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Riassunto esame Filosofia politica e sociale, prof. Petrucciani, libro consigliato La questione ebraica di Marx, Bombiani

Riassunto per l'esame di filosofia politica e sociale e del prof. Petrucciani, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente La questione ebraica di Marx, Bombiani, dell'università degli Studi La Sapienza - Uniroma1. Scarica il file in PDF!

Esame di Filosofia politica e sociale docente Prof. S. Petrucciani

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“Il diritto è un fenomeno sociale, la società è però un oggetto completamente diverso dalla natura,

perché è una connessione di elementi del tutto diversa”.

Se il diritto è diverso dalla natura (e cioè dai meri fatti), la scienza del diritto si deve distaccare

dalla scienza della natura.

La filosofia del diritto degli ultimi due secoli è caratterizzata dalla crisi del giusnaturalismo e la

corrispondente prevalenza del positivismo giuridico. Giusnaturalismo è la teoria secondo la quale

esiste il diritto naturale, vale a dire un diritto costituito da fondamentali principi di giustizia validi

universalmente ovunque e in ogni tempo, indipendentemente dallo stesso diritto positivo

promulgato dagli stati. Positivismo giuridico è l' opposta teoria secondo la quale il diritto naturale è

inesistente e tutto è ricondotto al diritto positivo.

A questo punto Kelsen distingue un ordinamento 'statico' ed uno 'dinamico'. Sono 'statici'

quegli ordinamenti in cui il contenuto di tutte le norme può essere dedotto dalla "norma

fondamentale", come un normale sistema morale dove tutto dipende, per esempio, dalla

regola: ama il prossimo.

Sono 'dinamici' quegli ordinamenti in cui la "norma fondamentale" non esplica il contenuto

di tutte le altre norme ma delimita l'autorità del potere legiferante dettando il modo in cui

deve strutturarsi il sistema normativo.

Il diritto è secondo Kelsen un ordinamento dinamico. Una norma è considerata tale perché si rifà al

metodo dettato dalla "norma fondamentale". In particolare Kelsen definisce il diritto come un

sistema dinamico costituito da norme coercibili, cioè che si possono far rispettare con la forza: ogni

norma può così essere considerata come una imputazione normativa di una sanzione a un illecito.

Per Kelsen, anzi ,le norme possono indicare ai pubblici funzionari le sanzioni da infliggere a chi ha

compiuto un determinato fatto.

Per Kelsen la centralità del parlamento non degenera in sovranità perché la legge che esso emana

mantiene la sua posizione di supremazia finché corrisponde alla costituzione.

I suoi lavori scritti nell’età dell’eclissi democratica dinanzi ai totalitarismi novecenteschi. Egli è un

giurista di confine. La sua teoria del diritto, la Dottrina pura, ha un implicito significato politico e la

sua attualità sta nell’aver integrato l’aspetto teorico-giuridico e bello teorico-politico. I testi del

primo Kelsen sono di tipo liberistico e filocapitalistico, quelli dell’ultimo sono di tipo statalistico,

filosocialistico. Egli rifiuta ogni declinazione politica dell’opera, si richiama al principio

dell’avalutatività scientifica ma Weber non sarebbe d’accordo poiché già il fatto di trattare certi

temi non è privo di presupposti etici e politici.

La Dottrina Pura nel contesto austro-tedesco ha tentato di supplire alla debolezza delle posizioni

liberal-democratiche. È il carattere parlamentare del diritto, piuttosto che legislativo, che fa rompere

Kelsen con la tradizione giuridica tedesca.

Si distingue tra un primo Kelsen tedesco, un secondo americano e un terzo empirista. All’inizio era

un liberale di sinistra.

L’assimilazione del diritto a legislazione subordinata alle esigenze di fondazione metodologica della

giurisprudenza: le leggi sono la materia bruta. poi si va verso la teoria “dinamica” dell’ordinamento

giuridico.

