La mutazione individualista: gli italiani e la televisione dal 1954 al 2010
Introduzione
La tv cambia la testa degli italiani. L’italiano è stato appreso soprattutto grazie alla tv, visto che in Italia si legge poco e si va poco al cinema. La tv viene vista ogni giorno e per quattro ore in media per ognuno. In tutti i paesi ricchi, la tv è il mezzo informativo dominante. Infatti, è per questo che fa molta paura.
La demonizzazione della tv vanta precedenti illustri, ovvero tutti quelli che si rifanno alla Scuola di Francoforte (Marcuse e Adorno in primis). Marcuse in particolare dipinge la società moderna come "a una sola dimensione", pervasa dalla cultura di massa consumistica, obbediente al potere e alla persuasione della pubblicità.
Comunque, la tv ognuno la vede a modo suo: ogni trasmissione suscita effetti e sentimenti diversi tra giovani e anziani, tra uomini e donne. Ogni testo proposto contiene diversi livelli di lettura e viene decodificato da spettatori diversi in modi diversi. La tv non produce da sé crisi della famiglia, delinquenza, corruzione e migranti. Riesce invece a fare leva su problemi, insicurezze, fragilità già esistenti creando un mondo di sogni, miti, illusioni.
La storia della tv italiana è particolare: nonostante la fine del monopolio di Stato comune alle altre tv europee, si passa dalla tv pedagogica di Mike Bongiorno e di Ettore Bernabei (democristiano direttore Rai dal 1961 al 1974 - anno del referendum sul divorzio) alla "neotelevisione" di Portobello e di Grande Fratello, che mette in scena, celebra e mitizza l’italiano medio.
In tv prima si doveva parlare in modo "depurato" ("paleotelevisione"), ma le tv indipendenti vogliono che il pubblico si riconosca. Oggi tutti possono sognare di andare in scena, senza fatica e senza studiare. Grande Fratello cancella l’orizzonte della storia e della politica. Chi segue da casa perde il senso del confine tra vero e verosimile. Ci interessa solo vedere chi vince. Il rispetto delle regole diventa secondario rispetto alla suspence del racconto.
Anche l’informazione politica si trasforma. La politica diventa un genere di consumo: si vota per la trama migliore e più avvincente. La ragione delle tv private (e le pubbliche sono obbligate a rincorrerle) è quella di vendere spettatori agli inserzionisti pubblicitari. I programmi contengono solo quello che fa vendere di più. La pubblicità è l’anima della neotelevisione.
L’uomo diventa homo oeconomicus, soggetto di consumo, e ogni oggetto porta con sé valori e identità. La tv non è onnipotente: se riesce a cambiare le persone è perché funzione da specchio di una importante trasformazione sociale, come la mutazione individualista. La baby boom generation concepita alla fine della guerra inetta nelle società occidentali un forte individualismo che in Italia (con il Sessantotto e gli anni di piombo) si esprime nelle forme tradizionali della politica.
Tre effetti: sul piano demografico (meno matrimoni, meno figli, più single; famiglie come unità di consumo invece che di risparmio), sul piano dei cambiamenti socioeconomici (si sviluppa il lavoro autonomo e perde potere la classe operaia) e sul piano delle identità culturali (religiosità-bricolage - credo in Dio ma non nella Chiesa -, ridimensionamento del valore del lavoro).
La politica viene abbandonata per l’autoimprenditoria: i baby boomers sono il popolo in crescita delle partite Iva. Orfani di una politica che li aveva fatti sognare, gli italiani si fanno da sé, imprenditori di se stessi, ma in questo modo perdono l’Italia come dimensione collettiva e condivisa.
Gli italiani vivono nell’eterno presente personalizzato dei consumi di bassa e del loro benessere. Gli italiani vengono paragonati continuamente al loro passato, antico, neoclassico e risorgimentale. Prima le Italia erano tre: Nord, Sud, e Centro. Poi le tipologie di italiani si moltiplicano. Gli italiani senza Italia si suddividono per tribù di consumo ("liceali", "arrivati", "appartati"…).
La neotelevisione è l’unica a registrare gli spostamenti dei loro gusti e dei loro stili di vita. Solo in Italia la tv diventa soggetto politico. Altrove, la politica regola la libera concorrenza con leggi antitrust (a ogni editore al massimo una sola rete nazionale). In Italia, invece, la rapida ascesa di Berlusconi (che conquista ben tre reti nazionali) si spiega con l’assenza di normative. Il capitalismo italiano è da sempre abituato a prosperare all’ombra del potere politico (cfr. Fiat e Olivetti).
