticizzato che si dedica a piccole soddisfazioni materiali.

Toqueville quindi avverte la minaccia di un “dispotismo mite” → società soffocate da tante piccole regole

che comprimono la libertà e l’indipendenza individuale e danno vita a una servitù regolata e tranquilla

compatibile con le forme esteriori di libertà.

Riflessione sulle tendenze che si oppongono a questa involuzione della democrazia in dispotismo mite.

L’uguaglianza democratica tende a produrre uomini chiusi nella loro dimensione individuale, privi di legame

sociale. Questa tendenza può essere contrastata dalla rivitalizzazione della libertà politica e della

partecipazione civica.

Esamina le istituzioni che in America danno modo ai cittadini di essere soggetti attivi nella partecipazione

politica, recuperando la libertà degli antichi di cui parlava Constant, come l’associazionismo.

Poter gestire direttamente gli affari che li riguardano suscita negli individui cura per il bene pubblico e

rivitalizza i legami sociali.

La sua critica delle tendenze dispotiche della società investe anche il socialismo.

È stato deputato dal 1839 al colpo di stato di Luigi Napoleone e si schiera contro quelli che volevano

proseguire la rivoluzione democratica in rivoluzione sociale.

Il socialismo diventa per Toqueville il concentrato dei mali che secondo lui minacciavano il futuro della

società democratica.

Il socialismo chiedeva che lo stato si sostituisse alla previdenza individuale intervenendo nelle industrie e

prendendosi paternalisticamente carico del benessere di tutti.

Il liberalismo radicale di Jhon Stuart Mill (1806-1873)

E’ influenzato da la Democrazia in America di Toqueville.

Si forma nell’orizzonte intellettuale di suo padre James Mill e dell’utilitarista Jeremy Bentham ma ne

modifica l’impostazione.

Dà luogo a un liberalismo radicale caratterizzato da apertura nei confronti del socialismo e da una difesa

netta di libertà e anticonformismo individuale.

Bentham aveva posto come fine della legislazione e della morale quello di realizzare la massima felicità per

il maggior numero di persone. Mill però si rende conto che la felicità può essere spesso conseguita se ci si

dedica a fini non apparentemente utilitaristici come contribuire alla felicità degli altri.

Non tutti i piaceri stanno sullo stesso piano e l’utilitarismo ha commesso l’errore di non aver fatto

distinzioni.

La sua visione progressiva e umanistica lo hanno portato a concedere spazio alla critica socialista alla

proprietà privata → le leggi che governano la produzione della ricchezza sono simili a leggi fisiche, invece la

distribuzione della ricchezza dipende da leggi della società che sono quindi modificabili.

Mill critica il modo in cui la ricchezza è distribuita nella società del suo tempo: se la ricchezza viene

distribuita in modo inversamente proporzionale al contributo lavorativo, l’ordinamento deve cambiare.

Un sistema comunistico della proprietà però potrebbe portare rischi per quanto riguarda lo sviluppo libero

della personalità umana.

Quindi sarebbe preferibile una politica di riforme sociali che diffondesse l’istruzione e limitasse la crescita

della popolazione; così si potrebbero combattere i mali della povertà.

La divisione datori di lavoro-lavoratori potrebbe essere sostituita da nuove forme associative e cooperative.

Mill del capitalismo critica che esso si basi su una distribuzione ineguale della proprietà che è il sedimento di

passate sopraffazioni, ma difende il principio della libera concorrenza solo tra lavoratori.

Non crede però che lo sviluppo possa essere infinito; anzi si arriverà a un certo punto a uno stato stazionario.

On liberty → stessa preoccupazione di Toqueville che stato e tirannide della maggioranza possano soffocare

la libertà degli individui. Bisogna determinare i limiti del potere e della legislazione.

Principio della limitazione: lo stato non può vietare alcuna azione dell’individuo che non rechi danno ad altri.

Mill, dopo Kant, è uno dei critici più fermi del governo paternalistico.

Il principio di minima limitazione della libertà è basato sulle conseguenze positive in termini di utilità che ne

discendono.

Il potere politico che vuole limitare per esempio la pubblica espressione di opinioni commetterebbe un torto

contro l’umanità: se l’opinione è giusta gli uomini vengono privati dell’opportunità di conoscere la verità; se

l’opinione è sbagliata gli uomini perdono la percezione vivida della verità prodotta dal contrasto con l’errore.

Dunque non c’è progresso verso la verità senza libertà di discussione.

Il ragionamento che vale per le opinioni vale anche per stili di vita e comportamenti.

La possibilità per l’individuo di svilupparsi autonomamente è uno dei principali fattori della felicità umana e

quello più essenziale al progresso individuale e sociale. Da ciò deriva la sua critica al paternalismo.

Problemi:

• non è facile distinguere un comportamento che reca danno ad altri da uno che non lo fa.

