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Stato non riesce a dare. Il Sessantotto è il preludio che degli anni di piombo (nel ventennio 1969 - 1987

sono più di 400 le vittime del terrorismo e più di 15mila gli atti di violenza politica contro persone e cose).

Moltissimi anche gli attentati di sinistra, soprattutto a opera delle Br, che però non riescono a creare

proseliti per uno scontro rivoluzionario. Berlinguer propone il compromesso storico, in clima di guerra

fredda, ritornando di fatto a un governo di solidarietà nazionale tra comunisti, socialisti e cattolici. Molti

comunisti però sono contrari al compromesso storico e vorrebbero un governo di sole sinistre, anche con

maggioranza risicata del 51%. Sono soprattutto i giovani a volerlo, quelli della baby boom generation, che

hanno come miti Mao, Che Guevara e Ho Chi Minh: da un contesto esotico si estrapolano figure lontane

dal consumismo. Diventano i simboli di una ripartenza del mondo contro lo strapotere atomico di Urss e

Usa. Nel 1975 una nuova riforma della Rai istituisce il terzo canale, partito nel 1979, affidato a responsabili

del principale partito di opposizione, ovvero il Pci. Secondo Berlinguer il consumismo si combatte con

l’austerità e la solidarietà. È chiaro finalmente che non è possibile la crescita infinita e che lo sviluppo ha un

limite. Comunque, la mutazione individualista non è solo edonismo e consumismo: crescono di moltissimo

le organizzazioni non governative a carattere internazionale basate sul volontariato (da 1940 nel 1964 a

21mila nel 2004). Nel 1977 si chiede la breve stagione di fiducia nella politica aperta dal Sessantotto. Dopo

il reflusso anche del terrorismo, gli italiani si allontanano drasticamente dalla politica: aumentano gli

astenuti fino a un tasso del 20+% negli anni Duemila. Si dimezza anche l’audience media dei tre tg di prima

serata. Perde molto soprattutto il tg1 (da 20mln a 8). Cresce di poco il tg2, grazie allo stile di Lilli Gruber

che lavora sulla prossemica per coinvolgere di più lo spettatore. L’exit dalla politica della baby boom

generation non può essere liquidato moralisticamente come semplice reflusso. La baby boom

generation, delusa dalla politica incapace di riforme e parassitaria, trova nuove strade per proseguire la

propria mutazione individualista. La prima strada è la tv e la radio private. La seconda strada è l’interazione

con il pubblico, per esempio attraverso le chiamate in diretta. La radio privata è di solito no profit, al

contrario della tv. In radio le chiamate hanno un effetto di vicinanza e di rapporto tra pari, al contrario che in

tv. La radio quindi è basata, al contrario della tv privata, sulla democrazia dal basso. Nel 1976 una

sentenza della Corte costituzionale liberalizza il mercato tv privato invitando il parlamento a legiferare in

materia. Tutte le emittenti private puntano sulla spoliticizzazione.

2.5 - La riforma della Rai

•• In tutta Europa crolla il monopolio tv, perché vengono meno le ragioni tecnologiche, politiche e sociali che

hanno a lungo giustificato l’esclusività della presenza statale nel settore (costruzione delle infrastrutture,

formazione del pubblico, pluralismo informativo e culturale…). In Italia non si regolamenta nulla fino al

1990. I giornali italiani da sempre vendono poco perché parlano di politica ai politici e non della realtà ai

loro lettori. Dopo Bernabei, tra il 1977 e i 1983 calano i programmi scolastici e aumentano i programmi di

intrattenimento. Insomma la tv pubblica si adegua al clima di spoliticizzazione introdotto dalle tv private. Rai

e Fininvest così spartiranno il loro tempo di trasmissione: 50% intrattenimento, 25% cultura e 25%

informazione. L’intrattenimento assume la forma di una interazione con il pubblico, soprattutto con i talk

show, che introducono telefonate in diretta oppure l’uso di gag ed espressioni gergali. Domenica in (1976)

