LE INCISIONI DA CARAVAGGIO E CARAVAGGESCHI.
MUSICI, GIOCATORI E INDOVINE NELLE SCENE DI GENERE
Michela Gianfranceschi
L’interesse per il dato reale manifestato nel corso del Cinquecento dai pittori fiamminghi come di cultura
lombarda, veneta ed emiliana, e dai pittori nordici in genere, trova nella Roma dei primi anni del secolo un
Caravaggio,
polo di attrazione decisivo con il naturalismo severo ed eroico di la cui rappresentazione della
realtà viva si oppone alle formule del realismo idealizzato o del classicismo anticheggiante. I soggetti
riprodotti da Caravaggio e dai suoi seguaci, sono centrati nella quotidianità con una pittura autocelebrativa
ove accanto ai tipi umani appaiono oggetti diversi, strumenti musicali, cibi, fiori. Dal maestro lombardo trae
impulso una pittura profana, dove spesso la natura morta assume un ruolo preminente. Un tempo l’incisione
costituiva la documentazione per eccellenza delle grandi collezioni d’arte, ma anche elemento essenziale
nelle guide delle città e uno dei principali strumenti di studio nelle botteghe degli artisti, che le
raggruppavano in veri e propri manuali finalizzati all’analisi stilistica e formale delle opere dei singoli maestri.
Agostino Carracci,
Alla fine del Cinquecento, specie attraverso l’opera di l’incisione assume la dignità di una
tecnica artistica autonoma tanto che ad essa è affidato il compito di trasmettere il valore integrale di
un’opera d’arte, sia pure ad un livello diverso e attraverso la serie di passaggi che contraddistinguono la
tecnica incisoria. L’incisione riproduce una precisa “idea” formale precedente alla sua realizzazione pittorica.
La cultura d’immagine propria del mondo seicentesco, potenzierà al massimo lo sviluppo e la diffusione delle
riproduzioni a stampa e delle tecniche ad essa correlate. L’equivalenza in termini di valore dell’opera d’arte
figurativa con quella letteraria, agisce nell’accezione di un’opera d’arte testuale, da “leggere” più che da
contemplare e in questo processo, la stampa di traduzione provvede ad una lettura analitica dell’originale.
Nel Seicento i collezionisti ritenevano che queste carte fossero parte integrante di una biblioteca e le
conservavano in volumi accanto ai libri, formulando in tal modo una sorta di biblioteca di immagini. Se in
partenza l’incisione svolgeva soprattutto una funzione documentaria, il collezionismo di disegni e di stampe
che caratterizza la cultura del Seicento e del Settecento è volto a classificare questo materiale in base al suo
valore intrinseco, oltre che al suo valore documentario. La pittura con “scene di genere” fa riferimento a
dipinti con rappresentazioni varie di vita quotidiana, arricchite dalla presenza di numerosi elementi che
riconducono l’atmosfera a un contesto intimo e per la maggior parte popolare. L’interesse per l’osservazione
del dato reale fu ampiamente dimostrato durante tutto il Cinquecento da pittori fiamminghi e di area
lombardo veneta ed emiliana, con le loro scene di vita popolare e con le nature morte, fino a raggiungere,
alla fine del secolo, con Caravaggio una rilevanza senza precedenti: da allora alcuni temi conquistarono una
propria dignità rappresentativa. I soggetti rappresentati da Caravaggio e dai suoi seguaci tendevano ad
avvicinarsi il più possibile alla vita, e queste pitture naturalistiche si diffusero largamente grazie alle numerose
copie e alle successive stampe di traduzione, ossia incisioni riproducenti le opere. Nel Cinquecento e nel
Seicento le incisioni derivate da dipinti acquisivano il ruolo di vero e proprio strumento di lavoro nelle
botteghe dei pittori. Si deve alla produzione pittorica dei caravaggeschi il successo di determinate tematiche
di radice popolare che ebbero ampia diffusione nel primo trentennio del Seicento. Sono perciò illustrate
taverne, tavoli da gioco, carte e dadi, banchetti e festini, zingare, cortigiane, giovani gaudenti, musici e in
generale personaggi umili e anonimi; sono incisioni realizzate tra il XVII e il XIX che dimostrano l’interesse
prodotto nel tempo da questi temi apprezzati dagli amatori e collezionisti, quanto dagli stessi artisti che ne
traevano elementi di studio. A partire dai primi esempi giovanili, Caravaggio aveva inserito brani di genere
anche all’interno di composizioni sacre, stabilendo così gli archetipi figurativi cui i suoi seguaci, più o meno
Bartolomeo Manfredi,
direttamente, si riferirono. iniziatore di una vera e propria corrente denominata dal
Johachim von Sandrart
pittore e teorico nel 1675 “manfrediana methodus”, dipingeva in particolare scene
di taverna, concerti e riunioni conviviali. Questi temi, sovente di carattere moraleggiante, vennero apprezzati
ben presto da pittori italiani e stranieri, tutti riconducibili all’esperienza dei caravaggeschi di ambito romano.