La legge che regola il sistema televisivo arriva solo nel 1990 e si limita a legalizzare la posizione monopolistica raggiunta da Berlusconi. La tv non causa il mutamento, ma lo rispecchia, lo amplifica, lo velocizza. La trasformazione della società italiana provocata dalla mutazione individualista è irreversibile.
La neotelevisione commerciale crea sogni e ambizioni, regala attimi di celebrità a persone senza qualità, pubblicizza beni di consumo come status symbol, cancella l’idea di futuro condiviso imponendo un eterno presente fatto di soddisfacimento immediato. Cancella, quindi, la politica.
Il boom (1954 - 1967)
Rivoluzione in famiglia
Alla metà del Novecento, si pensa alla tv come morte della conversazione e della famiglia. La radio era stata vista come un oggetto più domestico e conciliante con le attività di genitori e figli: non richiede infatti una attenzione esclusiva, e riesce ad avvicinare cittadini e istituzioni. La tv viene vista come una presenza ingombrante e minacciosa, sin da subito, capace di rompere gli equilibri familiari.
La tv secondo molti ucciderà il cinematografo e il teatro, e i politici potranno raggiungere gli elettori direttamente a casa. La tv è vista come strumento di dittatura dello spirito e della coscienza. Secondo i favorevoli alla tv, questa non cambia la vita familiare, e se "prende" tanto i familiari, lo fa in case in cui non esistevano anche prima della tv forme di vita sociale e associata (nelle case in cui non si legge e non si conversa, lì la tv colma un vuoto). Granzotto è favorevole, Monelli è contrario.
La tv però ben presto diventa status symbol della classe media emergente. Tiene tutti a casa, riduce sì tempi e spazi della socializzazione, ma dà un motivo a nonni, genitori e figli per stare insieme. Secondo alcuni la tv è un mezzo totalitario, e presto la vita culturale sarà nelle mani di pochi uomini. Tra il 1955 e il 1965, gli anni del miracolo economico, in Italia crescono i consumi durevoli (frigorifero, lavatrice, auto) e anche i consumi alimentari.
Il possesso di beni entra a far parte delle identità individuali e collettive. Questa crescita dei beni si accompagna all’aumento della mobilità degli Italiani: negli anni del miracolo economico cambiano residenza 26 milioni di italiani. Non è tanto il peso dei migranti che dal sud va al nord, ma quello dei migranti che dal sud si muovono in un’altra zona del sud: tre quarti delle migrazioni avvengono rimanendo nell’area geografica di origine.
A mettere in moto gli italiani è soprattutto la fuga dalle campagne alle città. Gli agricoltori durante gli anni del miracolo economico scendono infatti da 8 milioni a 5 milioni: trattori e mietitrebbia innalzano di molto la produttività e liberano forza lavoro che cerca lavoro altrove, soprattutto verso i centri abitati: viene rilanciato anche il settore dell’edilizia abitativa e l’edilizia legata alle opere pubbliche. A partire verso le città sono i giovani, che rompono l’unità delle famiglie rurali.
I giovani sono molto più scolarizzati. Cresce quindi il lavoro indipendente, soprattutto industriale (nel 1963 la disoccupazione è ai minimi storici). Le città crescono rapidamente. Dopo il 1945 si arriva a una libertà che è prima di tutto conquista di benessere materiale, e la tv è al centro di questo processo: diventa la chiave di accesso a nuove culture e rispecchia il movimento verso il progresso. Nasce secondo i sociologi la generazione delle 3 emme: mestiere, moglie, macchina.
Le città che crescono diventano gli incubatori di nuovi stili di vita. La vita di città diventa veloce e dinamica. L’utilitaria (Seicento e Cinquecento in primis) sostituisce lo scooter. La Giulietta diventa uno degli emblemi dell’Italia in crescita. La tv è veicolo e diffusore del mutamento. La tv mette mille fermenti, sveglia induce alle impazienze e ai confronti. La tv accelera e fa superare i vecchi modi di vita.
