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Modelli di filosofia politica

Parte prima: Prologo

Capitolo 1: Territori e domande della filosofia politica

Filosofia politica: uno sguardo preliminare

La filosofia politica si occupa delle interazioni fra gli uomini in società, in quanto esse sono influenzate o regolate da relazioni di potere, che assicurano l’integrazione tra i diversi attori sociali e ne governano i comportamenti anche attraverso l’uso della coercizione. La filosofia politica è una forma di pensiero che assume come soggetto centrale le problematiche del potere. Per potere possiamo intendere la capacità che qualcuno ha di controllare, attraverso la propria influenza o con la minaccia di sanzioni, il comportamento di altre persone, ovvero di vedere obbedite le proprie disposizioni. Esistono sia forme di potere formali, la politica appunto, sia forme di potere informali, che strutturano i rapporti in tutti i tipi di relazioni sociali.

La filosofia politica ha a che fare prevalentemente con le forme di potere istituzionalizzate che possono essere definite come potere statale. Lo Stato, secondo Weber (La politica come pressione - 1919), è, come le associazioni politiche che storicamente lo precedono, un rapporto di dominio di uomini su uomini basato sul mezzo della forza legittima (cioè considerata legittima). Per Weber caratteristica del potere dello stato, oltre a quella di esercitarsi su un determinato territorio, è che esso detiene il monopolio della forza legittima.

La filosofia politica ha in un certo senso due volte:

  • Da una parte, la filosofia politica si occupa del potere, del conflitto per il potere, della sua conquista e del suo mantenimento, quindi dei vari aspetti dell’agire politico (Machiavelli);
  • Dall’altra, a partire dalla Repubblica di Platone, la filosofia politica si pone la questione di quale sia il giusto ordinamento politico, il modo giusto di organizzare la nostra convivenza e quali forme di potere siano legittime.

Filosofia e filosofia politica

Prima di parlare di filosofia politica, non dobbiamo dimenticare di chiederci cosa sia la filosofia. Leo Strauss, nel saggio Che cos'è la filosofia politica del 1955, poneva la questione del rapporto tra la filosofia politica e la filosofia senza aggettivi. Afferma che la filosofia è una forma di sapere che deve sempre dimostrare la sua, eventuale, legittimità. Egli ne parla come una pratica discorsiva del tutto particolare che si avvale fondamentalmente di un’unica risorsa, quella dell’argomentazione pubblica, critica e aperta, mentre, quanto all’oggetto, affronta la questione del nostro orientamento nel mondo.

Dunque, la filosofia non è un sapere di fatti, ma è una sorta di ininterrotto dialogo argomentativo, un continuo scambio di ragioni e di critiche. La peculiarità della filosofia sta nel fatto che:

  • Cerca di affrontare con gli strumenti del dialogo razionale quei problemi ai quali le scienze positive sono costitutivamente impossibilitate a dare risposte: perché esse ci insegnano come stanno le cose, ma non come dobbiamo scegliere quali sono i modi migliori per orientare il nostro stare al mondo.
  • Si pone problemi che non possono essere risolti restando sul terreno di un accertamento di fatti.

La filosofia politica, poiché non è scienza, si confronta proprio con problemi di questo genere: affronta questioni normative quando cerca di costruire buoni argomenti per rispondere ai dilemmi che la nostra convivenza ci pone, ma affronta anche questioni strutturali quando ci si chiede qual è la natura della società, qual è l'essenza del potere o quale sia la natura dell'agire politico: proprio per questo essa si configura come una filosofia ultima. Occupandosi di un fenomeno così complesso, la filosofia politica non è autosufficiente ed entra necessariamente in contatto con molte altre discipline, come la filosofia morale (questione del giusto) e la filosofia sociale (com’è fatta e come funziona la società).

Le domande della filosofia politica

Bobbio delineò i diversi significati che si potevano dare all’espressione filosofia politica, che in sostanza identificavano quattro questioni alla quali, nel corso del suo sviluppo, la filosofia politica aveva cercato di dare risposte:

  • L’ottima costituzione politica;
  • Il fondamento dell’obbligo politico;
  • La natura dell’agire politico e la sua definizione;
  • Il metodo e le condizioni di validità della scienza politica.

