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Introduzione

Fine seconda guerra mondiale: rivalità tra le potenze. Lo sviluppo della tecnologia degli armamenti aveva minato l’autonomia delle grandi potenze europee, mentre gli USA erano al vertice dell’industrializzazione. Dopo la guerra il 3° reich tentò di riconquistare la sovranità ma condusse la vecchia Europa al collasso, costringendo USA e Unione Sovietica ad impegnarsi in Europa.

Le perdite dell'Europa

Il declino della vecchia Europa derivò dalle numerosi perdite derivanti dalla guerra. Fatta eccezione per i paesi neutrali e GB, quasi tutte le grandi città europee furono distrutte. La distruzione delle vie di comunicazione apportò molti danni e la mancanza di uomini, macchine e infrastrutture provocò il crollo della produzione agricola. I costi della guerra avevano dissestato le finanze pubbliche e generato spinte inflazionistiche: In Germania e Francia erano aumentati i prezzi e in Grecia e Ungheria le valute crollarono. Inoltre, accelerò il processo di emancipazione dei popoli che erano stati colonizzati dall’Europa e i tentativi di salvaguardare il dominio imperiale sfociarono in conflitti armati.

Le trasformazioni degli equilibri di potere

Questi eventi bellici accelerarono l’ascesa al potere degli USA. Tra il 1938 e il 1945 la produzione industriale statunitense era più che triplicata e il reddito pro capite crebbe, di conseguenza la ragione di scambio per l’economia europea peggiorò. Contemporaneamente gli USA divennero la principale potenza militare mondiale, sul mare e nell’aria (bomba atomica sganciata 6 e 9 agosto su Hiroshima e Nagasaki). Anche l’Unione Sovietica poteva vantare considerevoli risultati strategici, ma il bilancio della guerra era molto meno positivo rispetto a quello degli USA: persero molti cittadini, i danni di guerra ammontavano a 128 miliardi, l’agricoltura era dissestata e il sistema sovietico era sconvolto a causa dell’occupazione tedesca. Stalin però, ottenne il controllo della regione europea centro-orientale e meridionale ed ebbe voce in capitolo nella discussione sulla questione tedesca. I tedeschi persero i territori dell’Est e videro la fine dello Stato nazionale della “Piccola Germania”. Tutte le potenze vincitrici alleate ebbero come obiettivo quello di impedire la nascita di uno stato nazionale tedesco indipendente: il presidente americano Roosevelt fece in modo che con la resa firmata il 7 e 9 maggio 1945, la sovranità sul territorio e sulla popolazione tedesca passò nelle mani delle potenze vincitrici. USA e Unione Sovietica ottennero un considerevole potere decisionale sull’intera regione mitteleuropea: la GB dovette appoggiarsi alla potenza americana, così come la Francia. Gli stati caduti sotto l’influenza dell’Armata Rossa dovettero attenersi alle direttive sovietiche e alcuni di loro dovettero cedere i territori contesi dal punto di vista etnico. L’Italia e gli stati dell’Europa occidentale si videro costretti ad aggregarsi agli stati dell’Occidente e poterono arginare l’egemonia americana solo attraverso l’integrazione europea e allo stesso tempo coinvolgendo la GB per contenere la superiorità francese. L’Europa, così, perse il suo tradizionale ruolo guida nella politica internazionale.

Spazi di manovra residui

Entrambe le potenze vincitrici volevano una rapida ripresa del Vecchio Continente: gli USA temevano di entrare in una crisi di sovrapproduzione se non avessero trovato in Europa un mercato con sbocchi commerciali, mentre l’Unione Sovietica voleva evitare che gli stati europei indeboliti finissero per dipendere dalla potenza americana. Così, finita la guerra, gli USA concessero crediti e aiuti all’Europa, mentre l’Urss si adoperava per mobilitare la popolazione europea. Anche se i due vincitori avevano idee opposte dell’ordinamento post-bellico (la democrazia americana confidava nell’affermazione dell’ordine liberaldemocratico nei paesi liberati; Stalin voleva il superamento dei rapporti di forza capitalistico-borghesi), né USA e Urss volevano una nuova guerra. Mentre gli USA dovevano aprire nuovi mercati per evitare crisi di sovrapproduzione, l’Unione Sovietica aveva bisogno di un flusso di prodotti industriali per superare le conseguenze dei danni bellici: da una parte gli USA avrebbero accordato all’Urss prestiti adeguati, così i sovietici poterono soddisfare le loro necessità importando prodotti americani; l’apertura del mercato sovietico andava incontro all’interesse americano per un sistema commerciale globale multilaterale.