Il procedimento caratteristico della Dottrina pura: si parte d aut tipo reale costituito da un’istituzione

liberal-democratica e la si erige a “tipo ideale” che si applichi a qualsiasi situazione sociopolitica,

così però si caratterizzerà come Stato di diritto anche il più illiberale. È tuttavia necessario partire

dal Kelsen filosofo politico perché questo dagli anni Trenta si è dedicato alla generalizzazione e alla

purificazione della Dottrina pura, opera che procede con la sconfitta della democrazia in Germania.

La declina secondo i presupposti della common law quando arriva in America e si interessa poi di

Diritto internazionale.

Il secondo Kelsen diverrà il bersaglio preferito del neogiusnaturalismo post-bellico e anche nel

dibattito internazionale come con Hayek. L’ultimo Kelsen nega alla scienza giuridica la possibilità

di intervenire sul diritto con strumenti logici. Kelsen esclude i giuristi dal novero dei soggetti

autorizzati a produrre il diritto lasciando il monopolio agli organi statali come il Parlamento. Si

predilige sempre il legislatore sul costituente con connotazioni liberal-democratiche.

Egli resta un teorico del diritto, importanza della politica come etica sociale tecnica: come filosofia

politica normativa e come scienza avalutativa. Egli è sconosciuto dagli scienziati politici e

conosciuto dai filosofi politici.

Il primo Kelsen opera in un contesto in cui il termine “democrazia” non è più il valore condiviso

ma solo oggetto di discussione. Nelle prime e successive opere si ha la riconduzione della

democrazia al concetto di libertà e non di eguaglianza. Le prime sono radicali per il carattere

astratto e filosofico.

Ne Il problema del parlamentarismo analizza le differenze tra democrazia diretta e rappresentativa,

si ribadisce nesso tra democrazia e Parlamento. La democrazia parlamentare come forma politica in

grado di risolvere i conflitti di classe. Visione conflittualistica dei rapporti sociali. Nel ’30 si

trasferisce a Colonia dove polemizza con Smend e Schmitt (questo aderiva a una forma plebiscitaria

di democrazia). Una democrazia che cerchi di affermarsi contro la volontà della maggioranza cessa

di essere una democrazia poi si ha l’analogia tra forme di governo e posizioni gnoseologiche. Il

bene comune è divenuto inconoscibile in Fondamenti della democrazia del 1955. il terzo capitolo

polemizza con le rivendicazioni liberistiche e collettivistiche di un primato dell’economia sulla

politica.

Egli seleziona motivi elaborati del pensiero liberale democratico a partire dall’età delle rivoluzioni

occidentali e li sintetizza con le sfide del Novecento. Ha una concezione relativistica della

democrazia scaturita dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione francese. Il carattere metodico e

procedurale della teoria kelsensiana si fonda proprio su questo assunto. Può darsi democrazia

solo in una situazione intermedia tra due estremi.

La sua è una concezione formale e procedurale della democrazia: è quel metodo di prendere le

decisioni politiche consistente nel discutere e nel votare a maggioranza.

Habermas, Rawls e Axely partono dagli stessi presupposti ma approdano a esiti opposti: spostano i

poteri verso i giudici e le Corti costituzionali. È inoltre una visione realistica (da Machiavelli in

avanti, no ideologia), elitistica (elitismo politologico, rifiutando le dottrine della rappresentanza e

della sovranità popolare) e individualistica (in senso metodologico) della democrazia e ancora

parlamentaristica. È anche una concezione partitica, consociativistiac e proporzionalistica della

democrazia e ancora pacifista: strumento in grado di risolvere i conflitti sociali e internazionali,

rifacendosi a Kant, e ancora concezione liberale per cui il governo non deve interferire in certe sfere

dell’individuo. Si parla di teorie giuridiche e politiche e queste non sono attuali ma lo è la

connessione tra i due ambiti, si rifarà a questa idea anche Bobbio.

