La campagna e la città
Il trasferimento dalla campagna alla città
Durante il 12° sec., chi vive nella campagna recepisce poco le novità del tempo. Alcuni dei residenti, liberi o semiliberi, piccoli proprietari di terre, i massarii, attratti dal fascino dell’ignoto decidono di trasferirsi nelle mura urbane. Ecco perché vi è una rapida e corposa crescita delle città. Restano però legati alla gleba molti dei rustici che per status o per consuetudine sono asserviti da un lavoro, da prestare a un dominus che a vago compenso offre una protezione.
Il centro della vita e dell’orizzonte spirituale e culturale è ancora la curtis, ma più comunemente, dal 12° sec. è il borgo. In esso confluiscono famiglie contadine di varia fortuna e consistenza numerica attratte da una piccola comunità incardinata nella campagna piuttosto che nella città. In questi villaggi vi sono sempre una chiesa, un mercato, le costruzioni utili per la difesa, le mura, gli spalti; se serve anche un castello. La comunità dei villani sa che deve intrattenere rapporti con il dominus che governa il territorio ed esercita poteri militari e giurisprudenziali. Sa di dover fare uso delle armi più che del diritto e della giustizia. Ciascuno ha il senso dell’appartenenza alla comunità, perché si teme la vita isolata, l’espulsione drammatica. La comunità rifornisce un proprio mercato e lo pone accanto alla chiesa, perché dalla chiesa il mercato dovrà essere protetto: è un mercato povero, che si ravviva stagionalmente con prodotti tipici secondo il ciclo delle coltivazioni.
Gli abitanti della campagna
Nelle case dei villaggi e dei borghi non abitano soggetti di grande potenza. Vi sono domini, livellari di cospicue e medie estensioni di terra, beneficiari di piccoli poderi, locatari a lungo termine. Vi sono mezzadri, coloni più stabilmente legati alla terra da contatti di durata media, molti lavorano in proprio con l’aiuto delle braccia familiari.
Vi sono dei casi ricorrenti, la cui considerazione consente di chiarire il tipo di relazioni fra i personaggi della vita agricola e i grandi potenti ecclesiastici e laici. Il rapporto più ricorrente è l’atto di donazione, semplice o pro anima, che hanno come donatario un monastero di forte impianto signorile o una chiesa e ad oggetto appezzamenti di terra più o meno estesi. Le terre, dopo essere state donate, restano però nelle mani del donatore, poiché il donatario costituisce a favore del donatore e dei suoi eredi un nuovo titolo giuridico, che si sostituisce al diritto di proprietà ceduto e rende quindi legittima la permanenza del donatore e dei suoi eredi sui fondi che sono passati nelle mani della chiesa.
La gestione tradizionale del potere: signorie feudali e signorie bannali
Fra i campi aperti e le case del villaggio è più potente colui che ha un maggior controllo delle terre e degli uomini. Gli schemi del dominium e dei pochi diritti reali teorizzati dai giuristi romani e la figura dell’obbligazione per un fare o un dare determinato o determinabile sono assolutamente inadeguati per controllare la società tradizionale.
Resta ora capire come mai si è passati da uno status individuale alla nascita di situazioni del tutto nuove. Come per l’alto medioevo, il signore ha avuto e continua ad avere un potere che non può essere definito né imperium né dominium. Il potere si può definire come feudum o bannum.
La figura giuridica del bannum si attaglia a varie categorie di signorie. Il signore fondiario assume in sé sia un diritto reale sulla terra, sia un potere personale sui soggetti. Il signore territoriale ha terre in cui è signore fondiario ma ci sono anche terre in cui ha un diritto reale di natura privata pur non avendo diritti particolari di natura pubblica. Sono poteri militari, di amministrazione, di giurisdizione penale e civile. La ricchezza del signore non è frutto dello sfruttamento delle terre e del lavoro. Il signore non deve essere considerato un imprenditore; le ricchezze sono il risultato di situazioni vantaggiose, che vanno al di là dell’impegno lavorativo: ciò accade quando il signore acquisisce terre incolte all’interno delle mura e attende che quelle terre diventino preziose aree edificabili.
