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DARE DEI POTERI SULLA TERRA, che sono già preesistenti sulla titolarità (quello che succede

con la signoria rurale).

Al massimo i poteri sulla terra si troveranno disciplinati nelle consuetudini di un determinato luogo,

anche se però tutto ciò è poco definito (e difficile anche per noi definirlo) ed è anche vero che può

essere oggetto di abuso, perché il signore può, in caso di consuetudini poco precise, può abusare,

cioè può farne uso in modo eccessivo, ma sempre a partire da una consuetudine che è già presente.

Concludendo……

Importante sottolineare questo fatto della PERSONALITA’ DEL RAPPORTO FEUDALE.

Il beneficium consiste in una terra, perché è l’opzione di ricchezza, di contraccambio, di vantaggio,

che più risponde alle esigenze feudali.

FEUDO ALLODIO

Piena e libera proprietà

Però nessuno lo vuole,

perché non può essere

difeso, protetto, i beni

economici fanno fatica

ad essere sfruttati,

perché non ci sono

attrezzi o contadini per

lavorare.

A livello alto (perché il feudo nasce dall’alto) si parla di FEUDO OBLATO = un grosso

proprietario terriero, libero, preferisce darlo ad un signore ancora più grosso di lui e farselo ridare

indietro come feudo: c’è un ATTO DI OBLAZIONE – in realtà la proprietà era mia, ma io la do ad

un signore perché me le restituisca a titolo feudale (è una delle tante fattispecie di feudo).

Sostanzialmente l’allodio tende a scomparire: non vuole dire che non c’è più, ma percentualmente è

una quantità minima del patrimonio immobiliare dell’Europa medievale e addirittura in Bretagna e

Normandia (Francia del nord) nasce un detto – “nulle terre sans signeur” - = nessuna terra senza

signore. Si afferma come detto: non c’è una terra che non abbia un signore.

I rapporti di dipendenza si articolano in modo talmente diffuso sul territorio e sulle relazioni

interpersonali che addirittura si trova qualche aneddoto secondo cui alcune persone nell’Inghilterra

del medioevo venivano incarcerate o arrestate qualora non riuscissero a dichiarare ai pubblici

ufficiali sotto quale signore si ponessero.

In altre parole, certamente le terre appartengono quasi tutte a signori feudali, che comunque

possono vantare queste forme di subordinazione, e ogni persona tende ad allacciare rapporti di

dipendenza, più o meno feudale, ma di sicuro del tipo che abbiamo descritto.

Tornando al feudo come istituto giuridico……

SIGNORE

investitura homagium/fidelitas

DIPENDENTE / VASSALLO

Beneficio = terra (oggetto di una prestazione).

Investitura = atto formale con cui il signore con la spada investe il vassallo della dipendenza e che

poi obbliga il signore, in cambio della fedeltà, di dargli protezione (e mantenimento = beneficio =

terra).

Che tipo di rapporto è quello feudale tra signore e dipendente? Rapporto personale: l’elemento

qualificante è la fidelitas.

Quando si perfezione l’atto feudale? Nel momento in cui il vassallo giura fedeltà e il signore lo

investe: da questo momento il rapporto è perfetto.

Arriviamo al beneficio (che, di solito, è la terra): il beneficio inserisce nel rapporto personale un

elemento reale (da res = cosa: quando nel rapporto giuridico si introduce una cosa tangibile che

rappresenta un elemento costitutivo di un rapporto).

La concessione del beneficio è un elemento costitutivo del rapporto feudale? No, perché il rapporto

feudale è un rapporto personale: se non c’è la fidelitas il rapporto si rompe: mentre, in origine, il

beneficio non era necessario. Quindi, di per sé è già perfetto, basta che io giuri fedeltà e basta che io

venga investito. Se non c’è il beneficio il rapporto feudale c’è lo stesso: il fatto che, statisticamente,

ci sia sempre il beneficio con terra non deve trarre in inganno.

Il rapporto si rompe non per mancanza della terra, ma per mancanza della fidelitas, che può venire a

mancare, o per fellonia, o per morte del signore o del vassallo.