La libertà

Nell’idea di democrazia soggiace la protesta contro la volontà esterna e la voglia di uguaglianza.

Se ci deve essere società ci deve essere anche un regolamento obbligatorio elle relazioni degli

uomini, un potere, se dobbiamo esser comandati vogliamo esserlo da noi stessi. È politicamente

libero chi è sottomesso alla volontà propria. Originariamente la norma si oppone alla legge causale.

Tale contraddizione si risolve quando la libertà diventa espressione di una legalità specifica

(sociale).

Alla libertà concepita come autodeterminazione politica del cittadino (idea antica di libertà) si

contrappone l’idea di libertà dei Germani (assenza di qualsiasi dominio).

Rousseau pone il problema dello Stato ideale, egli richiama la democrazia diretta e l’unanimità solo

per il contratto iniziale che fonda lo Stato. Conflitto che oppone l’idea della libertà individuale e

l’ordine sociale. L’esistenza della società presuppone possa esservi discordanza tra l’ordine sociale

e la volontà di coloro che ad esso sono sottomessi. La democrazia rinuncia all’unanimità e si

accontenta delle decisioni prese dalla maggioranza. La concordanza tra volontà dell’individuo e

dello Stato è difficile da realizzarsi. La fondazione dello Stato non rientra nella pratica sociale, si

nasce in un ordine statale pre-esistente, si presenta solo il problema del perfezionamento di tale

ordine. Se si deduce il principio di maggioranza dall’idea di uguaglianza, tale principio sarà

meccanico, essa si legittima dicendo che la maggior parte degli individui deve esser libera il cui

postulato necessario è l’uguaglianza.

La trasformazione del concetto di libertà dell’individuo dal dominio dello Stato a quella di

partecipazione al potere dello stesso segna l separazione tra democrazia e liberalismo.

La discordanza fra la volontà dell’individuo l’ordine statale è inevitabile, in regime democratico è

lo Stato stesso che appare come soggetto del potere, dominio dell’uomo sull’uomo. Gli individui

non devono essere dominati dai propri simili e perché non ci si sottomette all’idea che gli individui

sono sottomessi all’ordine dello Stato? Il suddito, riprendendo Rousseau, è l’individuo isolato di

una teoria individualistica della società, il cittadino invece è il membro non indipendente, elemento

di un tutto organico, alla libertà dell’individuo va a sostituirsi la sovranità popolare.

Poiché i cittadini dello Stato sono liberi solo nel loro insieme, chi è libero non è il singolo cittadino

ma la persona dello Stato.

Il concetto di libertà dunque è cambiato.

Il popolo

La democrazia è una forma di Stato in cui la volontà generale viene realizzata da chi sottostà a

quest’ordine. Significa identità di governanti e governati. Esso è una molteplicità di gruppi distinti,

è un sistema di atti individuali. È una finzione considerare come un insieme di individui l’unità di

una molteplicità di atti individuali. La partecipazione alla formazione della volontà generale il

contenuto dei diritti politici. Il popolo rimane una frazione della cerchia degli individui sottoposti

all’ordine statale, l’esclusione degli schiavi e delle donne dai diritti politici non impedisce di

considerare un ordinamento statale come democrazia. Tali diritti politici non devono essere legati

alla nazionalità (esempio Unione Sovietica). Bisogna poi distinguere tra il numero dei titolari dei

diritti politici e il numero di coloro che effettivamente esercitano tali diritti. Bisognerebbe

distinguere tra coloro che si lasciano guidare dall’influsso degli altri e i pochi che intervengono. Poi

parla dei partiti politici che formano la volontà generale e la democrazia moderna si fonda su di

essi, essi sono gli organi della formazione della volontà dello Stato. L’individuo isolato non ha

alcuna esistenza reale poiché non può influire sulla formazione della volontà dello Stato (contro i

partiti è Triepel, visti come pericoli per la quiete dello Stato). Lo Stato è al di là dei partiti che li

organizzano. L’ideale i una solidarietà di interessi di tutti i membri è un’illusione metafisica. Essi

sono necessari affinché i compromessi possano venir realizzati. Si può rinunciare alla finzione di

una volontà generale organica superiore ai partiti.

