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Riassunto esame storia dell'integrazione europea, prof. Rapone, libro consigliato Storia dell'integrazione europea, Rapone Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di storia dell'integrazione europea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Rapone: Storia dell'integrazione europea, Rapone. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) la nascita dell'europa comunitaria 2) integrazione economica e disunione politica 3) il tornante degli anni '70 4) mercato unico 5) UE 6) unione senza Costituzione 7) crisi... Vedi di più

Esame di Storia dell'integrazione europea docente Prof. L. Rapone

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dell’adeguamenti ai parametri di Maastricht. L’impostazione di progetti comuni in vista della

creazione di nuova occupazione fu al centro di una serie di riunioni del consiglio europeo,

culminate in quella di Lisbona del 2000, che legò il problema del lavoro allo sviluppo della ricerca

scientifica, dell’innovazione tecnologica e della società dell’informazione, formulando l’ottimistico

obiettivo di fare dell’Europa, entro il 2010, l’economia basata sulla conoscenza più dinamica e

competitiva al mondo (strategia di Lisbona). La moneta unica si impose all’attenzione generale,

oltre che per la forte determinazione politica che ne aveva consentito la nascita, anche per la sua

particolare natura di moneta senza Stato, novità assoluta nella storia moderna: una moneta non

corroborata dalla presenza di un’autorità politica da cui si potessero attendere unità d’intenti e

comportamenti coerenti nel tempo. L’uso di una moneta unica avrebbe inevitabilmente obbligato i

paesi dell’Eurozona a muoversi secondo linee di azione comuni, ma rimaneva incerto il modo in

cui si sarebbe potuta realizzare questa concordia. La sola autorità preposta al funzionamento del

sistema era la BCE, ma mancava un organo che potesse svolgere una funzione di politica

economica. La solitudine della BCE rischiava di convertirsi in motivo di incertezza sui destini della

costruzione europea. tali interrogativi sul momento vennero accantonati; ma nei governi vi era

consapevolezza che dopo il grande passo avanti compiuto con il varo dell’euro vi era un’esigenza

di riequilibrio, anche per rafforzare la credibilità della stessa moneta europea occorreva

potenziare il profilo politico dell’UE e renderne più efficace l’azione oltre l’ambito economico e

monetario. Andarono in tale direzione due processi ambiziosi messi in moto dal Consiglio europeo

(Colonia 1999):

a) Carta dei diritti fondamentali dell’UE: documento unico contenente il complesso dei diritti

riconosciuti al’interno dell’UE, manifesto che il processo di integrazione era anche

formazione di una comune identità civile e traeva legittimità proprio dalla tutela dei diritti. La

Carta (Convenzione) fu preparata da un organo rappresentativo di governi e parlamenti

nazionali e dei diversi livelli istituzionali dell’UE; venne promulgata a Nizza nel 2000 e da

molti fu intesa come passo fondamentale verso una futura costituzione europea. le

resistenze di alcuni governi, tra cui la GB, non permisero di incorporarla immediatamente

nel trattato, ma commissione e parlamento si impegnarono ad applicarne le disposizioni.

b) Politica europea di sicurezza e di difesa (PESD): basata su un’autonoma capacità

operativa dell’UE sul piano militare. La decisione fu sollecitata dall’esperienza della crisi del

Kosovo (l’intervento armato della NATO contro la Serbia nel 99 aveva dimostrato come

risposte militari a situazioni di emergenza in Europa fossero attuabili solo sotto l’egida e col

concorso degli USA) e fu resa possibile da un accordo francia-gb con cui i due paesi

provavano a lasciarsi alle spalle la vecchia controversia sul rapporto tra difesa europea e

nato. Si stabilì che entro i primi anni del 2000 l’UE avrebbe dovuto essere in condizione di

schierare una forza militare di reazione rapide dell’ordine di 60000 unità composta da

contingenti forniti al bisogno dai paesi membri. Al vertice fu creato il Comitato politico di

sicurezza, composto da funzionari governativi dei paesi membri. Fu però subito necessario

rassicurare gli USA, timorosi di ripercussioni negative sull’efficienza della NATo e

tradizionalmente sospettosi. Si sarebbe dovuto trovare un punto di accordo tra la politica di

rafforzamento della NATO in Europa perseguita dagli USA e lo sviluppo di una capacità

militare europea.

6. UNIONE SENZA COSTITUZIONE

QUALE FUTURO PER L’UNIONE?

Forte del compimento dell’um, di un modello di civiltà fondato sull’etica dei diritti, della

determinazione anche sul piano dell’organizzazione militare; proiettata verso un allargamento che

l’avrebbe resa un’entità demograficamente e territorialmente ancor più rilevante, l’UE agli inizi del

2000 si sentiva in grado di incidere sull’assetto del mondo uscito dalla guerra fredda e di mettere a

disposizione dei popoli d’Europa una risorsa politica supplementare che ne avrebbe accresciuto le

chance di successo nella competizione nel mercato globale. L’obiettivo indicato dal cons. eur. Di

Lisbona nel 2000 (far sì che entro il 2010 l’economia dell’UE divenisse la più dinamica e

competitiva al mondo) era rivelatore di tali aspettative. Il clima euro entusiasta durò ben poco: gli

avvenimenti dell’11 settembre 2001 e i conflitti che seguirono (Afghanistan e Iraq) avrebbero

dimostrato quanto aleatoria fosse la possibilità di realizzare un ordine internazionale di pace e di

cooperazione; le reazioni di rigetto ai processi di globalizzazione economica che si erano già

manifestati nel 99 a Seattle non sarebbero rimaste un fenomeno isolato, e la stessa UE ne

sarebbe stata investita per la sua appartenenza al novero dei poteri percepiti come estranei,

impersonali e sfuggenti al controllo dei soggetti destinati a subirne le decisioni; si stavano inoltre

accumulando i fattori della più grave crisi economica e sociale che sarebbe poi esplosa sul finire

del primo 10ennio del nuovo secolo. Di fronte a queste prove l’UE non avrebbe avuto la capacità di

mettere in atto comportamenti adeguati alla gravità delle situazioni. Sul momento, invece,

prevaleva un senso di fiduciosa apertura al futuro, che si espresse anche in un dibattito

intellettuale di alto livello sulla natura dell’UE, vero e proprio novum storico non assimilabile né a

un organismo di tipo statale né a un soggetto federale, e sulle iniziative da assumere per renderne

l’assetto più corrispondente all’esigenza di improntare i processi decisionali a p. di trasparenza e

democrazia. Il ministro degli esteri tedesco Fischer lanciò l’idea della trasformazione dell’Unione in

una federazione europea organizzata come un sistema parlamentare, operante accanto agli Stati

sulla base di una precisa ripartizione dei rispettivi ambiti di sovranità; se questo non fosse stato

accettato da tutti i Paesi, egli proponeva che il nesso federale si istituisse anche limitatamente a un

nucleo soltanto di essi, un centro gravitazionale all’interno della costellazione europea. Né francia

né GB aderirono a questa versione, ma il discorso di Fischer contribuì a dare forza all’idea che

fosse venuto il momento di avviare nell’UE un processo costituente per fondare i futuri sviluppi del

processo di integrazione su una vera e propria costituzione europea. prima di dare attuazione a

propositi di così vasto respiro ideale occorreva misurarsi con i problemi lasciati insoluti da

Amsterdam e riguardanti l’adeguamento della struttura istituzionale dell’UE alla prossima realtà di

27 Stati membri: composizione della commissione, ponderazione dei voti nel consiglio, votazioni a

maggioranza. Ritardato da una crisi senza precedenti ai vertici dell’UE (Commissione Santer

dimessa per forti irregolarità, succeduto da Prodi) l’esame di questi problemi fu oggetto di una

nuova CIG nel 2000. - IL NEGOZIATO DI NIZZA firmato nel 2001 le discussioni furono

caratterizzate da profondi contrasti tra Francia e Germania, la divaricazione apertasi tra i due paesi

dopo Maastricht raggiunge la sua massima ampiezza. Mentre la Francia difese a spada tratta la

convenzione originaria, in base alla quale Francia, Germania, GB e Italia avevano sempre

espresso un egual numero di voti nel Consiglio, la Germania propendeva per soluzioni che

tenessero conto della superiorità demografica tedesca. Alla fine, per la nuova ponderazione dei

voti, si mantenne l’uso della parità tra i 4 stati più grandi; si stabilì però che per il raggiungimento

della maggioranza qualificata, alla prescritta maggioranza di voti (75% nell’UE a 27) dovesse

corrispondere una maggioranza di Stati membri – o 2/3 dei membri per l’approvazione di atti non

derivanti da proposte della Commissione); si previde altresì che in occasione delle singole

votazioni uno Stato potesse esigere che la maggioranza di Stati fosse rappresentativa di almeno il

62% della popolazione dell’UE. Questa alchimia permise di tacitare la Francia, di tranquillizzare i

piccoli paesi e di dare soddisfazione alla Germania. Una soluzione molto pi lineare proposta dalla

Commissione, consistente nell’abolizione del metodo della ponderazione dei voti e

nell’introduzione di una doppia soglia di maggioranza – di Stati e di popolazione- incontrò

insormontabili opposizioni. La vicenda diede la misura dell’ansia con cui la Francia si poneva

dinanzi alla prospettiva di una UE più larga, per la possibilità che si offriva alla Germania di

costituirne il baricentro e di alterare irrimediabilmente il fondamento originario dell’integrazione

europea come quadro di contenimento del dinamismo tedesco. Ma non si trattava solo della

Francia: nel negoziato di Nizza si rifletteva l’immagine di un’inquietudine diffusa, come se molti

governi considerassero l’allargamento dell’UE un salto nel vuoto. Composizione della

Commissione: si stabilì che ogni paese membro esprimesse un commissario, solo una volta

raggiunta la soglia di 27 paesi il n. dei commissari sarebbe stato ridotto con l’introduzione di un

criterio di rotazione tra gli Stati. Fu agevolato il meccanismo di accesso alle cooperazioni

rafforzate, sopprimendo il potere di veto dei paesi non partecipanti, il principio fu esteso alla PESC

ma il diritto di veto qui resta in capo ai paesi non consenzienti. Consapevoli della povertà dei

risultati raggiunti, i leader europei demandarono a una CIG successiva il complessivo riassetto

istituzionale dell’UE e una più precisa distribuzione delle competenze. Nel giugno 2001 l’elettorato

irlandese bocciò la ratifica del Trattato di Nizza, un secondo referendum ebbe esito positivo e nel

2003 il trattato poté entrare in vigore. Proprio lo choc irlandese aveva rafforzato gli argomenti di

quanti ritenevano che la prossima riorganizzazione dei fondamenti istituzionali del’UE dovesse

consistere in qualcosa di più ambizioso e radicale di un ennesimo aggiustamento dei trattati

vigenti. Il consiglio europeo di Laeken 2001 prese una decisione straordinaria  dichiarazione di

Laeken: il mandato di elaborare proposte volte ad assicurare più democrazia, trasparenza ed

efficienza al sistema di governo dell’UE, anche in vista dell’eventuale adozione di un testo

costituzionale, fu affidato a una Convenzione “sull’avvenire dell’Europa” rappresentativa non solo

dei governi degli Stati membri ma anche dei Parlamento oltre che dalla commissione e del p.e.,

secondo il modello sperimentato per la stesura della carta dei diritti fondamentali. Il risultato del

lavoro della convenzione sarebbe stato alla base della nuova CIG: momento culminante di un

processo costituente?

GLI USA E LA VECCHIA EUROPA

Le azioni terroristiche sferrate l’11 settembre 2001 contro gli USA dall’organizzazione paramilitare

Al Qaida, ispirata ai principi del fondamentalismo islamico, delinearono un inedito scenario di

guerra asimmetrica, in cui uno degli attori non era uno Stato, dunque soggetto di diritto

internazionale identificabile con un territorio, ma una realtà sfuggente, priva di definita collocazione

spaziale, imprevedibile e incline a una tattica bellico non riconducibile ad alcun modello classico di

scontro. Il governo statunitense reagì adottando la dottrina della c.d. azione preventiva, ossia

riconducendo la lotta al terrorismo entro lo schema del conflitto tra Stati, identificando un legame

territoriale tra individui responsabili degli attacchi e Paese d’appartenenza e tra questo e l’intento

terroristico, potendo dunque agire con la forza con lo scopo di respingere un attacco armato certo

ed imminente ma non ancora sferrati. Il governo USA muove guerra all’Afghanistan e due anni

dopo all’Iraq, i cui leader erano accusati di aver accumulato ingente potenziale militare col

proposito di attentare alla sicurezza globale. L’improvvisa comparsa di un nuovo e inquietante

pericolo e il mutamento del quadro internazionale che ne derivò non potevano non avere

ripercussioni sull’UE, che più tardi fu essa stessa colpita da micidiali attentati terroristici della

medesima ispirazione. Gli svolgimenti bellici in Medio Oriente sopraggiunsero mentre l’UE era

intenta a dare attuazione alla PESD, con l’approntamento di forze militari di intervento e la

definizione formale di un rapporto di cooperazione politica e operativa con la NATO. La prima

missione militare di pace dell’UE, nell’ex rep. Jug. Di Macedonia, ebbe inizio nel 2003 e poté

avvalersi di un supporto della NATO, mentre la prima missione interamente basata su risorse

europee incominciò due mesi dopo in Congo. La proporzione tra il livello militare europeo e il

dispiegamento di forze allo stesso tempo sui campi di battaglia medio-orientali sembrava riservare

all’iniziativa europea nel campo della gestione delle crisi e dell’organizzazione della sicurezza uno

spazio del tutto marginale. Ancor più gravi furono le divisioni politiche causate dagli sviluppi

internazionali. Se inizialmente vi fu un vasto moto di solidarietà con gli USA e anche comprensione

e sostegno per l’intervento in Afghanistan contro un regime che a buon diritto poteva essere

ritenuto connivente con la pianificazione terroristica di Al Qaida, il successivo attacco all’Iraq destò

polemiche e contrasti. Le sue motivazioni strategiche vennero annunciate dagli USA in un

documento del 2002 che esponeva la c.d. dottrina Bush, la quale muove dal presupposto che

l’ordine mondiale si trovi esposto a una duplice e convergente minaccia, quella del terrorismo e

quella degli Stati canaglia, pronti a far uso di armi di distruzione di massa vs Usa e i loro alleati in

spregio a principi di civiltà da ciò si fa discendere la necessità di operazioni militari preventive per

debellare tali Stati prima che possano colpire. L’attacco all’Iraq, ispirato a tale dottrina, suscitò

l’opposizione di Francia e Germania, che impedì agli USA di ottenere l’avallo dell’ONU all’azione

militare, ne conseguì un’acuta frizione tra Usa ed europei. Da ciò si rese visibile una profonda

spaccatura in seno all’UE: la GB si schierò dalla parte degli USA, altri 7 paesi dell’UE o in procinto

di aderirvi (Italia, Polonia, Spagna..) sottoscrissero, insieme alla GB, una dichiarazione di appoggio

alla politica statunitense. La vicenda irachena aprì una crisi sia nei rapporti transatlantici sia in

quelli intraeuropei. La nutrita presenza tra i sostenitori degli USA di paesi dell’Europa centro

orientale (Albania, Romania, Lettonia, Estonia, Lituania…) indusse il governo statunitense a

contrapporre la lealtà e la freschezza mentale di questi nuovi partner alla sclerosi della vecchia

Europa incarnata dal duo franco-tedesco. La guerra all’Iraq fu così anche una prova di forza in

seno al sistema di alleanze dell’Occidente: gli USA fecero leva sulle divisioni europee per porsi

come punto di riferimento privilegiato di una serie di Paesi, nel segno di una prevalenza del

legame atlantico su quello europeo; l’amm.ne repubblicana al potere a Washington, soffiando sul

fuoco di quelle divisioni, volle cogliere l’occasione per ribadire la gerarchia del potere tra le due

sponde dell’Atlantico e frustrare il tentativo dell’UE di salire di rango sulla scena economica e

politica internazionale. Oltre le circostanze contingenti che l’avevano determinata, la polemica

investì subito più ampie questioni di principio, segno di una tensione preesistente. Per schernire il

modello incarnate dall’UE, contraddistinto dall’ambizione di ricondurre le relazioni tra gli Stati in un

quadro cooperativo di fitte interdipendenze, compromessi e concessioni reciproche, regolando

l’uso della forza, ideologi e politici statunitensi evocarono l’immagine femminea di Venere,

contrapposta a Marte, dio della guerra più confacente alla sensibilità realistica degli USA, mentre

da parte dei critici europei della politica statunitense si puntava il dito contro la crescente

propensione di Washington all’unilateralismo, attestata dal rifiuto di ratificare impegnativi accordi

negoziati (es protocollo di Kyoto, statuto della corte penale internazionale). A evitare che il dissidio

si approfondisse ulteriormente intervenne la consapevolezza dell’importanza della solidarietà euro-

americana in un mondo carico di minacce. Gli USA, dopo la vittoria militare in Iraq, dovettero

ammettere quanto fosse velleitaria la pretesa che il successo delle armi avrebbe aperto la via a

una rigenerazione democratica del paese, che invece precipitò in un vortice di tensioni. Al

fallimento politico della guerra in Iraq, si aggiunse la scoperta che la pericolosità del potenziale

bellico accumulato dai vecchi padroni del paese era stata ingigantita ad arte dalla propaganda

statunitense per giustificare l’attacco militare. Ciò condusse all’archiviazione della dottrina Bush.

Restava una ragione strutturale per la quale il quadro delle relazioni euro americane si presentava

ben diverso dal passato: dopo l’11 settembre 2001 l’europa non appariva più il crocevia degli

equilibri mondiali e un luogo critico per l sicurezza nazionale degli USA. D’altra parte, con

l’istituzione della PESC e il successivo varo della PESD, aveva mostrato l’intenzione di farsi forte

della pacificazione interna e dell’integrazione del vecchio continente per invertire le tendenze alla

marginalizzazione ed assumere un ruolo attivo nella politica internazionale, ma dinanzi al ritorno in

auge sulla scena mondiale dell’uso della forza nelle sue forme più crude e massicce era chiaro che

l’UE mai avrebbe potuto contare su una potenza militare anche solo lontanamente paragonabile a

quella statunitense. Doveva perciò battere altre strade per affermarsi come attore politico efficace

sulla scena mondiale, puntando sulla possibilità di valorizzare il suo profilo di potenza civile, ossia

sviluppando una capacità di influenza economica e politica strettamente connessa all’esercizio di

un ascendente morale. Era a tal scopo necessario ricomporre le divisioni interne: un documento

sulla strategia europea di sicurezza, preparato dall’alto rappr. Per la PESC approvato a Bruxelles

nel 2003 servì da base di intesa. Tuttavia, la GB fu risucchiata nella tradizionale posizione di più

solerte partner europeo degli USA.