Stalin e l’intera élite politica sovietica cercarono di trovare un accordo con le potenze occidentali vincitrici per prevenire nuove minacce allo stato sovietico da parte delle potenze imperialistiche. (accordi di Stalin con GB: si decise quali paesi andavano collocati sotto la sfera di influenza dell’Unione Sovietica e quali sotto quella della GB.) Inoltre per Germania e Austria si delineava un programma di trasformazione condiviso da parte delle potenze vincitrici: alla conferenza di Jalta fu deciso di dividere la Germania e l’Austria in zone d’occupazione e di amministrare in modo congiunto le capitali Berlino e Vienna. A Potsdam Stalin, Harry Truman e Churchill si accordarono per amministrare insieme le quattro zone d’occupazione sotto l’autorità di una Commissione di controllo alleata. Contemporaneamente fondarono le Nazioni Unite, un’organizzazione per la pace mondiale.

Gli sconvolgimenti dell'epoca postbellica

I mezzi impiegati dagli Stati Uniti per promuovere una differente visione del mondo postbellico erano in conflitto con gli interessi sovietici che motivavano la loro determinazione a dar forma all'Europa del dopoguerra: ne derivò che le due parti vedevano sempre di più nell’antagonista un aggressore.

L'Europa dell'Est sotto il dominio sovietico

Dopo la guerra, i partigiani comunisti riuscirono a prendere il potere in alcuni paesi, obbligandoli alla collaborazione, mobilitando le masse popolari, ricorrendo a minacce di violenza e infine anche con la regressione poliziesca e militare senza controlli costituzionali. Infatti l’Armata Rossa riuscì a preparare la strada per l’istituzione di governi comunisti in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Jugoslavia.

L'Europa occidentale e la Germania

Nel frattempo, soprattutto in paesi come Francia e Italia, i comunisti mobilitarono tutte le forze disponibili alla ricostruzione. L’amministrazione americana non apprezzava la politica di rafforzamento dei comunisti nell’Europa occidentale, mentre l’avanzata dei partiti comunisti nell’Europa orientale era considerata uno strappo agli accordi di Jalta. Nel tentativo di contenere l’espansione sovietica, l’amministrazione del presidente Truman utilizzò gli aiuti economici per contrastare l’influenza comunista e fece pressioni sui socialisti e sui cristianodemocratici per escludere i comunisti da responsabilità di governo. Nella primavera del 1947 le alleanze di governo con i comunisti si ruppero prima in Belgio, poi in Francia e infine in Italia.

Se inizialmente Roosevelt aveva accettato la proposta sovietica sulle riparazioni di guerra tedesche, a Potsdam l’unica decisione fu che ciascuno dei vincitori avrebbe ottenuto la riparazione dei danni di guerra concordati attraverso le forniture provenienti dalla propria zona d’occupazione. Il sospetto che Stalin avesse in mente di includere l’intera Germania nella sfera d’influenza sovietica frenò la loro disponibilità a impegnarsi per una regolamentazione condivisa di tutte e quattro le zone d’occupazione. I progetti di una regolamentazione unitaria della questione tedesca furono discussi alla Conferenza di Mosca (1947), ma fallirono per i contrasti russo-americani.

La svolta del piano Marshall

La svolta ci fu quando il governo americano intensificò la politica di rafforzamento dell’Europa occidentale, inclusa la Germania Ovest: Kennan e il segretario di Stato George C. Marshall, inserirono un piano di aiuti economico-finanziari ai paesi europei (5 giugno 1947) che prese il nome di piano Marshall. L'idea di Marshall venne positivamente accolta dalla Francia che però chiese di estendere gli incontri preparatori anche all'Unione Sovietica che, comunque, dopo un'iniziale manifestazione di interesse, si rifiutò di partecipare al negoziato, obbligando anche tutti i paesi del blocco orientale ed i paesi baltici, a fare altrettanto.

La restaurazione nell'Europa occidentale

A partire dall’inverno 1947-48 nell’Europa occidentale il nuovo consenso creatosi attorno all’anticomunismo aiutarono le élite borghesi tradizionaliste a recuperare posizioni di potere. Questo venne rafforzato dal piano Marshall, in cui si decise di non frenare più la ricostruzione dell’industria pesante della Germania e di far sì che l’economia tedesca si riappropriasse del suo ruolo tradizionale di guida del continente. Tuttavia, quando Truman aveva lasciato ai paesi partecipanti l’iniziativa di formulare il programma degli aiuti, gli europei non riuscirono ad arrivare ad un accordo comune e la politica di unificazione europea rimase allo stato embrionale.