I poteri sulla terra che ha il vassallo non sono oggetto di concessione feudale: essendo un rapporto

personale, i poteri sulla terra non derivano dall’investitura, anche se nell’investitura possiamo

trovarne traccia, ma derivano dalla titolarità della terra in quanto tale.

Ciò vuole dire che, prima ancora che nascesse il feudo, questi poteri sulla terra già esistevano.

Il feudo riveste la situazione che già si era creata nella signoria rurale.

Il feudo è un rapporto personale che lega persone e patrimoni ed è il modo più efficiente e più

efficace che quella civiltà ha elaborato: è una creazione spontanea di quella società. Risponde ad

esigenze profonde: i poteri a quell’epoca, o si combattono e si distruggono, o si legano tra di loro (e

il modo attraverso cui ci si lega è quello della fidelitas = rapporto essenzialmente personale). Il

feudo è la risposta alle esigenze di quella civiltà in cui bisogna legarsi con rapporti di dipendenza

gerarchica e di protezione reciproca.

La fedeltà diventa una forma mentale dell’uomo medievale, con cui si considera il rapporto, sì di

subordinazione, ma soprattutto di protezione (quello che a loro interessava): su questo si innerva

tutta la società.

Il beneficium è l’elemento che può essere oggetto di confusione, perché si rischia di interpretare

questi poteri come delegati dal signore di appartenenza: invece non è così. (Es.: il feudo oblato =

spesso i signori hanno già dei territori e vogliono legarsi ad un signore più grande per farsi

proteggere e per avere reciproci vantaggi, ma già i poteri su quella terra in qualche modo

esistevano).

I poteri sulla terra sono spontanei e nascono dalla titolarità della terra: quello che lega i signori tra di

loro è il rapporto personale.

POTERI SULLA TERRA:

1. IMMUNITAS - potere negativo, perché sta ad indicare non un potere del signore feudale,

ma del signore che è investito = il signore (che investe) rinuncia ad esercitare i suoi poteri su

quella terra: quindi, quella terra è immune dai poteri del dante causa (sennò ci sarebbe

concorrenza di poteri): i poteri li esercita solo la persona investita.

2. DISTRICTIO (corrisponde al bannum) - potere positivo: sono i poteri di costrizione

che il signore ha nei confronti dei residenti, cioè il potere di comandare (da cui la parola

“distretto” = territorio su cui un’autorità pubblica ha la sua competenza). La districtio si

esercita sul territorio, si è incorporata al territorio e, nel nostro linguaggio, è diventata un

territorio con dei confini.

3. IURISDICTIO - potere positivo: potere di amministrare la giustizia in base alle norme

consuetudinarie locali (con l’elemento problematico della consuetudine da applicare).

I poteri di districtio e di iurisdictio li aveva anche il signore rurale: quindi, vediamo che il feudo,

con la signoria rurale, combaciano perfettamente. Tra questi due elementi di civiltà (signoria rurale

nell’ottica produttiva; feudo nell’ottica militare) economia e milizia combaciano perfettamente.

Perciò, districtio e iurisdictio sono preesistenti sul beneficio e, comunque, anche se io non avevo

quella terra e vengo investito ex novo, non è il signore che mi da i poteri, perché basta che io diventi

titolare della terra che automaticamente già scattano.

Quello che è importante che il signore mi assicuri è l’immunitas, perché deve assicurarmi che lui

non interviene più sul territorio, perché se il signore concedente interviene ancora c’è concorrenza

di poteri: quindi, il dante causa deve concedere l’immunitas.

Questa situazione sul territorio, sull’elemento reale del beneficio, non ci deve mai far perdere di

vista che il rapporto è personale.

L’elemento importante per il signore è che lui ha questa terra e che su questa terra lui esercita dei

poteri: il rapporto personale, che dal punto di vista giuridico è essenziale, dal punto di vista dei

vantaggi pratici viene meno, perché quello che importa è avere i poteri sulla terra.

I signori concessionari (quelli che hanno ricevuto la terra) tendono a conservarla e a sfruttarla il più

possibile, cioè trarne più vantaggi possibili.