IL GRANDE ALLARGAMENTO

I negoziati per l’allargamento furono l’impegno più arduo a cui la Commissione guidata da Prodi

dovette far fronte, la loro positiva conclusione fu pertanto il successo maggiore che essa e il suo

presidente riuscirono a conseguire. La laboriosità dell’impresa dipese dalla numerosità dei paesi

con cui i negoziati dovettero essere condotti simultaneamente e dalla complessità

dell’adeguamento agli standard comunitari richiesto a ciascuno di loro. 9 anni dopo l’enunciazione

dei criteri di Copenaghen, il consiglio europeo di Copenaghen del 2002, prendendo atto – delle

risultanze del lavoro della Commissione – del via libera al Trattato di Nizza ammise all’adesione di

10 Stati: Cipro, Estonia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, RC, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Il

trattato fu firmato ad Atene nel 2003 unione a 25, poi a 27 dal 2007 (Romania e Bulgaria).

L’integrazione economica tra 15 e i Paesi in attesa di adesione aveva fatto notevoli progressi già

prima del compimento formale dell’allargamento, grazia ad accordi di liberalizzazione del

commercio che avevano permesso sin dagli ultimi anni 90 una crescita significativa

dell’interscambio di manufatti, con beneficio soprattutto delle esportazioni dei paesi già membri. Le

relazioni commerciali si erano intensificate anche nel settore agroalimentare, su tale versante il

nodo più difficile da sciogliere fu quello dell’adattamento della PAC al quadro dell’UE allargata, che

già aveva consigliato ai 15 il contenimento della spesa agricola. Sul campo si scontravano

interessi diversi: quello dei paesi che fin lì avevano maggiormente beneficiato della PAC (Francia),

e quello dei maggiori contribuenti al bilancio comunitario (Germania) che non volevano accollarsi

nuovi oneri finanziari; quello dei paesi in attesa di adesione, poco allettati dalla prospettiva di

entrare nell’UE in coincidenza con un depotenziamento della PAC. Nell’ottobre 2002, nel quadro

del ravvicinamento franco-tedesco sullo sfondo dell’incombente guerra in Iraq, il presidente

francese e quello tedesco giunsero ad un compromesso che permise di uscire dall’impasse: fino al

2006 non vi sarebbero stati altri tagli al bilancio per l’agricoltura; successivamente il volume della

spesa agricola non sarebbe lievitato ma anzi sarebbe entrato in opera un meccanismo destinato a

favorire il calo dell’incidenza delle spese agricole sul totale delle spese dell’UE. Ancora per qualche

anno, quindi, gli interessi francesi sarebbero stati salvaguardati, scongiurando comunque il rischio

che l’accesso dei nuovi paesi determinasse una lievitazione dei costi. In definitiva, sarebbero stati

proprio i paesi in attesa di adesione a sopportare il prezzo maggiore del compromesso: avrebbero

partecipato alla divisione di una torta destinata a rimpicciolirsi, ed avrebbero beneficiato con

gradualità degli aiuti erogati ai produttori agricoli. Solo dal 2013 i paesi di nuova adesione

avrebbero goduto del medesimo trattamento previsto per i 15. D’altra parte le economie dei paesi

candidati avevano beneficiato di consistenti programmi d’aiuto da parte nell’UE, che aveva

contribuito alla risalita degli indici produttivi e del reddito nazionale. Malgrado i progressi, tutti gli

indicatori economici dei 12 nuovi membri risultavano comunque al di sotto delle medie dell’UE,

anche i più avanzati tra loro presentavano indici inferiori a quelli della Grecia, il più arretrato dei 15.

L’amalgama dell’UE a 27 risultava segnato da forti squilibri economico-sociali; a limitare la

possibilità che ne derivassero massicci spostamenti migratori per effetto della libera circolazione

delle persone, si previde che gli Stati già membri dell’UE per un periodo fino a 7 anni avrebbero

potuto imporre delle restrizioni all’accesso dei lavoratori provenienti dai nuovi aderenti. Si stabilì

infine che tutti i nuovi Stati membri avrebbero adottato l’euro una volta allineatisi ai criteri finanziari

e istituzionali dell’uem. Il primo a introdurre la moneta comune fu nel 2007 la Slovenia, poi Cipro e

Malta (2008), Slovacchia, Estonia, Lettonia e Lituania. Diversi governi dei nuovi Stati UE

sottoposero l’adesione a referendum di ratifica; ovunque l’adesione fu approvata, ma la

partecipazione al voto fu molto scarsa. In occasione delle elezioni del P.e. nel 2004, le prima a cui

parteciparono i nuovi elettorati, i votanti nei 10 paesi appena entrati nell’UE furono solo poco più di

¼ del corpo elettorale; il partito popolare ottenne il 37% dei voti. Il fervore europeistico nell’Europa

centro-orientale era in ribasso rispetto agli anni in cui l’accesso all’UE era stato visto come la

controprova della parità di status tra le due metà del continente. Mentre era in corso il lungo

negoziato di adesione quegli Stati avevano trovato anche altre vie, meno impervie, per inserirsi

nelle dinamiche internazionale, e l’UE non era più il solo punto di riferimento. Come aveva

dimostrato la vicenda irachena, la NATO, il cui allargamento a Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania,

etc si completò nel 2004, e il rapporto con gli USA potevano anzi essere una fonte di maggiori

gratificazioni per il sentimento nazionale di quei paesi, i quali, da poco recuperata la piena

sovranità dopo oltre un quarantennio di sudditanza all’URSS, non avvertivano un particolare

slancio verso l’esercizio di forme di sovranità condivisa o le cessioni di sovranità che implicava il

processo di integrazione europea. non a caso, negli anni successivi, a svolgere una funzione di

freno nell’UE in nome delle prerogative nazionali sarebbero stati, accanto ai britannici, alcuni

leader politici centro orientali. Malgrado tali opacità, l’allargamento a Est fu una pagina di portata

storica del processo, una svolta nella storia d’Europa: non solo si sanava la frattura tra le due

Europe provocata dalla guerra fredda, ma per la prima volta l’appartenenza dell’Occidente e

dell’Oriente europeo a una medesima entità spirituale trovava riscontro in una comune

organizzazione politica, basata su principi e comportamenti comuni. Nel corso dei secoli singole

parti dell’Europa centro-orientale avevano ripetutamente percorso tratti di storia al fianco

dell’Occidente, concorrendo in modo anche decisivo a forgiarne il destino, ma altrettanto

ciclicamente erano poi riemerse le tendenze all’estraneazione. Ora invece si era stretto un legame

istituzionale che ambiva a essere permanente e a dar vita a un’effettiva comunità di destini. Il

processo di integrazione si emancipava definitivamente dalle sue origini, legate alla divisione

dell’Europa dopo il 1945 e alle dinamiche da questa suscitate nella metà occidentale del

continente, e diveniva europeo nel senso proprio del termine; nella parte centro orientale

l’aggancio al resto dell’Europa si presentava come completamento della svolta del 1989 e

consolidamento di un corso storico libero dalle ipoteche del passato. Tuttavia, non sempre le

aspettative avrebbero trovato conferma negli sviluppi successivi: in particolare in Ungheria si

sarebbe delineata una regressione verso forme di potere illiberali, con riduzione del pluralismo e

dei diritti democratici, in spregio ai principi fondamentali dell’UE.

LA COSTITUZIONE FALLITA

La dichiarazione di Laeken aveva contemplato solo come una possibilità fra le altre che il riordino

degli assetti istituzionali dell’UE e la più puntuale definizione delle sue competenze, su cui la

Convenzione europea era chiamata a formulare suggerimenti, portassero all’adozione di un testo

costituzionale. Troppe erano ancora le resistenze tra i governi, specialmente Gb, per enunciare

con nettezza quell’obiettivo. La convenzione presieduta da Giscard d’Estaing decise di indirizzare i

suoi lavori (2002-2003) proprio verso la progettazione di un trattato costituzionale. Il crescendo di

contrasti sulla questione irachena non compromise il raggiungimento di questo risultato; la ritrovata

intesa Ger-Fra giovò alla riuscita della Convenzione. Frizioni si determinarono invece col

presidente della Commissione europea. Prodi era infatti fautore di una ancor più decisa autonomia

della convenzione dalle varie pressioni governative, e spingeva per un disegno costituzionale che

accentuasse i tratti sovranazionali dell’integrazione, riducendo la forza di condizionamento degli

Stati. Rispetto ai modelli classici di costituzione, il Progetto di trattato che istituisce una

Costituzione per l’Europa elaborato dalla Convenzione aveva una struttura particolare: oltre 450

articoli, alcuni protocolli (avendo stabilito la convenzione di racchiudere in un solo testo non solo le

affermazioni di principio concernenti i valori e i diritti e le prescrizioni generali su assetti e

procedure istituzionali, ma anche una normativa ulteriore sul funzionamento e le politiche dell’UE).

In tal modo veniva mancato l’obiettivo di dar vita a un documento di semplice lettura, agevolmente

comprensibile, tale da richiamare l’attenzione sulle finalità e la ragion d’essere dell’UE, da rendere

intellegibili i meccanismi istituzionali e da suscitare nei cittadini sentimenti di identificazione. Il

risultato del lavoro della Convenzione passò al filtro del negoziato trai governi: la CIG di Roma del

2003 fece propria l’impostazione costituzionale del documento, accogliendo anche gran parte delle

innovazioni istituzionali introdotte. Le innovazioni:

a) STRUTTURA: cessa la struttura a pilastri, l’UE viene innalzata al rango di soggetto unico e

unitario, dotato di personalità giuridica, la CE cessa di esistere, permane il metodo

comunitario (p. di sussidiarietà). Si creano due nuove figure istituzionali: presidente del

consiglio europeo; ministro degli Esteri dell’UE, inserito nella Commissione. Viene adottata

una bandiera e un inno.

b) FUNZIONAMENTO: si stabilisce che il cons. eur., nel designare a maggioranza il pres.

Della Commissione, poi eletto dal Parlamento, terrebbe conto dei risultati delle elezioni del

P.e. e degli equilibri politici al suo interno (p. di maggioranza politica). A valorizzare

ulteriormente il ruolo del Parlamento c’era la sua piena associazione al processo

legislativo, su un piede di parità con il CdM. Si introdusse anche una nuova classificazione

degli atti normativi: - leggi (regolamenti) – leggi quadro (direttive) – atti non legislativi

(regolamenti d’attuazione e decisioni).  conferire all’UE un profilo statale;

c) Altre proposte della Convenzione furono invece bersaglio durante la CIG del fuoco di

interdizione di vari governi, in nome della difesa degli interessi nazionali: - questione della

composizione della Commissione e calcolo della maggioranza qualificata in seno al

Consiglio. La convenzione, per snellire la commissione, aveva indicato un possibile criterio

di rotazione tra gli stati, e per superare lo scoglio della ponderazione dei voti in consiglio

aveva accolto il p. della doppia maggioranza, di Stati (50) e di popolazione (60), contro tale

soluzione c’era stata una levata di scudi già durante i lavori della Convenzione, da parte dei

rappresentanti di diversi paesi piccoli; a ciò si aggiunse l’irrigidimento di Polonia e Spagna,

determinate a non perdere i benefici che la generosa ponderazione di Nizza aveva loro

garantito. La CIG, sul punto, non concluse e dovette essere aggiornata (duro colpo).

Nel frattempo, fuori dal terreno propriamente costituzionale, ma con ricadute su esso, si era

aggiunto un altro motivo di scontro. Per il secondo anno consecutivo la Francia e per il terzo anno

consecutivo la Germania si avviavano a derogare dall’obbligo di contenere entro il 3% il rapporto

tra deficit e PIL. La Commissione aveva richiamato i due governi, esortandoli a una correzione di

rotta. Nel 2003, il CdM respinse a maggioranza nuove raccomandazioni che la Commissione

aveva proposto in applicazione del PSC e che avrebbe anche potuto preludere all’imposizione

delle sanzioni ivi previste; e concesse più tempo ai due paesi per riequilibrare le loro finanze. Le

possibilità di accordo nella CIG furono ulteriormente compromesse e ad aggravare il quadro

intervenne un vero e proprio conflitto istituzionale tra i poteri dell’UE: la commissione, reagendo

all’umiliazione che le era stata inflitta e volendo segnalare il pericolo di una subordinazione delle

istituzioni europee alle logiche dell’interesse nazionale, presentò un ricorso alla CdG contro il

Consiglio, e la Corte affermò che il Consiglio poteva sì respingere proposte della Commissione,

ma non adottare decisioni sostitutive prescindendo da nuove proposte della Commissione, alla

quale spetta il potere d’iniziativa. Dopo pochi mesi dalla lacerazione sulla guerra dell’Iraq, l’UE

tornava a offrire un quadro di conflittualità interna. Solo una tenace opera di mediazione condotta

dal governo irlandese fece sì che la CIG, dopo mesi di negoziati, arrivasse nel giugno 2004 a una

soluzione di compromesso: per fugare il timore dei paesi piccoli di restare emarginati in mancanza

di un proprio rappresentante nella Commissione, si stabilì di mantenere fino al 2014 il p. di un

commissario per ogni paese, dopodiché le dimensioni della commissione sarebbero state ridotte di

1/3 con un meccanismo di rotazione fra gli Stati. Per il conteggio della maggioranza qualificata dal

2009 il criterio della ponderazione dei voti sarebbe stato sostituito da quello della doppia

maggioranza (Stati e popolazione – 55 e 65). Gli atti però su cui si fosse registrato il voto contrario

di meno di 4 Stati sarebbero stati approvati a prescindere dal criterio della maggioranza di

popolazione. Nel caso di votazioni in cui le soglie prescritte fossero state superate di giustezza, gli

Stati rimasti in minoranza avrebbero potuto chiedere una ripresa della discussione in vista del

raggiungimento di un accordo più ampio. Il risultato era un testo che marcava con tratti più forti gli

aspetti negoziali del’integrazione, frustrando in parte il tentativo della Convenzione di far emergere

una specifica identità europea. restava comunque il fatto che, grazie all’opera della Convenzione, il

p. di una Costituzione europea, comprensiva della Carta dei diritti fondamentali, era riuscito ad

imporsi. Il Trattato che adotta una costituzione per l’Europa venne firmato dai 25 nel 2004 a Roma.

Molte incertezze gravano però sul suo futuro: solo una minoranza dei deputati britannici, cechi e

polacchi si espresse a favore in p.e.; il trattato andò incontro a una rovinosa bocciatura in Francia

ed Olanda  si compromette la prosecuzione del disegno costituzionale. La GB sospende il

processo di ratifica, idem Polonia e RC.

SMARRIMENTO

Più che le singole disposizioni della Costituzione, il voto in Francia e in Olanda aveva rigettato la

prospettiva stessa del potenziamento simbolico e istituzionale della dimensione meta statale e

meta nazionale dell’UE. I due referendum avevano dato voce a correnti di opinione profonde,

presenti in tutti i paesi anche se con un diverso grado di diffusione. Il senso di sgomento e di

insicurezza suscitato in vasti strati di popolazione dal costituirsi di nessi sempre più fitti,

indipendenti dagli individui, che travalicavano le distinzioni nazionali e foravano barriere divisorie,

provocava per reazione un più tenace attaccamento alle radici e alle identità particolari e una

reviviscenza di nazionalismo. In diversi paesi si erano così andati affermando movimenti politici

improntati alla difesa delle identità nazionali, della purezza etnica e dei costumi, che fecero lotta

contro l’UE vista come solvente delle identità e usurpatrice delle sovranità nazionali- Front National

in Francia; Olanda – a ciò si aggiungeva la protesta nei confronti di un’integrazione che pareva

trainata dalle forze anonime del mercato e delle finanza, e insensibile ai valori sociali. L’elettorato

di sinistra avversava l’UE non per nostalgie nazionalistiche o discriminatorie, ma per ostilità alle

logiche economiche prevalenti al suo interno. Proprio la percezione di questi umori profondi aveva

spinto alcuni europeisti a perorare l’adozione di un testo costituzionale che rafforzasse tra i cittadini

europei i sentimenti di identificazione con le istituzioni dell’UE. Ma il trattato costituzionale firmato a

Roma non aveva raggiunto lo scopo, anzi. La diffusione a livello popolare di sentimenti avversi

all’’UE offrì un solido appiglio a quei governi, a cominciare dal britannico, che avevano seguito

recalcitranti gli sviluppi della dichiarazione di Laeken. La generalità dei governi, dopo lo shock del

2005, si propose di blandire le nuove tendenze di opinione, di non offrire il destro all’accusa di

trascurare interessi e peculiarità nazionali, di correggere a vantaggio degli Stati l’equilibrio delle

forze. Fu molto significativo lo scontro che all’indomani dei referendum in Francia e Olanda si aprì

nel Cons eur. A proposito della definizione del quadro finanziario per i primi anni dell’UE a 27:

sebbene aumentasse il n. dei paesi aderenti e nonostante l’UE si trovasse a fronteggiare una

competizione sempre più serrata nel mercato mondiale caratterizzato dalla presenza di nuovi e

agguerriti soggetti, il governo di Austria, Francia, Germania, GB..avevano chiesto che il bilancio

dell’UE non superasse in futuro l’1% del reddito nazionale lordo totale dei paesi membri. la

Commissione europea (Barroso) proponeva invece di impiegare l’intero ammontare delle risorse

teoricamente acquisibili dall’UE. Altre dispute di accesero anche sul meccanismo che dal 1984

garantiva alla GB uno sconto sul contributo al bilancio comunitario: da più parti si chiedeva di

mettere fine a quel privilegio. Il fallimento della Costituzione segnò la fine di un ventennio, apertosi

con l’AUE 1986, durante il quale il processo di integrazione si era sviluppato in estensione e

profondità con una progressione continua,; inceppatosi tale meccanismo, ebbe inizio una fase

opaca e tormentata. Dall’impasse istituzionale, si uscì per impulso della Germania con la Merkel:

decidendo di surrogare il trattato costituzionale con un trattato ordinario in cui sarebbero confluite

diverse innovazioni introdotte dalla CIG 2003 2004, nella forma di emendamenti ai trattati già

esistenti anziché di atto costituente. Alla dissezione del testo costituzionale procedette una nuova

CIG che si riunì nel 2007 e portò alla stipulazione di un trattato firmato a Lisbona, che dettò le

modalità del travaso delle disposizioni costituzionali nei trattati vigenti. Nuove figure di leader si

erano affermate: Sarkozy in Francia, Brown in GB. Benché il tr. Lisbona per lo più accogliesse le

modifiche all’assetto e al funzionamento dell’UE previste dal tr. Costituzionale, il loro

sparpagliamento nelle pieghe dei trattati esistenti conferiva a quelle modifiche un aspetto di

frammentarietà. Il fatto stesso di aver scelto la via di emendare i trattati precedenti anziché

sostituirli con un nuovo atto vanificava il senso di una soluzione di continuità. Perfino sul piano

lessicale si vollero evitare espressioni in cui qualcuno potesse leggere una tendenza dell’UE ad

oscurare gli Stati; riguardo agli atti legislativi si rinunciò all’impiego dei termini legge e legge

quadro. Non si fece più menzione della bandiera né dell’inno dell’UE. Altri cambiamenti incisero sul

contenuto:

a) P. della doppia maggioranza di popolazione e di Stati: procrastinata dal 2009 al 2014, ma

fino al 2017 si sarebbe potuto richiamare in vita il sistema del voto ponderato;

b) Carta dei diritti fondamentali: tornò a costituire un documento a sé, al di fuori dei trattati.

