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Preparazione esame storia dell'arte A.A. 2017/2018

Caravaggio

Michelangelo Merisi (1571-1610), noto con lo pseudonimo di Caravaggio, è tra i più grandi artisti esistiti. Egli affrontò soggetti allegorici e mitologici. Caravaggio sosteneva il principio secondo il quale un artista deve saper imitare bene ogni soggetto naturale. Gli ultimi anni dell'artista furono colmi di vicende drammatiche, fughe e solitudine. Esule a Napoli, Malta, Siracusa, Messina e Palermo, realizzò opere che influenzarono le scuole locali e diffusero il suo linguaggio rivoluzionario. Morì nel 1610 a Porto Ercole.

Il Bacco

Nel 1596 Caravaggio realizzò il Bacco, su incarico del cardinale Del Monte, il quale voleva regalarlo a Ferdinando I De Medici per il matrimonio di suo figlio Cosimo II. L'opera è attualmente conservata agli Uffizi. Il soggetto si presenta come una scena di genere e costituisce un'importante novità iconografica. Nelle vesti di un dio, Caravaggio rappresenta l'amico Minniti, un normale ragazzo di strada, un adolescente con la chioma bruna coronata da rossi tralci di vite e grappoli d'uva. Egli è appoggiato ad un vecchio materasso coperto da un lenzuolo e offre allo spettatore un largo calice di vetro di vino rosso, tenendolo fra le dite sporche. La sua presa incerta trasmette uno stato d'ebbrezza, formando così delle increspature nel vino. Alla destra del giovane vi è una caraffa in cui vi è il dipinto di se stesso. Oltre al soggetto vi è anche la natura morta: una fruttiera con una mela bacata, fichi, pere, una pesca semi-marcia, una mela cotogna ammaccata, un grappolo d'uva che tocca il piano ed una melagrana. Il dipinto non fu compreso e i commentatori dell'epoca furono urtati dall'aspetto volgare del ragazzo e dai particolari non eleganti come le mani sporche e la frutta avariata. Non veniva percepito il Bacco ma una scena da osteria in cui vi è un ragazzotto brillo travestito da dio romano, oltraggio alla tradizione rinascimentale.

In un dito della mano destra del Bacco vi è un fiocco nero, simbolo di morte, che non ha nulla a che fare con la rappresentazione di un dio: la sua presenza è inspiegabile. Alcuni hanno ipotizzato che dietro la gioiosa espressione del ragazzo vi possa essere l'annuncio di un evento luttuoso mentre la frutta avariata alluderebbe alla funzione del memento mori, un'ammirazione a non dimenticare che la vita è breve. Inoltre la melagrana è il simbolo della Pasqua e della resurrezione di Gesù e il calice di vino non sarebbe un invito alla festa ma l'evocazione del mistero pasquale.

La vocazione di San Matteo

Il luogo dell'opera è una scena d'interni del primo Seicento. In essa vi sono cinque uomini abbigliati alla moda dell'epoca attorno ad un tavolo mentre contano del denaro. Nella scena irrompono da destra Gesù e Pietro, indicando l'uomo seduto al centro. Egli porta una mano al petto con aria stupita. Si tratta della rappresentazione della vocazione di Matteo che sarebbe poi diventato apostolo ed evangelista di Cristo. Caravaggio rappresentò l'episodio trasformandolo da sacro a quotidiano con abiti classici, cappelli piumati, locale ed oggetti tipici del tempo; si rese attuale l'evento biblico. Vi sono altri due personaggi nella scena: il mercenario dalle maniche a strisce ed il damerino dalla giubba gialla e rossa (Minniti). Essi si voltano verso il Redentore con curiosità o in atteggiamento di difesa, forse perché sono pronti ad accogliere l'offerta di salvezza. Gli ultimi due restano indifferenti all'episodio in corso.

Il significato dell'opera è reso dalla luce teatrale e sovrannaturale che illumina l'ambiente e gli uomini. Nel dipinto vi sono 4 fonti luminose. Solo una è riconoscibile perché le altre tre sono nascoste: la luce diretta proveniente dalla finestra della parete di fondo filtrata dai vetri. Un fascio luminoso proviene dall'alto ed illumina i personaggi attorno al tavolo; un altro proviene da destra illuminando Gesù e Pietro; il più importante proviene dietro le spalle di Cristo ed illumina il volto di Matteo. Non è luce naturale ma luce divina e simbolo di Grazia. La composizione dell'opera si compone di due gruppi di protagonisti distinti ma raccordati dal braccio di Cristo: gesto derivato da un archetipo di Rinascimento Caravaggio non ignorava l'arte passata.