Cosa vuole dire conservarla? Cercare di essere il più indipendenti possibili dal signore concedente,

ma soprattutto fare in modo tale che questa terra e i relativi poteri rimangano oltre il concessionario,

cioè vengano TRASMESSI EREDITARIAMENTE, perché se c’è un elemento debole in tutta

questa catena per i signori concessionari è il fatto che, essendo un rapporto personale, si estingue

con la rottura del rapporto personale, o per fellonia o per morte. E un potere non è tale se non si

trasmette di padre in figlio.

Qui c’è stata una vera e propria lotta, di fatto e giuridica, su come interpretare questo rapporto.

Di solito si faceva in maniera empirica: quando moriva il concessionario, il re provvedeva a

reinvestire il figlio, di fatto = di fatto si aveva una nuova investitura.

Giuridicamente un diritto si ha per la prima volta nel 877 (periodo franco) con un CAPITOLARE

DI CARLO IL CALVO emanato a Querzy sur Oise = da questo momento in poi i feudi maggiori,

cioè solo i grandi aristocratici, potranno considerarsi in diritto di trasmettere il feudo ai propri figli.

Per gli altri, o ritorna indietro il feudo, o si provvede ad una nuova investitura, caso per caso.

Nel 1037 CORRADO IL SALICO con EDITTO DE BENEFICIUS (a Milano) = promette a tutti

l’ereditarietà dei feudi, anche dei feudi minori (in realtà l’aveva promesso solo in occasione della

campagna militare, ma poi i feudatari si prendono questo potere per sempre).

Tutto questo avviene secondo due tipi di regole:

- IURE FRANCORUM = per diritto dei franchi = sono trasmissibili ereditariamente in

linea retta maschile (solo ai primogeniti maschi).

- IURE LANGOBARDORUM = secondo l’uso dei longobardi = il feudo può essere

frazionato (5 figli maschi, 5 porzioni di feudo).

Il sistema usato di più fu IURE FRANCORUM, perché iure langobardorum è uno svantaggio.

Di solito le donne vengono escluse dalla successione feudale (ci sono eccezioni, ma di regola sono

escluse): è logico, perché l’istituto feudale nasce dalla milizia, dall’esercito, quindi le prestazioni

militari non possono, di regola, essere date dalla donna.

Il feudo non è alienabile, anche se in futuro avremo esempi di alienabilità del feudo con prelazione

del concedente: il signore che è investito ha una sorta di prelazione sulla volontà di vendere, oppure

deve dare l’assenso alla vendita = RETRATTO.

Per quanto riguarda, invece, la trasmissibilità ereditaria (regola ormai generalizzata) = RELEVIO =

quando il figlio (erede) viene automaticamente investito dal feudo, ma deve pagare una somma di

denaro al sovrano o al concedente, come forma si rinnovazione dell’investitura (che si chiama

“relevio”).

Il feudo non è un elemento disgregante della società medievale: è un elemento di coesione della

società medievale.

CULTURA GIURIDICA DELL’ALTO MEDIOEVO:

Il medioevo va dalla caduta dell’ultimo imperatore d’occidente, Romolo Augusto, 476 d.c., fino alla

scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo (1492).

L’alto medioevo è il medioevo più antico, che va dal 476 sino all’anno 1000.

Il basso medioevo è il medioevo più vicino a noi, dall’anno 1000 in poi (data attorno alla quale

cambia un po’ la società europea perché si afferma una forte rinascita urbana e demografica, quindi

cambia un po’ il corso della civiltà europea e anche il corso della civiltà giuridica).

Siamo ancora nell’alto medioevo.

Quali sono i giuristi dell’alto medioevo? O meglio, ci sono giuristi nell’alto medioevo e dove li

andiamo a trovare? Il giurista dell’alto medioevo assume una connotazione molto diversa da quella

che intendiamo noi, perché la consuetudine è molto vicina al dato fatuale, più che all’elemento

tecnico e specifico da giuristi. Quindi, abbiamo una serie di elementi problematici che ci fanno

vedere la grossa differenza rispetto alla cultura moderna: il giurista è un tecnico, ma in quest’epoca

trovare un tecnico nel senso come lo intendiamo noi è qualcosa di molto problematico e

probabilmente anche impossibile.