Il tr. Di Lisbona, pur privo della carica innovatrice manifestatasi nell’adozione di una costituzione,

patì non poche tribolazioni nella fase delle ratifiche: l’Irlanda si pronunciò contro la ratifica. Si tenne

un secondo referendum e, affinché il gov. Irlandese potesse affrontarlo con maggiori chance di

successo, il cons. eur. Stabilì che anche dopo il 2014 tutti i paesi dell’UE sarebbero stati

rappresentati nella commissione, archiviando definitivamente l’idea di ridurre le dimensioni della

commissione attraverso una rotazione delle presenze. Ultimo ostacolo fu l’atteggiamento

ostruzionistico del presidente polacco e di quello ceco, che si piegarono solo dopo l’esito positivo

del secondo referendum irlandese. Il Trattato di Lisbona entra in vigore nel 2009. Le elezioni del

p.e. di quell’anno registravano un ulteriore allargamento della forbice tra PP e PS; mentre Barroso

fu confermato presidente della Commissione, la scelta dei primi titolari delle nuove cariche

istituzionali ebbe tale esito: il presidente del Cons. eur. fu Van Rompuy, l’alto rappresentante per gli

affari esteri la Ashton: due personalità di limitata caratura politica, a conferma di una prevalente

volontà di arginare l’erosione da parte dell’UE dello spazio d’azione degli Stati.

28 E OLTRE

La dinamica espansiva dell’UE non si arrestò al momento dell’adesione della Bulgaria e della

Romania nel 2007. Scelta politicamente rilevante fu quella, tra 2000 e 2003, di schiudere dinanzi ai

pesi dei Balcani occidentali la prospettiva di una futura adesione all’UE, al duplice scopo di inserirli

in un sistema pacifico di relazioni internazionali e di provocare un’evoluzione dei loro regimi interni.

Diversamente da tutti gli allargamenti del passato, non si partiva da domanda di adesione di nuovi

Stati, ma da una proposta della stessa UE. La prima candidatura fu presentata dalla Croazia che

entrò nel 2011; con il Montenegro il negoziato inizia nel 2012, con la Serbia nel 2014. Fu chiaro

che l’allargamento a sud-est avrebbe richiesto assai più tempo dell’allargamento a est. Il

movimento inclusivo dell’UE non aveva mancato di suscitare interrogativi sui confini potenziali di

tale Europa sempre pi larga: fin dove avrebbe potuto spingersi? La Russia avrebbe mai potuto

essere partecipe dell’integrazione europea; quali le sorti della Turchia, da sempre tenuta fuori dalla

porta? Il cons. eur. autorizzò l’avvio dei negoziati di adesione della Turchia, anche se questa

ipotesi continuava a suscitare forti riserve, sia per motivi di opportunità, sia per motivi ideologici,

sia per il fatto che la Turchia sarebbe divenuto il secondo paese dell’UE per numerosità della

popolazione, sia per il rapporto tra le fedi religiose e per la geo-strategia. Il fatto che poi dal 2002 a

guidare la Turchia fosse un governo espressione del Partito della giustizia e dello sviluppo, di

ispirazione islamica, suscitava sentimenti bivalenti: chi ne valorizzava la determinazione nel

proseguire la strada della democratizzazione e riteneva che andasse afferrata l’occasione, chi si

opponeva guardando con inquietudine al distacco della politica turca dalle sue tradizioni laiche. Il

negoziato procedette con lentezza, nel 2010 si interrompe e riprende nel 2013. Sullo sfondo il

contrasto tra Turchia e Cipro (rep. Turca di cipro del Nord).

Per un momento si pensò che l’UE potesse trovare il suo 29esimo stato membro nell’estremo

nord-ovest: l’Islanda aveva presentato la propria candidatura e il negoziato era avviato, tuttavia nel

2013 nuove elezioni determinarono la formazione di un governo conservatore che interruppe i

negoziati.

7. CRISI ECONOMICA E CRISI DELL’EUROPA

TRAGEDIA GRECA

I primi anni del XXI secolo furono anni grigi per l’economia europea: i tassi di crescita dei paesi

dell’UE furono mediamente inferiori a quelli degli USA, mentre nuovi protagonisti della scena

economica internazionale, a cominciare dalla Cina, realizzavano spettacolari incrementi produttivi

e conquistavano fette sempre più larghe dei mercati. Attorno al 2005 fu già necessario prendere

atto che non vi erano le condizioni perché l’UE potesse affermarsi entro il 2010 come l’economia

più dinamica e competitiva al mondo. La crisi: originatasi nel 2007 negli USA da una crisi

finanziaria e bancaria, il cui momento cruciale è il fallimento della Lehman Brothers nel 2008,

anche in Europa la crisi economica si manifestò inizialmente nel settore creditizio, banche di

diversi paesi, che avevano erogato crediti e impegnato fondi nel finanziamento di operazioni

speculative, si trovarono oberate di passività, dunque la BCE dovette intervenire e numerose

operazioni di salvataggio a carico dei bilanci pubblici furono avviate. Le difficoltà si estesero

all’economia reale: impennata della disoccupazione e rallentamento delle attività. Peculiarità

europea: crescenti complicazioni che alcuni Stati dovettero affrontare per collocare sul mercato i

titoli del debito pubblico e finanziare il loro fabbisogno. L’epicentro di tale scossa fu la Grecia, il cui

deficit di bilancio era disastroso, tale da far dubitare della possibilità che lo Stato onorasse i propri

debiti. Il governo Papandreou varava d’urgenza misure eccezionali di riduzione della spesa

pubblica, di inasprimento fiscale, e l’ipotesi di accompagnarne gli sforzi con misure straordinarie di

sostegno finanziario stentò a farsi largo nell’UE, trovando resistenze soprattutto da parte della

Germania, restia ad accollarsi oneri per offrire aiuto a chi aveva omesso di rispettare la disciplina

dei conti pubblici. Sull’altro versante c’era il rischio che la Grecia abbandonata a se stessa potesse

staccarsi dall’euro e tornare alla moneta nazionale. Tutto ciò suscitò apprensioni tra gli investitori e

dubbi sulla solvibilità anche di altri Stati dell’euro affetti da squilibri di bilancio e bassi tassi di

crescita. Solo nel 2010 i governi dei paesi dell’euro si accordarono su un piano di soccorso

straordinario alla grecia, sotto forma di prestiti a tasso ridotto da parte degli altri Stati e col

concorso del FMI , l’aiuto era vincolato ad ancor più rigorosi provvedimenti di austerità,

sull’attuazione dei quali avrebbero vigilato l’UE, la BCE e il FM (la trojka). Subito dopo si

cominciarono a predisporre altri strumenti straordinari di sostegno, i fondi salva Stati, da cui i paesi

alle prese con eccezionali difficoltà finanziarie avrebbero potuto ottenere crediti a condizione di

rispettare tassativi programmi di risanamento stabiliti da Commissione e BCE. Già nel 2010

vennero istituiti il fondo europeo di stabilità finanziaria e meccanismo europeo di stabilizzazione

finanziaria; il salva stati per eccellenza fu il MES meccanismo europeo di stabilità, che fu concepito

come una rete di protezione non limitata alla fase di emergenza, ma permanente, con un capitale

sottoscritto pro quota dagli Stati partecipanti all’UM. A richiedere l’intervento Salva stati fu l’Irlanda,

il Portogallo, la Grecia. L’accordo sul secondo tempo del suo salvataggio si raggiunse nel 2012 e si

trattò in sostanza di un fallimento concordato. In Grecia aumentò il consenso alle forze che si

opponevano alle imposizioni della trojka; nel 2012 procedette ad una seconda ristrutturazione del

suo debito pubblico. Lungo tutto lo svolgimento della vicenda greca, la palese impreparazione

dell’UE ad affrontare l’emergenza e la scarsa solidarietà mostrata dai paesi finanziariamente più

solidi suscitarono forti inquietudini. Italia e Spagna dovettero adottare severe restrizioni per

tamponare i loro deficit di bilancio, sottoposti a forti pressioni dai partner dell’UE e dalla BCE;

malgrado le azioni correttive entrambi i paesi rimasero sotto attacco della speculazione. La moneta

unica NON ERA STATA ACCOMPAGNATA DALL’UNIONE DELLE FINANZE PUBBLICHE: LA

RESPONSABILITA’ DEI BILANCI ERA RIMASTA NAZIONALE. Costi del debito troppo elevati

rischiavano di portare al dissesto finanziario gli Stati meno affidabili; secondo la Germania spettava

ai singoli Stati riguadagnare la fiducia dei mercati perseverando nel risanamento delle finanze

pubbliche, dunque si opponeva all’adozione di logiche comunitarie in tema di debiti (perché

temeva potessero preludere a una centralizzazione di risorse finanziarie). Alla fine la Germania

dovette accettare l’idea di un’azione collettiva di contrasto alle pressioni speculative: snodo

cruciale fu la riunione del Cons. Eur. del 2012 in cui la posizione italiana riuscì ad affermarsi e si

convenne che il MES avrebbe eventualmente potuto acquistare titoli di debito degli Stati

incamminatisi sulla via del risanamento dei bilanci. La decisione del cons eur. fornì la copertura

politica a u passo del presidente della BCE Draghi che dichiarò di essere determinato a salvare

l’euro ad ogni costo: la BCE fu autorizzata ad acquistare quantità illimitate di titoli di Stato ove ciò

fosse stato necessario per calmierare interessi, a condizione che il paese interessato fosse inserito

in un programma di assistenza del fondo salva stati e assoggettato alle prescrizioni di risanamento

finanziario. I tassi del debito pubblico di italia e spagna cominciarono a scendere. Ancora non

superata restava però la crisi dell’economia reale.

LA GERMANIA SALE IN CATTEDRA

Col progredire della crisi economica generale il governo tedesco assurse a una posizione di netta

preminenza nell’UE, ispirandone le linee fondamentali di azione o quanto meno condizionandone

nel profondo le scelte. La priorità assoluta per la Germania era il legame tra iniziative di soccorso e

rafforzamento della disciplina delle finanze pubbliche. Dal 2010, parallelamente all’organizzazione

dei salvataggi, l’UE mise mano alla definizione di regole più rigorose per tenere sotto controllo non

solo i bilanci degli Stati membri ma anche il complesso delle loro politiche macroeconomiche.

Quella governata dalla Merkel era una Germania che aveva ritrovato la strada della stabilità e del

dinamismo e poteva finalmente far pesare sulla scena europea internazionale il profilo acquisito

grazie ai rivolgimenti 1989/90 che avevano reso possibile la riunificazione e creato i presupposti di

una stretta integrazione produttiva e commerciale tra Germania e paesi dell’Europa centro-

orientale un tempo appartenenti al blocco sovietico. La crisi dopo il 2007 fu avvertita anche dalla

Germania, diverse sue banche furono duramente colpite, il sistema produttivo ebbe dei

rallentamenti, ma efficaci interventi di risanamento finanziario assicurarono il rilancio della

produzione. Da questa posizione e forte della sua esperienza, la Merkel rivendicava l’applicazione

di misure di rigore in tutti gli Stati come precondizione dell’uscita dalla crisi. A dare forza politica

alle richieste della Germania era il sostanziale allineamento alla volontà tedesca di altri governi di

paesi finanziariamente stabili, come Austria, Finlandia e Olanda. Nell’orbita tedesca si muovevano

anche gli Stati dell’Europa centro-orientale già entrati nel circolo dell’euro, che registravano un

livello ancora relativamente basso di prosperità e riluttavano all’idea di dover fungere di soccorritori

di paesi che da ben più tempo appartenevano alla famiglia europea e ne aveva goduto i benefici

nei momenti di crescita. A ciò si aggiunse l’accondiscendenza nei confronti della Germania da

parte della Francia. Solo in apparenza la stretta intesa tra Merkel e Sarkozy fu una reincarnazione

dell’asse franco tedesco: stavolta il bastone del comando stava solo nelle mani della Germania e il

ripiegamento francese su una linea di subordinazione era la dimostrazione di quanto ridotto fosse il

peso condizionante della Francia. Più autonoma si sarebbe fatta la posizione francese dopo

l’avvento alla presidenza del socialista Hollande nel 2012, ma troppo scialba si rivelerà alla prova

dei fatti la figura del nuovo presidente per lasciare un’impronta sulla politica europea. se poi si

considera che a causa del rilievo assunto dai temi economico finanziari la GB fu sospinta sempre

più ai margini della dialettica politica dell’UE, non essendo partecipe all’UM, il quadro delle

condizioni che permisero alla Germania di affermare il suo primato si fa ancora più chiaro. Mentre

con l’istituzione della moneta unica si era pensato a suo tempo di contrastare il predominio

finanziario della Germania e di non dover più regolare le politiche nazionali secondo i movimenti

del marco tedesco, la crisi fornì alla nuova Germania l’occasione per spingere gli altri paesi ad

allinearsi ancora una vola alle scelte economiche tedesche: la pressione, senza leva monetaria, fu

esercitata attraverso le politiche di bilancio. Nella prospettiva tedesca l’adozione di ferree regole di

gestione dei bilanci pubblici, corroborate dalla previsione di sanzioni per la loro violazione,

rappresentava sia una garanzia dal rischio di nuovi tracolli finanziari, e serviva anche a ribadire

che l’aiuto prestato ai paesi più vulnerabili aveva carattere di assoluta eccezionalità (nel corso dei

negoziati sul MES la Germania si spinse fino a chiedere la sospensione dal diritto di voto in

consiglio per i paesi recidivi nella violazione delle regole di bilancio – non approvata). Il governo

tedesco doveva poi fronteggiare ampi settori di opinione pubblica e parti dell’establishment

economico e istituzionale (come la Bundesbank e la C. cost.) ostili all’assunzione di rischi per

conto di altri Stati: quando la Merkel si convinse che senza un’azione di salvataggio non solo la

Grecia ma tutta l’eurozona rischiava di sgretolarsi dovette mostrarsi ancor più intransigente nel

pretendere dai partner europei impegni tassativi per il futuro in modo da tenere a freno le posizioni

più oltranziste all’interno del paese. Per rafforzare la disciplina di bilancio, tra 2010 e 2013 vennero

ridisegnati i contorni del PSC e se ne ridefinirono procedure e ambiti di applicazione. Ne derivò un

quadro normativo rinnovato: l’impulso partì dal Cons. eur. cioè dai governi, che ripresero

saldamente in mano l’iniziativa politica, ma la traduzione dei propositi politici in disposizioni

giuridicamente efficaci avvenne attraverso una serie di atti legislativi, ricondotti sotto la

denominazione di SIX PACK (2011) e TWO PACK (2013). A dare forma solenne al nucleo

sostanziale della nuova regolamentazione fu il Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla

governance nell’uem, denominato FISCAL COMPACT, firmato del 2012, che non si proponeva di

coinvolgere solo i paesi dell’euro, ma venne sottoscritto da 25 soltanto degli stati membri e si

configurò come una cooperazione rafforzata. Inoltre, i paesi dell’euro più alcuni altri sottoscrissero

anche un accordo politico, il Patto euro plus, con cui si impegnarono a coordinarsi in vista di una

convergenza dei loro indirizzi macroeconomici.

AUSTERITA’

Gli obiettivi centrali della nuova disciplina furono il pareggio di bilancio e la riduzione dei debiti

pubblici. Il primo di questi obiettivi faceva tabula rasa di una delle principali lezioni che economisti

e uomini di governo avevano tratto dalla grande depressione degli anni Trenta del 900 e applicato

negli anni successivi alla II g.m., cioè che il finanziamento in deficit della spesa pubblica era una

leva fondamentale per stimolare il ciclo economico e mobilitare i fattori produttivi soprattutto nei

momenti di rallentamento delle attività. Dagli anni 70 in avanti, tuttavia, gli effetti inflazionistici delle

politiche espansive e l’accumularsi dei debiti avevano indotto la generalità dei governi a scelte più

restrittive, rispecchiate dal vincolo del 3% del disavanzo rispetto al PIL. Il PSC, voluto dalla

Germania, aveva fatto un ulteriore passo in avanti, indicando un bilancio “prossimo” al pareggio o

in attivo come obiettivo tendenziale, e nel 2002 il consiglio aveva fissato una data – il 2004- per il

raggiungimento di tale meta. Tale prospettiva era molto poco realistica (v. il ripetuto sforamento

della soglia posta) e portò infatti ad una lettura più articolata e flessibile del PSC. Sotto

l’imperversare della crisi finanziaria l’equilibrio di bilancio tornò invece a essere la regola aurea

della politica tedesca e la Merkel riuscì a far leva sul dissesto dei paesi meno attenti all’equilibrio

fiscale per imporre un generale riconoscimento dell’obbligo del pareggio, rafforzato dall’obbligo di

introdurre tale principio anche nelle legislazioni nazionali. Parametri: si sarebbe considerato in

pareggio un bilancio che presentasse un deficit strutturale non superiore allo 0,5% del PIL o all’1%

nel caso di paesi con un debito entro la soglia del 60% del PIL; il debito complessivo non doveva

superare il 60% del PIL (ora norma cogente) gli Stati con debito superiore avrebbero dovuto per

ogni triennio ridurre mediamente di 1/20 l’anno la parte eccedente la soglia del 60%. Viene inoltre

previsto un irrigidimento del meccanismo sanzionatorio: le sanzioni proposte dalla Commissione

sarebbero state approvata dal Consiglio secondo il p. della maggioranza inversa,ossia si

sarebbero considerate approvate a meno che il Consiglio non le avesse respinte a maggioranza

qualificata. Queste drastiche politiche di risanamento fiscale ebbero effetto ulteriormente restrittivi

su consumi e investimenti. Mentre gli USA con Obama avevano adottato una condotta opposta

(forti immissioni di liquidità, programmi di spesa finanziati in deficit) e si avviavano alla ripresa, l’UE

registrò solo modestissimi miglioramenti degli indici della produzione, scontando ancora livelli

elevati di disoccupazione. Si era innescata una spirale di austerità e stagnazione o recessione nei

paesi obbligati alle maggiori correzioni degli squilibri. Per vigilare sulle politiche degli Stati furono

attribuiti più estesi e incisivi poteri di indirizzo e di controllo alla Commissione europea; i margini di

manovra dei governi divennero ridottissimi e le costituzioni economiche dei singoli Stati ne

risultarono sostanzialmente modificate. La SNAZIONALIZZAZIONE delle politiche economiche e il

loro coordinamento sul piano europeo rientravano nella logica di sviluppo dell’um e dimostravano

l’anacronismo delle spinte al ripiegamento particolaristico e al depotenziamento dell’UE invalse

dopo il fallimento della Costituzione europea. In continuità con Maastricht, la via seguita per

l’armonizzazione e la convergenza delle economie nazionali fu quella di assoggettare i governi a

sempre più rigide prescrizioni comuni, espresse attraverso grandezze numeriche imperative,

assegnano alla Commissione poteri di sorveglianza e controllo. Sul versante nazionale come su

quello europeo la politica economica venne ridotta a tecnica di bilancio e a linguaggio di numeri,

sacrificando la discrezionalità e la soggettività delle scelte si preferì modellare il rapporto tra UE e

Stati nazionali secondo un paradigma autoritario-repressivo (Commissione controllore e Stati come

soggetti da disciplinare sotto minaccia di sanzioni). Gli Stati a loro volta preferirono mantenere

un’autonomia sempre più fittizia, ridotta alla mera possibilità di scegliere le modalità di esecuzione

delle direttive impartite attraverso i numeri. La politica fu sostituita dai numeri e ricacciata sullo

sfondo. L’unica istituzione che nel turbine della crisi si dimostrò in grado di assumere decisioni

perciò di incidere attivamente sul corso degli eventi fu la BCE, che si rivelò capace di fronteggiare

situazioni impreviste con intraprendenza, adattandosi alle situazioni e cercando di reagire alle sfide

non previste: seppe agire politicamente. Sempre all’impulso della BCE si dovette la più rilevante

modifica dell’architettura economica europea dopo la crisi: lo stabilimento dal 2013 di un’unione

bancaria, che prevedeva il conferimento alla BCE di compiti di supervisione sia sull’operatività dei

maggiori istituti di credito nazionali sia su eventuali azioni di salvataggio di questi stessi istituti. Fu il

presidente della BCE (draghi) ad affermarsi come autorità europea di maggior peso, l’unica che

riuscisse a promuovere scelte che derogavano dalle rigidità tedesche. Altra conseguenza

istituzionale della crisi: crescente differenziazione interna dell’UE- sistema di cerchi concentrici

rilievo dell’eurogruppo che si sviluppa come organo a sé con specifica funzione politica ed

autorevolezza; i rapporti tra i paesi dotati della moneta unica raggiunsero un grado di intensità

superiore agli altri e si assistette alla crescente produzione di norme valide soltanto per l’eurozona

due diverse gradazioni di integrazione.