Solo nella democrazia diretta, che nella modernità non è possibile, l’ordine sociale viene realmente

creato dalla decisione della maggioranza dei titolari dei diritti politici. Quella dello Stato moderno è

la democrazia indiretta. È necessario trattare il tema del parlamentarismo per cogliere l’essenza

reale delle democrazie odierne.

Il Parlamento

La lotta condotta contro l’autocrazia alla fine del XVIII secolo fu la loro per il parlamentarismo:

emancipazione completa della classe borghese mediante la soppressione dei privilegi, uguaglianza

dei diritti politici del proletariato e l’emancipazione male ed economica di questa classe. Perle

repubbliche democratico-parlamentari è una questione essenziale. Il suo destino deciderà anche

quello della democrazia. Esso è la formazione della volontà direttiva dello Stato attraverso un

rogano collegiale eletto dal popolo grazie al suffragio universale e ugualitario. Essa è la lotta per la

libertà politica. Ciò che lo limita è il principio maggioritario e la formazione indiretta della volontà,

portando così alla restrizione della libertà. Dalla libertà naturale si passa alla libertà politica. Non

esiste il mandato imperativo nel Parlamento moderno.

Molti accusano tale organo di non rappresentare veramente la volontà del popolo. Si creai

Parlamento quando questa creazione cessa di aver luogo per pratica incosciente. Come deve essere

composto? Come deve esser convocato e qual è l’estensione della sua competenza?

Si richiama poi la Costituzione sovietica con Parlamenti piramidiformi che sono assemblee

rappresentative.

La riforma del Parlamento

Si potrebbero consultare anche gli elettori. Si potrebbe pensare a un referendum legislativo da

avvicinare a quello costituzionale: è preferibile far votare il popolo. Su di un testo votato dal

Parlamento piuttosto che si du una legge già pubblicata.

Si ha l’iniziativa popolare: un ceto numero minimo di cittadini elettori può proporre un progetto di

legge in merito al quale il Parlamento potrà deliberare. Bisognerebbe far scomparire

l’irresponsabilità del deputato o immunità di fronte alle autorità dello Stato.

Che un deputato possa essere perseguito dai tribunali solo dietro il consenso del Parlamento è un

privilegio che risale alla monarchia feudale, ovvero all’epoca in cui l’opposizione tra Parlamento e

governo regio era la più accanita. Poi si parla del principio di irresponsabilità secondo cui i deputati

perdono il mandato quando lasciano il partito. La Costituzione della Russia Sovietica permette che

gli elettori revochino in ogni momento i loro deputati ai diversi Consigli. Non sarebbe meglio

permettere ai partiti di delegarci, secondo la natura delle leggi da discutere, gli esperti di cui

dispongono? Si rinfaccia ai Parlamenti la mancanza di cognizioni tecniche. La mancanza di tali

competenze si richiama alla divisione differenziata del lavoro e ciò deve essere visto come una

riforma nel senso di un’organizzazione corporativa della formazione della volontà dello Stato.

L’idea di richiamarsi a un Parlamento generale con due Camere è problematica. Non si può

distinguere nettamente tra politica ed economia.

La rappresentanza professionale

I conservatori richiedono invece che una riforma del parlamentarismo, un’organizzazione

corporativa. Nella formazione della volontà statale non deve decidere la maggioranza ma un gruppo

professionale, vi concorrono però gli interessi. L’unica via è di rimettere la decisione definitiva dei

conflitti di interessi fra gruppi professionali a un’autorità creata in base a una legge estranea al

principio corporativo. Un’organizzazione professionale non sarà mai in grado di sostituire

completamente il Parlamento democratico ma potrà solo esistere accanto ad esso.

