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Riassunto Esame Storia dell'Arte Contemporanea, prof.ssa Pensiero, libro consigliato Nifosì, vol.4

Riassunto per l'esame di storia dell'arte contemporanea e della prof. Pensiero, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Nifosì vol.4, dell'università degli Studi di Catania - Unict. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia dell'arte contemporanea docente Prof. V. Pensiero

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eucaristica. I personaggi sembrano disposti su un palcoscenico, espediente di Caravaggio per aumentare il

pathos e coinvolgere gli spettatori. Al centro vi è il vecchio santo, sorpreso mentre battezzava alcuni uomini,

colpito e ferito da un giovane mezzo nudo introdottosi nel gruppo fingendosi un cristiano. Matteo, caduto per

terra, cerca di difendersi alzando una mano: un angelo gli porge la palma del martirio. Lo sguardo di Matteo

e dell'assassino s'incrociati, illuminati. I testimoni della scena si ritraggono spaventati e pervasi dall'orrore, di

cui un ragazzino fugge per il panico. Nel gruppo vi è anche Caravaggio, in fondo a sinistra: l'espressione

dolente dell'artista è la testimonianza del suo pessimismo esistenziale.

La Morte della Vergine

Nel 1606 Caravaggio dipinse la Morte delle Vergine per la Cappella Cherubini di Santa Maria della Scala in

Trastevere a Roma. Si tratta del quadro più lirico, religioso e polemico verso l'iconografia tradizionale. I

committenti ne furono offesi e scandalizzati e rifiutarono l'opera definendola senza decoro. Il quadro fu

acquistato dal Duca di Mantova. Maria appare priva di divinità: è malamente distesa su un tavolo di ferro, ha

i piedi nudi e le caviglie scoperte. Gli apostoli sono scalzi e piangono o restano assorti a braccia conserte,

come Pietro. Una giovane donna, la Maddalena, è seduta su una piccola sedia e si copre il volto con la mano.

Accanto a lei vi è un catino di rame con il quale la donna ha lavato il cadavere della Vergine. In cima al

quadro vi è un drappo rosso che accentua la teatralità della scena. I gesti sembrano spontanei ma in realtà

sono codificati. Le braccia conserte di Pietro, la mano sulla guancia di Giovanni, la mano della Vergine senza

vita che pende sono schemi gestuali adottati nella tradizione figurativa classica. La luce proviene a sinistra,

illuminando i presenti ed il corpo di Maria sottratto alla decomposizione per volere divino. Si dice che per

dipingere il corpo di Maria, Caravaggio si sia ispirato ad una prostituta morta affogata nel Tevere: questo

giustificherebbe il ventre gonfio della Vergine. Per questo Caravaggio fu accusato di blasfemia e l'opera fu

rimossa e restituita all'artista. Ad oggi non si ha più questa visione, infatti si considera il ventre gonfio di

Maria come simbolo di maternità. Il braccio disteso richiama la crocifissione di Cristo che Maria vide morire

e alla cui Passione prese parte.

Giuditta e Oloferne (A.Gentileschi)

Artemisia Gentileschi contribuì alla diffusione del Caravaggismo italiano. Ella dipinse Giuditta e Oloferne in

due versioni: una del 1612 e l'altra del 1620. Per crearla, si servì dell'omonimo capolavoro di Caravaggio e

rappresentò l'eroina biblica nel momento in cui recide la testa di Oloferne. Il generale assiro è riverso sul

letto con gli occhi spalancati, la bocca contratta, il sangue che sgorga dal collo reciso impregnando le

lenzuola. La scena presenta una brutale sensibilità realistica e per questo fu tenuta nascosta fino al 1774. Non

esistono altre opere come questa che esprimono una tale energica fisicità femminile. Non vi è alcun rapporto

gerarchico tra serva e padrona, le due donne sono complici.