La costruzione del blocco occidentale

Il ministro degli Esteri inglese sollecitò Marshall alla costituzione di un sistema occidentale democratico che garantisse agli europei la difesa militare da parte degli Stati Uniti, per contrastare una possibile avanzata dell’Unione Sovietica in Europa occidentale. Inizialmente, propose agli americani un patto di difesa comune tra GB, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo con il Trattato di Bruxelles (17 marzo 1948). Quando a Londra, i rappresentati degli USA e dei paesi del Trattato di Bruxelles si accordarono sulla riorganizzazione statale della Germania occidentale, Stalin bloccò i collegamenti via terra tra Berlino e le zone occidentali. Inizialmente, il dipartimento di Stato decise di ritirare tutte le truppe dalle quattro zone d’occupazione, ma quando si resero conto che i rifornimenti potevano essere garantiti via aerea, Marshall e Truman decisero di resistere. Quando Stalin vide che questo non impediva la costituzione della Repubblica federale, riaprì i collegamenti via terra e via mare. Il 12 maggio 1949 il blocco occidentale fu tolto.

La rivoluzione cinese

Quando la guerra con il Giappone ebbe fine nell’agosto del 1945, la situazione tra i nazionalisti e comunisti cinesi andò evolvendo in un’altra direzione: nell’autunno del 1946 ebbe inizio la guerra civile. Il Kuomintang era appoggiato massicciamente dagli Stati Uniti che, decisi a contenere l’espansione del comunismo in Asia, fornirono ai nazionalisti ingenti aiuti militari ed economici. Sennonché il regime di Chiang cadde in preda a una crescente disgregazione alla quale contribuì enormemente la dilagante corruzione degli ambienti politici e sociali su cui esso poggiava. D’altra parte le grandi masse contadine davano il loro sostegno ai comunisti, che erano riusciti a impadronirsi di ingenti armamenti abbandonati dai Giapponesi soprattutto in Manciuria. Insomma, Chiang godeva sulla carta di una netta superiorità militare, mentre Mao, con l’appoggio crescente della popolazione, poteva contare su una palese superiorità politica e sociale.

Tra gli ultimi mesi del 1948 e i primi mesi del 1949 le forze comuniste, cogliendo di sorpresa tanto gli Americani quanto i Sovietici, presero decisamente il sopravvento su quelle nazionaliste, le quali vennero infine completamente sbaragliate e cercarono rifugio nell’isola di Formosa (Taiwan). Qui, sotto la protezione della flotta americana, Chiang costituì un suo governo. Il 1° ottobre 1949 il vincitore Mao Zedong, che era stato la guida della Rivoluzione comunista cinese, stabilito il proprio governo a Pechino, proclamò la nascita della Repubblica popolare cinese. Ebbe così fine la rivoluzione, con la divisione della Cina in due paesi contrapposti e nemici: l’uno formato dall’immenso territorio continentale dominato dai comunisti, l’altro dall’isola in mano ai nazionalisti.

La guerra di Corea

La guerra scoppiò nel 1950 a causa dell'invasione della Corea del Sud, strettamente alleata degli Stati Uniti, da parte dell'esercito della Corea del Nord comunista. L'invasione determinò una rapida risposta dell'ONU: su mandato del Consiglio di sicurezza dell'ONU, gli Stati Uniti, affiancati da altri 17 Paesi, intervennero militarmente nella penisola per impedire una rapida vittoria delle forze comuniste. Dopo grandi difficoltà iniziali, le forze statunitensi, comandate dal generale Douglas MacArthur, respinsero l'invasione e proseguirono l'avanzata fino ad invadere gran parte della Corea del Nord. A questo punto però intervenne nel conflitto anche la Cina comunista, mentre l'Unione Sovietica inviò segretamente moderni reparti di aerei che contribuirono a contrastare l'aviazione nemica. Le truppe statunitensi, colte di sorpresa, vennero costrette a ripiegare in Corea del Sud, perdendo tutto il territorio conquistato.

La guerra quindi si arrestò sulla linea del 38º parallelo dove continuò con battaglie di posizione e sanguinose perdite per altri due anni fino al precario Armistizio di Panmunjon che stabilizzò la situazione e confermò la divisione della Corea.

