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Riassunto esame Storia del diritto italiano II, prof. Moscati, libro consigliato Il code Napoleon, Astuti Appunti scolastici Premium

Schema riassuntivo per esame di Storia del diritto italiano II, con la professoressa Moscati. Libro consigliato: Il Code Napoleon in Italia e la sua influenza sui codici degli Stati italiani successori, di Guido Astuti, dell'università degli Studi La Sapienza - Uniroma1.

Esame di Storia del diritto italiano docente Prof. L. Moscati

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Le compilazioni ben note delle consuetudini generali, della giurisprudenza dei

parlamenti, della legislazione regia,… erano consolidazioni, non vere e proprie

codificazioni; anche le grandi Odonnances del Colbert e del d’Aguesseau conservano

un carattere essenzialmente diverso da quello proprio del codice napoleonico, in

quanto non sopprimevano il sistema tradizionale delle fonti, nel quale pur sempre si

inserivano. Non possono propriamente qualificarsi “codificazioni parziali”.

A differenza di tutti gli altri testi, la legge di promulgazione del C.C. conteneva una

formale declaratoria di abrogazione di tutto il diritto anteriore.

Così si imponeva un nuovo diritto civile, veramente comune ed eguale per tutti.

Certamente gli istituti, i principi, le singole norme del codice risalivano a fonti

diverse per origine, età, efficacia: ma nel nuovo contesto perdevano la loro

individualità, diventando elementi omogenei di una legge unica ed uniforme,

imposta alla generale osservanza.

7. Il Code civil e la tradizione giuridica

Tra le varie ragioni della vitalità e diffusione del C.N. anche dopo la fine dell’impero,

della sua determinante influenza sulle successive codificazioni degli Stati della

Restaurazione bisogna sottolineare che non si trattava di un diritto straniero

imposto con forza delle armi e contrastante con la tradizione giuridica italiana. I

pochi istituti ed elementi derivati dal diritto consuetudinario francese erano inseriti

in un contesto formato sulla solida base strutturale del diritto romano comune, col

quale almeno in parte si armonizzavano; in fatto, essi non costituirono apprezzabile

ostacolo alla recezione del C.N. in Italia.

D’altra parte, le riforme della Rivoluzione avevano carattere universale,

rispondevano alle aspirazioni di tutti i popoli europei, in grado di apprezzare

l’importanza della codificazione generale del diritto privato.

Il nuovo codice fu introdotto ed applicato in ogni parte d’Italia senza resistenze di

rilievo e senza difficoltà di carattere sostanziale.

L’unico istituto veramente in contrasto con il costume nazionale era il divorzio,

imposto dalla volontà di napoleone, ma non applicato dagli italiani, che nell’intero

periodo di vigenza del C.C. dimostrarono col fatto di non voler accettare l’idea del

matrimonio come contratto privato risolubile.

CAPITOLO 2

IL CODE NAPOLEON E I CODICI CIVILI ITALIANI DELLA RESTAURAIZONE

1.Prime riforme dei governi restaurati in Italia. Il Codice per lo Regno delle Due Sicilie

Dopo gli avvenimenti del 1814, la Restaurazione cercò di abolire tutte le riforme di

contenuto politico del periodo francese e nel campo del diritto privato si propose di

ristabilire la legislazione anteriore dei diversi Stati italiani.

Così, anche il C.N. fu o formalmente abrogato o conservato in via provvisoria con

immediata abrogazione di alcune parti, nell’attesa di una nuova legislazione, come

avvenne nelle province continentali del regno delle Due Sicilie; e rimase

ulteriormente in vigore, con modificazioni, soltanto nelle repubbliche di Lucca e

Genova, anche dopo la loro annessione al Granducato di Toscana e al regno di

Sardegna.

Ma l’esperienza di pochi anni era stata sufficiente per dimostrare l’unità della

codificazione.