La tv nei piccoli centri rappresenta un momento e un rituale di vita comunitaria che va ad aggiungersi a quelli tradizionali. La tv ha più presa nelle situazioni di povertà e isolamento, in cui altri svaghi sono inaccessibili e le possibilità di spostamento sono limitate. In Italia la tv di una famiglia viene guardata da tutti i familiari, dagli amici e anche dagli inquilini dell’intero palazzo. Le terrazze, i balconi formicolano di gente davanti ai piccoli schermi. Ma il potere aggregatore della tv si materializza soprattutto nei bar e nei caffè.
La tv demoralizza la vita familiare e sociale. Fin dall’inizio l’uso della tv è un uso plurale. La tv rispecchia l’aumento del tenore di vita. La tv, comunque, non è neutrale, ma non è neanche onnipotente.
"Carosello"
Nel decennio dal 1955 al 1965 la tv prende il sopravvento nei confronti della radio, delle chiacchiere con gli amici, dell’ascolto di dischi, del cinema, della lettura di giornali e riviste, del gioco, dello sport. Nelle ragazze la radio però prevale di poco sulla tv. Che la tv cambi la vita se ne accorge anche il Pci, che inizialmente la demonizza in chiave anti-americana.
Le Case del popolo e le sezioni di partito si allineano rapidamente al costume della visione collettiva, acquistando tv e collocandole vicino al biliardo e al calciobalilla. I contadini guardano la tv perché "c’è da apprendere e c’è il divertimento". La tv educa alla pluralità e porta alla democratizzazione. Mike Bongiorno, in Lascia o Raddoppia?, viene idolatrato da milioni di persone (il giovedì sera anche i cinema interrompono gli spettacoli), e la sua unica virtù è la sua mediocrità assoluta, la sua spontaneità; non è assolutamente costruito.
Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e stima molto gli esperti, quelli che sanno. Con Lascia o Raddoppia, la tv fa vedere "gente come noi", quindi ognuno diventa un divo. Il Musichiere e Lascia o Raddoppia sono entrambi programmi importati dagli Usa (la tv americana è una delle principali fonti di ispirazione della Rai). Altre fonti di ispirazione sono il teatro e la letteratura, soprattutto italiani. Con la tv gli italiani sono esposti continuamente al dramma ("più dramma in una settimana di quello che la maggior parte degli esseri umani avrebbe potuto vedere in precedenza in una vita intera").
Alla modernità dell’intrattenimento leggero (americano) si affianca la matrice colta della letteratura italiana ed europea. Emblema dell’incontro tra gusti del pubblico e missione educativa è Carosello (1957 - 1977) che per venti anni unisce la vita italiana alla pubblicità e ai consumi di massa. Ogni spot deve durare due minuti e mezzo di spettacolo e trenta secondi di réclame (oggi gli spot durano meno di 30 sec).
Stato e Rai fissano nel 1957 un 5% di tempo di programmazione destinato alla pubblicità. La formula di Carosello è contraria al liberismo americano: le aziende private sono costrette a rispettare regole di qualità dell’intrattenimento: lo spettatore viene prima del consumatore. La Rai monopolista e finanziata dal canone se lo può permettere. Carosello introduce con gusto e cautela gli italiani al consumismo (nel 1957 apre a Milano il primo supermarket).
Ogni prodotto viene associato a un personaggio di Carosello. La pubblicità televisiva ha una funzione di unificazione socioculturale perché sgancia l’acquisto e il consumo di beni di largo consumo da ogni appartenenza di genere, classe, ideologia e religione. I più poveri davanti alla tv realizzano una specie di uguaglianza magica con gli altri italiani: le famiglie che non possiedono neanche l’armadio o le scarpe si indebitano per comprarsi la tv.
Le classi sfruttate hanno cominciato a muoversi solo quando hanno preso coscienza che esistesse una alternativa. La tv mostra l’alternativa. Mostra che il frigorifero è un oggetto comprabile e non appartiene alle fiabe. Con i nuovi oggetti domestici la donna pare diventare il sesso dominante. Negli anni Sessanta il mercato pubblicitario italiano mostra una ripartizione per media simile a quella americana (alla stampa il 63%, alla radio l’8%, alla tv l’11%).
Nel bilancio Rai del 1963 le entrate pubblicitarie sono un terzo quelle degli abbonamenti (11 miliardi di lire contro i 33 miliardi dai canoni).
La lingua degli italiani
La Rai di Rodinò e di Arata riflette la politica democristiana di Fanfani e della corrente di Iniziativa democratica, favorevoli all’intervento statale in economia e a una maggiore autonomia dalla Chiesa. Rimane il ferreo controllo della Dc sull’informazione tv, ma la Rai diversifica le proprie fonti di entrata grazie alla pubblicità, diventando un soggetto finanziario di primaria importanza.