Prima di vedere la consuetudine dobbiamo prima escludere una problematica. Il giurista è colui che

tecnicamente sa il diritto: certamente, da questa angolazione, la consuetudine è un’altra cosa.

Quale può essere il diritto in questo periodo? Un diritto ingombrante l’avremmo avuto: nel VI sec. a

Bisanzio c’è un imperatore, Giustiniano, che sanziona una compilazione enorme con un grande

successo, e tenta di esportarla nella parte occidentale dell’impero, con la guerra franco gotica

(prima), poi con la pragmatica sancito (554) che su richiesta di papa Vigilio, Giustiniano aveva

provveduto a sanzionare.

In realtà, però, le condizioni di vita dell’epoca fanno sì che questa compilazione molto articolata

non abbia molta rispondenza nell’epoca, perché le condizioni di vita mutano in modo drammatico e,

quindi, di quella compilazione si perde quasi traccia.

La prima risposta che dobbiamo affrontare, quindi, è: che fine fa la compilazione giustinianea? (per

vedere se ci sono soggetti che si interessano a questa compilazione e se sono quindi capaci di

esplicare quell’attività tecnica minima indispensabile per poter dire “siamo di fronte a dei giuristi”).

Questa compilazione giustinianea scompare pochi anni dopo essere stata esportata in Italia, perché

le invasioni longobarde, le condizioni di vita che decadono specialmente nei centri urbani,

l’affermarsi definitivo di un’economia agricola, chiusa, non destinata al commercio e l’affermazioni

di consuetudini. Quindi la compilazione giustinianea tramonta (non è che scompare

definitivamente): da qualche parte questa compilazione rimane, in uno stato letale.

COMPILAZIONE GIUSTINIANEA:

- Digesta = iura (opinioni di giuristi)

- Codex = leges (norme fatte dagli imperatori)

- Novellae = leges (norme fatte dagli imperatori)

- Institutiones = manula (manuale elementare di diritto raccolto in 4 libri)

Per quanto riguarda I DIGESTA non ne rimane nulla, si perde totalmente traccia nell’alto

medioevo, perché è in 50 libri, è espressione della cultura giuridica

romana più raffinata e più complessa: quindi, una società decaduta, e giunta ad un livello

elementare di vita sociale ed economica, non ha bisogno di una compilazione così complessa ed

articolata.

Del CODEX qualcosa rimane, però il codex nell’alto medioevo assume una strana forma: rimane in

EPITOME (=termine di origine greca che vuole dire “riassunto”). Si dice che il codex rimane in

forma “epitomata”: troviamo scritti in questi anni dell’alto medioevo alcuni riassunti dei primi 9

libri del codex (i 3 finali non vengono riassunti perché riguardano la parte pubblicistica dell’impero

romano). Una famosa prende il nome di EPITOME CODICES che riassume esclusivamente i primi

9 libri.

Anche delle NOVELLAE rimangono delle epitome, dei riassunti, la più famosa delle quali è

EPITOME JULIANI, probabilmente fatta da un esperto del diritto di nome Juliani.

Le INSTITUTIONES è l’unica parte della compilazione giustinianea che troviamo integralmente,

perché era il manuale elementare per gli studenti: in quattro libri si riassumeva tutto. L’alto

medioevo, che lascia il diritto romano, se deve conservare qualcosa del diritto romano lo conserva

in qualcosa di già preconfezionato.

Questo è un quadro molto generico che ci dice solo che nell’alto medioevo noi troviamo tracce

antiche di scrittura che risalgono a questi secoli.

Delle institutiones ne troviamo traccia nelle SCHOLE = centri di apprendimento che troviamo nei

MONASTERI e nelle CATTEDRALI: in epoca più antica, nei monasteri e si parla di SCUOLE

MONASTICHE, come Nonantola o Bobbio = si apprende qualche cosa di cultura – (i monasteri

sono i campagna; le cattedrali sono in città); nell’epoca più recente (anno 1000 in poi) nelle

SCUOLE CATTEDRALI, le scuole le troviamo nelle città (es.: Modena – una scuola molta

importante che è quella che darà poi il via all’università – 1175). Nell’alto medioevo esistono

queste scuole: non esistono le università. Quello alto medievale è un sapere enciclopedico, non

specialistico: non si studia una cosa, si studia tutto in un’organizzazione del sapere che prende il

nome di ARTI LIBERALI. Nelle scuole monastiche e cattedrali si studiano le arti liberali, che sono