Il principio della maggioranza

Distinzione tra leggi ordinarie e costituzionali solo nella procedura parlamentare. La maggioranza e

la minoranza devono essere d’accordo. Prima l’idea di maggioranza assoluta rispondeva all’idea

democratica in via di realizzazione, oggi ci si richiama all’idea di una maggioranza qualificata.

Bisogna distinguere tra ideologia e realtà: la prima come formazione della volontà generale col

grande accordo delle volontà individuali. Può avvenire che la minoranza domini, il principio di

maggioranza è il risultato dell’influsso che i due gruppi esercitano uno sull’altro, sarebbe meglio

chiamarlo principio maggioritario-minoritario, è un principio di compromesso.

E’ migliore il sistema elettorale maggioritario o elettorale proporzionale? Il secondo perché in tale

caso non ci sono vinti, è sufficiente ottenere un minimo. Esso unisce il sistema elettorale

maggioritario e gli elettori per circoscrizioni elettorali.

Si è obiettato che questo favorisce la formazione di piccoli partiti. Si ha poi il problema

dell’ostruzionismo, da distinguere il tecnico dal fisico. Si distingue inoltre tra il tipo reale della

democrazia e quello dell’autocrazia, maggioranza e minoranza debbono potersi intendere

vicendevolmente: omogeneità culturale e comunanza della lingua.

Il compromesso è l’approssimazione dell’unanimità che l’idea di libertà esigerebbe per la creazione

dell’ordine sociale. L’evoluzione sociale porta a un dualismo.

L’amministrazione

La volontà della collettività comporta due stadi: norme generali e individuali. Prima ci si

accontentava di stabilire il governo legislativo e poi la democratizzazione del secondo stadio del

processo della formazione della volontà dello Stato, ovvero della funzione esecutiva che è

sottomessa all’idea di legalità. La volontà del tutto rischia, nelle diverse circoscrizioni

amministrative autonome, di venir paralizzata dalla volontà di parte. Democrazia e burocrazia non

si contraddicono dal punto di vista reale, solo se esiste un ampio potere discrezionale ci si può

aspettare un funzionamento soddisfacente dell’amministrazione democratica, importanza dunque

della decentralizzazione. Il rispetto della Costituzione nella procedura legislativa rappresenta un

interesse della minoranza in quanto le disposizioni sul quorum, sulla maggioranza qualificata

esercitano una funzione protettiva nei confronti della minoranza stessa. Il destino della democrazia

moderna dipende da un’organizzazione sistematica di tutte le istituzioni di controllo, senza l’auto-

limitazione si distrugge. Il principio di legalità che domina ogni atto esecutivo esclude ogni influsso

politico sull’esecuzione delle leggi da parte dei tribunali e delle autorità amministrative. È

importante la “spoliticizzazione” come eliminazione degli influssi politici esercitati sull’esecuzione

della legge. La democrazia e l’autocrazia si assomigliano sempre di più data la grandezza del

governo.

La scelta dei capi

L’ideologia democratica della libertà ha il ruolo di illusione etica del libero arbitrio. Nella

democrazia ideale non c’è posto per una natura di capo. La funzione specifica dei capi viene

limitata all’esecuzione delle leggi. Se nella limitazione al governo si vede un tratto caratteristico

ella democrazia reale si può considerare come tendenza che hanno gli Stati moderni. La separazione

dei poteri è un principio democratico? No, Montesquieu già ne parlava: conservazione al monarca

della possibilità di esercitare ancora un potere nel campo dell’esecuzione. Si richiamano gli Stati