Essendo in attivo a livello economico, la Rai aumenta le ore di trasmissione, dalle 2 mila all’anno del 1956 alle 4.500 del 1964. Nasce la Tv per ragazzi e Telescuola, programma che propone lezioni organizzate in collaborazione con il ministero della Pubblica istruzione, rivolte a ragazzi residenti in località senza scuole secondarie. La tv "fa gli italiani". De Mauro subito capisce che la tv è uno strumento di unificazione linguistica del paese.
Il cinema è troppo sporadico e in fase calante. La radio è molto ascoltata, forse anche più della tv, ma il parlato della radio è diverso dal parlato normale: è una lingua formale e piatta, con sintassi semplice e senza enfasi ("atonia prosodica"). Infatti, con solo la radio nel 1951 due italiani su tre usano ancora il dialetto in ogni occasione sia pubblica sia privata.
L’italiano della tv è un linguaggio composito: dall’aulico delle trasmissioni culturali all’informale delle commedie o di Mike Bongiorno. L’italiano della tv è l’unico a penetrare in profondità nelle abitudini domestiche. Nel 1995 gli italiani che parlano più il dialetto dell’italiano sono scesi da due terzi a meno di un quarto, mentre quasi la metà degli italiani parla italiano anche in privato.
Siccome la circolazione di libri, giornali e riviste rimane stabile, il progresso è da attribuire alla tv. La scuola infatti insegna più a scrivere, e insegna un italiano "prefabbricato", una specie di superficie linguistica. Gli italiani apprendono dalla tv sia perché vogliono distinguersi sul fronte dei consumi, sia perché perseguono un ideale di integrazione e di legittimazione sociale.
La Rai non solo lotta contro l’analfabetismo, ma mescola informazione e intrattenimento. La tv rende il linguaggio vivo, accattivante e imitabile, perché unisce il linguaggio alle espressioni del volto, alle movenze e alla gestualità. La tv insegna un uso plurale della lingua (diafasia), ovvero a distinguere le situazioni in cui si può parlare in dialetto e quelle in cui si può parlare in italiano).
Come ogni altro medium, la tv non schiaccia la realtà né le intelligenze dei singoli sotto il peso di un messaggio univoco, unidirezionale e manipolatorio, ma propone testi che il ricevente rielabora in forme diverse secondo la sua singolare intelligenza.
Ovviamente al mutamento linguistico è collegata la diffusione della tv in Italia: all’inizio la tv è uno status symbol di nicchia (nel 1955 l’1% della popolazione ha la tv). Nel 1965 le famiglie con la tv sono il 49%. L’Italia in Europa è solo seconda alla Gran Bretagna per diffusione e per utilizzo quotidiano del mezzo. A spingere in alto l’Italia è proprio la pratica dell’ascolto fuori casa (infatti gli abbonati sono solo il 6%, molto bassi rispetto alle altre nazioni europee).
Gli italiani rispetto al resto degli europei vanno più al cinema, ma comprano meno giornali. La penetrazione al Sud è maggiore di quella al Nord. Il possesso della tv funziona come uno strumento di autoidentificazione nella parte moderna del paese (mezzo ostentatorio per i ricchi e mezzo di socializzazione anticipatoria per i poveri). La penetrazione trasversale della tv in Italia si spiega ancora con la pratica dell’ascolto collettivo, che funziona da potente traino all’acquisto.
Gli italiani con la tv sono al corrente dei fatti del giorno e possono svagarsi dopo il lavoro. Il pubblico televisivo richiede la varietà. In Italia hanno più successo film, tg, telefilm, musica, sceneggiati, riviste, varietà, giochi a quiz.
Pedagogia e censura
In Usa la tv è basata sul privato e quindi sulla libera concorrenza: tutti sono alla ricerca di diverse fasce di consumatori. Tribuna politica appare prima in Italia che in Usa, perché la Rai è legata alle istituzioni pubbliche e perché gli americani non sono interessati alla politica. Gli uomini politici addirittura cominciano ad accettare il trucco prima della messa in onda, perché la dignità dell’uomo si trova in altri comportamenti e apparire più gradevoli ai telespettatori è essenziale anche a livello elettorale. Molti telespettatori si lamentano del f...
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