La Bottega del Macellaio (A.Carracci)

In quest'opera l'autore evitò di soffermarsi sui dettagli dimostrando capacità di sintesi. L'opera è naturalistica

ed ha come soggetto alcuni macellai accanto alle carcasse degli animali. Con tale soggetto Carracci vuole

rappresentare un momento di vita quotidiana ed esaltare la dignitosa serietà del lavoro. La macelleria è un

luogo, pulito ed ordinato, i tagli di carne sono ben distribuiti sul bancone oppure appesi agli anelli ma non

ammassati. E' un'opera polemica nei confronti dell’estetismo manierista.

La Galleria Farnese (A.Carracci)

Si tratta della commissione più importante di A.Carracci, decorare un salone rettangolare con volta a botte, in

cui Odoardo Farnese aveva raccolto la più importante e famosa collezione di sculture classiche di Roma.

L'artista decorò la volta ispirandosi alla Cappella Sistina di Michelangelo e suddivise la superficie da

decorare in 5 riquadri, con cornici in finto stucco sorrette da erme ed atlanti, in cui coppie di giovani nudi

reggono ghirlande di fiori e frutta. Sono state rappresentate scene con Gli amori degli dei e i soggetti

mitologici sono tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, trattando il tema dell'amore che trionfa su tutto. Il quadro

più importante rappresenta il Trionfo di Bacco e Arianna ed il corteo nunziale. Gli sposi siedono su due carri,

uno trainato da due tigri e l'altro da due caproni; sono circondati da satiri e menadi che danzano. Silèno, un

vecchio satiro, guida il corteo nunziale; in cielo volano alcuni amorini. L'opera interpreta l'antica cultura

pagana ed ha una composizione colta, ricca di citazioni tratte dai sarcofagi classici e dalle opere del

Rinascimento.

La strage degli Innocenti (G. Reni)

Con quest'opera l'artista evidenziò il suo ideale. La tela, del 1611, rappresenta una scena drammatica del

Nuovo Testamento: il Vangelo secondo Matteo nel quale Erode, nel tentativo di assassinare Gesù per far sì

che non fosse il successore al trono, fece uccidere tutti i bambini di Betlemme dai due anni in giù. Le figure

dell'opera si distribuiscono attorno allo schema costituito da un doppio triangolo: uno appoggiato su un

vertice, e formato dal vuoto tra le figure delle due madri in fuga, e l'altro verso il fondo, composto dalle tre

donne al centro. Vi è un perfetto equilibrio di masse. I volti sono maschere tragiche che esprimono orrore,

paura, stupore e dolore raggelante. Due bambini morti giaciono al suolo come addormentati mentre due

piccoli angeli attendono di distribuire le palme, simbolo del martirio. Reni cerca l'espressione del pathos

nella gestualità e nel decoro inteso come comportamento esteriore e come dignità profonda e dorma

d'intimità dolente. I personaggi sembrano recitino a teatro: recitare non nel senso di fingere ma di controllare

e vincere le passioni e così dominare se stessi.

Le conseguenze della guerra (P.P.Rubens)

Rubens fu uno degli artisti più colti del suo tempo dato la vastità delle conoscenze in campo artistico che

aveva. Egli riuscì a creare un equilibrio tra l'impetuosità dell'ispirazione e l'arditezza della concezione, la

meticolosa raffinatezza e la qualità d'esecuzione. Uno dei suoi capolavori è Le conseguenze della guerra,

opera del 1638 donata al collezionista d'arte Giusto Sustermans. Al centro dell'opera vi è Marte - dio della

guerra - che avanza in preda alla volontà distruttrice armato di una spada e con l'intento appunto di creare

morte e distruzione. Venere, la sua amante, cerca invano di trattenerlo mentre Discordia - divinità della

vendetta - impersonata dalla furia Aletto, lo incita all'odio attirandolo verso di sé. Due mostri accanto a