Uniti che riprendono il modello inglese. Quando nella Repubblica presidenziale il potere esecutivo

viene affidato nominato dal popolo pare un indebolimento del principio di sovranità popolare, così

la rappresentanza del popolo perde fondatezza. Tuttavia la separazione dei poteri agisce anche in

senso democratico. La creazione di numerosi capi diviene il problema della democrazia reale che

avviene per elezione. L’elezione è un metodo di creazione di organi, è una funzione composta, essa

si oppone alla nomina. La dottrina della sovranità popolare è una maschera totemistica. Autocefalia

di Weber. nel sistema dell’ideologia democratica il problema della creazione dei capi sta al centro di

considerazioni razionali, non hanno questi un valore assoluto ma relativo al contrario di ciò che

avviene nell’autocrazia che trascende la collettività. La democrazia facilita l’ascesa al potere

garantendo la rapida rimozione di colui che non faccia buona opera. Vi deve essere educazione alla

democrazia. Nei paesi in cui vige il governo del proletariato si ha l’incapacità di conservarlo in

Unione Sovietica, in Germania e in Austria.

Democrazia formale e sociale

Alla prima che i marxisti definiscono formale contrappongono quella sociale, è tuttavia il valore di

libertà e non quello di uguaglianza a determinare l’idea di democrazia. La teoria marxista vuole

sostituire all’ideologia della libertà l’ideologia della giustizia servendosi della parola democrazia.

Ci si chiede perché la democrazia politica non diventa anche economica? Se il proletariato viene

educato alla mentalità socialista perché questa non la pone anche in ambito economico? Da dittatura

del proletariato si è andati verso la dittatura di partito. Esso pensa che la democrazia non possa mai

permettere al proletariato di conquistare il potere favorendo così solo la borghesia. Quale contenuto

il popolo dovrà dare alle leggi fatte da lui stesso?

Si parla poi della fiducia nella verità assoluta che pone le basi per una concezione metafisica del

mondo. Alla concezione critico-relativistica invece di collega un’attitudine democratica. La

maggioranza protegge i diritti fondamentali della minoranza. Capitolo XVIII del Vangelo come

simbolo della democrazia. Con la scenda di Pilato che chiede ai Giudei di uccidere lui o Barabba.

Il problema del parlamentarismo

Nel XVIII secolo loro per l’istituto parlamentare, il giudizio della storiografia è negativo facendosi

sempre più imperiosa l’invocazione della dittatura o dell’ordinamento corporativo. Per una

repubblica democratico-parlamentare il problema del parlamentarismo concerne la sua stessa

esistenza, è pensabile tuttavia la democrazia senza il parlamentarismo, quella diretta. Esso è

formazione della volontà normativa dello Stato mediante un organo collegiale eletto dal popolo in

base al suffragio universale. La lotta per questo fu la lotta per la libertà politica. La creazione della

volontà è indiretta, la volontà statale non è emanazione diretta del popolo stesso ma di un

parlamento. Tale concetto si combina con quello della divisione del lavoro. Esso è il compromesso

fra il postulato democratico della libertà e il principio della divisione del lavoro. il Parlamento è il

rappresentante del popolo tramite cui questo manifesta la sua volontà senza tuttavia il mandato

imperativo. Bisognerebbe dare importanza anche agli elettori per mezzo del referendum, non solo

costituzionale ma anche legislativo insieme all’iniziativa popolare con cui un numero di cittadini

elettori ha facoltà di presentare una proposta di legge. Contro le immunità che derivano da un

periodo in cui era violento lo scontro tra corona e parlamento, queste sono tra le cause della

mancata accettazione del parlamentarismo da parte delle masse e delle classi colte. Poi si parla della

Costituzione russa che prevede la revoca dei membri dei consigli. Si dice poi che ai parlamentari

mancano le cognizioni necessarie per fare buone leggi con la richiesta di tanti parlamenti di

competenti per i vari campi legislativi. Non si può attuare una distinzione tra “politico” ed