La codificazione fu riconosciuta conquista irreversibile, anche quando, restaurando

l’ordine antico, sarebbe stato possibile ritornare al sistema delle fonti del diritto

comune.

Dovunque si affermò e diffuse la necessità di provvedere ad una nuova codificazione

del diritto privato, e l’attuazione di questo proposito fu dominata dal generale

convincimento che il C.N. poteva diventare una legislazione perfetta se messo in

armonia con le diverse parti delle legislazioni anteriori che meglio sembravano

rispondere alle contingenze naturali dei luoghi e dei tempi.

Alla abrogazione formale del C.N. seguì l’effettiva e integrale recezione della

maggior parte del suo contenuto normativo, con l’ulteriore riconoscimento della sua

autorità come modello cui i nuovi codici si ispirano direttamente e largamente, nel

sistema, nella forma, nella sostanza.

Primo nel tempo fu pubblicato il Codice per lo regno delle Due Sicilie.

Ferdinando I dispose la provvisoria vigenza delle disposizioni del C.N. limitandosi ad

abrogare quelle concernenti il matrimonio civile e il divorzio.

La commissione nominata dal re, suddivisa in 3 sezioni, compì i suoi lavori in soli due

anni. I progetti vennero poi definitivamente approvati appena 4 anni dopo il ritorno

del sovrano a Napoli.

Con legge 26 marzo 1819 veniva promulgato il nuovo Codice, comprendente, in 5

part, le leggi civili, penali, di procedura nei giudizi civili e penali, e per gli affari di

commercio, abrogandosi i codici francesi rimasti fino allora provvisoriamente in

vigore. Con successiva legge 21 maggio 1819 veniva definitivamente confermata,

anche per la Sicilia, l’abrogazione di tutte le fonti del diritto anteriore.

I codici napoletani servirono da esempio al rinnovamento legislativo degli altri Stati,

in nessuno die quali però la codificazione riuscì né così compiuta né cosi di getto

come si era fatto a Napoli.

Questo codice più di ogni altro si ispira direttamente al C.N., di cui non solo segue

l’impostazione sistematica, ma riproduce gran parte del contenuto normativo.

L’opera risente della frettolosa elaborazione e non presenta caratteri di originalità.

2. Il codice civile parmense

Al codice napoletano seguì il Codice civile per gli Stati di Parma, Piacenza e

Guastalla.

Anche qui fu confermato in via temporanea il C.N., sospendendo l’applicazione degli

articoli concernenti il divorzio, il matrimonio civile e la comunione dei beni come

regime legale.

Nel 1815 l’imperatore Francesco I nominò una commissione legislativa di 5

giureconsulti parmensi, con l’incarico di formare un corpo di leggi civili.

La compilazione di questo codice fu lenta e laboriosa.

Il testo del codice fu approvato e sanzionato con rescritto 4 gennaio 1820, e ed

entrò in vigore il 1° luglio 1820, abrogandosi da tale data tutte le leggi, ordinanze,

consuetudini generali o speciali, i decreti, i regolamenti, e tutte le atre disposizioni

legislative anteriormente osservate.

Il codice civile parmense fu oggetto di ulteriori revisioni negli anni seguenti.

Il codice parmense presenta, rispetto al napoletano, maggiore autonomia di fronte

al Code Napoleon, e fu preso tenuto in gran conto nella elaborazione del codice

civile italiano del 1865.

3. Il Codice civile albertino

Vittorio Emanuele I, con editto 21 maggio 1814, abrogò i codici e le leggi francesi,

richiamando in vigore le Regie Costituzioni del 1770 e con esse gli statuti locali e il

diritto romano comune. (naturalmente ebbe gravi effetti e sconvolse generali

situazioni di diritti acquistati)

L’ascesa al trono di Carlo Alberto diede finalmente inizio ad un ampio rinnovamento

legislativo, con numerose riforme in ogni parte del diritto, e con una completa

codificazione, della quale nel 1831 fu incaricata una commissione di ministri e

magistrati, sotto la presidenza del guardasigilli conte Giuseppe Barbaroux.