Discordia simboleggiano la Peste e la Carestia, compagne di ogni guerra. Marte calpesta un libro aperto (la

cultura) e travolge una donna con un liuto rotto in mano (la Musica), un uomo con un compasso

(l'Architettura) ed una donna abbracciata ad un bambino (la Carità). A sinistra vi è una giovane con le vesti

nere strappate che piange con le braccia al cielo alle spalle di Venere: è l'Europa, la quale ha sofferto a causa

di saccheggi e miserie. Alle spalle di Europa vi è il Tempio di Giano con le porte spalancate: è il simbolo di

guerra. La guerra con le sue calamità non risparmia nemmeno gli innocenti e non può essere confitta

dall'amore. In quel periodo l'Europa era vittima della Guerra dei Trent'anni (1618-1648), scoppiata in

Boemia. Il quadro traduce il senso della furia devastatrice; la violenza dei personaggi è amplificata dai forti

contrasti cromatici e luministici il corpo bianco e morbido di Venere ed il cielo azzurro a sinistra

contrastano con le membra scure di Marte ed Aletto ed i colori fuschi del cielo a destra.

Ritratto di Carlo I a caccia (V. Dyck)

Van Dyck fu un pittore fiammingo che si affermò in due diversi generi artistici: ritrattistica e pittura di storia.

L'artista realizzò numerosi ritratti per la famiglia reale. Il Ritratto di Carlo I a caccia rappresenta il sovrano

come egli avrebbe voluto sopravvivere alla storia cioè come un uomo colto, raffinato e malinconico. Dyck

segnò l'età d'oro di Carlo I e le sue opere offrirono il giusto modello del buon gusto nel campo pittorico.

Lezione di anatomia del dottor Tulp (Rembrandt V.R)

Rembrandt possedeva una perfetta padronanza tecnica ed una vasta cultura figurativa, avvicinandosi alla

tradizione caravaggesca. La pittura di Rembrandt si caratterizza per una forte attenzione al reale e per il

magistrale uso della luce, che fa emergere dal buio le figure. suoi ritratti di gruppo sono considerati dei

capolavori. La Lezione di anatomia del dottor Tulp è un'opera che era destinata alla sede di rappresentanza

della confraternita dei chirurghi di Amsterdam. Il quadro doveva ricordare una lezione dimostrativa sulla

fisiologia del braccio, tenuta pubblicamente nel 1632 dal dottor Tulp. La scena presenta al centro il cadavere

di un malfattore in fase di dissezione; il dottor Tulp è vestito elegantemente con un cappello a larghe tese e

afferra con una pinza i tendini del braccio sinistro per spiegarne il funzionamento mentre con la mano

sinistra mima le contrazioni delle dita. Accanto a lui vi sono sette personaggi portanti un colletto, sono

amministratori comunali che stanno assistendo alla lezione e si sporgono in avanti per notare meglio i

dettagli. I loro nomi sono segnati nel foglietto che tiene in mano uno di loro. L'identità del cadavere è Adrian

Adrianeszoon, un criminale. L'opera è totalmente rivoluzionaria dato che Rembrandt trasformò un ritratto

collettivo in una scena centrata sul medico e sulle reazioni del pubblico.

L'Atelier (Jan Vermeer)

Vermeer è considerato il maggior esponente della pittura di genere dei Seicento olandese. Nei suoi quadri

d'interni egli seppe cogliere gli aspetti più intimi e quotidiani della vita borghese, soprattutto perché l'artista

amava dipingere ciò che lo circondava , i personaggi, i libri, gli abiti, oggetti e spazi. I suoi quadri

rappresentano vicende umane di vita quotidiana spesso dominate dal silenzio. Rappresentava anche giovani

donne nelle loro attività domestiche (cucire, pulire, cucinare, leggere, scrivere) e la sua modella preferita fu

sua moglie.