L’OMBRA DELLA CRISI

Nei paesi dell’UE gli imperativi dell’austerità obbligarono i governi a ridimensionare i sistemi di

protezione sociale, a restringere le coperture previdenziali, ad abbassare il grado di tutela del

lavoro e a limitare la fornitura dei servizi pubblici- crisi dello Stato sociale (inizia già negli anni

80/90 quando l’eccessivo costo delle politiche pubbliche, i cambiamenti demografici e le

trasformazioni economiche imposero misure di contenimento e razionalizzazione). Tuttavia ora si

rischiava di arrivare a un punto di non ritorno; il deperimento del welfare state implicava l’elisione di

un aspetto fondamentale dell’identità europea. il Paese in cui l’abbassamento dei livelli di

protezione assunse la forma di una catastrofe sociale fu la Grecia, dove ciò determinò un degrado

delle condizioni di vita, la regressione di ampie fasce di popolazione in uno stato di indigenza e

uno sprofondamento al di sotto di standard minimi di esistenza civile. La crisi lasciò il segno anche

sul piano spirituale: crescono le ostilità, l’identità europea è fragile, riaffiorano vecchi fantasmi.

Tutte le rappresentazioni del dramma vissuto dall’Europa in chiave di contrapposizione tra

soggettività nazionali oscuravano la natura politica delle questioni sul tappeto e il carattere politico

della dialettica tra le posizioni in gioco. Al fondo di tutto vi erano problemi endogeni a lungo elusi. A

causa di una generale tendenza all’indebitamento, nel 2013 il debito pubblico greco era al 175% e

quello dell’Italia al 133%, ciò era sintomo del fatto che l’austerity avesse solo aggravato la

situazione. Va detto che erano state soprattutto le banche tedesche e francesi ad aver finanziato,

in passato, il debito pubblico della Grecia quindi i fondi salva stati servirono principalmente a

restituire i crediti erogati da Francia e Germania. Aspetti della politica tedesca: la Germania aveva

adottato una politica protezionistica, esportando molto ed importando poco, per paura che

potessero risentirne la stabilità dei prezzi e il pareggio di bilancio. Tale politica unilaterale

sicuramente non aiutò la ripresa economica europea – si trattava sia di una prova di unilateralismo

ma anche della violazione di una delle tante regole contabili dell’UE (Six Pack – superamento

dell’avanzo medio triennale). Fatto è che i paesi dell’euro non riuscirono mai a concepirsi come

un’unica entità e ad aggravare ciò fu l’idea che gli Stati fossero colpevoli delle diverse crisi

nazionali e dovessero uscirne sulle proprie gambe, senza ricevere aiuto dall’UE. Mancava spirito di

solidarietà. Lo spirito solidaristico si era attenuato nel corso degli anni; e forse la via dell’um era

stata imboccata senza pensare troppo alle conseguenze che ne sarebbero derivate. Infine, la

reticenza a procedere sulla via di maggiori trasferimenti di sovranità dagli Stati all’UE, si

accompagnava alla reticenza ad affrontare il problema dell’organizzazione democratica di poteri

sovranazionali.

EUROPA 2014

A 100 anni dallo scoppio della 1 g.m. nuove minacce si affacciarono sullo scenario europeo: per

una questione geografica, l’UE iniziò ad intrattenere rapporti con Ucraina e Moldavia, paesi

caratterizzati da forte instabilità politica. La Russia di Putin iniziò a non vedere di buon occhio

queste relazioni poiché non voleva che altri Stati nati dalla disgregazione dell’URSS

intrattenessero rapporti con gli USA e l’occidente. L’UE intensificò i rapporti con Ucraina e

Moldavia e anche con Georgia e Armenia; volle intraprendere con tali stati un negoziato per la

liberalizzazione dei commerci; la Russia impose ad Armenia ed Ucraina di abbandonare le

trattative. In Ucraina, il popolo insorse contro le costrizioni della Russia e venne eletto un nuovo

governo “anti russo”; la Russia, nel marzo 2014, procedette all’annessione della Crimea

strappandola alla sovranità dell’Ucraina. Si apre così la più grave crisi internazionale dalla fine

della guerra fredda. L’Ue non aveva ben valutato le conseguenze disastrose della sua iniziativa.

Nel frattempo, il 2014 era anche l’anno del rinnovo del P.e. e stavolta ci si sarebbe accorti di quanti

consensi avrebbero ottenuto i partiti più nazionalisti che vedevano nell’euro la radice di ogni male. I

temi dell’integrazione furono al centro del dibattito elettorale. Al termine delle elezioni, le forze

antieuropeiste ottennero un buon risultato ma solo 1/5 dei seggi in parlamento. Importante fu però

che, proprio in Francia e in GB, i partiti nazionalisti furono i più votati. Pochi seggi ma preoccupanti

spettarono a partiti di estrema destra. In Grecia nel frattempo sale al governo la sinistra radicale

con Tsipras, fortemente ostile alla politica economiche europea. tale risultato si profila gravido di

incognite peri futuri sviluppi dell’UE: se i partiti antieuropeisti avessero assunto la guida del

governo nei loro paesi, quali contraccolpi avrebbe subito l’UE? Il governo britannico guidato da

Cameron, preparava intanto il referendum per la Brexit (strumento di pressione sull’UE per indurre

gli altri governi a concedere alla GB ulteriori deroghe alle norme comunitarie). Inoltre nelle elezioni

del 2014 fu messa alla prova per la prima volta la disposizione del Tr. Di Lisbona che legava la

designazione del presidente della commissione da parte del cons. eur. agli orientamenti del corpo

elettorale  ppe Juncker, la cui designazione fu ostacolata da GB e Ungheria che rimasero però

isolati.

HANS KUNDNANI – L’EUROPA SECONDO BERLINO

1. Introduzione

Negli ultimi 20 anni gli storici tedeschi hanno descritto la RF come una “storia di successo”, nello

stesso periodo hanno raccontato di come la Germania sia emersa dalla catastrofe del 1945 per

diventare una democrazia, abbia sviluppato una cultura politica liberale espiando il passato

nazista, e sia divenuta parte di un’Europa integrata e interdipendente. Con la riunificazione del

1990 era avvenuta la prima rivoluzione pacifica e compiuta della storia tedesca. Secondo

Adenauer, i problemi tedeschi potevano essere risolti solo sotto il tetto europeo, abbandonando

quel percorso peculiare intrapreso fino ad allora. La riunificazione era stata il completamento del

lungo viaggio tedesco verso ovest, e aveva, di fatto, fornito una soluzione alla questione tedesca.

Quando cadde il muro molti temevano che la Germania unita sarebbe stata meno occidentale della

RFT, ma le paura si sono rivelata infondate anche per la relazione simbiotica Germania-Europa. È

stato il deflagrare della crisi dell’euro a porre fine alla narrazione trionfalistica della Germania post

bellica: dal 2010, gli eventi hanno collocato Berlino in una posizione di potere tanto straordinaria

quanto inedita la Germania è diventata il principale creditore in un’area composta da nazioni

sovrane, imponendo agli altri governi un regime di austerità che avrebbe dovuto rendere l’Europa

più competitiva. Un atteggiamento che ha ampliato, invece di ridurlo, il divario esistente tra nazioni

creditrici e debitrici. Proprio lo scontro tra creditori e debitori ha riacceso una memoria collettiva

risalente all’era pre 1945, che sta caratterizzando lo scontro in corso all’interno dell’UE e da cui è

stata a sua volta strumentalizzata. Esempio più evidente: animosità tra Berlino e Atene. Tale

divario sta rievocando demoni del passato; recentemente i Greci sono tornati a pretendere il

pagamento delle riparazioni di guerra da parte della Germania. La questione tedesca è tornata al

centro della storia europea, molti parlano di “egemonia germanica” ed affermano che sia addirittura

nato un nuovo Reich. I tedeschi, dal canto loro, ritengono che non solo Berlino, ma tutta l’Europa

sia cambiata, dunque non può parlarsi solo di questione tedesca. Ci si interroga sul ruolo che

Berlino riveste nella comunità occidentale, soprattutto da quando il governo Merkel si è astenuto

dal votare la risoluzione del Cds dell’ONU che autorizzava la guerra contro la Libia. Molti

rimproverarono la Germania di aver abbandonato l’Occidente per muoversi in solitaria e difendere

solo i propri interessi. Berlino sembrerebbe tornata alla MITTELAGE: la collocazione al centro della

scacchiera internazionale tra Est e Ovest.

CAP. 1 LA QUESTIONE TEDESCA

Nel 1871, con la sconfitta della Francia e la proclamazione del Reich avvenuta a Versailles, si

verificò l’unificazione della Germania. L’equilibrio esistente dalla fine delle guerre napoleoniche era

stato rotto dall’influenza tedesca e dalla debolezza francese. L’equilibrio di potenza, cioè quello tra

le grandi potenze europee, era necessario per prevenire lo scoppio di una guerra totale. Tale

equilibrio era stato rotto in primo luogo da Napoleone e nel 1871 dall’unificazione della Germania.

Il nuovo reich fu, da subito, più temuto della Prussia di Bismarck poiché vantava un’economia

industriale in rapida crescita, il miglior sistema d’istruzione al mondo e un enorme esercito. Ma il

nuovo reich era troppo grande per l’equilibrio, e troppo piccolo per conquistare l’egemonia

assoluta. Infatti si parlava di semiegemonia della nuova Germania: abbastanza potente per poter

minacciare le altre nazioni ma non sufficientemente forte per dominare sul resto d’Europa. A ciò si

aggiungeva la “mittelage”, cioè la posizione geografica della Germania al centro del continente.

Erano Mittelage e semiegemonia i termini della questione tedesca. Le altre potenze europee,

allora, iniziarono a coalizzarsi contro la Germania (le cauchemar des coalitions e sindrome di

accerchiamento). Bismarck, per dissuadere le altre potenze dall’unire le forze, le rassicurò della

bonarietà della sua azione: ad esempio, per tranquillizzare la Russia, affermò di non avere

interesse nei Balcani. Successivamente iniziò a stringere alleanze sovrapposte: prima la lega dei

tre imperatori con Austria-Ungheria e Russia, poi la Triplice Alleanza con Austria e Italia e un

trattato di controassicurazione con la Russia con il quale Zar e Kaiser promettevano di rimanere

neutrali in caso di guerra con un’altra potenza. Tale rete di alleanze crollò nel 1890, anno in cui

Bismarck si dimise, perché egli, nell’esercizio della sua politica, non era libero ma doveva

rispettare la volontà del Kaiser, il quale manteneva il totale controllo sulla politica estera, degli

Junker, esponenti della reazionaria nobiltà terriera, i quali erano contrari a ogni forma di liberalismo

politico e premevano su di lui affinché non approvasse riforme democratiche e ne proteggesse gli

interessi agricoli dalla concorrenza; del settore economico, di cui subiva la pressione. A tutto ciò si

aggiunse il nazionalismo tedesco che nacque all’inizio del XIX secolo ed era composto da due

correnti, una liberale, che voleva applicare i principi della rivoluzione borghese ed unificare i

territori germanici in uno Stato-nazione, una romantica che intendeva creare l’identità tedesca in

contrapposizione ai principi della Rivoluzione francese e dell’illuminismo (correnti che quindi

divergono in rapporto all’Illuminismo e alla rivoluzione francese). Prevalse la corrente romantica,

incentrata sul concetto di nazione come frutto di uno specifico “VOKGEIST”, lo spirito del popolo

derivato dalla comune lingua tedesca. Il nazionalismo romantico contrapponeva la Germania

all’occidente e rifiutava il liberalismo politico, c’era un rigetto intellettuale delle idee e dei modelli

occidentali, e l’obiettivo di individuare una specifica via tedesca al pensiero, alla politica,

all’organizzazione sociale. Tale sentimento fu amplificato con l’unificazione. Si riteneva che, nel

realizzare la propria identità nazionale, la Germania avrebbe redento il mondo e lo avrebbe

liberato. L’impero tedesco si sarebbe potuto costruire o esclusivamente all’interno dell’Europa, in

cui avrebbe potuto esercitare la propria egemonia (europapolitik) oppure in tutto il mondo

(weltpolitik). Alla fine del 1800 scoppiò un dibattito circa queste due opposte idee di impero. L’idea

di un impero mondiale era sostenuta soprattutto dalle industrie tedesche che puntavano a ottenere

concessioni in Asia e in Africa. Bismarck, però, riteneva che la Germania si sarebbe potuta

sviluppare solo in europa, sfruttando la posizione mitteleuropea. In origine quindi egli rifiutò anche

di colonizzare l’Africa, poi vi fu costretto dalla pressione della lobby coloniale e dall’entusiasmo

dell’opinione pubblica per il colonialismo (“l’imperialismo sociale”: colonizzare per risolvere le

tensioni interne al Reich). Così, la Germania acquisì Togo, Camerun e Nuova Guinea. In seguito

alle dimissioni di Bismarck, il Kaiser lanciò la sua Weltpolitik, volendo fare del Reich un “impero

mondiale”. La nuova Weltpolitik sedusse molti tedeschi. Nel 1898 il Kaiser incontrò il leader

sionista Theodor Herzl che gli propose di fondare uno Stato ebraico in Palestina, tale Stato

sarebbe divenuto un protettorato di Berlino e avrebbe esportato in Oriente la cultura germanica. Il

Kaiser rifiutò ma rimase molto colpito dal progetto perché intendeva far arrivare l’influenza tedesca

fino ai Balcani e in Medio oriente. Alla fine del 1800, la germania era minacciata dalla Francia

aovest e dalla Russia a est; l’unica possibilità che aveva di tornare ad essere una delle tre

potenze era quella di un’alleanza con la GB (unica potenza ancora neutrale) che sarebbe stata

possibile solo se la Germania si fosse dotata di una Marina. Fu così che divenne una potenza

marittima. La Marina tedesca era, in origine, guidata dall’ammiraglio Tirpitz; Berlino cominciò un

enorme sviluppo navale. Tirpitz, che aveva giocato un ruolo chiave nell’acquisizione di Kiachow e

che accusava il regno unito di voler impedire l’ascesa della Germania a potenza globale, spiegò al

Kaiser che il Paese necessitava della forza navale come fattore di potere politico da usare contro

Londra. Il Reichstag così approvò una serie di leggi che destinavano ingenti risorse alla

costruzione di nuove navi e la svolta innescò inevitabilmente una corsa agli armamenti con la GB,

che intendeva mantenere una flotta in grado di sconfiggere simultaneamente due potenze

continentali (2 power standard). Alla fine del secolo, la Francia continuava a puntare al

contenimento della Germania, l’Austria era spesso in conflitto con la Russia, la Germania aveva

fatto scadere il trattato di contro assicurazione con la Russia ma non la Triplice alleanza, e , nel

frattempo, Francia e Russia avevano firmato la fatidica alleanza.  due blocchi contrapposti. Nel

1904 Francia e GB firmarono l’”entente cordiale” ,che poneva fine alle rivalità tra le due nazioni in

nord africa e all’isolamento britannico. La Germania iniziava ad essere vista da tutti come la

peggior minaccia alla sicurezza nazionale; si era inimicata anche la GB per la volontà di

raggiungere una supremazia marittima. Nel 1907, la GB firmò una convenzione con la Russia e

nacque la triplice intesa (Fra-Rus-GB). Nel frattempo, la corsa agli armamenti proseguiva

incessante e le tensioni esistenti tra Germania e Triplice intesa continuavano ad inasprirsi: la

guerra era alle porte. Nel 1914 la guerra scoppiò a causa delle ostilità nei Balcani tra Austria-

Ungheria e Russia. La I g.m piegò la Germania senza distruggerla. Col trattato di Versailles del

1919 alla Germania furono ridotte risorse e libertà di manovra; le furono inflitte pesanti riparazioni

di guerra, dovette cedere Alsazia e Lorena alla Francia e altri territori alla Polonia; anche ‘esercito

e la marina furono ridotti. Questo, però, non risolse la questione tedesca, anzi alimentò il

risentimento della Germania, intenzionata a recuperare la sovranità nazionale. Le altre potenze

europee apparivano divise, indebolite e tormentate. Nel frattempo era nato un sistema di difesa

collettiva, che non disponeva però di forza militare: la società delle nazioni. Germania e URSS,

escluse dalla società delle nazioni, firmarono nel 1922 il Trattato di Rapallo con cui stabilivano

relazioni diplomatiche e rinunciavano a rivendicazioni reciproche. Nel 1923, in risposta, la Francia

e il Belgio invasero la Ruhr, cuore dell’industria tedesca e Berlino cominciò una campagna di

resistenza passiva contro l’occupazione. Nel frattempo, la Germania cedeva all’iperinflazione. La

situazione cambiò con il ministro degli esteri tedesco dal 1924 al 1929, Stresemann, nazionalista

purosangue che puntava a rivedere i termini del trattato di Versailles e a recuperare i territori ceduti

alla Polonia, ma la guerra mondiale lo aveva convinto che la forza militare non era un efficace

strumento politico. Così stabilì di usare l’economia piuttosto che l’esercito per realizzare il suo

programma. Si mostrò disponibile a pagare i debiti di guerra ed ottenne, così, il sostegno di

Washington che prestò, nel 1924, 100 milioni di dollari al governo tedesco. Nel 1925, col trattato di

Locarno, le truppe francesi e britanniche abbandonarono la Ruhr e la germania entrò nella società

delle nazioni. In seguito furono anche ridotte le riparazioni di guerra. La crisi del 29 e la

depressione economica che ne seguì favorirono l’ascesa di movimenti radicali e nazionalistici,

come il nazismo, che in pochi mesi erosero il consenso dei partiti tradizionali. Nel 1933 Adolf Hitler,

il cancelliere, lanciò un’epica scalata all’ordine costituito. Il leader inizialmente si concentrò

sull’eliminazione delle rimanenti restrizioni imposte al Paese e si mostrò disposto a compiere

azioni unilaterali e ad usare la forza. Nel 1933 Berlino si ritirò dalla società delle nazioni e iniziò a

non rispettare più la limitazione agli armamenti imposta da Versailles: il fuhrer predispone

l’economia nazionale alla guerra, amplia le forze armate ben oltre i limiti concordati. Così, nel

1939, berlino poteva puntare di nuovo all’egemonia continentale: c’è la firma di un patto nazi-

sovietico ma. Nel corso del conflitto, per un bisogno di nuove risorse economiche, nel 1941 Hitler

ordina l’invasione dell’URSS. L’avanzata tedesca si trasformò in un progetto di sfruttamento

economico e di sterminio delle popolazioni locali. Nel 1945 la Germania fu annientata; la questione

tedesca aveva distrutto gran parte del continente. Secondo alcuni, uno dei maggiori problemi della

Germania era stato il fatto che in essa non si fossero mai verificate rivoluzioni borghesi e che

quindi non ci fosse stato un soggetto politico (la borghesia) in grado di contrapporsi alla nobiltà

terriera: questo sottosviluppo potrebbe esser stato la causa dell’espansionismo tedesco. Due

correnti di pensiero: i realisti difensivi, che affermano che gli Stati puntano all’equilibrio di potenza;

quelli offensivi, convinti che gli Stati preferiscano accrescere il loro potere piuttosto che difendere

l’equilibrio. Per molti, la Germania sarebbe proprio una potenza realista offensiva.