Venne presentato al re un progetto preliminare di codice civile elaborato secondo lo

schema del codice francese, in larga parte riprodotto, ma tenendo presenti anche il

codice napoletano e il parmense, nonché l’austriaco e l’olandese.

Seguirono altri due progetti, che non furono pubblicati.

Vi furono ulteriori progetti. Le osservazioni dei diversi corpi determinarono la

commissione ad un’ultima revisione dell’intero progetto, che nel 1836 fu presentato

al Consiglio di Stato sotto la presidenza del sovrano, il quale prese parte effettiva ai

lavori.

Il nuovo codice, in 3 libri e 2415 articoli, entrò in vigore negli Stati di terraferma il 1°

gennaio 1838.

Dalla stessa data nelle materie regolate dal codice le leggi romane, gli statuti

generali e locali, le regie costituzioni, gli editti, le lettere patenti, i regolamenti, usi e

consuetudini cessavano di avere forza di legge.

Portalis riconobbe l’importanza di molte nuove disposizioni introdotte nel Codice

albertino, pur rimproverandogli di non aver affermato la piena autonomia del

potere civile di fronte alla Chiesa.

4. Il Codice civile estense

Ultimo nel tempo seguì il codice civile per gli Stati Estensi.

Anche a Modena la Restaurazione aveva abolito tutte le leggi e istituzioni introdotte

dalla Rivoluzione, senza alcun riguardo dei diritti acquisiti.

Nel 1814, il duca Francesco IV, abrogati i codici francesi, aveva richiamato in vigore il

Codice di leggi e costituzioni del 1771 e altre leggi anteriori al 1797.

Lo stesso Francesco IV aveva riconosciuto la necessità di un nuovo codice.

Nel 1849, Francesco V istituì una commissione di 5 membri con l’incarico di formare

un nuovo corpo di leggi civili e criminali, con le rispettive procedure, prendendo per

base del proprio lavoro uno dei codici italiani e specialmente quello del ducato di

Parma.

Francesco V seguì personalmente i lavori.

Il nuovo codice, promulgato nel 1851, entrò in vigore il 1° febbraio 1852,

abrogandosi da tal data tutte le leggi, le consuetudini, e le altre disposizioni

legislative vigenti nelle diverse parti dei domini ducali.

Il codice civile estense contiene la partizione in 3 libri delle materie civili, propria dei

codici precedenti, in 2414 articoli, aggiungendo, inoltre, un quarto libro di

“Disposizioni sul commercio”.

5. Il Code Napoleon e la legislazione civile degli altri Stati italiani

Nel granducato di Toscana, il principe Rospigliosi, nel 1814 confermò

provvisoriamente le leggi francesi, e con esse il codice civile, eccettuate le

disposizioni concernenti lo stato civile, il divorzio e la separazione personale.

Ma dopo pochi mesi la legislazione civile napoleonica venne abrogata ed erano

richiamati in vigore le leggi, ordini e regolamenti generali anteriori, nonché il diritto

romano comune e il diritto canonico.

Furono tentate codificazioni che non furono compiute.

Nel principato di Lucca venne mantenuto in vigore il C.N., con le solite abrogazioni

concernenti divorzio e separazione, richiamando per queste materie in vigore le

leggi canoniche e civili anteriori.

Vennero solamente attuate parziali riforme.

Nel Lombardo-Veneto, incorporato all’impero d’Austria dal 1815, fu introdotto dal

1° gennaio 1816 il Codice civile generale austriaco del 1811.

Nello Stato Pontificio i codici francesi vennero aboliti in perpetuo, fatta eccezione

solo per il sistema ipotecario, richiamando in vigore la legislazione anteriore e

comune.