7: - 3 SERMOCINALES (grammatica, logica, retorica)

- 4 REALES (matematica, musica, astronomia, geometria)

Il libro di testo nelle scuole – ETIMOLOGIE DI S. ISIDORO (di Siviglia) = Vescovo spagnolo del

V-VI sec., che scrive quest’opera (e che ha decine di copie), una specie di dizionario in cui dalla A

alla Z c’era la definizione di tutto lo scibile umano secondo questa logica. Questo è quello che

studiano gli studenti, che spesso sono dei giovani che si avviano alla carriera ecclesiastica.

Quello che si sapeva del diritto veniva messo in mezzo alle 7 arti liberali, (o meglio, delle 3 arti

liberali, perché: il diritto si esprime a parole, quindi è utile la grammatica; il diritto ha bisogno di

una successione di ragionamenti, e si studia all’interno della logica; perché bisogna imparare ad

esprimersi verso l’esterno per farsi capire, e serve la retorica). All’interno di queste 3 discipline

c’erano anche cognizioni di diritto. In quest’epoca, DIRITTO = MORALE, perché siamo in ambito

ecclesiastico.

In altre parole, dei giuristi in senso tecnico non ce n’è, perché mancano le basi testuali tecniche

(scompaiono) e il sapere diffuso nei pochissimi che studiano è questo delle arti liberali, in cui il

diritto non ha un ruolo autonomo.

Torniamo ora alla CONSUETUDINE (consuetudo), che non è soltanto la consuetudine che

intendiamo noi, cioè un modo soltanto reiterato di comportarsi nel tempo che genera obbligo: in

questo periodo la consuetudine è anche un fattore etnico.

A volte nei documenti dell’alto medioevo si trova questa espressione: LEX ROMANA = quando

nell’alto medioevo si parla di “lex”, non è quella autoritativa, ma spesso vuole dire “consuetudo”.

Quindi, nell’alto medioevo la lex romana è una consuetudine che fa parte di quel filone di bagaglio

culturale che viene latini (cioè una consuetudine diversa da quella dei longobardi, dei franchi, ecc.).

Per sapere cos’è la consuetudine non c’è bisogno di giuristi, perché non è un elemento tecnico

specifico.

La sentenza in questo periodo (decise in base alla consuetudine) ha efficacia dichiarativa (dichiara

l’esistenza di qualcosa), e non costitutiva, e ci sono due modi per accertare una consuetudine:

inquisitio per testes (=testimonianza) antiquiores loci (=anziani del luogo)

Il giudice deve dichiarare, ma prima di dichiarare deve accertare la consuetudine: la consuetudine si

accerta, oltre che con la forma scritta (che non è un vero e proprio accertamento), chiamando dei

testimoni che avevano assistito ai fatti e che avevano conoscenza delle situazioni di fatto da

accertare; oppure ci si rivolge agli anziani del luogo (di età media 45/50 anni).

Non ci sono i giuristi. Qualcuno che si avvicina ai giuristi sono i GIUDICI (coloro che fanno le

sentenze dichiarative) e i NOTAI (=SCRIBI), cioè quelli che sanno leggere e scrivere.

SCRIBI = sono utilizzati perché sanno leggere e scrivere, soprattutto sanno mettere per iscritto la

CHARTA, cioè il documento.

Anche la charta, come la sentenza, ha un valore meramente dichiarativo (non costitutivo): quello

che può avere valore costitutivo è quella ritualità che è stata compiuta secondo le consuetudini o le

tradizioni di una certa popolazione o di una certa zona.

Si utilizzano gli scribi, perché si sapeva che mettere per iscritto in una charta determinati vincoli

giuridici era più conveniente, perché poi la charta poteva essere utilizzata nel momento di una

controversia, davanti al giudice, facendo la OSTENSIO CHARTA = pubblicazione (presentazione)

della charta.