CAP. 2 IDEALISMO E REALISMO

Con la separazione della Germania, erede del terzo Reich divenne la RFT; in effetti entrambe

avevano avuto lo stesso identico Ministero degli esteri e alcuni diplomatici implicati nello sterminio

avevano ripreso il loro posto al termine del conflitto. All’interno del ministero si contavano più

nazisti negli anni ’50 che nel decennio precedente alla guerra. Dopo la guerra, la Germania ovest

aveva perso metà del suo territorio e molte risorse naturali, quali il carbone. Essa, inoltre, era

divenuta una democrazia; la distruzione subita nel 45 aveva anche modificato il carattere della

popolazione e il suo approccio all’uso della forza militare. La guerra fredda aveva stravolto la

collocazione geografica del paese: la Germania era ora uno Stato debole situato al margine

orientale dell’Europa occidentale, si era spostata dal centro all’estremità; fino alla riunificazione

rimase una nazione semisovrana, dipendente dagli alleati. La RFT aveva due obiettivi in politica

estera: la sicurezza e la riabilitazione internazionale. Scopo principale era dunque quello di

integrarsi nelle organizzazioni internazionali come la NATO e la futura UE. La RFT può esser

definita come “potenza civile” volta a civilizzare i rapporti tra Stati avvalendosi di norme

internazionale. Insieme al Giappone era definita “nuovo tipo di potenza internazionale”: entrambi

usciti sconfitti dalla guerra, accettavano di cooperare con altri Stati e preferivano utilizzare

strumenti non militari per realizzare la propria politica estera. La dipendenza di entrambi dagli USA

era solo una strategia per potersi concentrare sulla crescita economica. Questo nuovo tipo di

Stato, più che all’espansione militare, puntava all’espansione commerciale. Negli Usa, in ambito di

politica estera, dominavano i concetti di idealismo e realismo. L’idealismo è legato alle relazioni

internazionali e mira a diffondere norme e valori; il realismo, è volto al perseguimento anti

ideologico degli interessi economici ed è accostato all’isolazionismo e all’imperialismo. Anche nella

Germania ovest è possibile individuare i due approcci: la sicurezza e la riabilitazione – i due

obiettivi della politica esterna nazionale- necessitavano di integrazione nelle istituzioni

internazionali e di un solido rapporto con l’occidente, la Westbindung. Ma lo sviluppo di tali legami

formalizzava la divisione in due della Germania e ben presto innescò un intenso scontro tra coloro

che privilegiavano la dimensione securitaria e chi non voleva rinunciare alla relazione con la DDR.

Da una parte l’intenzione di rafforzare la Westbindung, anche a costo di ampliare la distanza tra le

due Germanie, dall’altra la volontà di privilegiare l’unità e il rifiuto di integrarsi definitivamente

nell’Occidente. Fino al 45 il nazionalismo apparteneva soprattutto alla destra, mentre la sinistra

tendeva ad essere internazionalista. Ma dal 49 in politica estera i socialdemocratici si dimostrarono

più nazionalisti dei conservatori. Durante la guerra fredda, i cristiano-democratici si sono battuti per

la Westbindung,- l’integrazione nell’occidente-, mentre i socialdemocratici per la riunificazione.

Idealismo del centro destra – idea di libertà; nazionalismo di centro-sinistra – concetto di pace. Nel

1949 diviene cancelliere il cristiano-democratico Adenauer, lo rimane fino al 1964. Primo obiettivo

di Adenauer fu quello di ottenere una maggior libertà di manovra, poiché la Germania ovest era un

protettorato degli alleati occidentali. Sfruttando la dipendenza dagli Usa, Adenauer puntava a

rendere la RF un membro paritario del blocco occidentale. Adenauer aveva una visione idealistica

degli affari internazionali. Nel 1949 firmò l’accordo Petersberg che pose fine allo smantellamento

dell’industria nazionale e nel 1950 firmò il Piano Schuman che diede vita alla CECA. Questa

contribuii sicuramente alla riabilitazione internazionale del Paese. Il leader dei socialdemocratici

Schumacher riteneva che la priorità per la Germania dovesse essere la riunificazione, per questo

criticò fortemente la politica di Adenauer e lo accusò di essere il “cancelliere degli alleati”.

Adenauer, invece, voleva una Germania unita ma riteneva che la riunificazione sarebbe stata

possibile solo nell’ambito di un’Europa diversa. Fu perciò che, nel 1952, rifiutò la proposta di Stalin

di unire la Germania. Nel 1955 la Germania ovest fu riarmata ed entrò nella NATO; nel 1957

Adenauer firmò il Trattato di Roma che diede vita alla CEE. Con queste decisioni, la Westbindung

si rafforza e la divisione tra Germania est ed ovest diviene sempre più marcata. La divisione

diviene realtà con la costruzione del muro di Berlino nel 1961. Nel 1969 Brandt divenne il primo

cancelliere socialdemocratico nella storia della RF. Il suoi consigliere, Bahr, riteneva che la

riunificazione sarebbe stata possibile solo negoziando con l’Urss, Bonn avrebbe dovuto migliorare

le condizioni di vita dei cittadini della DDR. Bahr cercò di mettere in atto il suo progetto: nel 1968

Kissinger, consigliere del presidente americano Nixon, inaugurò una politica di distensione nei

confronti dell’USS, aprendo un canale di comunicazione diretta con Bahr. Inizialmente, Kissinger vi

guardava con sospetto perché la prospettiva messa in atto era essenzialmente nazionalista e

perché puntava essenzialmente alla riunificazione. L’atteggiamento di Bahr può essere definito

realista; egli, in effetti, provò ad ottenere la massima libertà di manovra e a stabilire una relazione

indipendente con Mosca. Secondo Kissinger, la Germania era tornata alla Mittelage; egli temeva

che l’Ostpolitik potesse aumentare la dipendenza dell’europa da Mosca. Nonostante ciò, gli Usa si

schierarono al fianco di Brandt, che firmò numerosi trattati con i Paesi del blocco orientale a partire

dal 1970. Di fatto, l’Ostpolitik ammorbidì la posizione dei sovietici; si trattava di una strategia

realista che puntava sull’interesse nazionale e sull’equilibrio di potenza. Nel 1974 Brandt si dimise

e fu nominato cancelliere Schmidt, con cui proseguì la distensione. URSS e USA firmarono un

Trattato per la limitazione degli armamenti strategici. Schimdt adottò un approccio alle relazioni

internazionali incentrato sugli affari economici. L’economia tedesca divenne un modello per le altre

economie europee quando uscì dalla crisi petrolifera grazie alla stabilità dei prezzi. Nel frattempo,

germania est e ovest continuavano a firmare accordi bilaterali che favorirono commercio e

circolazione tra i due paesi. Nel 1977 si ebbe una crisi dei missili: l’URSS sostituì i suoi missili

nucleari con altri ben più minacciosi (non rispettando il SALT) e la RF iniziava a temere che gli

USA non la avrebbero difesa in caso di un eventuale attacco nucleare. Nel 1979 la NATO annunciò

che avrebbe installato dei missili più potenti nella RF se l’URSS non avesse ritirato i propri. Ne

derivò un’ondata di protesta che si concluse nel 1983 con l’accettazione da parte del Parlamento

tedesco di stanziare dei missili americani nella RF. Nel 1982 era divenuto cancelliere Kohl. La

politica di Brandt e Schmidt venne meno nel momento in cui ci si accorse quando ancora la RF

fosse dipendente militarmente dagli USA. Per quanto riguarda il passato nazista se ne iniziò a

parlare solo tra anni ’60 e’70. L’olocausto fu introdotto nella memoria collettiva dell’occidente e ,

dagli anni ’70, i capi del governo e il presidente federale iniziarono a compiere gesti di pentimento.

Alcuni esponenti della destra, allora, iniziarono ad affermare che il nazismo dovesse essere

considerato al pari degli altri crimini commessi nel ‘900, primi fra tutti quelli commessi dal Stalin.

Qualcuno affermò addirittura che il nazismo dovesse essere dimenticato. Mentre la destra voleva

relativizzare e storicizzare il passato, la sinistra insisteva sull’obbligo di ricordare. Comunque, molti

erano concordi nell’affermare che la Germania non avrebbe dovuto essere eternamente debitrice

per i crimini commessi dal nazismo. Il nazismo ebbe ripercussioni sulla politica esterna di Bonn:

nei primi 30 anni di storia della RF le lezioni derivanti dalla catastrofe nazista – la cultura del basso

profilo, il rifiuto dell’uso della forza, la westbindung, l’integrazione europea- oltre alla riabilitazione

internazionale perseguita da Adenauer, erano entrate nel mainstream nazionale.

CAP. 3 CONTINUITA’ E CAMBIAMENTO

Con la riunificazione del 1990 fu riaperta la questione tedesca; avendo incorporato la DDR, la RF

divenne più popolosa di Francia e GB. La Germania tornò nuovamente alla Mittelage; l’idea che

potesse tornare ad essere una potenza centrale spaventava gli altri Stati. Diversamente dal 1871,

nel 1990 la Germania faceva parte di una serie di organismi che moderavano il comportamento

degli stati e davano stabilità. In un primo momento, la Thatcher e Mitterrand si allearono per

cercare di evitare la riunificazione, poi Mitterrand iniziò a ritenere che la miglior soluzione alla

questione tedesca risiedesse proprio nell’ulteriore integrazione europea (stesso pensiero che

aveva condotto alla realizzazione dell’UE). Due, comunque, erano i timori di Mitterrand 1) temeva

che la RF avrebbe abbandonato la vocazione europea per muoversi in solitaria; 2) che la

Germania fosse troppo grande per essere contenuta nelle strutture comunitarie. Secondo

Mitterrand, la situazione poteva essere tenuta sotto controllo grazie al’integrazione europea; la

Thatcher, invece, temeva che così facendo, Berlino avrebbe sicuramente dominato l’Europa. Il

dibattito concernente la riunificazione tedesca si spostò, poi, sul progetto dell’UEM. Nel 1970

Werner e la commissione di cui era capo elaborarono un piano in3 fasi che stabiliva tassi di

cambio fissi e che avrebbe portato alla realizzazione dell’UEM nel corso di 10 anni. Però, gli Stati

non erano ancora pronti a rinunciare alla propria moneta nazionale. Ci riprovò Delors, presidente

della Commissione europea, nel 1989. Fu con la caduta del muro di Berlino che Mitterrand chiese

a Kohl di iniziare i negoziati sull’UEM, altrimenti si sarebbe tornati al mondo del 1913. Kohl, si

arrese ad accettò l’UEM in cambio della riunificazione tedesca. Ciò che si temeva era che la

Germania unita potesse modificare il suo atteggiamento nei confronti del passato nazista e tornare

ad adottare politiche del passato; occorreva però considerare il fatto che la Germania fosse

cambiata. Dopo la caduta del muro, si aprì un dibattito sul concetto di “normalità”: uno dei più

influenti critici fu Habermas. Egli riteneva fondamentale il ricordo dell’olocausto, poiché solo dopo

di esso in Germania ha cominciato a farsi strada la democrazia. Secondo Habermas, molti

revisionisti intendevano sfruttare la riunificazione per cambiare la mentalità che si era formata nei

decenni precedenti e intendevano imporre una nuova idea di normalità – dunque per Habermas

l’utilizzo del termine “normalità” impediva il progresso. Scrisse che molti intendevano sfruttare il

momento per cambiare la mentalità formatasi nei decenni precedenti e imporre un’idea di

normalità che finalmente avrebbe liberato i tedeschi dal trauma provocato dai crimini di massa

commessi in passato e ripristinato l’innocenza nazionale. Fu lanciata un’idea di politica estera

“normale” più sicura e meno influenzata dal passato nazista. Ma la sinistra, che si opponeva alla

normalità e propugnava la continuità in politica estera, temeva che, così facendo, ci si sarebbe

allontanati dalla Westbindung e sarebbe riemerso il militarismo, strettamente legato al

nazionalismo. Nell’era di Kohl, sicuramente non ci si allontanò dalla Westbindung poiché egli

continuò a perseguire l’integrazione europea e , soprattutto, contribuì alla creazione dell’euro. Si

dice spesso che Kohl abbia accettato l’euro in cambio della riunificazione della Germania. Questa

ottenne, comunque, delle agevolazioni dalla creazione dell’Uem: la BCE fu creata sul modello della

Bundesbank, indipendente dalla politica e che si occupava di mantenere la stabilità dei prezzi.

Inoltre, la BCE avrebbe avuto sede a francoforte. Furono, poi, approvati i criteri di convergenza

voluti dalla Germania e la clausola del “no-bailout” per cui gli Stati membri non si sarebbero

accollati gli impegni finanziari o i debiti degli altri. – il governo tedesco aveva portato il marco in

Europa, ossia la politica di stabilità tedesca divenne il Leitmotiv del futuro ordine monetario

europeo. L’accordo fu codificato dal Trattato di Maastricht; la Germania abbandonò il nazionalismo

economico del mercato per passare all’euro e far, così, accelerare il processo di integrazione

europea. in tutto il mondo, però, si guardava con scetticismo alla moneta unica. Se la dottrina

europea di Berlino fu caratterizzata dalla continuità, nella metà degli anni 90 la politica estera

nazionale attraversò un periodo di grandi cambiamenti: gli USA iniziarono a fare pressioni sul

governo tedesco affinché si occupasse maggiormente delle questioni globali e ripensasse al

proprio uso della forza militare. Il secondo timore della sinistra, il ritorno al militarismo, stava

diventando realtà. Durante la guerra fredda, Bonn poteva dichiarare guerra solo se previamente

attaccata, oppure in difesa di un partner dell’Alleanza Atlantica. In seguito alla riunificazione, però,

gli USA cambiarono nettamente visione e iniziarono a chiedere ai tedeschi di diventare “soci nella

leadership” e più attivi negli affari extraueuropei. Durante la guerra del Golfo del 1991, Kohl riuscì

ad evitare il coinvolgimento militare avvalendosi di un articolo che proibiva alle forze armate

tedesche di partecipare ad operazioni escluse dalla competenza della NATO. Così la Germania,

momentaneamente, tornò al ruolo ricoperto nella guerra fredda: offrire sostegno economico

evitando di combattere. Ma la Casa Bianca fece capire che la volta successiva un assegno un

sarebbe bastato. L’eccessiva pressione degli USA, però, costrinse la Germania verso una politica

estera maggiormente interventista. Il primo intervento si ebbe con la disintegrazione della

Jugoslavia, quando le NU inviarono in Bosnia un contingente di peacekeeping per evitare che il

Presidente del luogo creasse la “Grande Serbia” (Milosevic). Allora, in Germania, il concetto di

normalità iniziò ad essere associato al compimento di tutti i doveri connessi all’appartenenza alla

NATO. Nel Paese, molti iniziarono a conferire nuovamente importanza alla forza militare. Kohl

decise che la Germania sarebbe intervenuta solo nell’ambito di una missione internazionale e solo

se ci fosse stata l’approvazione delle NU. A metà del 1992 la dottrina Kohl crollò: fu chiesto alla

Germania di imporre alla Jugoslavia le sanzioni approvate dall’ONU e di intervenire militarmente.

Nel 1994 la C. Cost. tedesca ammise la possibilità di un intervento militare anche fuori dalla

regione di appartenenza, a patto che la missione fosse approvata dall’ONU. Mentre i membri della

destra appoggiavano l’intervento, quelli della sinistra si schierarono contro e iniziarono a chiedere

addirittura lo scioglimento della NATO. I membri della sinistra si opponevano sia all’uso della forza

sia alle missioni fuori area: essi volevano trasformare la RF in una “forza di pace”. Verso la metà

degli anni ’90, però, alcuni membri della sinistra iniziarono ad appoggiare l’interventismo

umanitario. Tra tutti emerse la figura di Fischer, leader dei verdi. Cambiò idea sull’interventismo

militare quando, nel 1995, 7000 bosniaci musulmani furono uccisi dai serbi. Egli chiede, quindi, ai

suoi colleghi di partito di opporsi al fascismo balcanico e di sostenere l’intervento militare. Fischer

era europeista e favorevole alla Westbindung ed era convinto che la Germania dovesse ricordare

ed introiettare l’olocausto. Per cui, malgrado avesse modificato il proprio atteggiamento nei

confronti dell’uso della forza, continuò a rifiutare il concetto di normalità in favore di un

eccezionalismo tedesco, anche detto nazionalismo negativo, frutto dell’identità dell’olocausto. Nel

1998 divenne cancelliere Schroder (con Fischer ministro degli esteri); al tempo era sorto un

dibattito sulla possibilità di realizzare un monumento all’olocausto e il nuovo cancelliere riteneva

che l’olocausto fosse un fatto privato e non potesse costituire il fondamento della politica estera.

