Oggi la critica moderna ha fatto giustizia sui quegli aberra menti della critica tradizionale, che ha
tentato di dipingere la vicenda di Caravaggio in modo eccessivamente tormentato e sciagurato,
per rifletterne la pittura caratterizzata da indecoroso e spregiudicato realismo. (figlio di un
muratore, plebeo, ecc.)
-Caravaggio, Michelangelo Merisi, nasce il 28 settembre 1571 (non ’73, come ritiene Longhi) dal
padre, Fermo, un “maestro di case”, dunque un architetto.
-Il padre muore nel 1584
-Michelangelo Merisi si forma per 4 anni nella bottega del bergamasco Simone Peterzano, a
partire dall’età di 11 anni.
-Caravaggio in quegli anni conosce l’arte delle zone a lui vicine: in particolare Lotto, Moretto,
Savoldo e Moroni, che si richiamavano a Raffaello, Michelangelo e Tiziano nell’umanità delle loro
opere, nella religiosità più umile, cole più vero e attento e curiosità per gli effetti luministici.
-Determinanti furono senz’altro anche gli esperimenti di Antonio e Vincenzo Campi, pittori di
generi diversi, anche di ricottari, macellai, fruttivendoli.
Insomma l’arte milanese ha un ruolo determinante nello sviluppo della tendenza
naturalistica del Caravaggio.
-Nel 1589-90, Caravaggio va a Roma.
-Per ogni artista padano il viaggio a Roma era anche un viaggio di studio.
-Ricordiamo in questo viaggio due tappe importanti: a Parma, la Deposizione di Annibale
Carracci, che Caravaggio riprenderà per dipingere la Madonna Morta; a Firenze, la meditazione
su Masaccio negli affreschi del Carmine.
-I primi giorni romani dell’artista furono di “nera miseria”. Inizia con piccoli lavori poco significativi,
ossia copie di devozione principalmente. La sua miseria è tale che, sopraggiuntagli una grave
malattia, i pittore è costretto a ricoverarsi all’ospedale dei poveri, alla Consolazione.
Per il priore dell’ospedale però realizza opere che costui portò nella sua patria, Siviglia (è una
prima apertura della sua arte all’internazionale).
-Si ferma poi per alcuni mesi presso la bottega di Giuseppe Cesari Arpino.
-Lasciato D’Arpino, prova a stare per conto suo, e secondo i biografi a questa età risalgono il
Bacco degli Uffizi, la Zingara che dà la ventura, il Riposo nella Fuga in Egitto, la Maddalena
convertita, il Giovinetto morso dal ramarro. In questi quadri l’artista dà già mostra di un nuovo
modo di vedere, ma non per questo ben accolto. A Roma non si chiedeva una pittura di verità, di
fedeltà al dato naturale, ma di devozione e nobiltà di soggetti e azioni.
-Sopravvengono poi i rapporti con maestro Valentino, che vende alcuni suoi quadri e lo introduce
al cardinal Del Monte, che in cambio dei servigi dell’artista lo accoglie in casa, con vitto alloggio e
stipendio.
-Il cardinal Del Monte era uno studioso di scienza, di chimica, e non è da escludere che le
invenzioni del Caravaggio lo attrassero inizialmente quasi come esperimenti. Avvertì presto il suo
carattere difficile ma decise comunque di farlo conoscere nella cerchia di alti committenti come
Federico Borromeo, Vincenzo Giustiniani, marchese e banchiere, Orazio Costa, Asdrubale Mattei,
e poi i Barberini, i Colonna, i Paphili. I Cavalletti per la Madonna dei Pellegrini per
Sant’Agostino, Cherubini per la Morte della Vergine a Santa Maria della Scala.
Con l’entrata in casa Del Monte finisce la sciagurata bohème del Caravaggio. Le prime opere
eseguite per il nuovo patrono sono I Bari, il Suonatore di liuto (a detta di Caravaggio “il più bel
pezzo che facesse mai”, con il famoso riflesso della camera dentro la caraffa), la Medusa e
la prima redazione del San Matteo per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi
(commissione procuratagli sempre dal cardinale). Siamo oltre il 1592-93.
-La pittura del Caravaggio a Roma si pone come radicale, con quel suo “chiodo fisso di una pittura
fedele alla realtà” presene sin da questi tempi.
-Il primo suo biografo afferma che i primi quadri del Caravaggio furono “da lui nello specchio
ritratti”.
L’uso dello specchio nel Cinquecento era possibile o per fare autoritratti, oppure per cercare di
esibire in un solo quadro più vedute di una stessa figura, gareggiando così con la scultura.
L’uso dello specchio aiuta Caravaggio a capire che per ritrarre la realtà in modo più efficace
occorreva abbandonare contorni e colori come formule astratte, e al contrario stagliare le figure
così come ci appaiono alla retina, allo specchio: immerse nella luce, a blocchi. Lo specchio per
Caravaggio è la sua personale “camera ottica”.
Lo specchio infine lo porta a concepire la realtà senza gerarchie, una realtà in cui gli oggetti
valgono quanto la figura umana: e così cadono, sin dai primi metodi del Caravaggio, le due grandi
norme iconografiche dell’uso corrente: soggetti mitologici sacri e profani, e la scala dei soggetti (un
suo amico riporta una sua affermazione: “che tanta manifattura gli era fare un quadro buono di fiori
come di figure”).
-Ai giorni stessi del Caravaggio, la natura morta aveva già iniziato a suscitare interesse, ma la
scelta degli oggetti era scrupolosa, prediligeva quelli lussuosi e pregiati; il Caravaggio dipingeva
invece ceste di frutta a buon mercato, dove accanto alla mela sana non mancava mai quella
bacata, così come accanto alle foglie rigogliose non mancavano quelle avvizzite.
-Questo suo modo di procedere spiega perché i suoi primi dipinti abbiano nomi così inconsueti:
erano difficili da intitolarsi. Se egli avesse proseguito unicamente per questa via non avrebbe mai
fatto strada; perciò inizia a rispondere alle prime richieste della committenza, che comunque era in
grado di cogliere in li un grande talento.
-Dopo i primi dipinti di vena lombardo, Il ragazzo del fruttaiolo, un Bacchino convalescente,
Bacco con alcuni grappoli d’uve diverse (soggetto che ricorda un “torpido e assonnato garzone
d’osteria romanesca, che tiene il calice nella sinistra perché ritratto nello specchio”).
-Caratteristica di questi primi quadri sono i soggetti, sempre adolescenti: questo probabilmente
perchè Caravaggio, che avrebbe dovuto pagare i suoi modelli, approfitta di amici coetanei figli si
scalpellini o garzoni d’osteria.
-Per ogni suo dipinto era pronta una obiezione: in particolare quella della pittura “senza historia”,
alla quale l’artista tentò di rispondere forse nel Giovinetto morso dal ramarro, o nel tema
mitologico della Testa di Medusa, che mostrano l’istantaneo riflesso fisiologico del dolore
lancinante, ma che ancora non sembrarono accettabili. La p
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