Nel 1672 Vermeer dipinse L'atelier, una delle sue opere più impegnative. L'opera ha anche i nomi di Il

pittore e la sua musa e Allegoria della pittura. Viene rappresentato l'artista nel suo studio, seduto a gambe

larghe, con le calze allentate ed in pantofole mentre dipinge una giovane modella vestita con un abito blu. La

scena si svolge in una stanza dell'abitazione dell'artista in cui vi sono due luci che aiutano il lavoro, una verso

la ragazza e l'altra verso la tela. Sulla sinistra la tenda scostata sembra permettere allo spettatore di guardare

la scena. La ragazza è abbigliata come un'antica Musa e stringe tra le mani uno strumento musicale ed un

libro, in omaggio della poesia e della musica. Inoltre nella stanza vi sono una carta geografica dell'Olanda e

un lampadario, entrambi oggetti richiamanti l'origine di Vermeer.

Las Meninas (Velasquez)

Velazquez fu un artista che amava dipingere dal vero, dando un particolare realismo ai particolari e agli

effetti di luce-ombra. Las Meninas (Le Damigelle) è una delle opere più complesse e concettuali di

Velazquez. Il quadro si presenta come un ritratto di gruppo con artista. Il soggetto è l'Infanta Margherita, nata

dalle nozze di Filippo IV con Marianna d'Austria. La principessa è circondata dalle sue damigelle e dai suoi

nani, intenti a distrarla durante la lunga e noiosa posa. Improvvisamente entrano in stanza i due sovrani

visibili dal riflesso sullo sfondo; una damigella non se ne accorge mentre l'altra sì e s'inchina. Anche l'Infanta

accenna ad una riverenza.

Tramite una radiografia si è colto un pentimento dell'artista: in una prima versione il pittore volgeva di scatto

la testa verso i sovrani con un'espressione di stupore, differente da quella pensosa presente nella seconda

versione. Velazquez seppe coinciliare la nitidezza del primo piano con la sfocatura dell'interno, ottenendo un

effetto fotografico.

Ratto di Proserpina (Bernini)

Il Ratto di Proserpina è un gruppo scultoreo realizzato da Gian Lorenzo Bernini tra il 1621 e il 1622 ed

esposto nella Galleria Borghese di Roma. Il soggetto è legato al tema del ciclo delle stagioni ed è tratto da un

passo specifico delle Metamorfosi di Ovidio. La giovane Proserpina, figlia di Giove e Cerere, fu notata da

Plutone, Re degli Inferi, che, invaghitosi di lei, la rapì. Cerere, per il dolore, abbandonò i campi, causando

una gravissima carestia. Giove intervenne trovando un accordo tra Plutone e Cerere grazie a Mercurio:

Proserpina avrebbe trascorso 6 mesi con la madre favorendo l'abbondanza dei raccolti mentre i restanti 6

mesi invernali sarebbe rimasta con Plutone nell'Ade.

L'opera di Bernini coglie l'azione al culmine del suo svolgimento e offre il massimo pathos: le emozioni dei

personaggi sono perfettamente rappresentate attraverso la gestualità e l'espressività dei volti. Plutone è

contraddistinto dai suoi attributi regali (la corona e lo scettro) mentre dietro di lui Cerbero, il guardiano

dell'Ade, controlla che nessuno ostacoli il percorso del padrone, girando le sue tre teste in tutte le direzioni.

Proserpina lotta inutilmente per sottrarsi alla furia erotica di Plutone spingendo la mano sinistra sul volto del

dio, il quale la trattiene con forza, affondando le dita nella pelle della fanciulla. Con questo dettaglio lo

scultore dimostra il suo virtuosismo. Plutone guarda la fanciulla avidamente seppur la visione di essa gli è

impedita perché ella sta premendo con la mano sopra il suo volto. Proserpina è colta nell'attimo in cui sta

gridando un'invocazione disperata alla madre Cerere e alle campagne. I suoi occhi, colmi di lacrime rivelano

molte emozioni: vergogna per la sua nudità profanata dal rapitore, terrore per l'oscurità degli Inferi e paura

per la violenza di Plutone. La posa dei due è innaturale e spiraliforme. Tuttavia, pur essendo innaturale, la

posa è molto teatrale e di grande impatto emotivo e visivo.