L’approccio normativo: Qual è il giusto ordine normativo?

Le prime due domande sollevate da Bobbio sono strettamente interconnesse, di esse si occupa quello che abbiamo chiamato approccio normativo della filosofia politica. Ci si chiede quali caratteri debba avere l’ordine politico per meritare l’obbedienza da parte di coloro che a esso sono sottoposti, cioè per essere considerato un ordine politico legittimo. Ciò che caratterizza una filosofia politica normativamente orientata è il fatto che in essa il tema della politica viene messo a fuoco nella prospettiva del dover essere: l’obiettivo è quello di delineare un ordine politico come dovrebbe essere, per poter essere riconosciuto come legittimo. La tradizione normativa è quindi quella che meglio caratterizza l’approccio dei pensatori occidentali alle questioni della politica.

È solo con la divisione humeana che essere e dover essere, momento descrittivo e normativo, vengono pensati come eterogenei. Le differenze nel modo di intendere la natura della normatività non implicano però un abbandono della domanda di fondo, ovvero la ricerca intorno al buon ordine politico. Essa permane pur nel mutare dei pensieri filosofici, degli strumenti argomentativi e dei valori supremi ai quali l’ordine politico deve essere riconducibile. Per la tradizione del pensiero politico moderno il supremo valore cui l’ordine politico dovrà essere commisurato sarà quello della libertà.

Accanto a costruzioni politiche che collocano la realizzazione del sommo valore in un mondo differente ve ne sono altre che pensano il buon ordine politico come una rettificazione dell’ordine politico già dato, che ne conserva gli aspetti fondamentali (il liberismo di Hayek, per limitare la democrazia illimitata a favore del liberismo economico, e il liberismo egualitario di Rawls, per arginare le disuguaglianze con principi di giustizia). Più raro è il caso di teorie che identificano l’ordine politico migliore in quello già dato. Le teorie normative, quindi, possono differenziarsi secondo tre linee:

  • La modalità ontologica del rapporto essere/dover essere (che può essere pensato come continuità o come separazione più o meno netta).
  • La determinazione del dover essere attraverso un certo valore supremo (il bene, la giustizia, la libertà o altro).
  • Il grado di distanza del modello normativo dalla realtà fattuale.

Le filosofie politiche normative si pongono la domanda circa l’ordine politico giusto, ovvero si chiedono se una certa legge o una certa istituzione siano giuste o meno.

L’approccio realistico: da Machiavelli a Weber

Il Principe di Machiavelli è il testo più classico ed emblematico del realismo politico, e si contrappone all’idea che il pensiero politico deve occuparsi dello stato come deve essere. Di conseguenza, piuttosto che interrogarsi sullo stato come dovrebbe essere, il realismo politico (soprattutto nella sua figura machiavelliana) si pone come una riflessione sull’agire politico così come esso è, nella sua aspra realtà effettuale.

Il primo punto che deve essere fissato è quello per cui l’agire politico viene concettualizzato come lotta per il potere. In quest’ottica la sfera dell’agire politico è rappresentata come il campo in cui agiscono attori in conflitto di potere. Ciò non vuol dire, come dice Weber, che lo scopo dell’agire politico sia il potere fine a sé stesso, al contrario ciò vuol dire semplicemente che, qualsiasi siano i fini che un politico vuole ottenere con le sue azioni, essi hanno bisogno del medium “potere” per venire attuati.

Nell’ottica del realismo politico, la politica viene vista come una dimensione dell’agire strategico, viene letta come conflitto e rapporto di forze. Il che vuol dire che per conseguire un risultato in politica non bastano solo belle parole ma è necessario conoscere le forze in campo. Spesso il realismo politico si scontra con una visione pessimistica della natura umana: se gli uomini sono per natura avidi di potere, allora è logico che non intendono altra ragione che la forza. Secondo Weber, la forza è il mezzo decisivo di cui l’agire politico non può in nessun caso fare a meno.