è il primo esempio di trasmissione nonstop della domenica pomeriggio e di tv come sottofondo. Negli anni

Settanta la programmazione per ragazzi comincia dall’ora di pranzo fino alle 19, dalle 19 alle 20 vi è Furia,

un telefilm adatto a tutta la famiglia, e alle 20 il tg. I ragazzi non hanno neanche lo spazio per fare i compiti:

vengono rotti i vincoli pedagogici e moralistici degli anni Sessanta e si fa strada una nuova filosofia

aggressiva, finalizzata solo a conquistare quote sempre maggiori di pubblico. La rottura del monopolio

spinge la Rai ad aumentare la propria presenza sul mercato pubblicitario. Nel 1977 Carosello chiude, a

tutto vantaggio di tantissimi spot brevi, senza contenuto fisso e senza qualità. Siccome per legge il tempo

destinato alla pubblicità è del 7%, allora gli orari senza programmazione vengono riempiti da programmi

così da spalmare il più possibile la pubblicità. La paleotelevisione del monopolio rispondeva a criteri

politici di alfabetizzazione e unificazione culturale del paese. La neotelevisione della libera

concorrenza risponde al criterio commerciale di portare più spettatori possibili agli inserzionisti

pubblicitari. I pubblici si frammentano (mentre prima erano uniti). Nel 1984 per la prima volta si pagano di

più le pubblicità sulla tv che sulla stampa. Vengono venduti negli anni Settanta quasi 10mln di copie di

quotidiani in meno. La liberalizzazione dell’emittenza televisiva cambia tutto lo scenario. Nel 2003 la spesa

pubblicitaria televisiva pro capite in Italia è doppia rispetto a Gran Bretagna, Francia e Germania. Le

emittenti private che non devono rispettare il tetto pubblicitario per legge, trasmettono moltissima pubblicità,

fino a un terzo della loro intera programmazione.

2.6 - Pluralità

•• Dalla teoria “forte” proveniente dalla Scuola di Francoforte che vede nella tv uno strumento di

manipolazione delle coscienze si passa ad approcci più pragmatici e meno allarmati. La teoria dell’agenda

setting vede nei mezzi di comunicazione il pieno monopolio delle informazioni: i media decidono di che

cosa parlare, ma non convincono obbligatoriamente e non dettano direttamente opinioni e scelte. La teoria

della coltivazione vede invece nella tv uno strumento importantissimo di indottrinamento forzato, soprattutto

sulle menti più deboli (“l’ha detto la tv!”): la tv coltiva tendenze già presenti negli individui fino a sedimentare

letture della realtà capaci di modificare le coscienze individuali. Gli audience studies scompongono il

pubblico televisivo per età, sesso, classe sociale, reddito, istruzione, identità ideologiche. Negli audience

studies il rapporto con i media è bilaterale, come una sorta di negoziato: l’emittente deve scendere a patti

con i bisogni del telespettatore. Insomma, esistono approcci plurali allo studio dei media. Gli anziani sono i

più restii a cambiare la propria tv in bianco e nero con una a colori. Le ricerche di mercato cominciano a

raffigurare gli italiani come un insieme frammentato di gruppi di consumatori divisi tra loro dall’adesione o

no a valori e stili di vita moderni. Nella rappresentazione di Eurisko la società italiana diventa un mercato

segmentato. Il palinsesto risponde alla scomposizione del pubblico in gruppi di consumatori da rivendere

agli inserzionisti pubblicitari. Per gli italiani che escono dalla politica alla fine degli anni Settanta pluralità

significa perdita silenziosa di una identità nazionale condivisa: diventano una società a maglie sempre più

larghe, superficialmente unificata dalla tv commerciale e dai consumi di massa, ma frammentata nel

profondo da una mutazione individualista che smette di riconoscersi nella politica.