Schroder intendeva realizzare l’interesse della nazione in primo luogo all’interno dell’UE: dunque,

non promuoveva la continuità, ma il cambiamento. Nel 1998 il nuovo governo dovette affrontare la

prima crisi di politica estera: il presidente americano Clinton chiese, infatti, di garantire l’utilizzo di

truppe tedesche in Bosnia per dimostrare che la NATO era unita. Ancora una volta, la possibilità di

un intervento militare contro la Serbia separò la Germania in coloro pro e coloro contro. Per la

prima volta, la Germania sarebbe intervenuta in operazioni di reale combattimento, non solo PK, e,

per di più, avrebbe agito fuori dall’area di competenza della NATO e senza l’approvazione delle NU

poiché la Russia si sarebbe sicuramente opposta. Fu Fischer ad insistere maggiormente per la

partecipazione della Germania alla missione NATO, poiché bisognava intervenire per evitare un

altro genocidio, un altro Auschwitz. Schroder, invece, riteneva che l’olocausto fosse un evento

unico e non potesse essere reso un termine di paragone; egli giustificò l’intervento militare tedesco

col concetto di normalità, affermando che la Germania era pronta ad assumersi le responsabilità di

un “normale alleato”. Così, nel 1999 la Germania era di nuovo in guerra. All’inizio degli anni 2000,

la Germania appariva un misto di continuità e cambiamento (la prima: Fischer, la seconda:

Schroder), la Westbindung era ancora presente e l’integrazione europea era proseguita. La

Germania diventava sempre più “normale”, poteva ancora ritenersi una potenza civile poiché

continuava a perseguire il multilateralismo ed usava la forza militare solo per prevenire catastrofi

umanitarie. Alla fine degli anni ’90 la Germania era più integrata che mai in Occidente.

CAP. 4 VITTIME E CARNEFICI

Nei primi anni del 2000, le relazioni tra USA e Germania si incrinarono perché Berlino si era

opposta all’invasione dell’Iraq da parte di Washingron ed aveva formato una contro-coalizione per

impedire la guerra. Ma i rapporti erano peggiorati anche prima dell’11 Settembre, quando Bush si

era rifiutato di ratificare il Protocollo di Kyoto e lo Statuto di Roma che sanciva la nascita della

Corte Penale Internazionale. A seguito degli attentati, nonostante tutto, gli stati europei fornirono l

proprio appoggio agli USA. Nei mesi successivi, tuttavia, ci fu una crisi tra Germania e Usa

derivante dal fatto che i due Paesi non erano più rilevanti l’uno per l’altro come lo erano stati al

tempo della guerra fredda. Nell’estate del 2002, Schroder si oppose alla guerra in Iraq poiché non

condivideva le ragioni addotte da Bush per giustificare l’attacco: la supposizione che avesse dei

legami col terrorismo e la presenza di armi di distruzione di massa, poi rivelatesi inesistenti

(fallimento della dottrina Bush). Nel 2002 Schroder aprì la sua campagna elettorale prendendo le

distanza dagli Usa e parlando di una “via tedesca” opposta a quella statunitense. Schroder voleva

perseguire il modello di economica sociale piuttosto che quello del libero mercato. Con questa

retorica della pace, Schroder guadagnò il consenso degli elettori e fu rieletto. Fischer criticò

fortemente il presidente poiché temeva che questa retorica nazionalista e antiamericana avrebbe

portato la Germania ad uscire dalla NATO, tuttavia Fischer era, comunque, contrario alla guerra in

Iraq, nel 2003 la Germania divenne membro temporaneo del CdS e Schroder annunciò che il suo

governo avrebbe votato contro l’intervento armato in Iraq. Nonostante tali dichiarazioni, Berlino

fornì comunque assistenza militare agli USA. La Germania iniziava a preferire sempre più l’Europa

agli Usa e, nel 2003, era alleata alla Francia contro gli USA stessi. Tutti gli altri stati membri si

dichiararono però favorevoli all’invasione dell’Iraq, isolando francia e germania. Ciò avvenne

perché i due stati non incarnavano più gli interessi di gran parte dell’Europa. Berlino aveva così

sacrificato il proprio multilateralismo. La storia della Germania nel dopoguerra può essere divisa in

tre fasi:

a) Anni ’50: i tedeschi visti come vittime,

b) Anni ’60-’90: tedeschi come carnefici (processi contro il nazismo),

c) Anni 2000: nuovamente vittime (nel 2002 viene pubblicato il libro “Der Brand” che

raccontava la campagna aerea alleata contro la Germania in modo realistico e emozionale,

descrivendo il bombardamento degli alleati sulle città tedesche come un annichilimento –

tale narrazione equiparava la sofferenza causata dai nazisti a quella inferta dagli alleati). La

percezione dei tedeschi quali vittime alimentò esponenzialmente l’opposizione dell’opinione

pubblica alla guerra in Iraq.

Tra 2002 e 2003, dunque, iniziò a diffondersi l’idea che la Germania non volesse attaccare l’Iraq

perché avrebbe rivissuto le sofferenze subite a cause dei bombardamenti degli alleati. Il concetto

di normalità iniziò a risentire di questa nuova percezione: se, infatti, la guerra in Kosovo era vista

come un comportamento normale da parte della Germania, ora, fu definita come “normale” la sua

opposizione alla guerra irachena. Bahr fu il primo a parlare di normale attuazione dell’interesse

nazionale; nel 1999 egli auspicò la “normalizzazione” della politica tedesca. Riteneva che

Auschwitz non dovesse essere strumentalizzata, criticava il pdv di Fischer. Secondo Bahr, la

normalità implicava anche un maggior distacco da Washington poiché ormai gli interessi erano

divenuti inconciliabili. La Germania si stava allontanando sempre più alla Westbindung perché si

contrapponeva sia agli USA sia agli stati europei diversi dalla Francia. Bahr affermò che la

Germania dovesse perseguire i suoi interessi al servizio dell’Europa come una nazionale normale.

Ossia, per lui normalità voleva dire “singolarità” di una specifica visione della politica estera, per

singolarità si intendeva la riluttanza ad usare la forza; cioè la Germania non doveva temere di

essere sola quando difendeva la pace. Quindi: se la Germania avesse consentito agli USA di

stabilire la sua politica estera e di difesa, sarebbe rimasta poco più di un protettorato. L’identità di

forza di pace la allontanava fisiologicamente dagli USA e la guerra irachena era da considerarsi un

evento positivo perché aveva unito i tedeschi – aveva provocato una reazione pan germanica. Una

politica estera realista e basata sul concetto di sovranità.

Schroder e altri iniziarono ad usare il concetto di normalità elaborato da Bahr; tornò il realismo

degli anni ’70 ma in versione aggiornata. Al centro della politica estera realista fu messo il concetto

di pace. Nonostante ciò, negli anni 90 Berlino iniziò a partecipare alle missioni militari, sotto la

pressione degli alleati. Truppe tedesche si trovavano sia in Afghanistan che nei Balcani; in

Afghanistan non operavano direttamente ma appartenevano alla forza NATO, senza attaccare.

L’esercito tedesco fu però costretto ad assumere una condotta più aggressiva nel 2007, quando i

talebani aprirono un secondo fronte di guerra. Nel frattempo si intensificò l’opposizione

dell’opinione pubblica nazionale alla guerra in Afghanistan e i politici cercavano di non parlarne per

paura che la situazione si ritorcesse loro contro. Nel 2009, la realtà si prese la rivincita: i talebani

aumentarono la loro pressione sulle truppe tedesche e queste furono costrette a chiedere l’aiuto di

aerei americani. Risultò allora chiaro che, in realtà, la Germania stava combattendo una guerra e

non solo partecipando ad un’opera di stabilizzazione. Nei Balcani, invece, dopo la stabilizzazione

del Kosovo, nel 2001 il conflitto era deflagrato nella vicina Macedonia; Berlino contribuì con 500

soldati all’operazione per requisire le armi dei ribelli albanesi. Oltre al trauma afghano, il percepito

fallimento dell’invasione irachena rafforzò l’opposizione al coinvolgimento di truppe nazionali in

operazioni fuori dalla regione di appartenenza. Lo slogan “mai più guerra” sostituì “mai più

Auschwitz” e divenne il parere dominante in merito all’utilizzo della forza.

CAP. 5 ECONOMIA E POLITICA

Per fronteggiare i costi della riunificazione,la Germania dovette varare riforme drastiche e il Paese

passò, così, da un deficit ad un surplus commerciale. In origine, la riunificazione produsse un

boom economico, ma fu quando l’euforia si esaurì che emersero i problemi. Nel 1992 il PIL si

espanse di pochissimo e, per la prima volta, si registrò un deficit di bilancio. Nel 1993 la

disoccupazione arrivò al 15%. In questo periodo, la Germania non era in grado di competere con

l’industria cinese e quella dell’Europa orientale. Politici e sindacati si opponevano a qualsiasi

riforma. La svolta arrivò negli anni 2000 con Schroder, egli cercò, in primo luogo, di ridurre la

disoccupazione e poi di adottare una politica sensibile alle esigenze delle imprese. Durante il primo

mandato perse però di vista l’economia a causa delle diverse crisi internazionali; fu durante il

secondo mandato che ristrutturò lo stato sociale. Il pacchetto di riforme approvato nel 2003 prese il

nome di Agenda 2010: riduceva l’indennità di disoccupazione, i sussidi per l’assistenza sanitaria e

le pensioni statali. I provvedimenti consentirono alle piccole imprese di licenziare con maggior

facilità ed eliminarono i contributi previdenziali su alcune retribuzioni. Il risultato fu un taglio del

costo del lavoro ed un aumento degli impieghi part-time, mosse aspramente criticata perché

rischiavano di creare una classe di sottopagati. Le riforme non ebbero subito un impatto positivo

sull’economia nazionale: la Germania iniziò ad incontrare delle difficoltà nel rispettare i limiti al

deficit di bilancio. Nel 2003 insieme alla Francia superò il tetto del 3% ma non ne fu sanzionato il

comportamento, così Schroder continuò a violare i parametri fino a che, nel 2005, le aziende

tedesche iniziarono a delocalizzare la produzione in Europa centrale ed orientale dove gli Stati

avevano economie a basso reddito. In tal modo, la Germania ridusse i costi ed aumentò la

competitività. Questa mossa rivoluzionò l’industria tedesca: soprattutto le automobili erano

prodotte all’estero e solo assemblate in Germania. Anche le economie dell’Europa orientale ne

trassero giovamento ed ebbero uno sviluppo positivo. Nel frattempo, la Germania aumentò la

propria influenza in seno all’UE. I sindacati nazionali, poi, accettarono i tagli agli stipendi per far

fronte alla disoccupazione e per aumentare la competitività delle industrie. Il taglio agli stipendi

provocò una diminuzione del costo di lavoro. Anche il tasso di disoccupazione iniziò a calare dal

2005. L’economia nazionale iniziò sempre più ad incentrarsi sulle esportazioni (48% nel 2010) e

quindi ad essere dipendente dalla domanda estera. Ne fu un chiaro esempio l’industria

automobilistica. Il surplus economico, però, doveva essere investito: fu devoluto quasi totalmente

all’estero, in titoli stranieri di scarso valore. L’economia nazionale rimaneva comunque molto fragile

perché troppo dipendente dalla domanda estera, mentre la domanda interna restava bassa. Con

l’ingresso dell’euro l’economia tedesca conobbe una nuova crescita, esponenziale: l’euro era

meno forte del marco e le esportazioni tedesche aumentarono a dismisura. Con l’euro, le banche

iniziarono a concedere prestiti con tassi d’interesse molto bassi a paesi dell’europa meridionale

che poi, venivano spesi per l’acquisto di merci tedesche. Nel 2007, atene aveva un deficit del 15%,

mentre il surplus di Berlino cresceva di giorno in giorno. Anziché produrre convergenza, l’euro

aveva accresciuto gli squilibri tra le economie del continente. Col tempo, la condotta della

Germania diviene un problema: dipende troppo dall’export ed impone un peso insostenibile sugli

altri membri dell’UEM. Nel frattempo, cresceva la domanda internazionale e la Germania iniziò ad

approfittarne. La domanda maggiore proveniva dalla Cina: negli anni 2000 grandi industrie

tedesche aprono stabilimenti nel Paese. L’euro, aumentò la competitività dell’industria tedesca

anche fuori dall’Europa. La Germania cominciò ad intrattenere relazioni anche con la Russia: nel

2005 Schroder e Putin firmarono un accordo per la costruzione di un gasdotto russo-tedesco che

rendeva Berlino il principale distributore europeo di gas siberiano. Il consorzio prese il nome di

“nord stream” ed aveva Schroder a capo. La Germania aprì alla Russia per ottenere da questa gas

e petrolio. Il rapporto della Germania con la Cina era, però, ben più importante: Schroder si

impegnò a visitare la R.P. almeno una volta l’anno per promuovere l’export nazionale. Ne derivò la

stipula di contratti commerciali redditizi. Schroder, però, tacque sempre sulle violazioni dei diritti

umani perpetrate dalla Cina. Nel 2005 diviene cancelliere ANGELA MERKEL: cercò di proseguire

la strategia dell’export inaugurata da Schroder e, pur se non molto in sintonia con Putin, diede il

proprio sostegno alla realizzazione del nord stream. La Merkel proseguì una partnership di

modernizzazione con la Russia e, anche lei, si arrivò per visitare annualmente la Cina. Se, fino al

2005, aveva prevalso l’Ostpolitik, dal 2005 in poi qualcosa cambiò: l’Ostpolitik non imponeva un

cambiamento che riguardasse solo il commercio, ma un cambiamento generale. Quello che si

sperava, infatti, era che il miglioramento economico avesse causato il cambiamento sociale. Un

esempio di questa nuova realtà si ebbe nel 2002 con la crisi iraniana, quando emerse che Teheran

stava arricchendo l’uranio in siti segreti: Berlino, con Pechino e Mosca, si oppose all’imposizione di

sanzioni all’Iran poiché la Germania era il principale esportatore occidentale in Iran, nonché il terzo

in assoluto. Solo dopo l’invito a partecipare al negoziato degli E 3+3 e in seguito all’elezione della

Merkel che Berlino acconsentì a nuove sanzioni, pur mantenendo un atteggiamento più moderato

rispetto ad americani ed europei. La crisi iraniana dimostrò anche che l’olocausto era scomparso

dal dibattito nazionale. A differenza della guerra del Kosovo, il fatto che il regime iraniano fosse

antisemita non fu neanche preso in considerazione. La politica estera, quindi, era stata

monopolizzata dall’economia; gli obiettivi della sicurezza e della riabilitazione previsti durante la

guerra fredda erano già stati raggiunti nel 1990. La Westbindung era sempre più indebolita e

neppure l’elezione di Obama nel 2008 riuscì a migliorare le cose. Col tempo, la Germania si

allontanò sempre più anche dall’UE, poiché in essa non riusciva più a far valere il proprio interesse

nazionale; nell’opinione pubblica iniziava a diffondersi un euroscetticismo che nel 2009 portò ad

una sentenza della c. cost. tedesca che imponeva limiti nuovi alla cessione di sovranità in aree

cruciali come la sicurezza, le politiche fiscali e sociali. L’aderenza di Berlino al multilateralismo si

era indebolita. Anche perché non si era mai trattato di uno slancio altruistico, quanto di un

multilateralismo di tipo strumentale. Partendo dal presupposto che la Germania basava la propria

economia sull’export, è facile anche capire perché essa non volesse intervenire nelle crisi globali.

Berlino giustifica la propria opposizione all’uso della forza servendosi del concetto di pace. La

Germania si era trasformata da potenza civile a nazione commerciale. La crisi finanziaria del 2008

risultò, agli occhi della Germania, come il fallimento dell’economia americana e britannica e la

vittoria della propria economia basata sull’export. Da qui sorse un dibattito su come far ripartire

l’economia globale tra la Germania e il resto d’Occidente: la Germania rigettava la dottrina

Keynesiana che imponeva di stimolare la domanda attraverso la spesa pubblica e la

contrapponeva al contenimento dell’inflazione e alla stabilità dei prezzi. La Germania riuscì ad

uscire dalla crisi incoraggiando la vendita di auto nel Paese e grazie alla forte domanda cinese.

L’economia nazionale si riprese rapidamente; si stava diffondendo il nazionalismo delle

esportazioni. L’ossessione tedesca per l’export aveva compromesso l’identità di potenza civile

della Germania. Alla fine degli anni 2000, la Germania era di nuovo attraversata da un sentimento

trionfalistico, era convinta di aver fatto i “compiti a casa” e molti nel resto del mondo avrebbero

dovuto fare lo stesso.

CAP. 6 L’EUROPA E IL MONDO

La risposta tedesca alla crisi dell’euro può essere compresa soltanto attraverso i cambiamenti

avvenuti nel paese a partire dalla riunificazione. Nel 2010 la Germania era una “repubblica diversa”

da quella di Bonn, la sua politica estera era segnata da un misto di continuità e cambiamento. La

politica estera non era più ostaggio di Auschwitz e la Germania era libera di perseguire il suo

interesse nazionale anche a costo di allontanarsi dagli alleati europei e occidentali. I tedeschi

erano orgogliosi del loro modello di sviluppo. Il nazionalismo dell’export avrebbe, però, ben presto

portato alla crisi dell’euro e costretto Berlino a scegliere tra Europa e resto del mondo. Berlino era

il principale creditore degli stati europei ad economia debole e, durante la crisi, impose loro

determinate condizioni garantendo per il loro disavanzo e riducendone i tassi d’interesse. Secondo

Berlino, la crisi dell’euro era stata provocata dall’irresponsabilità fiscale degli altri Stati membri

(dimenticandosi, però, che anche la Germania aveva violato i parametri nel 2003 e che proprio la

Germania aveva concesso prestiti alle nazioni che avrebbero poi più risentito della crisi). In altre

parole, i tedeschi si sentivano vittime della crisi. Secondo la germania l’unica causa di questa va

ricercata nella condotta economica e finanziaria degli altri Stati membri, essa non avrebbe

nessuna colpa. Il governo Merkel si era imposto tre obiettivi: a) evitare che gli stati membri

fiscalmente responsabili pagassero per quelli irresponsabili b) tenere in vita l’euro che favoriva

l’export tedesco c) mantenere la stabilità dei prezzi. Su tutti e tre i principi, Berlino fu costretta a

scendere a compromessi. Dovette rinunciare al no-bailout nei confronti della Grecia. Nel 2011 la

crisi greca esplose a crisi generale dell’euro. I mercati finanziari iniziavano a temere l’insolvenza

non solo della Grecia ma anche degli altri Stati europei, l’unica soluzione sembrava essere la

creazione di eurobond ma la Germania si oppose strenuamente perché riteneva che gli Stati

dovessero salvarsi da soli tramite riforme strutturali  la Merkel è stata costretta ad avallare un

pacchetto di salvataggio da 750 mld di euro e la creazione del fondo europeo di stabilità finanziaria

da usare come ancora di salvataggio per le nazioni più indebitate. In cambio, ha ottenuto il

coinvolgimento del FMI che insieme alla Commissione e alla BCE compone la Troika. Ad atene è

stato chiesto di realizzare dolorosi tagli alla spesa pubblica, mentre Berlino si rifiutava di approvare

misure che stimolassero la domanda: l’approccio era asimmetrico – deflazione alla periferia del

continente e – nessuna inflazione al centro. Berlino si è così servita degli andamenti del mercato

del debito per imporre disciplina fiscale all’eurozona. Qualcuno ha interpretato la rigida risposta

della Merkel alla crisi come un ritorno alla classica politica di potenza tedesca; la cancelliera è

stata paragonata a Bismarck per essersi opposta al bailout della Grecia, salvo poi definire i

tedeschi i “fessi d’Europa” per aver accettato il pacchetto di salvataggio. Nel 2011, la Germania

aveva intensificato i rapporti con alcune nazioni emergenti non occidentali e anche le relazioni

diplomatiche bilaterali (cina – germania). Questi due paesi sono più simili di quanto si possa

immaginare: entrambe con posizione opposta rispetto a quella americana nell’economia globale,

entrambe adottano la stessa politica macroeconomica (provocare pressione deflazionaria e non

risolvere gli squilibri economici), entrambe intendono riformare i mercati finanziari e la governance

economica mondiale. Nel 2010 i governi dei due paesi hanno affermato di voler risolvere la crisi

finanziaria ed economica e di condividere rilevanti interessi comuni. L’unione tedesco-cinese si è

scontrata più volte con gli USA. Se la RP era una potenza emergente a livello globale, la Germania

lo era all’interno dell’Europa. Inoltre, la sua dipendenza dalle esportazioni minava seriamente alla

stabilità dell’eurozona: per ridurre gli squilibri interni, la Germania avrebbe dovuto ridurre la propria

competitività nei confronti degli Stati membri ma non fu mai disposta a farlo. Ci si chiese, allora, se

la Germania non avesse deciso di muoversi nel mondo in solitaria. Ma nel 2011, per paura che i

Paesi dell’eurozona volessero uscire dall’euro, la Merkel accettò di assumersi il bailout di Atene,

anche se continuava a non accettare gli eurobond, contrari alla legge fondamentale tedesca. Da

allora, la Germania iniziò a concentrarsi sulla riduzione del debito pubblico degli Stati membri e

sull’aumento della competitività nell’eurozona. Furono approvate delle misure per risolvere la crisi

del debito (v. Fiscal Compact). Tale periodo di austerity non fece altro che peggiorare le situazioni

di alcuni Stati e, nel 2012, la Merkel dichiarò che mai avrebbe accettato gli eurobond. Gli altri stati

membri, tutti contrapposti alla Germania, allora concordarono che il MES potesse ricapitalizzare

direttamente le banche delle nazioni in difficoltà. Nello stesso anno, il presidente della BCE Mario

Draghi, promise di fare tutto il necessario per salvare l’euro, persino acquistare illimitatamente titoli

di Stato. La Germania temeva che tali misure provocassero un aumento dell’inflazione. Nonostante

tutto, la crisi aveva unito l’Europa ma anche trasferito ulteriori poteri a Bruxelles; gli stati membri

non avevano trasferito volontariamente la propria sovranità ma solo perché senza alternative.