Nel regno di Sardegna fu raccolta la legislazione antica in una compilazione nota

come Codice Feliciano, che non era un vero e proprio codice ma una consolidazione

di diritto anteriore con numerose innovazioni.

6. Il Code Napoleon e i codici italiani

Il C.N. è diviso in 3 libri:

- Delle persone

- Dei beni e delle differenti modificazioni della proprietà

- Dei differenti modi coi quali si acquista la proprietà

Questa partizione fu accolta dai codici napoletano e albertino,

e accolta con lievi ritocchi formali dai codici parmense ed estense.

(questa tricotomia risale alle Istituzioni gaiane e giustinianee)

Il sistema del C.N., che trattava nel

- Lib. I, delle persone, del matrimonio, della famiglia;

- Lib. II, dei beni, della proprietà e degli altri diritti reali;

- Lib. III, delle successioni, delle donazioni, delle obbligazioni e dei contratti,

delle garanzie personali e reali, e della prescrizione.

Fu seguita dal codice per le Due Sicilie e dal Codice albertino.

Una maggiore indipendenza presenta il codice parmense e l’estense, ma trattasi di

modificazioni più di apparenza che di sostanza.

Per quanto concerne il contenuto normativo, tutti i codici italiani riproducono interi

titoli del C.N., conservando immutato anche il tenore delle singole disposizioni, o

apportandovi emendamenti puramente formali.

6.1. Diritto delle persone e della famiglia

Il C.N. aveva affermato il principio che l’esercizio dei diritti civili è indipendente dalla

qualità di cittadino, ossia dal godimento dei diritti politici.

Il codice napoletano garantisce a tutti i “nazionali” l’esercizio dei diritti civili e

politici.

Il codice albertino riconosce ai “sudditi” il godimento die diritti civili, confermando le

restrizioni tradizionali, precisando che i non cattolici e gli ebrei ne godono secondo

le leggi, i regolamenti e gli usi che li riguardano.

Il codice parmense e l’estense stabiliscono che lo stato di cittadinanza è la qualità

che rende la persona capace del godimento dei diritti civili.

L’abolizione del matrimoni civili e il correlativo riconoscimento degli effetti civili del

matrimonio canonico secondo le forme prescritte dal Concilio tridentino, determina

in tutti i codici della Restaurazione la limitazione delle disposizioni al regolamento

degli effetti civili, e la modificazione delle norme del C.N. concernenti l’età legittima

per contrarre il vincolo, gli impedimenti, l’impugnazione, con rinvio della disciplina

canonica, salva quella speciale die culti acattolici tollerati.

Il C.N. esigeva il consenso dei genitori, o degli avi, per il matrimonio die figli e delle

figlie, sino all’età di 25 o 21 anni compiuti, e dopo queste età la richiesta di consiglio

con gli “atti rispettosi e formali”, da rinnovarsi a distanza di tempo per tre volte.

Queste formalità sono tenute dal codice napoletano e dall’estense; il parmense

richiede il consenso per ambo i sessi fino a 24 anni; il codice albertino esige il

consenso almeno del padre o dell’avo.

La patria potestà, perpetua per il diritto comune, era stata limitata dal C.N. alla

minore età, pur dichiarando solennemente che il figlio, di qualunque età, doveva

onorare e rispettare i suoi genitori, e conservando, tra i mezzi di correzione, la

facoltà di ordinare o chiedere l’arresto temporaneo dei figli minori traviati.

Il codice napoletano conserva sia la legittimazione di tempo, esteta però all’età di 25

anni, sia i mezzi di correzione.

Il codice albertino riafferma la potestà perpetua del padre o dell’avo, salvo

emancipazione.

Il codice parmense attribuisce ad entrambi i genitori la patria potestà naturale.

Il codice estense attribuisce la patria potestà al padre o all’avo paterno fino ai 25

anni.

Le norme del C.N. sulla legittimazione e sul riconoscimento die figli naturali, con il

divieto di indagini sulla paternità, salvo i casi di ratto, sono ripetute dal codice

napoletano e dall’albertino.