• Se ammettiamo che sia lecito salvare un uomo che si sta suicidando, dobbiamo anche ammettere che

sia lecita la proibizione di sostanze che danneggiano l’individuo.

• Se il principio di libertà è difeso per le buone conseguenze che ha nel perseguimento del bene

dell’individuo, dovrebbe perdere la sua ragion d’essere nel momento in cui il comportamento di un

individuo va palesemente contro il suo bene.

Mill risponde:

• il singolo è la persona più interessata al proprio benessere.

• La società ha avuto il modo tramite l’educazione di prevenire i comportamenti dannosi.

• Se non si ponessero limiti all’ingerenza del pubblico nel privato, esso finirebbe per punire tutto ciò

che va contro le sue preferenze.

Eccezioni: si può proibire di vendersi come schiavi perché il principio di libertà non può legittimare la

rinuncia alla libertà. Anche l’istruzione obbligatoria non viola la libertà individuale. Inoltre il principio di

libertà non ha niente a che fare con il libero scambio perché il commercio è un’attività sociale.

Pensiero di Mill sulla democrazia:

L’avanzamento culturale e intellettuale sarebbe favorito dalla partecipazione alla politica attraverso il

suffragio universale democratico. Ma la società coeva è divisa in classi e la maggioranza è povera.

Quindi nei fatti il suffragio universale consegnerebbe il potere legislativo nella mani dei poveri e meno colti.

Dunque bisognerebbe introdurre il correttivo del voto plurimo: tutti hanno a disposizione almeno un voto,

ma le persone più istruite ne hanno più di uno.

Così si potrebbe ottenere una legislazione non classista che punti all’interesse generale più a lungo termine.

Le leggi non dovrebbero essere elaborate dal Parlamento ma da una ristretta commissione qualificata, il

Parlamento potrebbe approvarle o respingerle.

Mill è all’origine del liberalismo radicale che rifiuta lo stato paternalistico, ma anche del liberalsocialismo e

di un modello di democrazia centrato sullo sviluppo culturale degli uomini.

Il superamento hegeliano del liberalismo

La filosofia politica di Hegel si articola intorno al tema della libertà evidenziando però i limiti del

liberalismo.

La filosofia del diritto hegeliana si articola in tre parti dedicate a:

• diritto astratto

• moralità

• eticità

Le prime due parti vogliono mostrare come sia la libertà giuridica (operare come persona giuridica) che

quella morale (autodeterminarsi come persona morale) non siano un modo sufficiente per pensare la libertà.

La libertà concreta non può essere pensata come mera autodeterminazione individuale.

Essa è piuttosto l’insieme degli istituti nel contesto dei quali gli individui possono godere delle condizioni

per la loro autorealizzazione → essa è l’eticità, cioè la libertà attuata nelle istituzioni concrete di:

• famiglia

• società civile

• stato

Liberalismo: pensava che la libertà si esplicasse solo nella dimensione della società civile. Lo stato era il

garante di questa libertà.

Hegel: non si può pensare lo stato come il risultato di un patto fra individui privati. Per lui, come per

Aristotele, lo stato precede gli individui.

L’unità politica quindi non può essere ridotta al mezzo per garantire il godimento delle libertà private. Lo

stato è lo scopo finale che ha fine in se stesso. Lo scopo dei singoli è innanzitutto essere componenti dello

stato.

L’individuo che si muove e opera nella società civile è solo un aspetto parziale della soggettività.

Il primo istituto in cui gli individui trovano le condizioni per l’autorealizzazione è la famiglia, che si

determina nell’amore e nell’unità.

Nell’ambito della società civile invece si afferma nella separazione degli individui, come persone private

dedite al soddisfacimento dei loro bisogni. Lo sviluppo dell’individuo presuppone una separazione

dall’unità, la conquista dell’autonomia. È sbagliato solo considerarla come la dimensione unica, perché gli

individui possono confrontarsi con la società civile come portatori di interessi egoistici solo perché iscritti

nell’orizzonte di altre istituzioni che assicurano loro unità.

Sul terreno della società civile si generano progresso e civiltà. In essa i vizi privati diventano pubbliche virtù.

La società civile spesso però crea dei problemi che non è in grado di risolvere con i suoi strumenti: la legge

che regola la società civile è quella di uno sviluppo privo di limiti perché la produzione genera ormai nuovi

bisogni, ma allo steso tempo lo sviluppo è ineguale e pieno di contraddizioni.

Esso genera una grande accumulazione di ricchezza, ma anche grande concentrazione di povertà.

Questo paradosso rende necessarie istituzioni non di mercato che devono operare nel senso del bene comune,

come la “polizia” (armonizza interessi di produttori e consumatori, fissa i prezzi dei beni di prima necessità,

sorveglia l’educazione…) e la “corporazione” (riunisce gli appartenenti a un ceto o a una professione) che è

quasi una seconda famiglia perché ne ripropone le funzioni di solidarietà.