Il martirio di San Matteo

È una scena più complessa rispetto alla Vocazione perché è presente un carattere più brutale, rendendolo più un assassinio che un martirio. Il quadro conteneva due versioni cancellate e ciò dimostrava che Caravaggio dipingeva direttamente sulla tela senza l'uso di cartoni preparatori. La versione n.1 presentava una composizione classica con un tempio ed un soldato che si sovrapponeva a Matteo; la versione n.2 era più articolata ed i gesti dei personaggi avevano più vigore. Nella versione definitiva invece l'esecuzione del santo è un delitto di strada ed è ambientata all'interno di una struttura architettonica simile ad una chiesa, dettaglio dell'altare con croce. Caravaggio si basò sulla Leggenda Aurea secondo la quale Matteo fu assassinato dopo una celebrazione eucaristica. I personaggi sembrano disposti su un palcoscenico, espediente di Caravaggio per aumentare il pathos e coinvolgere gli spettatori.

Al centro vi è il vecchio santo, sorpreso mentre battezzava alcuni uomini, colpito e ferito da un giovane mezzo nudo introdottosi nel gruppo fingendosi un cristiano. Matteo, caduto per terra, cerca di difendersi alzando una mano: un angelo gli porge la palma del martirio. Lo sguardo di Matteo e dell'assassino s'incrociano, illuminati. I testimoni della scena si ritraggono spaventati e pervasi dall'orrore, di cui un ragazzino fugge per il panico. Nel gruppo vi è anche Caravaggio, in fondo a sinistra: l'espressione dolente dell'artista è la testimonianza del suo pessimismo esistenziale.

La morte della Vergine

Nel 1606 Caravaggio dipinse la Morte delle Vergine per la Cappella Cherubini di Santa Maria della Scala in Trastevere a Roma. Si tratta del quadro più lirico, religioso e polemico verso l'iconografia tradizionale. I committenti ne furono offesi e scandalizzati e rifiutarono l'opera definendola senza decoro. Il quadro fu acquistato dal Duca di Mantova. Maria appare priva di divinità: è malamente distesa su un tavolo di ferro, ha i piedi nudi e le caviglie scoperte. Gli apostoli sono scalzi e piangono o restano assorti a braccia conserte, come Pietro. Una giovane donna, la Maddalena, è seduta su una piccola sedia e si copre il volto con la mano. Accanto a lei vi è un catino di rame con il quale la donna ha lavato il cadavere della Vergine. In cima al quadro vi è un drappo rosso che accentua la teatralità della scena.

I gesti sembrano spontanei ma in realtà sono codificati. Le braccia conserte di Pietro, la mano sulla guancia di Giovanni, la mano della Vergine senza vita che pende sono schemi gestuali adottati nella tradizione figurativa classica. La luce proviene a sinistra, illuminando i presenti ed il corpo di Maria sottratto alla decomposizione per volere divino. Si dice che per dipingere il corpo di Maria, Caravaggio si sia ispirato ad una prostituta morta affogata nel Tevere: questo giustificherebbe il ventre gonfio della Vergine. Per questo Caravaggio fu accusato di blasfemia e l'opera fu rimossa e restituita all'artista. Ad oggi non si ha più questa visione, infatti si considera il ventre gonfio di Maria come simbolo di maternità. Il braccio disteso richiama la crocifissione di Cristo che Maria vide morire e alla cui Passione prese parte.

Altri artisti e opere

Giuditta e Oloferne (Artemisia Gentileschi)

Artemisia Gentileschi contribuì alla diffusione del Caravaggismo italiano. Ella dipinse Giuditta e Oloferne in due versioni: una del 1612 e l'altra del 1620. Per crearla, si servì dell'omonimo capolavoro di Caravaggio e rappresentò l'eroina biblica nel momento in cui recide la testa di Oloferne. Il generale assiro è riverso sul letto con gli occhi spalancati, la bocca contratta, il sangue che sgorga dal collo reciso impregnando le lenzuola. La scena presenta una brutale sensibilità realistica e per questo fu tenuta nascosta fino al 1774. Non esistono altre opere come questa che esprimono una tale energica fisicità femminile. Non vi è alcun rapporto gerarchico tra serva e padrona, le due donne sono complici.

La bottega del macellaio (Annibale Carracci)

In quest'opera l'autore evitò di soffermarsi sui dettagli dimostrando capacità di sintesi. L'opera è naturalistica ed ha come soggetto alcuni macellai accanto alle carcasse degli animali. Con tale soggetto Carracci vuole rappresentare un momento di vita quotidiana ed esaltare la dignitosa serietà del lavoro. La macelleria è un luogo pulito ed ordinato, i tagli di carne sono ben distribuiti sul bancone oppure appesi agli anelli ma non ammassati. È un'opera polemica nei confronti dell’estetismo manierista.