3 - L’Italia degli individui (1981 - 1993)

3.1 - “Dallas” e “particulare”

•• Per gli italiani gli anni Ottanta sono quelli della pluralità. Si impone la tv a colori e si struttura il duopolio

Rai-Fininvest. Si allarga quindi l’offerta di programmi in contemporanea. La paleotelevisione pedagogica è

definitivamente soppiantata dalla neotelevisione commerciale. La tv diventa pura tecnologica del

divertimento. Dallas viene trasmesso da Canale 5 in prima serata con lo slogan “in contemporanea con

l’America” e diventa un potente traino di ascolti, vero cavallo di Troia per rompere il monopolio Rai. Si

inaugura un genere di lenta serialità, che consente una immedesimazione degli spettatori diluita nel tempo

(come con Beautiful, nel 1990). Dallas mischia introspezione psicologica, attenzione empatia per la vita

quotidiana, fiaba che divide buoni e cattivi, sentimentalismo da fotoromanzo. Questo riduce la complessità

della vita. Nelle sit-com, nelle soap opera e nelle telenovela non vi è più l’orizzonte collettivo delle istituzioni

e dei movimenti: il mondo è solo un insieme di individui individualizzati, in perenne incontro e scontro

reciproco. La felicità non è più un bene pubblico, ma un bene privato da perseguire attraverso intrighi e

relazioni. Dallas rispecchia bene l’exit dalla politica dell’Italia negli anni Ottanta. La tv può essere usata in

vari modi: informativo, per compagnia, per facilitare le relazioni e la comunicazione, per appartenenza, per

apprendimento sociale… I programmi tv diventano sempre più orientati agli individui che alle famiglie. Gli

spot devono puntare a target molto precisi e non a un pubblico generico. L’economia adesso impone le

direttive non solo alla tv, ma anche alla politica stessa. Quando la politica comincia a servirsi della tv,

servono molti soldi, ma la disaffezione generale dalla politica rende necessario l’incontro tra élite politiche

ed élite economiche. La partecipazione popolare quasi non serve più. La tv commerciale moltiplica i canali

di ascolto e frammenta il senso comune. Negli anni Ottanta tramonta il keynesismo (la spesa pubblica

diminuisce la disoccupazione): adesso l’inflazione è il pericolo prioritario, quindi si stimola la libera

concorrenza e si tagliano le politiche assistenziali. La cultura socialdemocratica è costretta a limitare i

danni, moderando la rivoluzione culturale neoliberista, senza la capacità di una proposta altrettanto

innovativa. Lo Stato non è più il garante dell’eguaglianza e della ridistribuzione della ricchezza, ma è solo

custode delle regole della libera concorrenza. Craxi approfitta della debolezza della Dc (coinvolta dallo

scandalo P2, perde per la prima volta la presidenza del governo nel 1981) e del Pci (Berlinguer abbandona

il compromesso storico e propone un governo degli onesti di difficile attuazione). Craxi nel 1983 diventa

primo ministro e allora comincia la sua distruzione sindacale avendo come insegnante Tatcher: taglia per

decreto un quarto dei punti di scala mobile, il meccanismo di adeguamento automatico dei salari al costo

della vita. Pci e Cgil promuovono un referendum contro la cancellazione della scala mobile, ma vi escono

sconfitti. Anche i lavoratori cominciano ad abbandonare l’orgoglio autonomista verso gli industriali e

abbracciano un modus operandi decisamente più collaborazionista. Dopo lo shock petrolifero del 1973

molti lavoratori nell’industria vengono licenziati. Crescono in Italia le piccole fabbriche con meno di 10

operai. Nella terza italia (Centro e Nord-Est) prevale l’identità locale rispetto all’appartenenza nazionale.