Quindi, grazie a questi istituti che danno rilievo ai momenti di bene comune, già nella società civile si

pongono le radici etiche che poi fonderanno lo stato, ossia il regno della libertà sostanziale, in cui l’interesse

universale non sopprime gli interessi particolari ma anzi si attua accogliendoli in sé.

La grande forza dello stato moderno sta in questo: da una parte si afferma il grande valore della soggettività,

spinto fino al perseguimento dell’interesse più particolare, dall’altro gli individui riconoscono il loro legame

con l’intero e assumono l’interesse generale come proprio scopo finale.

La libertà sostanziale è dunque la libertà dei singoli autocoscienti del proprio legame con il tutto.

In questo modo l’interesse dello stato non si impone dall’alto ma è operato consapevolmente.

Come è possibile che si attui questa mediazione fra universalità e particolarità in una società con così grandi

contraddizioni?

La società civile è già la preparazione di questa mediazione perché contiene la possibilità di superare le sue

lacerazioni attraverso polizie e corporazioni e perché è strutturata in tre classi:

• ceto sostanziale: proprietari terrieri

• ceto industriale

• ceto generale: funzionari dello stato

La società civile quindi contiene già una articolazione armonica dei diversi interessi. Su questa base si eleva

lo stato.

La struttura dello stato si dispiega anch’essa in tre poteri:

• potere sovrano: detiene la decisione ultima

• potere governativo: esecutivo

• potere legislativo → è strutturato attraverso una rappresentanza di corporazioni e ceti.

Nei ceti le differenze della società civile giungono ad avere un significato politico. La

rappresentanza dei ceti non separa il sociale dal politico. Hegel critica la concezione che, volendo

sciogliere le cerchie in una moltitudine indistinta di uomini, tiene vita civile e vita politica separate.

I diversi interessi invece si trasvalutano nell’ambito politico e questo è un passaggio essenziale per

mediare universalità e particolarità. La rappresentanza per ceti è la concreta possibilità di saldatura

tra interessi.

Hegel non trova però una soluzione alle contraddizioni della politica moderna all’altezza della modernità: le

sue premesse antiindividualistiche e quindi non democratiche lo portano a cercare una soluzione in istituti

anacronistici.

Marx: eguaglianza politica e ineguaglianza sociale

Elabora il su pensiero filosofico a partire da una critica alla Filosofia del diritto di Hegel e al modo in cui

egli pone il rapporto fra società civile e stato.

Hegel ha colto la separazione moderna fra società civile (=terreno su cui agiscono individui mossi da

interessi particolari) e stato (=terreno dell’interesse universale).

Il limite della teoria hegeliana è quello di aver cercato una soluzione introducendo elementi di mediazione

che appartenevano all’ordine antico (come la rappresentanza per ceti).

Per Marx la società civile è caratterizzata da ampie diseguaglianze che però, nel mondo moderno a differenza

che nella società feudale, perdono il loro significato politico.

Nella società moderna gli individui sono tutti politicamente uguali.

Il problema è che la Rivoluzione borghese dell’età moderna non sopprime l’ineguaglianza sociale, ma solo il

suo significato politico. Essa anzi dà luogo a una società civile di mercato separata dallo stato.

Problema: come si deve pensare il rapporto fra ineguaglianza sociale e eguaglianza politica?

Sulla questione ebraica → Marx analizza le Dichiarazioni dei diritti della Rivoluzione francese. In esse ci

sono le distinzioni tra diritti dell’uomo (che tutelano i diritti dell’individuo privato) e i diritti del cittadino

(che hanno a che fare con la partecipazione alla vita politica).

La politica quindi astrae dalla vita concreta degli individui. Lo stato politico domina senza però penetrare il

contenuto delle sfere non politiche.

Il rapporto tra queste due sfere è già stato pensato in modi diversi:

• Liberali: i diritti politici sono solo la garanzia dei diritti dell’uomo. Per Marx quindi l’eguaglianza

politica è un’eguaglianza illusoria perché di fatto difende l’ineguaglianza sociale.

Infatti i proprietari dei mezzi di produzione esercitano il dominio su chi deve vendere la propria

forza-lavoro.

• Democratici-radicali: l’eguaglianza politica è un modo per mettere in dubbio l’ineguaglianza

sociale. Bisogna tentare di adeguare le condizioni sociali al principio di sovranità dei cittadini.

Per Marx è una soluzione difettosa perché lo stato politico non può superare le ineguaglianze sociali

perché esso si fonda sulla società civile ineguale.

La contraddizione si può superare solo con l’eliminazione di entrambi i termini contrapposti, attraverso una

democrazia integrale che instauri la comunità a partire dal livello del lavoro.

La rivoluzione si propone di rifondare la comunità umana a partire dalla libera associazione di produttori.