Dalla crisi era emersa un’UE repressiva, che aveva provocato tensioni tra i membri. L’Europa, poi,

stava diventando sempre più tedesca perché era la Germania a chiedere sempre più poteri,

iniziando dall’imporre la propria politica economica. In molti iniziarono a definire la strategia

tedesca come una forma di imperialismo economico. Si temeva non più che la Germania

abbandonasse l’Europa, ma che la dominasse. Nella seconda metà del 2012 fu proposto di

realizzare un’unione politica, ma ad inizio 2013 l’idea era già stata abbandonata. Nel frattempo, la

germania continuava ad evitare coinvolgimenti nelle crisi internazionali e ciò fu chiaro quando si

astenne dal votare la risoluzione del Cds che autorizzava l’intervento militare contro la Libia. 

sorge l’idea dell’Europa a due velocità. La Germania non interveniva militarmente ma vendeva

armi ad Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti, essa, infatti, intendeva difendere l’industria

nazionale della difesa. Questa è sempre stata un’enorme contraddizione nella politica tedesca. La

Germania perseguiva due strategia distinte di politica estera, in Europa e nel mondo: mentre in

Europa cercava di dominare, nel resto del mondo sviluppava partnership strategiche con le nazioni

emergenti- multilateralismo. La Germania è, oggi, un grande paradosso: debole e potente al

contempo, non vuole guidare le relazioni internazionali ma vuole ridisegnare l’Europa a sua

immagine e somiglianza e renderla più competitiva. Questo paradosso fu spiegato col concetto di

“GEOECONOMIA”, che indica un misto di logica del conflitto e strumenti di commercio (nelle

relazioni internazionali gli strumenti economici iniziano a sostituire quelli militari). Dunque, si passa

dalla geopolitica alla geoeconomia. La Germania utilizza con aggressività il suo potere in Europa

mentre è una potenza economica “soft” nel resto del mondo. Le potenze geoeconomiche, in

particolar modo la Germania, funzionano in tal modo: le imprese pretendono dallo Stato delle

politiche che promuovano i loro interessi ed esse, in cambio, aiutano la classe dirigente a stimolare

la crescita e a creare occupazione. Il ruolo rivestito dallo Stato nell’economia determina la potenza

geoeconomica. La Cina, per ora, si serve solo di mezzi economici per realizzare i suoi scopi ma è

pronta, se necessario, all’uso della forza militare.

CONCLUSIONE

Dal 1871 fino al 1945 la Germania ha creato instabilità in Europa: la sua grandezza e la sua

collocazione al centro del continente la rendevano troppo potente per l’equilibrio di potenza, ma

non abbastanza da raggiungere l’egemonia. Dopo la 2 g.m. la questione tedesca sembrava risolta

con la divisione in due del Paese, ma dopo la sua riunificazione torna ad essere una Mittelage

geografica, che non teme più il soffocamento ed è circondata da alleati NATO e partner comunitari.

La saturazione strategica post riunificazione e l’interdipendenza economica con i suoi vicini la

rendono sicura. Nonostante si tratti di una potenza “benigna” che non vuole espandersi

territorialmente, la sua grandezza economica e i suoi legami con le altre nazioni del continente

stanno nuovamente minando la stabilità d’Europa. Negli ultimi 10 anni si è mostrata propensa a

imporre le proprie scelte agli altri; la sua economia è troppo grande per essere contenuta nell’UE e

per ciascuno dei suoi vicini è impossibile insidiare tale colosso. La questione tedesca è riapparsa

in termini geoeconomici. Si discute molto di un’egemonia tedesca in Europa: ma la Germania non

può essere un egemone né reale né potenziale, perché autoreferenziale e poco lungimirante. Nei

fatti, piuttosto che creare stabilità, la RF ha causato incertezza, precarietà. Infatti non esiste in

Europa il consenso egemonico, una delle caratteristiche che distingue l’egemonia dall’impero.

L’incapacità di diventare egemone palesa i limiti della potenza geoeconomica tedesca. Negli anni

2000 la Germania ha rilanciato il proprio sistema produttivo soprattutto attraverso tagli ed

austerità: è troppo fragile per addossarsi il peso dell’egemonia, attua la politica di una piccola

nazione. In conclusione, l’Europa che sta emergendo dalla crisi non è tanto tedesca, quanto

caotica. La semiegemonia della Germania genera conflittualità, pone gli Stati in posizioni

insostenibili, provoca attriti. Mentre molti Stati cercano di intensificare i rapporti con la RF

considerata “il decisore”, altri percepiscono la necessità di formare il “fronte comune antitedesco”

(sviluppo che in Germania sta già causando diffuse fobie). I tedeschi si sentono oppressi dalla

BCE, la paura della cultura della “moneta debole” si è intensificata dopo il summit europeo del

2012. Alcuni economisti tedeschi sono infatti convinti che la BCE stia abbandonando il modello

teutonico per adottare il corrispettivo latino inflazionario e che Francia, italia e Spagna, le tre

nazioni che nel 2012 si sono schierate contro Berlino, siano diventate il nuovo centro

dell’eurozona.

STORIA D’EUROPA – L’ETA’ CONTEMPORANEA

1945-1995 L’ECONOMIA TRA CRESCITA E TRANSIZIONE

La storia economica europea del dopoguerra è caratterizzata da una straordinaria mescolanza di

elementi diversi: una crescita senza precedenti, mutamenti strutturali e istituzionali, crescenti livelli

di benessere, crisi e aggiustamenti politici. Nell’arco di 40 anni l’aspetto economico del vecchio

continente è cambiato in modo sensazionale: il sorgere della società dei consumi di massa, dello

stato sociale, l’economia mista, l’attrazione per l’economia statale e il suo fallimento, l’integrazione

europea e i suoi rallentamenti. Dal 1945 al 1950 l’economia europea si ripresa dalle devastazioni

della guerra, a cui seguirono 25 anni di crescita quasi ininterrotta, c’era ottimismo e c’erano

aspettative sempre crescenti. Negli anni ’70 l’economia europea dovette affrontare difficoltà

strutturali: era la fine delle economie statalistiche pianificate ad est; l’occidente fu costretto ad

affrontare una crescita rallentata, un’inflazione sostenuta e un alto tasso di disoccupazione. Ad est

dopo il crollo dei regimi comunisti nel 1989 seguì una fase di transizione difficile e dolorosa verso

l’economia di mercato. Negli anni ’80 l’europa occidentale riuscì a riprendere la crescita. Nel ’90 fu

scelta la via dell’integrazione di tutta l’economia europea.

1) La ricostruzione postbellica 1945/1950

Le prospettive dell’Europa nel 1945 apparivano assai buie: la guerra aveva imposto un prezzo

enorme in termini di vite umane e distruzioni materiali. L’agricoltura e l’industria erano sconvolte; la

transizione da economia di guerra a economia di pace incontrò difficoltà; l’inflazione impennò. Ma

in meno di 5 anni quasi tutte le economie europee superarono i livelli produttivi prebellici, ponendo

le basi per la crescita degli anni ’50 e ’60.

Perdite e guadagni della guerra: in Europa la 2 g.m. durò quasi 6 anni (’39-’45) e costò la perdita di

oltre 40 mln di vite umane, anche le perdite materiali furono spaventose (abitazioni, infrastrutture,

flotta mercantile, agricoltura, bestiame, fertilizzanti, elettricità, materie prime, mancanza di

investimenti nel settore non bellico, insediamenti industriali distrutti). Altri due elementi: il riassetto

della carta d’Europa nel 1945 provocò migrazioni massicce da est a ovest; la maggior parte dei

paesi europei dovette affrontare un’inflazione vertiginosa (tutte le nazioni belligeranti finanziarono

la guerra). I benefici della guerra: guadagni territoriali e di reputazione internazionale (URSS, che

ebbe il controllo di un certo n. di stati satelliti sul confine occidentale). Anche i paesi neutrali, come

la Svizzera, ebbero benefici: aumento del PIL. I benefici più importanti li ottennero gli USA: crescita

economica, fornitore principale delle potenze alleate, posto esclusivo nei mercati extra europei.

Terminata la guerra, l’economia di pace consentì agli USA di rafforzare ulteriormente la propria

posizione di leader mondiale nel settore industriale. La dipendenza europea dalle importazioni

diede forte impulso alla produzione americana e favorì i produttori di prodotti alimentari e di

materie prime nelle aree in via di sviluppo.

a) L’inflazione, la scarsità di dollari e il Piano Marshall

Anche prima che le armi cessassero il fuoco in Europa si volse l’attenzione al difficile compito della

ricostruzione economica. I bisogni erano molti e i mezzi limitati: lo sforzo di ricostruzione venne

ostacolato da un vertiginoso aumento dei prezzi; i vari paesi europei adottarono misure diverse per

sanare la situazione. I paesi più piccoli riuscirono nel complesso a ridurre la pressione

inflazionistica in un breve periodo; mentre altri, come la Francia, ebbero difficoltà a contenerla. Nel

1947 venne lanciato un ampio piano di riforme che, con la svalutazione del franco francese, creò

una breccia nella lotta contro l’inflazione. La GB adottò una specifica politica antinflazionistica che,

compro tanto un severo razionamento e un’elevata imposizione fiscale, riuscì realmente ad

abbassare i prezzi. Al contempo, finanziava i costi della guerra e della ricostruzione con la vendita

delle attività sull’estero, con i prestiti internazionali. La bilancia dei pagamenti inglese si deteriorò di

conseguenza. Il grave indebolimento della posizione internazionale della sterlina fu palese nel

1947, quando la sua piena convertibilità dovette essere sospesa. Nel breve termine comunque i

paesi sconfitti ebbero difficoltà anche maggiori a contenere l’inflazione. Anche Germania, Italia,

Ungheria e Romania registrarono allarmanti tassi di disoccupazione; tutti adottarono una rigorosa

politica deflattiva e nel 1949 ci fu la svalutazione della maggior parte delle monete europee per

sostenere le varie riforme monetarie e contribuire alla ripresa economica. Prima che ciò si

realizzasse vi era un altro ostacolo, cioè la scarsità di dollari. L’Europa faceva largo affidamento

sulle importazioni americane, che dovevano essere pagate in dollari. Al contempo gli alleati

europei dovevano rimborsare enormi somme prestate loro dagli usa durante la guerra. La limitata

capacità dell’Europa di guadagnare dollari era in forte contrasto col suo fabbisogno di dollari in più.

Le esportazioni europee erano a un livello minimo e i patrimoni all’estero erano stati perduti o

venduti. Per superare questo momento di stallo, Marshall propose un programma di aiuti su larga

scala, per un totale superiore ai 16 mld tra 1948 e 1952, che contribuì a sostenere la ripresa

europea (modernizzazione delle infrastrutture per i trasporti, rinnovo delle attrezzature agricole e

industriale). Gli americani ritenevano fosse essenziale accrescere i livelli di crescita e di ricchezza

in Europa occidentale per porre freno a ogni simpatia per l comunismo; per far ciò si incoraggiò la

formazione di uno Stato indipendente della Germania ovest e la sua integrazione nell’economia

europea occidentale. Applicando la stessa linea di ragionamento, gli Americani diedero grande

importanza all’allargamento della cooperazione economica e monetaria europea. venne fondata

l’org. Eur. per la cooperazione economica (OECE e poi OCSE). Il p. Marshall contribuì a porre le

fondamenta del processo di unificazione europea. durante la guerra fredda, l’URSS istituì il

COMINFORM, in opposizione all’OECE, riunendo tutti i paesi socialisti.

b) La nuova ideologia economica

La ricostruzione postbellica non pose soltanto le basi degli elevati tassi di crescita registrati

durante i decenni successivi, ma inaugurò anche una nuova ideologia economica. La crisi del

capitalismo degli anni ’30 aveva generato un diffuso disincanto dei confronti dell’ideologia liberale

del libero mercato. L’esperienza della guerra fece nascere un senso di uguaglianza tra gli uomini:

questo nuovo consenso accelerò una lunga evoluzione storica verso un sistema capitalistico che

tenesse conto della realtà sociale. Si rafforzò la posizione della classe operaia, le organizzazioni

dei lavoratori, i sindacati che cooperavano con i dirigenti industriali. Le prime elezioni dopo la

guerra indicarono un notevole spostamento a sinistra in tutta Europa. Le recessioni cicliche che

minacciavano il pieno impiego vennero controbilanciate con l’adozione di politiche keynesiane

(intervento attivo dello stato per accrescere la domanda – maggiori investimenti pubblici). Lo Stato

divenne il maggior datore di lavoro del paese, inoltre assunse un ruolo cruciale nella promozione

della giustizia sociale.

2) 25 ANNI DI CRESCITA E PROSPERITA’ ECONOMICA, 1950/1973

L’obiettivo del raggiungimento di un’elevata crescita economica fu conseguito negli anni ’50 e ’60. I

tassi di crescita toccarono livelli mai registrati in precedenza.

La crescita nell’occidente capitalistico il tasso di crescita annuo del PIL era elevato, la produzione

industriale cresceva. Questi dati sono in forte contrasto con la crescita molto ridotta del periodo tra

le due guerre. Molti i fattori che contribuirono a questa accelerazione della crescita: la stagnazione

di lungo periodo originatasi dalla depressione e dal conflitto mondiale creò una dinamica di ripresa;

elevata domanda accompagnata da crescenti opportunità sul lato dell’offerta; l’industria poté far

ricorso a una forza lavoro più ampia; infine l’interazione equilibrata tra governo, sindacati e

dirigenze aziendali creò un ambiente favorevole alla crescita. Ma l’accelerazione della crescita non

era diffusa uniformemente: elevata in Germania ovest, Francia, Italia e Austria, bassa in GB e

Belgio. Il clima generale di fiducia ebbe un influsso positivo sulla condotta dei consumatori e

indusse gli imprenditori a mantenere livelli d’investimento elevati. Ogni qualvolta la crescita

rallentava, il governo introduceva misure anticicliche.

- Le fonti di crescita: lavoro, capitale, innovazione

La crescita economica è un processo complesso al quale contribuiscono diversi fattori collegati

dinamicamente. Sul lato dell’offerta le fonti principali sono: input addizionali dei fattori produttivi

(lavoro e capitale), crescita di prodotto attraverso l’innovazione. La crescita economica è data dai

movimenti simultanei di queste due variabili. La disponibilità di lavoro addizionale fu certamente un

elemento importante dell’accelerazione di crescita dopo la 2 g.m.: ci fu un aumento naturale della

popolazione (molto alto), immigrazione, crescente partecipazione delle donne alla forza lavoro.

L’occupazione crebbe notevolmente e grazie alle riforme dell’istruzione, la formazione della forza

lavoro migliorò qualitativamente. La crescita non fu notevole in Gb. I migliori risultati si ottennero

nel settore industriale, dove la crescita della produzione spesso andò di pari passo con la crescita

della produttività, che generò un incremento degli investimenti. Le nuove attività industriali

attrassero investimenti in beni capitali nuovi e ebbero il sopravvento su quelli tradizionali. Per

finanziare l’aumento degli investimenti si fece ricorso a diverse fonti: risparmio nazionale,

autofinanziamento, prestito internazionale, incentivi fiscali. Ma gli input addizionali di lavoro e di

capitale non possono spiegare esaustivamente da soli il fenomeno della crescita del dopoguerra.

C’è anche l’innovazione a migliorare produttività, riallocazione delle risorse. L’innovazione stimola

la diversificazione dei prodotti e la crescita: la professionalizzazione e l’ampliamento della ricerca e

dello sviluppo industriale ebbero come risultato progresso tecnologici sorprendenti. Altro aspetto

dell’innovazione riguardò l’amm.ne aziendale: la rivoluzione manageriale consentì alle aziende di

massimizzare la crescita migliorando la propria organizzazione interna.

- Il ruolo trainante della domanda

Una volta concluso il processo di ricostruzione postbellica, quasi tutti i paesi europei occidentali

assistettero a una rapida crescita sia ei consumi interni sia delle esportazioni. Negli anni ’50 e ’60

domanda elevata e crescita sostenuta andarono di pari passo. L’aumento della domanda interna fu

una caratteristica distintiva della moderna società dei consumi; l’incremento della domanda

esterna risultava dalla liberalizzazione del commercio mondiale e dall’interdipendenza

dell’economia internazionale. La moderna società dei consumi prese piede nell’Europa occidentale

dopo la 2 g.m.; ne derivò un aumento dei salari e del reddito disponibile, così come dei lavoratori

dipendenti. Il risultato fu la forte espansione della domanda interna e, una volta soddisfatte le

esigenze fondamentali, il reddito addizionale venne utilizzato per soddisfare i bisogni indotti dal

benessere (beni di consumo: automobili, elettrodomestici, miglioramento di edilizia e infrastrutture,

crescente domanda di sercizio). Nei decenni successivi alla 2 g.m. non si assistette soltanto a un

boom esplosivo della domanda interna ma anche a un’espansione addirittura più rapida della

domanda internazionale. Il fattore che più stimolò il movimento verso l’integrazione economica nel

mondo occidentale fu: CEE, EFTA, OCSE, UEP, FMI, GATT  contribuirono all’accelerazione della

crescita della domanda internazionale.