3.2 - I lavori

•• Nella terza italia negli anni Ottanta cresce l’occupazione, l’innovazione tecnologica e la competitività sui

mercati internazionali. Nelle fabbriche crescono i colletti bianchi, quelli che hanno mansioni intellettuali

correlate alla produzione (ricerca, progettazione, organizzazione del lavoro, commercializzazione). Il

modello Toyota introduce concetti nuovi, come produzione snella, controllo di qualità, servizi postvendita,

personalizzazione del prodotto. Negli anni Ottanta il lavoratore di fabbrica smette di pensare a sé come a

un essere completamente subordinato e controllato da un potere alieno, da vincere solo con la

contrapposizione sindacale: il lavoro diventa qualcosa di creativo. Si diventa imprenditori di se stessi. La

mutazione individualista della baby boom generation persegue strade diverse e trasforma profondamente

la società. Ne viene fuori un’Italia più ineguale, soprattutto a livello di redditi (al contrario degli anni

Settanta, in cui i sindacati promuovevano una redistribuzione salariale più equa). Sale la quota dei profitti

degli imprenditori e scende quella dei salari. Il toyotismo all’italiana quindi non premia i migliori, ma

penalizza i “peggiori”. Comincia l’epoca dei lavoratori “atipici” e dei lavori di tipo Mcjobs (tutti assunti con

contratto a tempo determinato). Cresce l’evasione fiscale che fa guadagnare di più, ma fa indebitare di più

lo Stato. Cala il tempo di lavoro e aumenta il tempo libero. I mcjob producono precarietà, che fa perdere

fiducia e speranza. Il lavoro industriale si sposta in Asia, in Africa e in America Latina, dove gli operai

costano di meno. Questo indebolisce i sindacati. Le organizzazioni sindacali conservano influenza solo nei

paesi del Nord Europa. Il calo della sindacalizzazione in Italia è una conseguenza importante dell’exit dalla

politica fatto dagli italiani negli anni Ottanta. Comunque, in Italia come nel resto dell’Occidente cresce il

settore terziario (nel 1995 i lavoratori nel terziario arrivano al 60% della popolazione attiva). Proprio i

lavoratori di questo settori incarnano la parte più significativa della mutazione individualista della baby

boom generation (competizione tra lavoratori, imprenditori di se stessi). Cresce il lavoro autonomo, più che

in ogni altro paese occidentale. Il popolo delle partite Iva italiano è maggiore di quello degli altri paesi, ma

ha livelli di istruzione inferiore e guadagna di più. Il lavoro autonomo è uno dei pochi canali di mobilità

sociale in una società altrimenti molto statica come quella italiana.

3.3 - Frammentazione e immobilità

•• Piccoli imprenditori e commercianti sono votati al vocalismo e all’interesse personale, fondato sull’etica

del lavoro. I lavoratori salariati non rifiutano il consumismo individualistico, ma lo collocano in un contesto

sociale. Comunque, cresce anche il mondo del volontariato. È una faccia positiva della mutazione

individualista. Nel 1995 gli italiani del centro vedono più intrattenimento e meno informazione rispetto a

italiani del Nord-Est. I valori degli italiani alla fine degli anni Ottanta: benessere della famiglia, vita sana e

regolata, amicizia, possedere una casa propria, affermarsi con i propri mezzi, migliorare le proprie capacità,

conquistare la stima degli altri, trovare un posto di lavoro sicuro, saper risparmiare. Operai e ceti superiori

condividono questi valori. Le spese per istruzione, cultura e divertimenti sono simili sia tra lavoratori

dipendenti sia tra imprenditori e liberi professionisti. La differenza di reddito però si nota nella spesa

alimentare (i lavoratori dipendenti spendono molto di meno). Ormai l’appartenenza di classe non incide più

sul tipo di voto: adesso gli operai italiani votano al 60% per le liste di centrodestra (nel 1983 votano al 69%

per i partiti di sinistra). Ormai è inutile suddividere la società per classi sociali (borghesia, piccola

borghesia, ceto medio, classe operaia…). Solo la classe sociale non è un fattore che detta scelte e

comportamenti sempre più individuali. Importante adesso è il tipo di professione, ma anche il tipo di