Alcuni pittori caravaggeschi seguirono pedissequamente lo stile del maestro, altri riuscirono a trovare strade
stilistiche e compositive completamente nuove in cui mescolare gli elementi di genere con riferimenti al
mondo classico, alla simbologia erudita e alla religione.
1. La pittura di genere: premesse di un linguaggio e archetipi caravaggeschi
L’ “inferior natura”
L’ultimo decennio del Cinquecento apre il mondo dell’arte a nuove prospettive: il crescente interesse
per l’osservazione empirica e lo studio scientifico della realtà spostarono l’attenzione verso quegli aspetti
meno nobili e idealizzati dell’esperienza umana. In Italia abbiamo esempi di questa pittura “dal vero” nella
seconda metà del Cinquecento in ambito veneto, emiliano e lombardo. I protagonisti della cosiddetta “scena
di genere” sono solitamente personaggi estrapolati da contesti borghesi o popolari. Le scene del quotidiano
appartengono spesso a un mondo umile, ciononostante si ricollegano in modo spontaneo alle raffigurazioni
storiche e soprattutto bibliche, con i personaggi che assumono sembianze e attitudini proprie della gente
comune. Già nella prima metà del Cinquecento figure ed elementi popolari iniziano a riempire le tele di pittori
appartenenti alla tradizione fiamminga e qualche decennio più tardi questa tendenza invade la cultura veneta
lombarda ed emiliana seppur con declinazioni differenti. Il processo evolutivo che porta alla nascita della
pittura di genere comprende anche tracce di cultura antiquaria e classica, particolarmente in ambito italiano.
Opere figurative spesso non accomunate da uno stile o un soggetto definiti, rientrano nell’ampia e difficile
categoria critica del “genere”. L’intento iniziale risulta essere marcatamente allegorico e moralistico. Dalla
pittura etica si sviluppa una pittura di genere che come tale ingloba gli elementi del grottesco e del ridicolo.
L’osservazione analitica da parte dei pittori di personaggi grotteschi e volgari acquista spesso un valore
intellettualistico legato allo studio della natura e alla sistematizzazione dei tipi; vengono utilizzati criteri simili
alla catalogazione scientifica delle specie naturali, solo che in questo caso sono considerati gli atteggiamenti
umani, anche quelli più meschini. I soggetti più riprodotti nella tradizione veneta e lombardo-emiliana sono
le scene di mercato, con i venditori di frutta, di verdure, di polli, allegre compagnie intente a bere e a
mangiare, e vecchi immortalati nelle più svariate attività, oltre a scene licenziose e a comportamenti
eccessivi. L’aspetto volgare e comico denota un interesse genuino per i comportamenti umani, ma anche una
ricerca morbosa del diverso e del ridicolo. Queste immagini non hanno ancora una loro indipendenza
semantica, ma necessitano di altri significati che le sostengano. Sacro e profano sono già mescolati al
momento delle primordiali raffigurazioni di genere. Questa vicinanza al mondo delle cose si richiama ai temi
e alle modalità compositive della vanitas, rimanendo costante nella pittura di genere dei Seicento e in
particolare nelle nature morte. Uno dei temi evangelici più utilizzati per la rappresentazione di scene di vita
quotidiana è “Gesù in casa di Marta e Maria”, in cui la dualità delle sorelle crea un perfetto contrappunto fra
sacro e profano. L’elemento popolare viene messo sempre più in primo piano, e il cibo, la cucina e la piazza,
ossia i topoi della tradizione carnevalesca, diventano preponderanti. Anche la cultura cosiddetta “alta” si
interessa ora ad argomenti quotidiani e vili: talvolta tentando di assorbirli nella mitologia paganeggiante,
talvolta aumentandone l’impronta popolaresca con continui riferimenti agli aspetti comici e grotteschi. Il
passaggio a nuove iconografie non è ancora compiuto del tutto e si porta dietro retaggi di maniera che
Campi
ammiccano all’universo classico. Un esempio di tale espressione sono le scene dipinte dalla famiglia o
Jacopo Bassano
da che mostrano un meraviglioso connubio di vita campestre quotidiana, storie sacre e
rappresentazioni allegoriche. Anche il mondo del comico, del riso e del grottesco contribuiscono a
“schermare” quella che è la rappresentazione del vero scevra di interpretazioni. All’inizio del nono decennio
Annibale Carracci
del XVI secolo è a conferire ulteriore dignità ai soggetti di genere, liberandoli dalla