“economico” perché spesso vanno di pari passo. Altri vorrebbero la sostituzione del

parlamentarismo democratico con un’organizzazione corporativistica. In un regime economico e

tecnico progredito il numero delle diverse categorie professionali sarebbe di centinaia e tra i singoli

gruppi si ha un antagonismo d’interesse, bisogna richiamarsi a un’autorità estranea a tale principio

ovvero a un parlamento eletto democraticamente nel seno della collettività. Anche esso

utilizzerebbe la maggioranza e non sarebbe meglio considerare ogni elettore non come appartenente

a una categoria professionale ma come un membro della collettività? L’associazione corporativa

potrò solo affiancarsi al monarca come fattore consultivo ma non deliberativo. È la borghesia che si

richiama a tale principio perché ha paura del potere del proletariato, va a finire che si ha una

dittatura di una classe sull’altra. È lo Stato democratico-parlamentare che mette in gioco le due

fazioni di maggioranza e minoranza.

Il corporativismo è contro il principio di maggioranza, esso è un compromesso. Perché esista una

società e uno Stato deve poter sussistere fra il contenuto dell’ordine sociale e la volontà degli

individui una differenza possibile. La democrazia si accontenta di una semplice approssimazione al

concetto originario di libertà. Il principio della maggioranza assoluta rappresenta

l’approssimazione maggiore all’idea di libertà. Se si richiedesse meno della maggioranza assoluta

degli assoggettati all’ordine stesso la volontà statale potrebbe trovarsi in disaccordo e in contrasto

con il maggior numero di volontà individuali. Se si chiedesse più della maggioranza assoluta vi

sarebbe la possibilità che una minoranza riesca a impedire la modificazione. Il maggior numero

degli individui deve essere libero. Zenker e Weltsch a torto contrappongono il principio di

maggioranza e il compromesso, deve invece nascere una sintesi secondo Kelsen. Tutti i gruppi

politici però devono essere rappresentati in Parlamento in proporzione alla loro forza. Si è

rimproverato che stimola la formazione di piccoli partiti, si teme l’ostruzionismo tecnico se si

utilizzano mezzi contemplati dal regolamento e fisico se si utilizzano mezzi violenti. Esistono dei

limiti naturali all’applicabilità di tale principio: vi deve essere reciproca intesa, collettività

omogenea per lingua. Secondo i marxisti tale principio può essere attuato non in una società

fortemente divisa per classi. Esso avrebbe le sue radici nel liberalismo, questo vuole invece

giungere alla via di mezzo, non alla verità assoluta. Michels rileva che il fascismo nella sua

tendenza anti-parlamentare si basa du Pareto secondo cui per governare è necessario il consenso

delle masse, non la loro collaborazione. Questo propone i mezzi del referendum e libertà di stampa.

Democrazia e filosofia

La democrazia come “governo del popolo”: una procedura politica

La democrazia nata con la rivoluzione francese e americana era borghesia lottò per quest’ideale.

Con la Prima guerra mondiale sembra che vi fosse stata la vittoria della democrazia ma in Italia e in

Germania salirono fascismo e nazismo. Il comunismo combatte la democrazia presentandosi come

democratico. La democrazia antica si poneva come autodeterminazione politica. Platone e

Aristotele sosteneva no che non fosse un buon governo. Partecipazione al governo è la caratteristica

fondamentale della democrazia, il suo concetto è stato modificato dal liberalismo il cui interesse sta

nel potenziare il potere dell’individuo rispetto a quello del governo. Tuttavia il principio

democratico e liberale non si sovrappongono: secondo il primo il potere del popolo è illimitato, per

il secondo invece propone la limitazione del potere governativo. L’importanza sta nella procedura,

nel metodo e non è la democrazia un fine in sé. Essa è una forma di governo. Se si dice che essa è

“formalistica” le si dà discredito. La dottrina politica mette in risalto il punto che l’essenza della

democrazia è un governo interessato alle masse. Bisogna spostare l’accento nella definizione di

democrazia da “governo del popolo” a “governo per il popolo”.

La dittatura del proletariato in una società classista rappresenta l’interesse della maggioranza ed è

perciò una forma di democrazia proletaria. La democrazia borghese è un’uguaglianza formale al


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher martas.95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Petrucciani Stefano.

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