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Riassunto delle lezioni di storia della filosofia italiana

Come il titolo del corso "Storia della filosofia italiana" non nasconde, le lezioni hanno come fine ultimo la comprensione della filosofia italiana, soprattutto degli ultimi 60 anni, in quanto punto di approdo e contemporaneamente di rivoluzione del pensiero dell’uomo. In particolare, si è deciso di muoversi attraverso il complesso di tendenze filosofiche note come pensiero debole, concetto introdotto per la prima volta da Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti all’interno dell’omonima opera del 1988.

Questo libro contiene numerosi scritti appartenenti a svariati pensatori della filosofia italiana e comprende fra gli altri, oltre ai due autori sopracitati, Umberto Eco e Maurizio Ferraris. Ma prima di entrare nel dettaglio è bene soffermarsi su un punto fondamentale che dovrebbe inorgoglire qualunque connazionale studioso e appassionato di filosofia: la grandissima rivalutazione che sta avvenendo all’estero nei riguardi dell’importanza del pensiero italiano all’interno del dialogo filosofico.

La teoria italiana nel contesto globale

Come sottolinea Roberto Esposito, nei campus universitari americani, così come anni addietro è penetrata l’impostazione filosofica francese - la French Theory, oggi è penetrata, e sta penetrando, l’impostazione filosofica italiana - la Teoria Italiana, Italian Theory. Ciò che è rilevato da Esposito risulta ben sottolineato dalla presenza di tre antologie riguardanti la filosofia italiana, apparse negli Stati Uniti e in Australia rispettivamente negli anni Ottanta, Novanta e nel 2009: quest’ultima addirittura, non senza una buona dose di coraggio, prova a tracciare un’origine delle teorie del Nichilismo e della Biopolitica, tipicamente rintracciata nel pensiero tedesco e francese, ponendo come epicentro della diffusione proprio il pensiero italiano.

Caratteristiche della teoria italiana

Tre, continua Esposito, risultano essere le caratteristiche tipiche della Teoria Italiana e sono rintracciabili sin dai tempi di autori quali Nicolò Machiavelli, Giambattista Vico e Giordano Bruno: l’immanentizzazione del conflitto, la storicizzazione del non storico e la mondanizzazione del soggetto.

  • Immanentizzazione del conflitto: si intende una posizione opposta a quella tipica della filosofia di stampo antropologico-politico di autori pragmatici come Thomas Hobbes, che, riguardo al dualismo interiore dell’uomo, diviso fra animalismo e raziocinio, pone come unica possibilità di vittoria del conflitto il totale annullamento della parte bestiale e naturale in favore di una freddezza cervellotica e matematica, totalmente anti-passionale. La filosofia italiana, invece, riprendendo la posizione machiavelliana, preferisce evitare dogmi limitanti e cerca di costituire un platonico equilibrio armonioso fra le parti che possa portare ad un’etica dell’agire costruita sul rapporto fra civiltà razionale e amore per la vita naturale.
  • Storicizzazione del non storico: coadiuvata dal pensiero di Giambattista Vico. La storia infatti contiene in sé degli elementi che non possono essere mai storicizzati e che non consentono la totale riduzione dei propri argomenti ad un’unica origine riconoscibile, definibile e univoca. In Vico la storia non ha un’origine unica poiché si sdoppia in storia sacra e storia profana e non arriva a ricomprendere totalmente l’origine stessa, che mantiene un fondo non storicizzato. Risulta pericoloso tagliare tutti i ponti con l’oscuro fondo dell’origine, vitale e barbarico.
  • Mondanizzazione del soggetto: ovvero la comune idea che l’individuo umano in quanto soggetto sia un semplice prodotto empirico scaturito dalla realtà fenomenica e storica. La filosofia italiana agisce subito in direzione di un netto scarto col concetto di soggetto come presupposto dell’esperienza e decide di spingersi verso la rivalutazione del già citato Giambattista Vico e di Pico della Mirandola. Il punto, dunque, è che l’uomo deve autoporsi: l’essere mano vive in una infinita oscillazione tra le sue sconfinate potenzialità e il fondo preumano, animale, dal quale proviene.

Il conflitto nella filosofia italiana moderna

Giunti a questo punto è semplice comprendere come la battaglia, lo scontro, il conflitto più puro fra realtà ed esistenza, mente e corpo, vita e distruzione sia alla base del tentativo di riforma del pensiero esposto dalla moderna filosofia italiana che ne tenta un riequilibrio. Un corpo, un’anima o una città sono sani non se un umore prevale sull’altro, ma se questi convivono in armonia: armonia intesa come capacità combattiva e di vigore pari all’elemento contrapposto, un’armonia non passiva ma attiva.

La ripresa delle posizioni machiavelliane richiede, al giorno d’oggi, un certo coraggio poiché il tentativo di ipotizzare una teoria del conflitto come forma dell’ordine rischia senza dubbio alcuno di trascinare in cattive acque l’intero impianto di ragionamento. Risulta allora evidente l’incompatibilità del machiavellismo con i moduli del pensiero politico moderno: se esso riconosce il proprio baricentro nella neutralizzazione del conflitto non può che respingere una concezione che individua proprio nel conflitto la fonte energetica dell’agire politico.

Decostruzione del primato del soggetto

Un processo simile di decostruzione è quello che mise in moto Giordano Bruno e che ebbe come obiettivo quello che in ambito moderno è il primato del soggetto: l’insano antropocentrismo che oggi domina la sfera vitale è per Bruno un grave errore umano. L’essere umano è un contenitore non specifico, un semplice vascello per quello che è la Vita: la vita è un’energia straripante, sconvolgente e inarrestabile che passa di contenitore in contenitore (e qui non vi è distinzione alcuna fra corporeo e spirituale) e che ha la capacità di abbattere la morte: una volta concluso il proprio percorso la Vita si immette nuovamente in circolo tramutando ciò che è defunto in vitalità. L’uomo dunque non è che un semplice tassello del percorso evolutivo dell’universo, un granello di sabbia che non costituisce alcun egoistico punto di arrivo all’interno del fiume dell’esistenza. Adottare un tale punto di vista non può che far allontanare da una visione progressista e illuminista della vita.

A fare il paio con l’idea bruniana possiamo porre come esempio l’inammissibile posizione portata da Cesare Beccaria nell’opera Dei delitti e delle pene: in un mondo dove la secolarizzazione cristiana e l’egoismo identitario dell’uomo crede di poter ergere l’individuo a garante della propria esistenza ed a padrone della vita, l’opera del pensatore italiano spezza in un modo senza precedenti l’idea che la vita dipenda dalla volontà di chi ne è il legittimo proprietario. Questo perché Beccaria riconosce anzitempo che politica e legge trovano soltanto nella vita il criterio di legittimazione ultimo. Per decostruire il modo teologico-politico che ha stretto la persona sovrana al potere di una decisione inappellabile sulla vita e la morte, è importante conservare alla giustizia il suo carattere impersonale: financo rifiutare al sovrano di concedere la grazia in quanto tale possibilità permette di restituire la vita dopo la morte.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher AndreaOldHunter di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Genova o del prof De Lucia Paolo.
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