Per capire come il realismo politico possa rivendicare il suo buon diritto anche prescindendo da una visione pessimistica della natura umana può essere utile la visione di Sheldon Wolin nel suo volume Politica e visione: Wolin sostiene che la politica è un’attività incentrata sulla ricerca di un vantaggio competitivo fra gruppi, individui o società, condizionata da un ambiente mutevole tale che la ricerca di un vantaggio determina conseguenze di vasta portata, che riguardano l’intera società o una parte importante di essa.

Possono essere facilmente rivendicate le buone ragioni del realismo politico in quanto esso incide sulle dotazioni di potere, ricchezza e sulla distribuzione dei costi e benefici della cooperazione sociale, che in ogni società sono distribuiti in modo complesso e ineguale; e perciò anche senza presupporre una visione negativa della natura umana si può presupporre che in ogni società i diversi attori confliggano per ridurre i propri costi e aumentare i propri benefici utilizzando la pressione e la coercizione.

Etica e politica

La questione del realismo politico si connette strettamente con il nesso tra la politica e la morale. Come osservava Benedetto Croce nelle sue annotazioni su Machiavelli, è forse nella messa a fuoco di questa divisione che è da vedersi la vera e propria fondazione di una filosofia della politica. Questione costitutiva per la filosofia politica è quindi quella che concerne il dilemma del rapporto tra politica e morale. Nel Principe, Machiavelli vuole farci comprendere che il politico deve avere la capacità e l’ardire di infrangere il comandamento morale perché il fine della politica, che è quello supremo, deve prevalere su ogni altro: comportarsi, in queste circostanze, in modo morale sarebbe semplicemente suicida. Non si tratta di una scissione tra etica e politica, ma al conflitto di due etiche.

Il conflitto che così sembra delinearsi tra l’agire politico e la sfera morale diventa uno dei grandi temi della riflessione filosofico-politica. Già nella celebre conferenza di Weber sulla Politica come professione però, il dissidio tra politica e morale inizia a porsi in modo meno drammatico. Secondo Weber l’azione morale si pensa in almeno due modi:

  • Chi agisce seguendo l’etica della convinzione, agisce conformemente a ciò che si ritiene essere il comandamento della morale, disinteressandosi delle conseguenze;
  • Chi agisce seguendo l’etica della responsabilità, invece, si sente in dovere di rispondere anche delle prevedibili conseguenze delle proprie azioni.

Il grande politico, secondo Weber, è solo colui che riesce a seguire l’etica della responsabilità per le conseguenze, e l’etica della convinzione per la fedeltà ai suoi principi. Ma l’etica della responsabilità complica il dissidio tra morale e politica: il politico responsabile deve sapere che, entrando in una dimensione dove vigono il potere e la forza, non può fare a meno di entrare in contatto con potenze demoniache, ma al tempo stesso sa che non è un semplice cedimento al male, ma è proprio ciò che gli impone la sua etica di responsabilità.

Weber conclude il suo discorso affermando che l’etica della convinzione e l’etica della responsabilità non sono antitetici ma complementari, e solo quando sono giunti formano l’uomo vero, quello che può avere la vocazione alla politica.

La dimensione esistenziale della politica: Hannah Arendt

L’ambito dell’agire politico sembra sfuggire a ogni approccio monodimensionale e richiedere invece un quadro più articolato. Limitandosi agli aspetti principali dell’agire politico, si rischia di trascurare dimensioni meno evidenti ma più profonde: si rischia di non vedere il fatto che l’agire politico non risponde solo a logiche autointeressate, ma trova invece motivazioni nella dimensione della ricerca di senso che sembra costituire una delle strutture inaggirabili dell’uomo.

Secondo Hannah Arendt la comprensione del senso della politica necessita di un più largo raggio di veduta, che prende le mosse da una riflessione sulla condizione umana. Il suo obiettivo è quello di mettere in luce come alle diverse dimensioni dell’attività umana corrispondano diversi aspetti della condizione dell’uomo. Mentre l’attività lavorativa è necessaria perché l’uomo deve riprodurre le condizioni materiali della sua vita, la seconda dimensione, l’operare, risponde al dato per cui l’esistenza umana ha come sua condizione la creazione di un mondo artificiale di cose, permanente e nettamente distinto dall’ambiente naturale.