Manifesto del partito comunista → attraverso la conquista della democrazia il proletariato si impadronisce

del potere politico e lo usa per sopprimere la proprietà dei mezzi di produzione e quindi le differenze di

classe.

Superata la contrapposizione fra classi non ci sarà più bisogno di potere politico.

Il proletariato dunque partecipa alla rivoluzione democratica ma il suo programma è quello di rendere la

rivoluzione permanente e far sì che essa diventi rivoluzione sociale.

L’episodio della Comune di Parigi del 1871 è per Marx il modello abbozzato di una nuova organizzazione

politica in cui il potere viene esercitato o direttamente dal popolo o da suoi delegati che sono vincolati agli

elettori da un mandato imperativo.

1. Prima fase: società collettivista.

Proprietà comune dei mezzi di produzione e “a ciascuno secondo il suo lavoro”.

2. Seconda fase: società comunista.

“Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”.

3. CONCETTI E TEORIE DELLA FILOSOFIA POLITICA

➢ CONCETTI DELLA TEORIA POLITICA

Premesse

Tre grandi concetti politici nel pensiero politico contemporaneo: liberalismo, democrazia, socialismo.

Sono concetti con forte contenuto normativo presenti ancora oggi nella discussione pubblica delle società

democratiche (a differenza delle ideologie della destra reazionaria del Novecento).

Essi si svilupparono dopo le rivoluzioni borghesi e possono venire compresi come letture diverse di un’unica

radice, cioè del principio moderno della eguale libertà.

Il principio dell’eguale libertà sta alla base delle moderne Dichiarazioni dei diritti.

La modernità si fonda sull’assunto che non vi sono rapporti di subordinazione naturale fra gli uomini.

È opportuno soffermarsi sul concetto di libertà come nucleo delle grandi teorie politiche della modernità.

Il concetto moderno di libertà

Il concetto di libertà politica non coincide con quello di libertà metafisica.

Il concetto di libertà politica riguarda il modo in cui l’uomo è libero nell’ordine politico e sociale → il

problema è cosa significhi essere liberi quando si agisce nel contesto di rapporti di interazione regolati da

norme tali da imporre all’azione dei vincoli.

Due definizioni di libertà che possono essere pensate come alternative (si escludono a vicenda) o come

aspetti diversi dello stesso concetto di libertà:

1. Libertà negativa

Viene formulata da Hobbes. Libertà = assenza di impedimenti che ostacolino l’uomo nel fare ciò che

vuole. La libertà sta nell’agire come si vuole in tutte le cose che la legge ha volutamente omesso di

regolare. Quanto più è ampio l’ambito in cui non si è legiferato, tanto è maggiore la libertà.

I difensori della libertà negativa non sono interessati a chi deve comandare, ma a “in quali ambiti

sono padrone?”.

2. Libertà positiva

Sono interessati a chi deve comandare.

• La più netta concezione di libertà positiva è quella formulata da Rousseau = essere liberi significa

non obbedire ad altre leggi se non a quelle che noi stessi ci siamo dati.

Da questo concetto di libertà si sviluppa la democrazia.

Ma in che senso è libero di comprare chi manca delle risorse a ciò necessarie?

• Secondo concetto di libertà positiva = essere liberi significa disporre delle risorse che ci consentono

di godere effettivamente delle libertà che la legge ci attribuisce.

Concetto che si ritrova nelle teorie socialiste.

• Terzo concetto di libertà positiva = obbedire a norme che siano espressione della nostra volontà

razionale, non solo di volontà arbitraria.

In questa prospettiva non è contraddittorio affermare che qualcuno può essere costretto a essere

libero.

Si può affermare che ci sia un solo vero concetto di libertà oppure si può assumere questa polisemia del

concetto di libertà.

Distinzione fra libertà negativa (non-impedimento) e libertà positiva (obbedienza alle leggi che noi stessi ci

siamo dati) è più chiara formulata come: la libertà negativa vuole massimizzare l’ambito delle decisioni

private, la libertà positiva rivendica decisioni collettive.

Sembra difficile però negare che la libertà positiva diminuisca la libertà degli individui visto che non toglie

la libertà di cui essi godono nell’ambito in cui le leggi tacciono e anzi ne attribuiscono loro un’altra, quella di

concorrere a determinare le leggi.

Sostenitori della libertà negativa: è difficile parlare di libertà dove le decisioni collettive possono esercitarsi

senza limiti in ogni ambito.

Sostenitori della libertà positiva: chi ha la competenza di fissare gli ambiti che le decisioni collettive possono

regolare? Se sono i cittadini stessi a farlo, ciò implica riconoscere il primato della libertà positiva.

Appare quindi più plausibile l’idea per cui il compito della teoria politica sia quello di catturare diversi

aspetti del concetto di libertà.

Liberalismo

Il concetto di liberalismo è uno dei più difficili da definire. Di liberalismi ve ne sono un’infinità di tipi.

Prima questione: distinzione tra “liberalismo” e “liberismo”.