L’estense e il parmense ignorano l’istituto del riconoscimento dei figli naturali.

6.2. diritto sulle successioni ereditarie

Per quanto riguarda la disciplina del contratto di matrimonio e dei rapporti

patrimoniali tra i coniugi, il codice francese poneva come regime legale e normale la

comunione generale dei beni mobili e degli acquisti anche immobiliari, ammettendo

in via convenzionale sia la comunione universale dei beni, sia la separazione e

costituzione di dote; mentre i nostri codici, richiamandosi al diritto comune e alle

consuetudini nazionali, rimettono alle convenzioni matrimoniali il regolamento dei

rapporti patrimoniali, adattando il sistema dotale romano, ossia il regime legale

della separazione dei beni integrato dalla costituzione di dote.

I codici italiani presentano differenze notevoli rispetto al C.N. anche nella disciplina

delle successioni ereditarie.

Fin dal 1790 erano state abolite, in omaggio al principio di eguaglianza, le disparità

dipendenti dal diritto di primogenitura e dai privilegi consuetudinari d’agnazione e

di sesso, nelle successioni ab intestato.

Quanto alla successione legittima, il C.N. conferma che la legge non considera né la

natura né l’origine dei beni ereditari; che i figli e i discendenti succedono, ad

esclusione di tutti gli altri parenti, senza distinzioni di sesso o di primogenitura, in

porzioni eguali; che in mancanza di discendenti, qualunque eredità devoluta agli

ascendenti o ai collaterali si divide in due parti uguali, a favore dei parenti della linea

paterna e della linea materna.

Queste norme, introdotte in Italia, nel periodo napoleonico, sono oggetto di

modificazioni più o meno profonde nei codici della Restaurazione.

I nostri codici respingono, nella devoluzione agli ascendenti e ai collaterali, il sistema

della divisione dell’asse in due parti a favore delle linee paterna e materna.

Nel C.N. i figli naturali non sono eredi, e solo quando siano legalmente riconosciuti

hanno diritto ad una porzione die beni dei genitori. Nei codici italiani i figli naturali

sono invece veri successori a titolo ereditario, ma con diritti variamente limitati.

Il C.N. riconobbe la facoltà di disporre della totalità dei beni a chi non avesse

ascendenti o discendenti, escludendo qualsiasi riserva a favore dei collaterali.

6.3. Beni, proprietà e diritti reali

Il libro II del C.N. rappresenta ben più che un modello per la successiva

codificazione: i nostri quattro codici ne riproducono interamente sia la partizione

sistematica, sia la disciplina normativa dei diversi istituti, con pochissime modifiche.

La definizione della proprietà, come il diritto di godere e disporre delle cose nella

materia più assoluta, purché non se ne faccia un uso vietato dalle leggi e dai

regolamenti, e il principio che nessuno può essere costretto a cedere la sua

proprietà, se non per causa di utilità pubblica e mediante indennizzo, sono ripetuti

testualmente dal codice napoletano, albertino e estense.

6.4. Diritto delle obbligazioni e dei contratti

Per quanto riguarda obbligazioni e contratti, il C.N. presentava importanti novità

nella impostazione sistematica generale, mentre nella concreta disciplina normativa

seguiva di massima i principi del diritto romano comune

7. Giudizio conclusivo sui codici della Restaurazione

Il raffronto tra il C.N. e i codici civili italiani della Restaurazione conferma lo stretto e

diretto rapporto di derivazione da quell’esemplare modello.

L’Italia, ancora politicamente divisa, si ritrovò unita nella disciplina in gran parte

uniforme dei rapporti di diritto privato, nel rinnovato sentimento d’una comune

civiltà giuridica: e l’unità acquisita in questo campo costituì motivo ed impulso per la

conquista e indipendenza politica.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in giurisprudenza
SSD:
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher silselsal di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Moscati Laura.

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