guadagno e il tipo di capitale (anche sociale e simbolico) generato dal tipo di mansione svolta. La mobilità

sociale in Italia però resta al minimo rispetto alla media europea. Lo Stato non vigila tanto sugli

accertamenti fiscali, ma non sostiene né incoraggia il ceto medio indipendente: è un patto al ribasso, con

scarsa qualità dei servizi pubblici ma tolleranza nei confronti dell’evasione. L’exit dagli obblighi fiscali

rappresenta una rottura consapevole del patto di cittadinanza. Si recuperano valori particolaristici. Gli

italiani hanno poca fiducia in se stessi, meno ancora negli altri, poca nelle istituzioni pubbliche, pochissima

nei sindacati e nei partiti. Siamo un popolo di furbi. La furbizia sta nel pensare che gli altri approfitterebbero

di noi se non approfittassimo prima degli altri. L’Italia è il paese tra quelli sviluppati più segnato da una

disoccupazione escludente che colpisce in modo particolare giovani e donne. I giovani se ne vanno di casa

tardi, e la convivenza prolungata genera insoddisfazione e irresponsabilità reciproca tra le generazioni.

3.4 - Mutazione individualista e neotelevisione

•• Più i redditi sono bassi, più cresce l’ascolto televisivo. Fasce più alte di reddito e di istruzione guardano

poco la tv. Ma la tv viene usata in maniera più variegata rispetto al passato. La neotelevisione diventa

l’emblema del processo di individualizzazione della società italiana. La Rai fa una lotta preventiva per

garantirsi il maggiore spazio pubblicitario possibile. Il canone non viene messo in discussione, e anzi la Rai

fa resistenza alla normativa antitrust in campo televisivo che regolamenterebbe la concorrenza, perché

l’entrata in scena dei privati giustificherebbe di meno la tassa sul possesso della tv. Con l’ingresso però di

Berlusconi, la Rai è costretta a rincorrere il mercato pubblicitario, con effetti disastrosi su tutto il sistema

italiano dei media. I giovani vedono come valore principale del prodotto il marchio, simbolo identitario. La

rottura del monopolio Rai appiattisce le differenze: tv pubblica e tv privata si scambiano programmi e

conduttori. Rai e Fininvest sono entrambe tv commerciali, con l’unico obiettivo di vendere spettatori agli

inserzionisti. L’opinione pubblica diventa opinione di massa e la società civile diventa società di mercato,

con individui isolati e passivi, conformisti e separati gli uni dagli altri. La tv rispecchia la mutazione

individualista in atto nella società italiana: in base all’audience vengono scelti i contenuti. Conduttori e divi

sono di una mediocrità assoluta, e tutti possono riconoscercisi. Berlusconi approfitta della mancata

regolazione della televisione statale e dell’assenza di una legge antitrust. Crea Publitalia nel 1970, quindi

Fininvest con Publitaria ha in sé il ruolo di raccolta pubblicitaria. Publitalia si propone come partner

dell’inserzionista, personalizzando le forme di comunicazione e di sponsorizzazione. Publitaria cresce

quattro volte più velocemente della Rai. Berlusconi quindi può permettersi di acquistare nel 1983 Italia 1

per 35mld. Nel 1984 acquista Rete 4 per 130mld (Berlusconi ha cominciato solo con Canale 5). I tentacoli

del gruppo Fininvest arrivano anche alla stampa. Nel 1988 acquista il Giornale, nel 1989 Mondadori. È

Craxi che ha aiutato Berlusconi non facendo rispettare la legge sulle emittenti privati e sui limiti pubblicitari.

Da sempre le grandi imprese prosperano all’ombra delle protezioni e dei favori accordati dalle istituzioni.