• Liberismo → dottrina sul terreno economico per affermare le virtù del libero scambio.

• Liberalismo → dottrina su terreno etico, politico. È compatibile anche con una visione non liberista

in economia.

La questione mette in risalto un problema: in che misura una scelta liberale implica una presa di posizione in

favore della proprietà privata e del libero scambio?

Negli USA l’aggettivo “liberal” ha un significato diverso da liberale.

I liberals americani sono i “socialisti di un paese senza socialismo”. Il pensiero liberal appartiene a un filone

di matrice democratica e sociale. Un liberal come Rawls per esempio teorizza il diritto alla giusta ripartizione

dei beni sociali che implica uno stato interventista e sembra contraddire alcuni principi del liberalismo

classico.

All’estremo opposto in Usa si colloca il “libertarianism” = teoria dello stato minimo (Robert Nozick). La

radicalizzazione di questo pensiero è l’anarco-capitalismo che difende le libertà di mercato ed è convinto che

si possano mercatizzare tutte le funzioni svolte dallo stato.

Identificare il nucleo di liberalismo:

• conferire maggiore importanza ai diritti di cui gli individui devono godere dando minor rilievo alla

loro partecipazione ai processi di decisione collettiva e di autogoverno.

Distinguere le posizioni liberali da quelle democratiche.

La funzione dello stato è quindi quella di garantire i diritti degli individui che hanno un primato

rispetto alle scelte della politica.

Gli aspetti per cui le posizioni liberali si diversificano sono due:

1. Valutazione della democrazia

Alcune posizioni liberali ritengono che una società libera possa formarsi anche in assenza di

democrazia, altre che accolgono in pieno la democrazia.

2. Valutazione della giustizia economico-sociale.

Alcuni pensano che la distribuzione più giusta della ricchezza sia quella che risulta dalla

competizione dei soggetti sul mercato. Altri pensano che tra i diritti da assicurare a tutti ci sia anche

l’accesso ai beni sociali.

Coloro che hanno meno fiducia nella democrazia sono quelli che credono più decisamente nella società di

mercato, quelli che accolgono più volentieri la democrazia considerano irrinunciabili i diritti di ripartizione

sociale.

Definizione di liberalismo:

appartengono al liberalismo le posizioni che condividono il primato dei diritti visti come limiti a ciò che lo

stato può imporre ai cittadini.

La differenziazione dei liberalismi è generata da due fattori: apertura o meno alla democrazia, modo in cui si

interpretano i diritti economici e sociali.

Punti caratterizzanti il liberalismo:

• Nel liberalismo la società politica nasce per assicurare i diritti dell’individuo.

Per questa funzione devono essere posti limiti ben precisi all’esercizio del potere politico sovrano.

L’esercizio del potere deve essere sottoposto alla legge.

La garanzia del fatto che il potere sovrano non si trasformi in potere dispotico si ha con la divisione

dei poteri (sul modello della costituzione inglese e poi di quella americana).

• Rifiuto del paternalismo politico.

Ogni individuo ha il diritto di cercare il suo bene come meglio crede.

Ne consegue che la competizione tra individui non sia un aspetto criticabile della società

individualista perché è un modo per sviluppare le capacità generando benefici per l’intera società.

• Concezione dello stato come male necessario: esso implica infatti che l’individuo debba obbedire a

un potere estraneo. Le competenze dello stato per questo devono essere limitate.

• Idea che la partecipazione politica non è un bene in sé, ha il suo valore nell’essere lo strumento per

garantire le libertà private.

A un estremo troviamo il liberalismo proprietario (Nozick e Hayek), dall’altro il liberalsocialismo

(Hobhouse, Rosselli, Calogero, Rawls).

Socialismo

Il socialismo è il nucleo essenziale del marxismo.

Esso si fonda su una base negativa, è una critica morale della proprietà privata e della ineguaglianza sociale

in vista della costituzione di una società più giusta che molti socialisti cercano di progettare, guadagnandosi

il rimprovero di utopismo da Marx.

I suoi principi di fondo devono essere ricercati nelle correnti più radicali della Rivoluzione francese.

Buonarroti: ogni uomo ha per natura diritto al godimenti di tutti i beni.

Quindi l’affermazione che tutti gli uomini sono uguali nei diritti va intesa in senso ampio: non solo diritti

politici, ma anche diritto di accedere alle risorse.

I talenti e le capacità non sono un criterio per appropriarsi di una quota maggiore di beni perché essi sono i

risultati della educazione della società e non un dono di natura.

L’individuo con i suoi talenti è gran parte frutto della cooperazione sociale. Egli non può campare diritto

assoluto su ciò che produce.

Alla base del socialismo quindi ci sono presupposti di tipo etico che si possono rintracciare anche nella teoria

di Marx.

Ma come è possibile costruire una struttura sociale nuova che superi l’ineguaglianza?