dimensione comica e nobilitandoli nelle forme, restituendo loro un respiro che si addice ai soggetti della
tradizione classica. Nella Macelleria il protagonista del dipinto, rappresentato nell’atto quotidiano di svolgere
il suo lavoro, acquista la dignità formale di un eroe classico, sia nell’espressione del volto, sia nell’attitudine
del corpo. Carracci per primo eleva il soggetto di genere a pittura di storia. I risultati cui giunge Annibale
Caravaggio
Carracci alla metà degli anni Ottanta si intersecano con le proposte della prima attività di a Roma,
che coniuga i soggetti di genere con l’interpretazione in senso classico delle forme e dei significati. Nel gruppo
dei disegni di Annibale per la raccolta di incisioni denominata “Arti di Bologna”, sono riunite varie figure di
personaggi popolari rese in chiave monumentale. Si può notare come questo elemento di connubio tra il
motivo quotidiano e quello classicheggiante sia caratteristico della scena di genere dipinta sviluppatasi in
territorio italiano: è presente nelle tele bassanesche, successivamente nelle opere di Annibale, e sfocia nelle
composizioni caravaggesche. A Roma la scena di genere con Caravaggio raggiunge per alcuni decenni la
dignità della pittura elevata. Michelangelo Merisi da Caravaggio probabilmente giunge a Roma alla metà degli
anni Novanta del XVI secolo. Da allora il pittore lombardo contribuisce in poco meno di vent’anni a mutare
radicalmente la scena artistica romana e più in generale europea. In quegli anni l’ambiente romano era
particolarmente fecondo dal punto di vista artistico e godeva del passaggio di molte personalità, attratte
dalle possibilità di trovare un lavoro in occasione dell’Anno Santo 1600. Tutta l’Europa era stata investita
dalla crisi causata dallo scisma luterano e da Roma si attendeva un segnale di rinnovamento culturale.
Secondo le fonti, il giovane Merisi appena giunto a Roma entra nella bottega di un non meglio identificato
Baglione
pittore siciliano, poco apprezzato da che, nella biografia di Caravaggio, lo descrive come uno che
Antiveduto Gramatica,
“di opere grossolane tenea bottega”. Lavorando presso la bottega di si esercita
particolarmente nell’esecuzione di copie di ritratti di personaggi famosi e nel successivo soggiorno presso il
Pandolfo Pucci
prelato il grande lombardo si dedica alla copia di opere di tipo devozionale, dipingendo quadri
Giulio Mancini
definiti da “senza soggetto”, che si avvicinano a quella tradizione pittorica oggi indicata con il
termine “genere” che pone al centro dell’attenzione scene di vita quotidiana. Le parole di Mancini si
accordano a quanto espresso finora relativamente all’anonimato dei soggetti di genere e alla tendenza alla
tipizzazione che elimina il dato individualistico e biografico dalle scene rappresentate, facendo emergere
invece i singoli elementi ricorrenti. Agli anni Novanta risalgono le precoci testimonianze della nuova pittura
di Caravaggio con quadri come il Ragazzo morso da un ramarro oggi alla National Gallery di Londra, e il
Giovane che monda un frutto di cui si conoscono varie copie, considerati tra quelle opere eseguite senza un
preciso destinatario, composizioni a metà fra il ritratto e il quadro di genere, quadri “fatti per vendere”, per
stare al Mancini. Le ridotte dimensioni e il taglio a mezzo busto, con pochi elementi iconografici attributivi,
rimandano a una pittura di area lombardo-veneta oltre che nordeuropea. Baglione cita come prima opera di
Paravicino
questo periodo il Bacchino malato della Borghese. Il cardinale nel 1603 definisce questi primi
quadri di Caravaggio opere che si trovano “in quel mezzo, fra il devoto, et profano”. In questi iuvenilia
Caravaggio apre ad una inedita visione del mondo: una descrizione della realtà quotidiana, risultato di una
magistrale sintesi tra l’eredità della pittura di genere cinquecentesca e la prorompente e vitale novità della
Giuseppe Cesari
sua poetica. La presenza di Caravaggio nella bottega di è confermata all’incirca in quegli
anni, quando il pittore, secondo le fonti, si dedica prevalentemente alle nature morte e alle composizioni di
Cavalier d’Arpino
fiori e frutta. Successivamente l’allontanamento dalla cerchia del e l’incontro con il
Francesco Maria del Monte,
cardinale sono decisivi per la carriera dell’artista e per l’evoluzione della sua