Tra il vecchio e il nuovo nelle campagne italiane: i villaggi feudali, i comuni di castello, i comuni rurali
Di fronte al signore, gli abitanti di un villaggio tendono ad organizzare una loro vita comunitaria sulla quale il signore può porre un controllo, concorre spesso all’organizzazione, impone un proprio uomo di fiducia nel governo, approva o disapprova le delibere assembleari.
Oltre che con le signorie le comunità hanno rapporti con le città più vicine. Comunemente si tratta di rapporti complessi. Il signore offre ai villaggi contatti favorevoli per il commercio con le città. Invece offre alle città il canale per il controllo sulle campagne circostanti. Un secondo importante tramite è l’autorità ecclesiastica.
Il rapporto tra le città e il territorio circostante è spesso difficile: le autorità laiche tendono ad imporre e a riscuotere propri “datia”; il vescovo mira ad estendere i confini della propria diocesi. In questi casi la forza del signore acquista una funzione mediatrice.
Dal punto di vista istituzionale si formano vari tipi di comunità: feudale, che lascia scarsa autonomia; le altre consentono una relativa indipendenza: sono quelle che si costituiscono come “comune di castello” o “comune rurale”.
Alla base del comune vi sono due consigli che durano 2 mesi:
- Il “Consiglio di Credenza”
- Il “Consiglio Generale” (del quale fanno parte anche i consiglieri di credenza)
Vi sono altri ufficiali:
- 1 massarius: compito di tesoreria
- 1 funzionario: cura i catasti e le imposte fondiarie
- 1 legale: compiti di polizia, di redimere senza riti formali controversie di natura civile
- 2 gualdarii: sono supervisori con la funzione di raccordare delle comunità con l’aiuto della corona
Città e istituzioni nell’Italia centro-settentrionale (Secoli XII-XIII)
Dalla campagna alla città
Tra il XII e il XIV secolo si ha una concentrazione demografica nelle città italiane ed europee: Firenze con 74.000 abitanti, Pisa e Siena con più di 30,000, Venezia, Milano, Napoli, Palermo e forse Genova con 100,000 abitanti.
Nelle città si costruiscono edifici raggruppati in cerchio attorno ad una piazza privata; le case sono compatte, quelle che si affacciano sulla via pubblica hanno scarse e strette aperture e non hanno finestre ma feritoie alte che consentono una facile difesa. Si riparano inoltre intorno agli edifici le mura che delimitano il centro urbano, oppure se ne costituiscono di nuove, come avviene a Pisa e Firenze.
Le vie principali, sono dette cardo maximus e decumanus maximus e si intersecano formando nel punto centrale una piazza pubblica. Si ricostruisce la Chiesa o si innalzano cattedrali di stile romanico. Nel XIII secolo sorgono grandi edifici pubblici. Sono palazzi del comune del podestà, del Capitano del popolo, dei signori. La città si divide in portae, vicinie, in comunità di quartieri.
Dalla città alla campagna
Al di fuori delle mura urbane esistono borghi vicini e interrelati con la città. Il rapporto è fondamentalmente economico, ed agevola l’uso dei servizi civili e religiosi della città; nel borgo o attorno ad esso si trovano e si coltivano gli orti e le vigne. Ogni borgo con queste caratteristiche è chiamato cultura civitatis.
Il rapporto è fondamentalmente militare; il borgo assicura la difesa armata della città e viene chiamato guardia civitatis; gli abitanti di esso hanno diritto a passare nella città nell’occasione di un attacco dall’esterno. Spesso i borghi sono detti suburbia, non sono parte integrante della città. Al di là di essi si estende il territorio esterno che è il suburbium, distinto e staccato dalla città.
Progressivamente, mentre i suburbia vengono attratti nella città e chiusi in essa da nuove mure, i suburbium sperimenta proprie strutture urbanistiche, come la Chiesa o il mercato, e segue propri tentativi organizzativi, che danno vita a quei “comuni di campagna” e “di castello”. Accanto al nucleo urbano di vecchia formazione si sviluppa un autonomo insediamento di mercanti attirati dalla posizione dei luoghi. I mercanti italiani sono cittadini, non tentano la fortuna in nuovi insediamenti rurali o costieri e cercano la loro ricchezza dentro la città.