Socialismo propone: abolizione della proprietà privata, generalizzazione del diritto al lavoro, pianificazione

di vita sociale ed economica, superamento dell’anarchia di mercato, superamento della pulsione verso il

guadagno.

Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista pretendono di distaccarsi completamente dai socialisti

precedenti, rimproverandoli di utopismo.

Anche Marx però indica poi le istituzioni portanti di una società giusta al di là del capitalismo: essa richiede

la statalizzazione dei mezzi di produzione e l’introduzione di una produzione pianificata.

Marx si distacca dall’utopismo socialista nel momento in cui si concentra sullo studio scientifico del

capitalismo.

Egli prevede di realizzare la sua rivoluzione in due fasi:

• fase socialista/collettivista → proprietà comune dei mezzi di produzione e a ciascuno secondo il suo

lavoro

• fase comunista → ognuno secondo le sua capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni.

Socialismo revisionista (Bernstein, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia) rifiuta

l’idea della rivoluzione come un atto violento. Identifica il socialismo con il progresso dei lavoratori in un

quadro democratico, rifiuta la visione catastrofista della società e riconosce le possibilità di sviluppo del

capitalismo.

Il fine socialista è trasposto in un orizzonte sempre più lontano in favore della concentrazione sui progressi

sociali possibili di volta in volta.

L’esperienza socialdemocratica (dopo la conclusione ingloriosa appoggiando lo scoppio della prima guerra

mondiale) riprenderà nel secondo dopoguerra.

La politica socialdemocratica del secondo Novecento ruota intorno a: diritto al lavoro, affermazione dei

diritti dei lavoratori, sviluppo del Welfare State, emancipazione delle donne.

Opzione alternativa è quella di Lenin, aperta con la rivoluzione d’ottobre.

I partiti comunisti nati con la Rivoluzione sovietica si accingono a costruire un socialismo di stato basato

sulla collettivizzazione economica, sul potere del partito unico e sulla negazione di un pluralismo politico.

La difficoltà del socialismo, sia come concetto politico che come esperienza storica, appare nettamente: il

socialismo di stato non è riuscito a mantenere le sue promesse di liberazione ed è crollato grazie a una forte

pressione esterna e inefficienza economica. Il socialismo democratico ha rinunciato ai suoi obiettivi più

ambiziosi per proporsi come ala sinistra della democrazia.

Quindi la vicenda storica del socialismo ha qualcosa di paradossale: non si è realizzata la trasformazione

sociale ed è fallito il sogno dell’uomo nuovo, però i movimenti socialisti e comunisti hanno inciso le

strutture sociali e le ideologie → il valore dell’uguaglianza, non solo politica ma anche nell’accesso ai beni

primari, è oggi riconosciuto anche dalle teorie liberali proprio grazie all’impatto del socialismo.

Il liberalismo ha oggi tanto successo perché ha accolto dentro di sé istanze socialistiche ed egualitarie.

Roemer, Un futuro per il socialismo → il principio socialista è quello che afferma che in una società giusta

l’individuo deve avere pari opportunità di autorealizzazione (applicazione del talento dell’individuo in modo

da conferire significato alla vita) e benessere.

In questa definizione all’individuo resta una responsabilità per se stesso perché egli ha solo le opportunità

per creare da sé la proprio realizzazione.

Il socialismo come principio si colloca su un livello di astrazione più alto rispetto alla singola scelta concreta.

Rimane aperto il problema di individuare quali sono gli strumenti migliori per raggiungere gli obiettivi

socialisti.

Problema: i socialisti vogliono che gli individui abbiano pari opportunità di autorealizzazione e di benessere

e pari opportunità di influire sulle scelte politiche. Come si fanno a volere queste due cose insieme?

• Non si può essere socialisti senza essere democratici. Le scelte che riguardano l’autorealizzazione

devono essere opera degli individui stessi.

Ma se gli individui devono avere anche pari opportunità di agire sulle scelte pubbliche, come si può negare

loro di scegliere qualcosa che va in direzione diversa rispetto a quella auspicata dai socialisti?

Il punto di equilibrio è precario perché i due valori di fondo sono eterogenei.

• Non si può essere democratici senza essere in qualche modo favorevoli a istanze socialistiche: le pari

opportunità d influire sulle scelte pubbliche presuppongono anche uguaglianza sociale.

Il tema del socialismo quindi si intreccia strettamente anche con quello della democrazia.

Democrazia

= il principio della democrazia è l’eguaglianza politica entro una comunità, cioè la partecipazione di tutti i

cittadini adulti alle decisioni politiche vincolanti per tutti.

La democrazia rovescia l’idea platonica che solo alcuni uomini hanno il diritto di prendere decisioni

politiche.

Come si giustifica il principio di uguaglianza democratica?