L’unico interesse di Craxi è invertire la tendenza bipolare degli annI Settanta e fare spazio al proprio partito

nei meccanismi usuali di governo modellati nel tempo dalla Dc. Dopo il decreto Berlusconi e l’entrata in

campo della concorrenza, nel 1984 Rai, aziende pubblicitarie ed emittenti private creano l’Auditel, che

raccoglie i dati sulle abitudini di consumo televisivo di un campione di famiglie italiane (all’inizio 600,

adesso 5mila). Nel 1986 il tempo della pubblicità è fissato al 16% di quello di programmazione. Nel 1990 la

legge Mammì vara in tetto antitrust ridicolo: ogni privato può avere al massimo tre reti nazionali, ma non

può possedere quotidiani (allora Berlusconi aggira il problema vendendo il Giornale al fratello); le reti

private possono trasmettere più pubblicità della Rai (18 contro 12% sul tempo di programmazione). Il

duopolio Rai-Fininvest provoca una competizione sul piano della ricerca di pubblico da investire con la

pubblicità. Il tempo medio davanti alla tv aumenta. Con la legge Mammì le reti private non possono

trasmettere dirette, e finché questo divieto è in vigore queste trasmettono più intrattenimento che

informazione. (fino al 1992 Canale 5 non ha un tg). La Rai stupidamente riduce il tempo dedicato

all’informazione aumentando quello dedicato all’intrattenimento. L’unica a puntare sull’informazione è Rai3,

che viene premiata tra il 1987 e il 1992 triplicando i propri spettatori (è una tv “populista”). La politica in tv

diventa teatro e non confronto democratico regolato dalle leggi per la comune ricerca di soluzioni condivise

ai problemi: viviamo una spoliticizzazione spettacolare, dove lo schieramento prevale sulla discussione, la

semplificazione sulla complessità, l’umore sul ragionamento. La politica è narrazione con buoni e cattivi. Lo

spettatore si limita a fare il tifo e a seguire passivamente un copione scritto da altri.

3.5 - Le colpe della politica

•• Questo non accade solo in Italia: in tutto l’Occidente negli anni Ottanta si assiste alla deregulation del

sistema televisivo e alla crescita della neotelevisione commerciale. Calano di popolarità partiti e istituzioni.

L’attenzione degli italiani è riservata a problemi singoli, grandi e globali o piccoli e locali, ma rigorosamente

singoli. La tv è sia causa sia effetto della frammentazione sociale. La Germania è stata molto più capace

degli altri paesi europei a gestire la deregulation televisiva, e quindi i cittadini sono molto soddisfatti della

democrazia in Germania (67% dei cittadini soddisfatti contro un 35% di soddisfatti in Italia). Negli altri paesi

si paga molto di più il canone, mentre in Italia vi è una economia sommersa. In Gran Bretagna la tv

pubblica ha un peso molto maggiore di quella privata, e non si occupa di politica. Gli anni Novanta vedono

la rivincita della tv pubblica, e gli ascolti medi risalgono dal 33% al +40% dell’audience totale. La politica

quindi fa la differenza. Secondo Fellini al cinema o a teatro lo spettacolo ha qualcosa di sacro, di religioso,

mentre in tv l’aspetto sacrale dello spettacolo viene a mancare. Al cinema chi fa il film è il padrone, in tv

invece il programma è l’ospite, che deve divertire il padrone che altrimenti fa zapping. La neotelevisione

ridicolizza se stessa e decostruisce se stessa, come in Striscia la notizia (parodia dei tg) o in Blob, ma al

tempo stesso si nobilita compiacendosi della propria capacità autocritica. L’investimento pubblicitario si

concentra nei prodotti di maggior consumi (cura della casa e della persona, alimentari, beni di consumo

durevoli). Agli investitori non interessa la qualità del programma o l’intelligenza degli spettatori, ma solo la

quantità di spettatori a ogni programmi. La Rai si regge soprattutto grazie al canone, ma comunque rincorre

il pubblico e la sua poca intelligenza, anche se potrebbe fare programmi “per pochi” o “non per molti”. In