David (Bernini)

Il David è una scultura di Gian Lorenzo Bernini, eseguita tra il 1623 e il 1624 ed esposta nella Galleria

Borghese di Roma. Il David fu commissionato dal cardinale Alessandro Peretti, il quale voleva inserirlo nella

sua Villa Montalto. Morto quest'ultimo, la commissione dell'opera fu presa dal cardinale Scipione Caffarelli-

Borghese, collezionista che lo collocò nella propria villa a porta Pinciana, oggi galleria Borghese. Bernini

riprese un mito biblico già trattato da Donatello e Michelangelo Buonarroti, ma i David rinascimentali

trattano gli attimi successivi alla morte di Golia, raffigurando pertanto un eroe meditativo e soddisfatto del

buon esito dell'impresa; al contrario Bernini sceglie di raffigurare David nell'istante che precede il lancio del

sasso contro Golia opera ricca di dinamismo. La grande concentrazione di David, in procinto di compiere

un gesto che potrebbe cambiare completamente le sorti dello scontro, è ribadito da numerosi dettagli: il volto

dell'eroe ha un'espressione corrucciata nello sforzo e le braccia sono contratte sulla fionda; lo sguardo è teso

verso il bersaglio e le labbra sono serrate per lo sforzo. Il volto del David costituirebbe in realtà un

autoritratto del Bernini. La statua è impostata verso varie visuali, le quali servono a cogliere in modo diverso

lo slancio rotatorio di David. Guardato di lato l'eroe biblico rivela una certa instabilità; frontalmente la scena

appare congelata, sospesa nell'attimo in cui David prende la mira. Il David si presta all'osservatore come un

atleta. Ai piedi di David sono riposte la corazza di Re Saul, lasciata cadere perché troppo pesante, e una cetra

che verrà suonata dopo la vittoria: lo strumento musicale termina con una testa d'aquila, un esplicito

messaggio di esaltazione dinastica della famiglia di Scipione Caffarelli-Borghese, committente dell'opera.

Apollo e Dafne (Bernini)

L'Apollo e Dafne è un gruppo scultoreo realizzato da Gian Lorenzo Bernini tra il 1622 e il 1625 ed esposto

nella Galleria Borghese di Roma. Dopo aver ucciso il serpente Pitone Apollo, il dio greco della musica e

delle profezie, andò a vantarsi dell’impresa con Cupido, rinfacciandogli che egli non aveva mai compiuto

gesta eroiche. Cupido, geloso e indignato, giurò vendetta. Egli decise di preparare due frecce, la prima

appuntita e dorata, destinata a far nascere l'amore, e la seconda di piombo e spuntata, che faceva prosciugare

l'amore. Cupido scoccò la freccia d'oro verso Apollo e quella di piombo verso la ninfa Dafne. Ne conseguì

che appena Apollo vide Dafne, se ne invaghì perdutamente ma Dafne appena vide il giovane dio iniziò a

fuggire impaurita. Apollo iniziò a inseguirla ed era più veloce della ninfa che, in procinto di essere presa,

rivolse una disperata preghiera al padre, chiedendo di essere trasformata in un'altra forma per sottrarsi alla

non corrisposta passione di Apollo. La sua richiesta venne accolta e fu così che Peneo, per evitare che i due

potessero ricongiungersi, trasformò Dafne in un albero d'alloro, che diventerà sacro per Apollo. Tale episodio