pittura. Il tema della zingara indovina era innovativo sia per il contenuto sia per la forma. Il soggetto piace
talmente che Caravaggio ne dipinge diverse versioni. La composizione ottiene successo anche a distanza di
qualche anno, quando il soggetto diventa uno dei temi maggiormente riprodotti dai seguaci di Caravaggio
Gaspare Murtola,
italiani e da quelli stranieri. Il poeta amico di Caravaggio, dedica una delle sue Rime
pubblicate nel 1604 proprio alla giovane Zingara merisiana, dichiarando la propria ammirazione per la
verosimiglianza e l’effetto illusionistico della figura. Il quadro è in questo caso una vera e propria narrazione
degli eventi, acuta e coinvolgente. I due personaggi interagiscono fra loro e comunicano allo spettatore una
serie di informazioni che si intrecciano. La scena è spoglia e al suo interno i protagonisti assumono il carisma
e la monumentalità delle antiche sculture classiche. Evidenti riferimenti di Merisi al mondo antico sono
riscontrabili anche nei dipinti del primo periodo romano con le raffigurazioni di musici e concerti. Il gruppo
di giovani suonatori abbigliati all’antica nella tela oggi conservata a New York presso il Metropolitan Museum
of Art costituisce una composizione fortemente innovativa che diviene un riferimento costante
nell’organizzazione dei gruppi di persone di in un interno. Allo stesso modo il Suonatore di liuto sia nella
versione dell’Hermitage, sia in quella del Metropolitan Museum, offre allo sguardo una composizione
semplificata, con taglio a mezza figura, in cui il fanciullo tutto rapito dall’estati dell’armonia musicale e del
canto, diviene parte di una delicata raffigurazione allegorica ricolma di simboli e oggetti significativi, atti a
condurre l’osservatore a un superiore livello comunicativo. Le nature morte che arricchiscono la scena, quali
il vaso con i fiori, la gabbietta con l’uccello, la frutta e gli strumenti musicali poggiati sul piano insieme agli
spartiti, sono una caratteristica essenziale di tali opere. È forte l’influenza, in questi dettagli, della pittura
fiamminga. Successivamente Caravaggio dipinge un’opera per il suo protettore scegliendo come soggetto
una scena d’interno con tre uomini al tavolo da gioco. In questa composizione, conosciuta con il titolo I bari,
oggi conservata in Texas, Forth Worth, Kimbell Art Museum, il giovane protagonista, dalla candida
espressione, viene imbrogliato con disinvoltura e sbruffoneria da una coppia di bari. In questo caso alla
vicenda narrata viene aggiunto un luogo definito. Caravaggio introduce così uno dei topoi maggiormente
ricorrenti nell’ambito della scena di genere romana del primo Seicento, ossia lo spazio torbido della taverna.
Personaggi simili a quelli dei giocatori appena descritti si ritrovano nella Vocazione di Matteo, dipinta da
Caravaggio per la cappella Contarelli in S. Luigi dei Francesi in cui, nel momento della chiamata di Matteo alla
missione apostolica da parte di Gesù, l’uomo è rappresentato seduto a un tavolo circondato da altri
personaggi intenti come lui a contare le monete. Il gruppo assiso dipinto da Merisi è dunque una scena di
genere a tutti gli effetti inserita all’interno di una scena sacra. Tali particolari invenzioni del lombardo
trovarono spazio lecito, oltre che nelle collezioni palatine, anche all’interno delle chiese come avviene tra il
1604 e il 1605 per la Madonna dei pellegrini in S. Agostino a Roma, dove Maria con il Bambino in braccio
appare sulla soglia della Santa Casa che, secondo la tradizione, fu trasportata dagli angeli da Nazareth fino a
Loreto. L’attenzione anche qui è posta non sull’evento miracoloso, bensì sulla devozione dei due umili
pellegrini inginocchiati di spalle al margine della soglia. Il soggetto principale del dipinto sono i poveri fedeli,
la loro affaticata fisicità e la descrizione dei loro miseri oggetti. In egual misura incontriamo nei quadri di
Merisi una descrizione della realtà naturale di stampo nordico nelle figure e nei volti rugosi dei vecchi
raffigurati con dovizia di particolari. Questa capacità del maestro lombardo di legare i temi di genere ai
soggetti accettati dalla società e dai committenti del tempo permette di cogliere ancora oggi agevolmente la
sua visione e la sua “serietà intellettuale”. Inoltre, proprio i temi più infimi e dis
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