Fininvest (unico caso al mondo di un privato con tre emittenti) ogni canale deve essere indirizzato a un

target diverso e specifico per evitare la concorrenza interna). Negli anni Ottanta si settorializza la pubblicità

per programmi e target di pubblico, e anche per Canali. Canale 5 diventa la Rai1 privata, emittente

generalista per famiglie, Italia1 è per i giovani. Il palinsesto si decide valutando il target, il tempo della

famiglia e la controprogrammazione (ovvero si valutano i punti deboli del palinsesto concorrente per

concentrare in quel momento la propria capacità competitiva). Il potere di scelta di donne e giovani cresce

con il crescere del reddito. La politica resta indietro, e le categorie di analisi da sempre usate (classe,

identità, religione, interessi) non sono più in grado di leggere la mutazione individualista e la

frammentazione della società.

4 - La scesa in campo (1994 - 2011)

4.1 - Berlusconi

•• La parol “telecrazia” entra nell’uso comune nel mondo della scesa in campo di Berlusconi alle elezioni

politiche del 1994. Rai e Fininvest controllano l’82% del mercato complessivo, caso unico in Europa.

L’editore puro si trasforma in imprenditore politico, tutto nelle vesti di Berlusconi. La politica italiana è vuota.

Berlusconi non avrebbe potuto fare una scesa così importante se non fosse il proprietario della maggior

parte dei media, e deve fare la scesa in campo in politica proprio per salvaguardare la sua posizione nel

mercato. Con Berlusconi la mutazione individualista invade direttamente il mondo politico. Berlusconi

rispolvera la bandiera tradizionale dell’anticomunismo per ricompattare un elettorato di democristiani,

liberali, socialisti craxiani. La propaganda di FI si modella sui canoni della pubblicità commerciale,

rompendo il classico “politichese”. FI non ha alle spalle una elaborata cultura politica, ma diventa celebre

grazie alla propria agenzia pubblicitaria. FI si costruisce sulla base di un populismo incentrato sul self made

man. La nascita di FI avviene durante una fase di radicale trasformazione del sistema politico. Si passa poi

al sistema elettorale maggioritario tramite un referendum di iniziativa popolare stravinto. Adesso il voto è

solo per un singolo nome e non al partito ma alla coalizione. È la prima volta in Occidente che una azienda

si trasforma in partito. È l’unico soggetto economico che ha preteso di trasformarsi in soggetto politico.

Molti ritengono che la propaganda tv sia determinante nella formazione delle scelte di voto, e quindi nel

successo politico di Berlusconi. Un sondaggio di Ricolfi rivela che nel 1994 molte persone addirittura

cambiano sponda politica alle elezioni. La tv sposta l’8 percento dei volti dal centro e dalla sinistra verso il

centrodx. Rete 4 e Italia 1 soprattutto penalizzano i partiti di centro e assegnano spazi maggiori a FI. La

personalità di Berlusconi rappresenta la novità cruciale delle elezioni del 1994 e nessun leader di centrosx

riesce a eguagliare il suo carisma. Gli elettori di centrodx preferiscono le reti private, quelli di centrosx la

Rai. La tv comunque al massimo riesce a confermare le sue identità politiche profonde e non riesce

effettivamente a spostare l’opinione pubblica. Infatti, la scesa in campo di Berlusconi non produce una

riduzione dell’astensionismo, che anzi sale. La tv non mobilita e non produce partecipazione politica. La tv

conferma vecchie o nuove opinioni politiche che non hanno un ruolo centrale nella mutazione individualista.

L’avvento di FI non cambia il disgusto degli italiani per la politica e la loro insoddisfazione per lo stato della

democrazia. Negli anni Novanta l’elettorato si cristallizza stabilmente tra centrosx e centrodx, mentre quello

che cambia è al massimo il voto all’uno o all’altro partito dello stesso schieramento (fedeltà leggera): chi

cambia sponda politica rappresenta una quota intorno al 3% degli elettori. L’elettorato di centrodx è già

tradizionale e meno scolarizzato, più lontano dalla politica e meno informato (quindi più dipendente dalla

tv). Quello di centrosx è istruito, informato, interessato alla pluralità dei media.