Gli abitanti della città
Nelle case edificate dentro le mura della città vivono famiglie di diversa fortuna:
- All’apice sociale ci sono i cives maiores: nobili proprietari di terre, feudatari e signori di campagna, inurbati. Essi adoperano il loro potere e il loro dominium, partecipano alle coniurationes, agli accordi, dai quali viene emergendo il commune civitatis, l’ordinamento giuridico.
- Su una fascia intermedia si colloca il populus; ne fanno parte ricchi mercanti, proprietari di terre, di orti, di case, imprenditori che organizzano alcuni servizi cittadini, artigiani con botteghe efficienti, cambisti, impegnati nell’intermediazione finanziaria, notai e maestri di arti liberali e giuristi specializzati, ecclesiastici, partecipi del governo vescovile o della vita della curia locale.
- Nella fascia dei cives minores si colloca la plebe derelitta, i miserabili sprovvisti di ogni bene, i lavoratori a giornata, i pedites privi di cavallo e di armatura, i mendicanti che trovano affidamento personale a una famiglia benestante o a una Chiesa e si garantiscono una minima tutela.
Le comunità ebraiche si stabilizzano spontaneamente in zone determinate della città dette giudecche, che non escludono però cristiani; essi vivono per lungo tempo pacificamente. Gli ebrei però tendono a restare fuori o al margine, nelle lotte politiche che tormenteranno le città medievali.
I residenti che non hanno un’identità definita appartengono alle zone di confine esistenti tra le fasce sociali. Sono presenti i titolari della suprema autorità dell’ordine tradizionale: il vescovo e il conte o chi ne fa le veci, o il vescovo-conte quando le due cariche si assommano nella stessa persona.
La città è abitata anche da stranieri che cercano la protezione o la solidarietà dei cives; non possono organizzarsi per conto loro, essere ammessi nelle associazioni.
Gli statuti del commune civitatis non celano una realtà che è fatta di ineguaglianza e privilegi. Le pene per i reati sono previste in misura diversa secondo la dignità delle persone. I dottori di legge non possono essere perquisiti, arrestati e sono esonerati dal pagare le imposte; la fazione che si impadronisce del governo della città nega le garanzie di un regolare processo, requisisce ed espropria i beni e distrugge le case abbandonate; non si riconoscono ai forestieri e agli stranieri i diritti. Ai miserabili e ai cives minores resta la tutela del vescovo quando la città ne ha uno. Poveri e stranieri, manovali e servi, malfattori ed eretici formano una massa di popolazione cittadina che si pone contro le istituzioni perché non ne condivide la logica di sviluppo e di funzionamento: è una massa che crea disordini e violenze.
Fra le città che si organizzano a “commune civitatis”
Il destino dell’individuo isolato è l’esilio o la morte. È preferibile appartenere a una comunità più potente: un monastero, un castello, una casata, una corporazione. La prima difesa si trova nella famiglia. L’obiettivo è la costituzione di una istituzione che, nella sua massima proiezione, possa raccogliere l’intera popolazione cittadina.
Verso la creazione di commune civitatis si muovono dapprima i cives maiores; alcune famiglie stringono accordi tra loro e ne garantiscono l’osservanza con solenni giuramenti. Ci sono centri abitati in cui l’efficienza di associazioni e di comitati riescono a far maturare un processo che si conclude nella costituzione del commune civitatis. È quanto avviene durante la prima metà del secolo XII in Lombardia, Emilia, Romagna, Liguria, Toscana, Genova, Milano, Padova, Bologna, Pisa, Firenze, Perugia.
La fisionomia del primo comune, nel XII secolo, è diversa di città in città. In alcune città come Vicenza, la mancanza temporanea di un conte agevola il trapasso nel comune dei poteri comitali. A Bologna l’imperatore appoggia le prime iniziative di un comune che si pone come antagonista del vescovo e del governo ecclesiastico. Si può osservare che tendono a riorganizzarsi in forme nuove e originali i centri urbani che sono sede vescovile, godono di una florida economia.
Ci sono centri abitati in cui gli accordi privati tra cives maiores non raggiungono il fine perseguito, quello cioè di far passare in nuove mani una somma di vecchi poteri, di rendere istituzionale e unitario ciò che nascendo, è occasionale, incerto; è il caso di Trento e Trieste e di tutte le città meridionali nel Regnum Siciliae.