La galleria Farnese (Annibale Carracci)

Si tratta della commissione più importante di A. Carracci, decorare un salone rettangolare con volta a botte, in cui Odoardo Farnese aveva raccolto la più importante e famosa collezione di sculture classiche di Roma. L'artista decorò la volta ispirandosi alla Cappella Sistina di Michelangelo e suddivise la superficie da decorare in 5 riquadri, con cornici in finto stucco sorrette da erme ed atlanti, in cui coppie di giovani nudi reggono ghirlande di fiori e frutta. Sono state rappresentate scene con Gli amori degli dei e i soggetti mitologici sono tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, trattando il tema dell'amore che trionfa su tutto. Il quadro più importante rappresenta il Trionfo di Bacco e Arianna ed il corteo nunziale. Gli sposi siedono su due carri, uno trainato da due tigri e l'altro da due caproni; sono circondati da satiri e menadi che danzano. Sileno, un vecchio satiro, guida il corteo nunziale; in cielo volano alcuni amorini. L'opera interpreta l'antica cultura pagana ed ha una composizione colta, ricca di citazioni tratte dai sarcofagi classici e dalle opere del Rinascimento.

La strage degli innocenti (Guido Reni)

Con quest'opera l'artista evidenziò il suo ideale. La tela, del 1611, rappresenta una scena drammatica del Nuovo Testamento: il Vangelo secondo Matteo nel quale Erode, nel tentativo di assassinare Gesù per far sì che non fosse il successore al trono, fece uccidere tutti i bambini di Betlemme dai due anni in giù. Le figure dell'opera si distribuiscono attorno allo schema costituito da un doppio triangolo: uno appoggiato su un vertice, e formato dal vuoto tra le figure delle due madri in fuga, e l'altro verso il fondo, composto dalle tre donne al centro. Vi è un perfetto equilibrio di masse. I volti sono maschere tragiche che esprimono orrore, paura, stupore e dolore raggelante. Due bambini morti giaciono al suolo come addormentati mentre due piccoli angeli attendono di distribuire le palme, simbolo del martirio. Reni cerca l'espressione del pathos nella gestualità e nel decoro inteso come comportamento esteriore e come dignità profonda e dorma d'intimità dolente. I personaggi sembrano recitino a teatro: recitare non nel senso di fingere ma di controllare e vincere le passioni e così dominare se stessi.

Le conseguenze della guerra (Peter Paul Rubens)

Rubens fu uno degli artisti più colti del suo tempo dato la vastità delle conoscenze in campo artistico che aveva. Egli riuscì a creare un equilibrio tra l'impetuosità dell'ispirazione e l'arditezza della concezione, la meticolosa raffinatezza e la qualità d'esecuzione. Uno dei suoi capolavori è Le conseguenze della guerra, opera del 1638 donata al collezionista d'arte Giusto Sustermans. Al centro dell'opera vi è Marte - dio della guerra - che avanza in preda alla volontà distruttrice armato di una spada e con l'intento appunto di creare morte e distruzione. Venere, la sua amante, cerca invano di trattenerlo mentre Discordia - divinità della vendetta - impersonata dalla furia Aletto, lo incita all'odio attirandolo verso di sé. Due mostri accanto a Discordia simboleggiano la Peste e la Carestia, compagne di ogni guerra. Marte calpesta un libro aperto (la cultura) e travolge una donna con un liuto rotto in mano (la Musica), un uomo con un compasso (l'Architettura) ed una donna abbracciata ad un bambino (la Carità). A sinistra vi è una giovane con le vesti nere strappate che piange con le braccia al cielo alle spalle di Venere: è l'Europa, la quale ha sofferto a causa di saccheggi e miserie. Alle spalle di Europa vi è il Tempio di Giano con le porte spalancate: è il simbolo di guerra. La guerra con le sue calamità non risparmia nemmeno gli innocenti e non può essere confitta dall'amore. In quel periodo l'Europa era vittima della Guerra dei Trent'anni (1618-1648), scoppiata in Boemia. Il quadro traduce il senso della furia devastatrice; la violenza dei personaggi è amplificata dai forti contrasti cromatici e luministici il corpo bianco e morbido di Venere ed il cielo azzurro a sinistra contrastano con le membra scure di Marte ed Aletto ed i colori fuschi del cielo a destra.

Ritratto di Carlo I a caccia (Anthony van Dyck)

Van Dyck fu un pittore fiammingo che si affermò in due diversi generi artistici: ritrattistica e pittura di storia. L'artista realizzò numerosi ritratti per la famiglia reale. Il Ritratto di Carlo I a caccia rappresenta il sovrano come egli avrebbe voluto sopravvivere alla storia cioè come un uomo colto, raffinato e malinconico. Dyck segnò l'età d'oro di Carlo I e le sue opere offrirono il giusto modello del buon gusto nel campo pittorico.

Lezione di anatomia del dottor Tulp (Rembrandt)

Rembrandt possedeva una perfetta padronanza tecnica ed una vasta cultura figurativa, avvicinandosi alla tradizione caravaggesca. La pittura di Rembrandt si caratterizza per una forte attenzione al reale e per il magistrale uso della luce, che fa emergere dal buio le figure. suoi ritratti di gruppo sono considerati dei capolavori. La Lezione di anatomia del dottor Tulp è un'opera che era destinata alla sede di rappresentanza dei...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/03 Storia dell'arte contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher polly_64 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Catania o del prof Pensiero Valentina.
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