4.2 - Un nemico e una promessa

•• L’appello anticomunista di Berlusconi richiama il tradizionale collante religioso: due terzi dei cattolici

votano per lo schieramento di centrodx. La forte personalizzazione del self made man rappresenta la

chiave di interpretazione della mutazione individualista incarnata dalla baby boom generation e

accompagnata dalla neotelevisione commerciale. FI si rivolge agli individui ed è interclassista,

coinvolgendo lavoratori tra loro molto diversi. Nel 1994, senza più la guerra fredda, l’anticomunismo prende

la forma della difesa di un benessere recente contro chi vorrebbe appropriarsene. In tutto l’’Occidente il

neoliberismo degli anni Ottanta disgrega la società e fa aumentare la disuguaglianza: la globalizzazione fa

arrivare merci a basso costo dai paesi poveri, che eliminano dal mercato le industrie tradizionali; questo

produce disoccupazione e calo dei salari, oltre che delocalizzazione del lavoro nei paesi a basso reddito. I

lavoratori rimangono esclusi dalla innovazione tecnologica, ed è soprattutto questo fattore a creare

distanze sociali. Comunque, nei paesi industriali non vi è correlazione tra immigrazione e aumento della

disoccupazione (in Usa ci sono più immigrati, ma la disoccupazione scende). I redditi più alti lievitano a

dismisura. In Europa vi è un welfare molto dispendioso che tutela gli occupati, ma fa aumentare le distanze

con gli esclusi da un lavoro stabile. Disuguaglianza e povertà fanno peggiorare le condizioni della società:

salute mentale, abuso di farmaci, obesità, basso rendimento scolastico, alto livello di criminalità…

Nel 1992 la lira esce dal Sistema monetario europeo e comincia un travagliato percorso di risanamento dei

conti pubblici per rientrare nei parametri fissati dal Trattato di Maastricht (1992) che porta nel 1999

all’ingresso nell’euro. La società italiana è disgregata, e FI sembra rappresentare un nuovo strumento di

raccordo. La scesa in campo di Berlusconi rappresenta una novità per origine e natura sociale, ma anche

per modalità di comunicazione. Più della metà dei parlamentari di Fi viene da esperienze imprenditoriali (le

elezioni del 1994 triplicano il numero di imprenditori in parlamento). Ma la varietà della coalizione che porta

Berlusconi al governo (Ln, An) porta subito a un epilogo prematuro della legislatura. Alle elezioni del 1996

vince l’Ulivo, la coalizione di centrosx di Prodi. Rimane il disgusto per la politica.

4.3 - Neotelevisione e maleducazione

•• Conflitto di interessi, monopolio tv, tentativo di sottomettere il potere giudiziario sono tutti appunti che

vengono mossi contro Berlusconi, ma ben sopportati da una larga parte degli italiani, perché abituati in

quanto provengono da Dc e Psi e prima ancora dal Pnf. La neotelevisione persegue la stessa strada.

Grande Fratello (2000) conclude il lungo processo di divinazione del cittadino medio, e funziona più della

fiction perché attiva i meccanismi di immedesimazione e partecipazione negli spettatori. La gente comune

adesso occupa la scena. È come Dallas, ma con l’aggiunta della finzione della realtà. Il rispetto delle regole

diventa del tutto secondario rispetto alla suspence del racconto. Il richiamo alle regole per gli italiani diventa

incomprensibile, anche in politica. L’ingresso di tg5 diretto da Mentana (ex giornalista Rai) nel 1992 cambia

i rapporti di forza tra Rai e Mediaset e riduce il divario di ascolti tra le due. Se Gruber al tg2 aveva introdotto


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simone.scacchetti di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'Italia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Roma Tre - Uniroma3 o del prof Scornajenghi Antonio.

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