• Hans Kelsen → la democrazia si fonda sull’idea di libertà in senso positivo. Se gli uomini devono

vivere sottoposti a leggi dello stato, per non perdere la loro libertà, devono essere autori di quelle

leggi.

Principio di maggioranza: per non dover aspettare di raggiungere l’unanimità si sceglie il principio

di maggioranza perché esso minimizza il numero di coloro che devono obbedire a leggi che non

hanno scelto.

Principio parlamentare: compromesso necessario tra esigenza della libertà e indispensabile divisione

del lavoro.

• Dahl → la democrazia si fonda sull’idea di uguaglianza, non di libertà.

Principio di pari considerazione degli interessi: gli interessi di ognuno sono equivalenti a quelli di

tutti gli altri.

Presunzione di autonomia personale: ognuno è il miglior giudice del bene per se stesso.

La democrazia è giustificata in quanto miglior modo di tutelare gli interessi di tutti.

Il modo in cui la democrazia viene giustificata influisce sulla forma che le varie teorie della democrazia

assumono. Tre opzioni teoriche:

1. Democrazia come metodo

Definizione minima di democrazia di Norberto Bobbio: si ha democrazia quando vengono soddisfatte le

seguenti condizioni:

• alle decisioni collettive partecipa un numero molto alto di cittadini.

• Vigono regole per decidere (es. regola di maggioranza)

• i cittadini possono scegliere fra alternative reali e dispongono delle libertà per scegliere con

consapevolezza.

Hans Kelsen → la democrazia implica lo smettere di credere in un bene assoluto. Implica il relativismo.

Essendo la libertà il nucleo per la democrazia, secondo lui, non le appartengono contenuti di eguaglianza

sociale. Anzi la democrazia è un metodo di creazione dell’ordine sociale e non dice nulla su come questo

ordine debba essere strutturato.

La democrazia attuabile negli stati moderni è limitata rispetto ala democrazia ideale come autogoverno.

Le decisioni politiche però devono essere riconducibili alla volontà dei cittadini.

Modello di democrazia di Kelsen: primato del parlamento rispetto all’esecutivo, sistema proporzionale

invece di quello maggioritario, le decisioni non sono mera espressione della volontà della maggioranza ma

un compromesso fra maggioranza e minoranza.

La democrazia può esistere solo se gli individui si raggruppano secondo le affinità politiche in formazioni

collettive, come partiti politici, che riassumono le ugali volontà degli individui.

2. La teoria realistica della democrazia

Le teorie realiste pensano la democrazia sul modello del mercato.

Shumpeter → non esiste un bene comune al quale le diverse volontà individuali possano orientarsi. La

volontà degli individui come soggetti politici non ha autonomia né razionalità (vs. Rousseau).

Viene invertito il vettore politico: non è la volontà dei cittadini a dar luogo alle decisioni politiche, ma sono

le elites politiche che lottano in modo concorrenziale per conquistare il consenso dei cittadini (come una lotta

concorrenziale fra imprenditori per conquistare i consumatori).

Democrazia = strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base a cui singoli individui

ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare.

Le scelte politiche quindi sono nelle mani di piccoli gruppi.

Dal momento che la funzione del voto popolare non traduce in decisioni la volontà degli elettori, ha senso

preferire il sistema maggioritario piuttosto che quello proporzionale.

La funzione del cittadino è ridotta a decidere chi deve essere il leader.

Si comprende quindi come mai partiti diversi abbiano programmi molto simili → devono conquistare

l’elettore medio che, esprimendosi sul terreno politico nel quale non ha competenze, si comporta in modo

infantile e primitivo.

I votanti sono interessati ai programmi politici, i rappresentanti sono interessati ad essi solo in quanto

strumenti per raccogliere voti.

Robert Dahl sottolinea il carattere pluralistico della democrazia reale: con “poliarchia” si intendono le

democrazie occidentali caratterizzate dalla diffusione dei diritti politici, dalla pluralità di fonti di

informazione alternative e dalla libertà di associazione.

L’analisi della democrazia reale apre la possibilità di interrogarsi sui modi per superare i limiti della

democrazia esistente.

3. La democrazia di sviluppo

La visione di Shumpeter non rappresenta la fisiologia della vita democratica ma piuttosto la sua patologia.

La democrazia tradisce se stessa nel momento in cui i cittadini diventano solo l’oggetto delle strategie delle

elites che concorrono per avere il loro consenso.

Le visioni della democrazia come processo dinamico sono caratterizzate da due aspetti:

1. La democrazia politica è parte di un vasto processo di democratizzazione della società.

John Dewey: bisogna tenere presente la democrazia come idea sociale e la democrazia come sistema

di governo. L’idea di democrazia per attuarsi deve influire su tutti i modi di associazione umana. Le

istituzioni governative sono solo il modo per offrire a un’idea i mezzi di funzionare in modo

effettivo.

La democrazia è un ideale di società.

Macpherson e Cunningham: bisogna affiancare alle istituzioni della democrazia politica processi di

democratizzazione della vita associata.