Il quadro istituzionale: economia mista e sistema internazionale

Dopo la 2 g.m. l’economia dell’europa occidentale operò nell’ambito di un quadro istituzionale

diverso da quello prebellico: a livello nazionale i governi, i sindacati e le organizzazioni dei datori di

lavoro unirono le forze per la costruzione di un’economia mista; a livello internazionale la

liberalizzazione del commercio e l’integrazione economica ebbero un posto di priorità nell’odg; in

campo monetario il sistema di Bretton Woods garantiva una relativa stabilità. La guerra diede

origine a una nuova ideologia in cui avevano la precedenza – la piena occupazione – la giustizia

sociale. Come raggiungere ciò? Chiamando in aiuto il governo affinché attenuasse le recessioni

cicliche che avrebbero potuto verificarsi; sviluppando una strategia di crescita di lungo periodo. La

chiave di volta: l’economia mista. Le implicazioni istituzionali pratiche dell’economia mista furono

diverse da paese a paese: in Francia, GB e Italia la presenza dello Stato nell’economia venne

rafforzata (es nazionalizzazioni – pianificazione economica); in Germania si lasciò maggiore spazio

al libero mercato e lo Stato restò in secondo piano. I risultati dell’economia mista furono

spettacolari, ma la spesa pubblica era altissima. Anche in ambito internazionale c’è una rottura col

passato: in contrasto col diffuso protezionismo, si prevedeva un nuovo sistema internazionale

basato sul libero commercio e la cooperazione monetaria (volontà americana che si scontra con

quella degli stati europei i quali intendevano dare priorità alla completa ripresa della loro economia

ancora fragile). Viene firmato il GATT (no discriminazione tra affari commerciali e abbassamento

graduale delle barriere).

La crescita nell’est comunistapoco dopo la 2 g.m. molti paesi dell’Europa centrale e orientale,

liberati o occupati dalle truppe russe, adottarono il regime comunista con un unico partito al potere.

Adottarono un’economia centralizzata, basata sulla proprietà statale dei mezzi di produzione e

sull’eliminazione dell’iniziativa privata. Industria, agricoltura e la maggior parte del settore dei

servizi vennero nazionalizzati. Soltanto in Polonia e in Iugoslavia sopravvisse un importante

settore agricolo. La crescita economica su assai sostenuta, maggiore di quella in Occidente, il

reddito nazionale quadruplicò, la produzione aumentò. Tuttavia la pianificazione centrale non

poteva evitare l’insorgere di fluttuazioni cicliche. Negli anni ’70 la crescita subì un rallentamento. Il

settore industriale fu quello più redditizio, l’agricoltura crolla ma resta ancora molto importante. I

paesi socialisti concentrarono la loro attenzione su una crescita estensiva: importanza al crescente

impiego di lavoro e di capitale per aumentare la produzione. Crebbero sia l’occupazione che

l’impiego di capitale. La domanda ebbe un ruolo assai meno dinamico nel processo di crescita

rispetto all’occidente. Anche se il livello di vita nei paesi socialisti migliorò, l’aumento dei consumi

privati fu abbastanza modesto: il passaggio a una società dei consumi di massa ebbe tempi molto

lunghi (si diede priorità al risparmio e all’investimento, a scapito del consumo privato). Il benessere

dei consumatori si rifletteva nell’aumento di servizi pubblici e sociali: scuola, assistenza medica,

alloggi, a basso prezzo o gratuiti. La domanda internazionale non fu particolarmente utilizzata

come strumento di stimolazione della crescita. A partire dagli anni 70 nella maggior parte dei paesi

socialisti i guadagni derivanti dalle esportazioni non furono più sufficienti per pagare le importazioni

necessarie della tecnologia occidentale: si fece sempre più ricorso al prestito per diminuire il gap

tecnologico. I tassi di crescita dei paesi socialisti manifestavano una tendenza al rallentamento. Il

rigido sistema di pianificazione statale creava inefficienza in molti settori; la mancanza di libertà

politica e l’abbandono del settore dei beni di consumo provocavano scontento popolare.

3) CRISI E TRANSIZIONE 1974/1995

Negli anni ’70 l’eccezionale crescita dell’economia europea registrata nei due decenni precedenti

giunse alla fine. Fattori ciclici e strutturali si combinarono insieme esercitando un influsso negativo

sullo sviluppo economico. Ne risultarono inflazione e disoccupazione elevate. Ciò indusse a livello

nazionale ad un raggiustamento delle politiche economiche, e a livello internazionale si evitarono il

crollo del sistema monetario e il ritorno al protezionismo ricorrendo alla cooperazione. Negli anni

80 la maggior parte delle economie dell’europa occidentale riacquistò maggiore stabilità,

nell’europa orientale i problemi economici si accumularono contribuendo al crollo dei regimi

comunisti nel 1989.

La crisi in occidente

Gli anni 70 furono all’inizio promettenti. Nell’Europa occidentale i tassi di crescita economica erano

sostenuti; nel 1973, momento di max boom economico, erano al 6%; alla fine dello stesso anno il

mondo occidentale fu colto alla sprovvista dall’aumento del prezzo del petrolio. Nel biennio 74-75

seguì una grave recessione che, per la prima volta dalla fine della 2 g.m., comportò una

contrazione assoluta della produzione complessiva. Fino alla fine del decennio la crescita rimase

positiva ma lenta e nel frattempo inflazione e disoccupazione aumentarono. La rivoluzione iraniana

del 79 scatenò la seconda crisi petrolifera: l’inflazione crebbe di nuovo e la crescita diminuì. Per

ristabilire la situazione furono adottare misure drastiche. Dal 1983 ebbe inizio una lunga fase di

crescita ininterrotta, ma all’inizio degli anni 90 questa ebbe fine. La guerra del golfo del 91 e la

successiva recessione degli USA ebbero un impatto negativo sull’economia europea. nel 94

cominciava una cauta ripresa.

a) Inflazione e disoccupazione

Elevata inflazione e disoccupazione in aumento furono le caratteristiche preminenti delle crisi degli

anni ’70 ed entrambi i fattori continuarono a rappresentare fonte di grave preoccupazione durante

gli anni 80 e i primi anni 90. I governi avevano accettato un certo livello d’inflazione come prezzo

da pagare al fine di mantenere elevati i livelli di occupazione. La rottura avvenne tra 68 e 70,

quando l’inflazione aumentò molto più rapidamente di quanto non si riducesse la disoccupazione,

contrariamente all’opinione tradizionalmente sostenuta secondo la quale in un’economia moderna

esisteva un rapporto inverso tra le variabili. Negli anni 70 l’andamento in crescita dei salari e dei

prezzi fu nuovamente alimentato da politiche monetarie espansive; dalla crescita frenetica di

liquidità internazionale derivò la diffusione di pressioni inflazionistiche. La tensione si rivelò troppo

forte per gli Usa, Nixon soppresse la convertibilità del dollaro. L’incerto futuro del dollaro e del

sistema monetario ed economico internazionale indusse alcuni governi europei a intensificare le

politiche espansive, alimentando ancora di più l’inflazione. Il colpo più duro venne sferrato dal

cartello petrolifero dell’OPEC nel 73: lo shock fu devastante per un’economia dipendente

dall’importazione di petrolio. La lotta all’inflazione divenne la priorità politica in assoluto: i governi

tentavano di deflazionare l’economia facendo ricorso a misure monetarie e fiscali restrittive. Con la

seconda crisi petrolifera (79-80)ci fu un forte aumento dei prezzi: i politici ridussero la spesa

pubblica e intrapresero una politica monetaria rigorosa. Tra 83 e90 la crescita economica fu

continua.

b) La crisi strutturale

L’insolita combinazione di stagnazione economica, crescente disoccupazione e inflazione elevata

venne definita STAGFLAZIONE. Dietro a tale fenomeno c’era più di una semplice recessione

ciclica: la crisi era strutturale indebolimento dei fattori di crescita (domanda, lavoro, capitale).

Lavoro: alto tasso di disoccupazione, resistenza dei salari alle pressioni verso il basso. Capitale:

shock petrolifero, volume degli investimenti contenuto, inflazione, alto indebitamento pubblico,

sfiducia degli investitori. Domanda: salutazione del mercato, riduzione dei consumi, protezionismo

(stimolo della liberalizzazione del commercio negli 80). Innovazione: diffusa l’innovazione “labour-

saving” cioè quella che, a parità di prodotto, rendeva possibile l’impiego di un minor numero di

lavoratori (innovazione distruttiva).

c) La politica economica

La crisi degli anni 70 e 80 provocò una drammatica inversione delle politiche economiche in tutta

l’Europa occidentale. La gestione keynesiana della domanda viene abbandonata (costosa e

inefficiente); il monetarismo e l’economia dell’offerta sostituirono gradualmente il vecchio ordine

delle cose. Il nuovo credo: politica monetaria rigorosa per combattere l’inflazione, stabile politica di

bilancio, programma di de regolazione e privatizzazione – concorrenza nel mercato.

d) Quadro internazionale

L’internazionalizzazione dell’economia mondiale in generale e l’integrazione europea hanno fatto

enormi progressi: sviluppo del commercio internazionale (aumento delle importazioni americane,

liberalizzazione del commercio, GATT, OMC, mercato unico nell’UE –AUE 1986, Maastricht, SME,

moneta unica).

Il crollo del modello comunista

Già negli anni 70 il modello comunista di crescita economica estensiva cominciò a perdere colpi. In

Urss la situazione precipitava: afflitta da una crescita in calo e dalle inefficienze della pianificazione

centrale, l’economia sovietica fu ulteriormente paralizzata dalla mancanza di riforme e dalla

diffusione della corruzione. Con Gorbacev, la proposta combinazione di principi economici del

capitalismo e del socialismo non funzionò e l’Urss era in pieno caos. Nel 1989 il regime comunista

esplose, la sua fine significò anche la fine dell’economia a controllo centralmente pianificato. La

transizione verso il capitalismo si rivelò un processo difficile e doloroso.

CONTRO L’EUROPA? I diversi scetticismi verso l’integrazione europea

L’euroscetticismo nella storia dell’integrazione europea

La guerra fredda: tra il 1947 (piano Marshall) e il 1950 (trattati di Roma e nascita di CEE ed

Euratom) vi fu in alcuni paesi dell’Europa dei Sei una dura opposizione alla costruzione europea.

Proveniva dai partiti comunisti e da alcuni settori di qualche partito socialista, nonché dalle forze

della destra nazionalista. Per quanto riguarda i partiti comunisti, la loro ostilità nei confronti del

processo di integrazione era il riflesso dell’interpretazione staliniana circa la costruzione europea

quale mero strumento della politica aggressiva e delle tendenze imperialiste degli Usa; percezione

dell’integrazione come “braccio economico” della Nato (identificazione tra integrazione europea e

politica estera statunitense). Per ciò che concerne la destra nazionalista, in italia il MSI criticò

aspramente de Gasperi perché vedeva l’integrazione europea come “svendita” degli interessi

nazionali, nonché servilismo dei governi centristi nei riguardi degli Usa. La seconda metà degli

anni 40 e il decennio successivo furono caratterizzati da un euroscetticismo di natura governativa,

che trovò espressione nella politica britannica.

Un consenso superficiale ma sempre più diffuso: a partire dai primi anni ’60 si può invece

constatare un progressivo allineamento delle maggiori famiglie politiche dell’Europa occidentale vs

il progetto di integrazione europea. le ragioni di tale ampliamento del consenso sono in qualche

modo rinvenibili sin dall’azione condotta dal 1955 dal comitato d’azione per gli Stati uniti d’Europa,

guidato da Monnet: - ritenne che l’integrazione dovesse ripartire dal contesto economico, - offriva

la prospettiva di una Comunità che non avrebbe trascurato la componente sociale e avrebbe

accettato la realtà di un welfare state. Le opinioni pubbliche europee intuivano che la CE offriva

loro vantaggi economici e si legava a una delle fasi di maggiore crescita dell’Europa occidentale,

ma al contempo possedeva una valenza politica e ideale vaga che sembrava poter trovare quasi

ovunque sostenitori. Inoltre, si ebbe il tentativo di far emergere un’identità politica europea che

riuscisse a conciliare economia capitalista con welfare state; la comunità sembrava identificarsi

con un modello di democrazia occidentale. Comunque per gran parte dei cittadini dei paesi della

Comunità, questa restava nel complesso una realtà lontana.

L’età dell’oro dell’integrazione europea: il momento di svolta nel porre la costruzione europea al

centro dell’attenzione anche dell’opinione pubblica si manifestò tra anni 80 e anni 90. Le ragioni di

questa trasformazione fu dovuta a una serie di eventi: il crollo del muro di Berlino e la riunificazione

tedesca che spinsero i leader dell’europa dei 12 a porsi la questione del futuro ruolo della

Germania; la fine del comunismo in tutti i paesi sino ad allora sotto l’influenza più o meno diretta

dell’US; la rapida evoluzione del contesto internazionale. Si trattava di ripensare al ruolo di una

Comunità abituata ad avere a che fare con pochi per quanto potenti concorrenti, ad accettare una

vera e sempre più dura competizione su scala globale che imponeva scelte non semplici. In

apparenza la CE fu in grado di rispondere in maniera efficace proprio attraverso un rafforzamento

del processo di integrazione; l’ideale europeo veniva fatto proprio da quasi tutte le forze politiche.

L’espressione di tale visione trionfalistica fu il Trattato di Maastricht, da un lato perché la

trasformazione da Comunità in UE ebbe un effetto mediatico non trascurabile, dall’altro perché

l’allargamento delle competenze comunitarie (già avviato con l’AUE) aveva un impatto su un

crescente numero di attori e settori. Scomparso il nemico della guerra fredda, ridimensionata la

concorrenza del sud del mondo, il processo di integrazione diveniva l’unico contesto internazionale

rilevante per gran parte delle leadership europee. Non va trascurata la forza di attrazione

esercitata dall’Ue su tutti i paesi dell’Europa centrale e meridionale. L’UE sembrava essere l’unico

competitor in grado di far fronte al ruolo svolto da Washington; centrale era la prospettiva della

nascita di una moneta europea, che avrebbe rappresentato l’unico contraltare al predominio del

dollaro. Molti erano i fattori che facevano nascere il “senso di appartenenza” europeo.

L’euroscetticismo: l’11 settembre 2001 rappresentò un punto di svolta anche nel processo di

integrazione poiché esso ebbe importanti riflessi sia sul piano esterno all’UE, sia interno. Con

l’inizio della guerra in Iraq l’UE si divise in maniera drammatica tra il fronte degli stati pronti a

seguire Washington nella guerra al terrore (GB, Ita, Spa) e coloro che vi si opposero (Ger e Fra).

Dal momento che gran parte delle opinioni pubbliche europee erano scettiche se non ostili di fronte

alle decisioni americane, ciò suggerì alle élite europee come la contrapposizione agli USA avrebbe

favorito la nascita di un’identità europea diffusa e condivisa. Ma gli apparenti passi in avanti (big

bang- progetto negoziale per l’adesione di 12 nuovi stati all’UE, adozione carta dei diritti

fondamentali, redazione del trattato costituzionale) erano contraddittori e la contraddizione sarebbe

emersa in modo eclatante in breve tempo alimentando ciò che poi si chiamerò euroscetticismo. Il

trattato costituzionale cominciava a porre in luce l’inizio di un distacco fra le élite europee e ampi

settori degli elettorati nazionali, nonché la fragilità dell’impianto su cui esse avevano inteso

costruire una forte identità europea. successivamente la crisi economica del 2007/2008

manifestatasi negli Usa, inizialmente non incise sull’atteggiamento delle opinioni pubbliche nei

confronti dell’Ue, l’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama venne interpretato e vissuto come

evento destinato a rimarginare le divisioni provocate dalla guerra in Iraq e dagli atteggiamenti

soventi anti-europei assunti da Bush. Questa evoluzione pose in parte in crisi il progetto di

creazione di un’identità europea che si sarebbe dovuta fondare su un’aperta contrapposizione agli

Usa. Inoltre, il rapido emergere ed imporsi dei paesi emergenti fece comprendere come la crisi

della potenza americana e il conseguente parziale vuoto d potere su scala mondiale non sarebbe

stato riempito dall’Ue e dai suoi ideali di soft power e di rispetto dei diritti umani, bensì da coloro

che sposavano la politica della potenza. L’aggravarsi della crisi economica, le ricette fondate

sull’austerity, l’impressione che l’Ue nella gestione delle difficoltà finanziarie fosse divenuta

prevalentemente lo strumenti degli interessi della nazione dominante, la Germania della Merkel,

ebbero un effetto dirompente soprattutto in alcuni paesi dell’Europa meridionale.

LE RADICI STORICHE DELL’EUROSCETTICISMO ITALIANO

Per molti anni l’Italia è stata considerata patria dell’europeismo: la scelta europea ha rappresentato

un tratto qualificante della politica estera dei governi della Repubblica e ad essa si può attribuire la

stessa importanza riconosciuta ad altre opzioni fondamentali della nostra politica internazionale,

come quella atlantica o mediterranea. I governi italiani si sono sempre impegnati a favore

dell’approfondimento del processo di integrazione europea, proponendo o appoggiando soluzioni

volte ad integrare maggiormente, anche in senso federalista. L’europeismo governativo

rispecchiava fedelmente un orientamento largamente prevalente tra i cittadini, oltre il 60% dei

cittadini italiani condivideva “L’idea europea”, percentuali che andarono crescendo fino a

Maastricht. Ma in tempi recenti, tale vasto consenso verso l’Europa si è assottigliato ed il declino è

divenuto ancor più evidente in seguito all’introduzione dell’euro fino ad esplodere con la crisi

finanziaria. Occorre muovere dalla concettualizzazione della partecipazione alla CE/UE come

“vincolo esterno”, la quale ha avuto notevole fortuna tra gli studiosi del processo di integrazione

europea. in realtà, come è abbastanza noto, l’idea che per l’Italia l’integrazione europea fosse un

vincolo esterno matura precocemente in ambiti tecnocratici (es. Menichella- Carli alla guida della

Banca d’Italia e min. Tesoro). Il vincolo esterno è stato costantemente considerato una risorsa


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di storia dell'integrazione europea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Rapone: Storia dell'integrazione europea, Rapone. Gli argomenti trattati sono i seguenti: 1) la nascita dell'europa comunitaria 2) integrazione economica e disunione politica 3) il tornante degli anni '70 4) mercato unico 5) UE 6) unione senza Costituzione 7) crisi economica e crisi dell'europa + materiale su "L'europa secondo Berlino" di H. Kundnani e appunti su saggi in materia a) economia d'europa b) euroscetticismo e radici storiche.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in giurisprudenza
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuross999 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'integrazione europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Rapone Leonardo.

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