è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio. La scena è spettacolare e terribile al tempo stesso. Apollo è colto nel

momento in cui termina la sua corsa, resa con grande dinamismo, ed è riuscito a raggiungere Dafne

sfiorandola con la mano sinistra. Il corpo di Apollo mette in evidenza i muscoli e i tendini tesi per lo sforzo,

poggia il peso sul piede destro e la gamba sinistra è sollevata in alto. Il mantello gli scivola via ed è gonfiato

dal vento; i capelli sono organizzati in chiome ondulate e annodate e il suo sguardo presenta una vitalità

erompente. Dafne, per sottrarsi all'indesiderato abbraccio, mostra la sua nudità contro il suo volere e lotta per

la sua verginità: per sfuggire, la ninfa frena all'improvviso e inarca il busto verso avanti, per controbilanciare

la spinta del dio e proseguire la fuga. La parte inferiore del busto di Dafne inizia la metamorfosi: i piedi

divengono radice e dalle unghie si formerà la pianta di alloro. La corteccia sta avvolgendo il suo corpo e le

mani stanno diventando ramoscelli d'alloro. Il volto di Dafne, caratterizzato dalla bocca semiaperta, rivela

terrore per esser stata raggiunta da Apollo e sollievo perché la metamorfosi è iniziata e pertanto il padre

Peneo è riuscito a esaudire il suo desiderio. Lo sguardo di Apollo manifesta una dolente delusione.

Estati di Santa Teresa (Bernini)

La Transverberazione di Santa Teresa d'Avila (o Estasi di santa Teresa) è una scultura in marmo e bronzo

dorato di Gian Lorenzo Bernini, realizzata tra il 1647 e il 1652 e collocata nella chiesa di Santa Maria della

Vittoria, a Roma. In quest'opera Bernini trasforma lo spazio della cappella in teatro: egli amplia la profondità

del transetto; aprendo sulla parete di fondo una finestra con i vetri gialli si crea una fonte di luce dall'alto la

quale dona un’irruzione sulla scena di fasci di raggi in bronzo dorato. La figura della Santa è semidistesa su

una vaporosa nuvola che la trasporta verso il cielo. Ai due lati dell’altare sono raffigurati a mezzobusto i vari

personaggi della famiglia Cornaro. L'evento privatissimo dell'estasi della Santa diviene così evento pubblico,

al quale gli spettatori assistono con trasporto devozionale e scambiano commenti. La veste ampia e vaporosa

della santa, lasciata cadere in modo disordinato sul corpo, è un capolavoro di virtuosismo tecnico.

La raffigurazione delle estasi dei santi rappresenta uno dei temi dell'arte barocca e quest'opera di Bernini sarà

presa a modello nella storia dell'arte sacra. È una composizione marmorea, con il corpo esanime e

abbandonato della Santa, il volto dolce con gli occhi socchiusi rivolti al cielo e le labbra che si aprono per

emettere un gemito mentre un cherubino con in mano un dardo, simbolo dell'Amore di Dio, ne scosta le vesti

per colpirla nel cuore. Notevole è il contrasto tra l'incarnato liscio e delicato dell'angelo (Eros della mitologia

greca) e le vesti scomposte della Santa.

Cattedra di San Pietro (Bernini)

La cattedra di San Pietro è un trono ligneo. Quello che si conserva è un manufatto del IX secolo, donato

nell'875 dal re dei Franchi Carlo il Calvo a papa Giovanni VIII in occasione della sua discesa a Roma per la

propria incoronazione a imperatore. Il trono di Carlo il Calvo - poi cattedra di San Pietro - viene conservato

come reliquia nella basilica di San Pietro in Vaticano, all'interno di una composizione barocca di Gian

Lorenzo Bernini e realizzata fra il 1656 e il 1665. L'opera del Bernini è collocata nell'abside di fondo della

Basilica Vaticana. Al centro si trova il trono in bronzo dorato, al cui interno è situata la cattedra lignea. Su un


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polly_64

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4 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della mediazione linguistica (RAGUSA)
SSD:
Università: Catania - Unict
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher polly_64 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Catania - Unict o del prof Pensiero Valentina.

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