2. Ruolo del pubblico e del dibattito.

Bisogna interrogarsi su quali siano i modi che i cittadini hanno di far sentire la propria voce per

formare un’opinione pubblica informata.

Uno dei problemi più gravi che minacciano la democrazia è l’eclissi del pubblico.

Le maggioranze si devono formare attraverso il dibattito pubblico.

Le teorie dinamiche della democrazia si oppongono alle teorie realistiche perché colgono il fatto della

democrazia in modo più ricco e complesso.

➢ TEORIE POLITICHE A CONFRONTO

La teoria della giustizia di Rawls

Con la Teoria della giustizia nel 1971 in Usa Rawls ha riportato al centro della discussione politica

l’approccio normativo e ha stimolato per contrasto al costruzione di teorie come il liberalismo di Nozick e le

teorie comunitarie.

Il tema della sua indagine è la giustizia sociale.

Cosa è la società? = sistema di cooperazione teso ad avvantaggiare coloro che vi partecipano.

È caratterizzata sia dal conflitto che dall’identità di interessi perché la cooperazione sociale rende possibile

per gli individui una vita migliore di quella che avrebbero senza di essa, ma ognuno preferisce avere più

benefici che oneri per sé.

Problema: quali sono i giusti in principi in base a cui deve essere organizzata la società?

Rawls per rispondere riprende la teoria di fondo del contrattualismo di Locke, Rousseau e Kant → i principi

giusti sono quelli sui quali si metterebbero d’accordo individui liberi, eguali e razionali.

È importante stabilire le caratteristiche della situazione originaria.

Non possono essere giusti principi quelli che scaturirebbero in un ipotetico stato di natura tra individui reali,

portatori di dotazioni differenziate. Il contratto risentirebbe delle ineguaglianze di partenza.

I contrattualisti per questo motivo sostenevano che nello stato di natura gli individui fossero uguali, tesi

difficile da sostenere.

Rawls decide invece di precisare quali sono le condizioni in cui si devono trovare i contraenti per dare luogo

a un contratto giusto:

• le parti del contratto tendono a promuovere il proprio bene

• sono nella condizione di scarsità moderata, ossia le risorse non abbondano cosicchè sono necessari

schemi di cooperazione, ma non sono neanche così scarse da rendere scontato il loro fallimento

• è necessario un “velo di ignoranza” → le parti devono scegliere i principi di giustizia ignorando le

proprie doti, il proprio piano di vita, il posto occupato nella società.

Non conoscendo i propri interessi specifici tutti avranno interesse a tutelare gli interessi di tutti.

Un contratto giusto è quello che verrebbe sottoscritto fra contraenti imparziali.

Quali sono i principi su cui le parti idealizzate del contratto si accorderebbero?

• Principio di eguale libertà → Devono essere garantite a tutti le libertà liberali e democratiche.

• Principio di differenza → Le ricchezze devono essere inizialmente ripartite in modo uguale. Poi è

accettabile anche una situazione di diseguaglianza a patto che tutti, anche coloro che hanno meno,

stiano economicamente meglio di quanto starebbero in una situazione in cui vige l’eguaglianza

(abbiamo supposto che le parti sono interessate esclusivamente al proprio benessere).

L’ineguaglianza qui produce vantaggi per tutti e tutti hanno pari opportunità di accedere alle

posizioni più retribuite con il proprio impegno.

Si possono ipotizzare altri due principi di distribuzione:

• principio meritocratico →Rawls: nella posizione originaria i soggetti non conoscono le loro doti

quindi non sceglieranno mai un principio che potrebbe penalizzarli. Inoltre le doti sono un prodotto

del vivere in società quindi non si possono davvero meritare maggiori guadagni.

• principio utilitarista → puntare a un’utilità media in cui tutti hanno mediamente di più, anche se

quelli che capitano peggio potrebbero avere una situazione peggiore di quella che si avrebbe con la

perfetta eguaglianza. Rawls: un soggetto che non sa in quale posizione sociale capiterà, sceglierà

sempre la situazione in cui ha certezza di stare il meglio possibile.

I principi enunciati da Rawls discendono da una precisa concezione morale basata sull’equità.

Problema: la società è caratterizzata da una grande quantità di concezioni morali diverse. Se i principi di

giustizia sui cui si basa la società rawlsiana discendono da una sola visione morale potrebbero non essere

accettati da tutti.

I principi devono essere accettati da tutti quindi non possono essere giustificati moralmente, ma

politicamente.

Rawls si propone di dimostrare che qualunque persona ragionevole accetterebbe i principi di giustizia da lui

enunciati. Per questo i principi di giustizia devono essere scelti in una condizione originaria, in un punto di

vista che non privilegia nessuno, cioè dietro al velo dell’ignoranza.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Docente: Geuna Marco
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher noemicalgaro di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Geuna Marco.

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