Federico Barbarossa, la “dieta di Roncaglia”, la “lega lombarda” e la “pace di Costanza”
La dieta di Roncaglia nell’1158, segna il momento del ritorno degli imperatori germanici in Italia. Federico I Barbarossa riafferma il potere di governare gli avvenimenti politici nella penisola ed enumerare le “regalie”, cioè i poteri che spettano all’imperatore nel mondo. La gran parte delle città comunali raggiunge un accordo anti-imperiale. Si forma nell’1167 la Lega Lombarda. Nell’1176, a Legnano, si arriva allo scontro armato. La Lega Lombarda vittoriosa costringe Barbarossa alla resa e alla conseguente pace patteggiata a Costanza nell’1183. Le città che si erano scontrate in battaglia ottengono vantaggi: le città vittoriose piegano l’imperatore al riconoscimento dei loro poteri autonomi; le città perdenti, sconfitte con Federico, chiedono una ricompensa per l’aiuto militare prestato.
Realtà e immagini del commune civitatis
Il commune civitatis è un ordinamento unitario con elemento oggettivo il territorio della città ed elemento soggettivo l’intera popolazione residente su questo territorio. Il commune civitatis sarebbe stato un ordinamento dotato di proprie formali linee costituzionali e sarebbe stato prevalente sui singoli e anche sui gruppi istituzionalizzati esistenti nella città. Le corporazioni di arti e mestieri deliberano da sole le loro norme statuarie, senza che il comune possa controllarle; allo stesso modo si comportano altri organismi sociali, come le confraternite o le consorterie familiari. Il comune è una corporazione di politici e un’associazione di potenti; esso non rappresenta in modo eguale tutti coloro che ne sono parte, né a tutti concede le stesse capacità e possibilità. Non basta essere abitanti della città per essere soggetti del comune. Anche quando si appartiene ai cives maiores, si resta spesso emarginati, fuori dalle regole.
Il primo comune: la fase consolare
La società cittadina italiana del XII secolo dà un contributo allo sviluppo della civiltà europea e alla nascita di un mondo moderno. In questo processo ha avuto un peso la coscienza di distinguere dal mondo bizantino in fase di destrutturazione e di progressiva estraniazione dall’Europa centrale. Le crociate permettono un diretto confronto tra mondi e civiltà diversi e sono servite pur nel male che ne è derivato, a dare più chiari contorni alla coscienza cittadina europea.
Amministrare, legiferare, preordinare difese armate o decidere assalti, determinare la misura delle imposte e cercare alleanze è il compito che trapassa dalle autorità dei tempi più antichi, dunque vescovi e conti, ai nuovi ordinamenti: nei comuni cittadini dell’Italia centro settentrionale e nelle universitates cittadine collocate all’interno del Regnum Siciliae.
I cittadini di più consistente fortuna svolgono un’attività subordinata alle direttive del vescovo; essi dalla Chiesa e dalla sede episcopale traggono vantaggi, primo tra tutti il privilegio di un mercato cittadino a cui il vescovo riesce a fare acquisire una serie di prerogative invidiabili e invidiate da minori centri urbani che per non essere sede vescovile sono condannati a più limitati rapporti con l’esterno e perciò a meno prospere sorti. E quantunque le vicende locali siano diverse, vi sono organi che nel secolo XII si ritrovano ovunque:
- I consules
- I consigli di governo
- Le assemblee
- Gli uffici
- I consules de iustitia
I CONSULES:
Nella fase formativa del comune, tra l’XI e i primi decenni del XII secolo, i capi della trattativa sono i consules che sono attivi a Bologna, Mantova e Padova. Essi sono impegnati a risolvere problemi di rapporti con i signori della campagna o di piccoli centri vicini; sono responsabili del dialogo che si instaura con il vescovo o con il vescovo-conte. Nella lotta cittadina tengono un posto di rilievo, con propri consules, famiglie titolari di antichi poteri: è quanto avviene a Pisa, ove i visconti sono elementi attivi del collegio consolare e conducono una politica che non mira a consolidare nel comune tutti i poteri giurisdizionali, ma a salvare gli antichi poteri militari. Il governo consolare è incrinato e vede compromessa la propria unità. Il governo è collegiale e prevale il numero pari di consoli, che è segno della difficoltà a concepire un organo nel quale possa esprimersi la volontà dei più, da assumere come volo.
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