La democratizzazione del Giappone

Gli obiettivi dichiarati dell'occupazione statunitense del Giappone erano la democratizzazione dell'ordinamento dello stato giapponese che prevedeva la smilitarizzazione, la punizione dei criminali di guerra, una vasta forma agraria e l’instaurazione di un regime parlamentare. Una nuova costituzione, voluta dagli Stati Uniti, entrò in vigore nel maggio del 1947. In concomitanza con il Trattato di San Francisco (8 settembre 1951) (questo trattato sancì formalmente il riconoscimento della fine della seconda guerra mondiale in Asia e l'inizio del protettorato degli Stati Uniti sul Giappone) Stati Uniti e Giappone firmarono un accordo bilaterale, in base al quale gli Stati Uniti mantenevano basi militari e forze armate in Giappone e nei territori circostanti a titolo di difesa del paese. Il trattato venne rinnovato nel 1960 ed è stato inteso per conseguire un maggiore equilibrio del rapporto di forza militare tra le due nazioni, introducendo il concetto di reciprocità. In tal modo che il governo degli Stati Uniti è obbligato a consultare e preavvisare quello giapponese per ogni eventuale cambiamento logistico delle proprie basi militari nel loro territorio. Il rinnovo del trattato suscitò un'enorme contestazione del popolo giapponese provocando tumulti violenti per tutto il territorio nazionale. Nel corso del 1952 il governo giapponese concluse trattati di pace o riaprì le relazioni diplomatiche con Taiwan, la Birmania, l'India e la Iugoslavia. Inoltre con l’US fu stipulato un accordo per la cessazione delle ostilità.

La decolonizzazione del Sud-est asiatico

Il processo di costruzione del nuovo Stato viene bloccato dalla Francia che vuole restaurare il proprio dominio su tutta la regione e che, con l’appoggio delle truppe britanniche e il tacito assenso degli USA, rioccupa il sud del Vietnam (1946). Dalla fine del 1946, gli scontri tra partigiani della Repubblica Democratica del Vietnam, il cui obiettivo è l’indipendenza di un Vietnam unito, e le truppe francesi sfociano in una guerra aperta. Nel 1949 la Francia, nel tentativo di indebolire il Viet Minh, costituisce nel sud del paese uno Stato del Vietnam con capitale Saigon e sotto la sovranità di Bao Dai. Il regime di Bao Dai viene riconosciuto dagli Stati Uniti – fino ad allora scarsamente interessati al problema vietnamita, ma ora allarmati dall’affermarsi del comunismo in Cina (1949) – mentre URSS e Cina popolare riconoscono la Repubblica del Nord. Gli aiuti americani alla Francia e quelli cinesi al Viet Minh faranno seguito poi ai riconoscimenti. La guerra dura più di sette anni e termina nel 1954 con la sconfitta francese a Dien Bien Phu. Gli accordi di Ginevra, nello stesso anno, stabiliscono la fine delle ostilità, il ritiro dei francesi, la temporanea divisione del Vietnam in due Stati indipendenti (uno di orientamento comunista a nord e l’altro filo-occidentale a sud) lungo la linea del 17° parallelo e l’impegno a tenere entro due anni elezioni nazionali per una pacifica riunificazione del paese.

Dopo la conferenza di Ginevra, gli Stati Uniti si apprestano a sostituire la Francia come potenza straniera dominante nel Sud Est asiatico. Nel 1955, appoggiano l’instaurazione di una Repubblica del Vietnam del Sud, sotto la guida di Ngo Dinh Diem, che sostengono economicamente e politicamente in modo sempre più consistente. Nel 1957, quando Diem invia truppe all’attacco delle roccaforti comuniste del sud, gli scontri tra la Repubblica del Sud e i seguaci di Ho Chi-minh riprendono vigore dando inizio di fatto alla cosiddetta Seconda guerra d’Indocina. Solo nel gennaio 1973 vengono, infine, siglati gli accordi di Parigi che prevedono la cessazione del fuoco, il mantenimento delle posizioni rispettive da parte dei due eserciti e il ritiro delle forze statunitensi.

La spartizione dell'India

La Gran Bretagna decide di concedere la piena indipendenza alla sua colonia indiana e, il 24 marzo 1947, nomina viceré e governatore generale delle Indie Lord Mountbatten, che riceve il difficile compito di preparare l'indipendenza. Nel 1946 gli inglesi propongono il cosiddetto piano Mountbatten, che prevedeva la spartizione del sub-continente tra l'India a maggioranza indù.

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Scienze giuridiche IUS/14 Diritto dell'unione europea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Ariared97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'integrazione europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi della Tuscia o del prof Rapone Leonardo.
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