Da queste due dimensioni si distingue poi la dimensione dell’azione in cui si radica la politica che ha a che fare con i rapporti diretti tra gli uomini, e va compresa secondo due aspetti:

  • Pluralità: vivere significa non solo essere tra gli uomini, ma essere tra uguali e diversi: la pluralità è il presupposto dell’azione umana: siamo uguali perché umani, ma viviamo l’unicità della personalità che ci caratterizza. E in questa unicità trova radice l’azione politica, poiché questa è la dimensione nella quale gli uomini, con parole e fatti, manifestano la loro identità agli altri.
  • Natalità: proprio perché ogni individuo è unico, esso ha la capacità di iscrivere nella realtà qualcosa di inedito. Secondo Arendt, sebbene un elemento di natalità sia intrinseco in ogni attività umana, è nell’azione politica che la categoria della natalità trova la sua corrispondenza più diretta. Nell’azione che fonda un organismo politico nuovo, o che ne rinnova uno esistente, si esprime tanto la natalità che caratterizza l’umano, quanto il ricordare, perché l’irruzione del nuovo crea le condizioni per il ricordo e per la storia.

Il nostro concetto di politica si fonda, secondo la Arendt, nella polis greca, in cui l’azione che è degna di essere ricordata è capace di trascendere la mortalità del singolo uomo per attingere all’immortalità. Si connettono quindi natalità e immortalità: l’uomo, in quanto soggetto d’azione, possiede la capacità di generare l’inatteso, che proprio in quanto tale si sottrae al mero circolo della vita naturale e si afferma nella permanenza dell’immortalità. L’apparire davanti agli altri nell’azione politica che si compie nello spazio pubblico è il modo in cui l’individuo può mettere in scena di fronte agli altri la sua identità unica. Al tempo stesso, questa è la condizione perché ciò che si è compiuto possa essere ricordato e tramandato, conservandone la memoria. L’agire nella sfera pubblica al cospetto degli altri e con gli altri è salvezza contro l’evanescenza del senso e la futilità delle pratiche umane puramente produttive.

Si può citare un altro filosofo politico contemporaneo come Habermas, il quale ha individuato le distinte dimensioni della razionalità dell’azione umana. All’agire politico appartiene la dimensione della razionalità strategica (competizione tra attori), ma anche la dimensione morale (della giustizia) e quella della costituzione simbolica di senso della realtà umana e della espressione autentica di sé.

Parte seconda: Paradigmi della filosofia politica

Capitolo 2: L’ordine della polis

Polis e democrazia

La politica come la intendiamo oggi ha un origine nella polis della Grecia classica, ovvero la città-stato nata tra il 7a e il 8a secolo a.C. dalla crisi delle forme tradizionali. Nella polis il potere non è più in mano a stirpi aristocratiche, ma passa in quello che è il centro simbolico della città: l’agorà, lo spazio pubblico comune a tutti i cittadini, in cui compare per la prima volta la discussione politica nello spazio pubblico. Con essa nascono il discorso argomentativo, la filosofia, il dibattito e il pensiero politico. La sovranità nella polis viene sempre più laicizzata e diventa oggetto di dibattito: il comando non è più proprietà esclusiva di qualcuno, ma è il risultato di un confronto dialettico, di una sfida ai migliori discorsi e alle migliori qualità. Nasce la legge scritta come regola comune a tutti ma superiore a tutti.

L'uguaglianza che si comincia a creare non è una perfetta simmetria dei diritti, ma consiste nel fatto che i diritti sono distribuiti con un criterio di proporzionalità, che la legge è la stessa per tutti i cittadini e che tutti possono far parte dei tribunali come dell’assemblea. Il modello classico della polis democratica è quello delle istituzioni politiche di Atene dal 508 a.C. fino alla metà del 5a secolo con le riforme di Pericle. L’istituzione nella quale si incarna la sovranità politica è l’assemblea dei cittadini di pieno diritto (ekklesia): essa è aperta a tutti i cittadini.

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Scienze politiche e sociali SPS/01 Filosofia politica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AccogliGiovanna7 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia politica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Tattoni Igina.
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