La charta ha solo efficacia dichiarativa, è messa per iscritto da un notaio (che non è un giurista),

spesso troviamo delle “assurdità giuridiche” (es. una compravendita che viene definita 15 volte con

15 termini diversi): inoltre, la charta contiene la firma, o spesso la croce, di 20 testimoni che vuole

dire che quelle persone hanno assistito a quella promessa = è tutta la ritualità che viene riassunta

nella charta. Questa charta ha un’efficacia processuale molto relativa: poiché la charta non fa altro

che descrivere una situazione, se in processo si mostra la charta non è detto che si abbia la vittoria,

perché si può portare altri 100 testimoni che dicono il contrario della charta, e chi vince è chi ha

portato i 100 testimoni.

E’ importante la testimonianza, non la charta in quanto tale: la charta non è un elemento costitutivo

del vincolo, ma è semplicemente una prova. CHARTA = ELEMENTO PROBATORIO DEL

VINCOLO GIURIDICO.

Lo scriba (il notaio) non è un’autorità pubblica: è solo una persona che sa leggere e scrivere e che

pone al servizio delle parti il suo sapere: non c’è un re che lo ha investito (almeno nel 99% non c’è).

Qualche rarissimo notaio è uno investito dal re, o dall’imperatore, o dal papa = notaio pubblico.

Una grande abbazia, ad esempio, che si vuole fare riconoscere la sua potestas sul territorio va dal

notaio imperiale, perché ha le entrature giuste e la potenza giusta per rivolgersi ad un notaio

pubblico: quindi, quella charta che riconosce la supremazia del monastero di Nonantola su tutto il

circondario ha efficacia pubblica, ma è un caso raro.

In alcune parti, soprattutto nel meridione d’Italia, le parti vanno dal giudice, mostrano la charta e la

charta diventa oggetto di una sentenza: poiché le sentenza ha efficacia dichiarativa, allora per

rafforzare la charta, prima che avvenga il contenzioso, si va dal giudice per farsela sanzionare con

una sentenza dichiarativa che comunque rafforza l’efficacia pubblica del documento.

Quella che noi chiamiamo efficacia a quell’epoca si chiama FIRMITAS.

In Italia la tendenza è quella di dare efficacia processuale alla charta, perché in Italia c’è una cultura

giuridica romanizzata, latinizzata: non si conosce la norma romana, perché se n’è perso traccia, però

la cultura aleggiante è quella secondo cui la charta ha un valore pressoché vincolante. Fuori

dall’Italia, dove la cultura romana è pressoché nulla, la charta non conta quasi nulla: contano di più

i testimoni, i duelli, le ordalie.

I notai pubblici, investiti dall’imperatore, li troviamo a PAVIA, la capitale del regno

langobardorum, prima, e del regno franco, dopo.

1024 = Pavia viene distrutta: da questo momento in poi questa istituzione notarile va in crisi e in

Italia, da quel momento, non essendoci più Pavia, i notai pubblici potranno essere nominati soltanto

dai CONTI DI LOMELLO (o cosiddetti LOMELLINI) = conti molto importanti in Italia che nel

periodo che segue il 1024 rimarranno con questo privilegio (di nominare loro dei notai pubblici

anche nei secoli avvenire).

GIUDICE (IUDEX) = non è un tecnico. Il termine iudex non vuole necessariamente dire quello

che fa le sentenze: è anche un agente amministratore delle rendite fondiarie (actores). Abbiamo

visto come in questo periodo la titolarità delle terre e l’amministrazione delle rendite economiche di

una terra si accoppiano anche a dei poteri pubblicistici o para pubblicistici: che gestisce la terra,

amministra anche la giustizia, fa valere le consuetudini e dirime le controversie.

Per questo il termine iudex può essere ambiguo da questo punto di vista.

Lo iudex non è un tecnico e quando lo è nel senso che intendiamo noi, cioè fa le sentenze (che a

quell’epoca si chiamano PLACITUM: al plurale PLACITA = qualcosa che da approvazione ad una

certa situazione e per fare questo occorre essere a conoscenza della consuetudine ed essere investito

dall’autorità del luogo).

Termine che indica molto bene l’epoca dell’alto medioevo: “per pugnam sine justitia” = attraverso

la guerra senza giustizia.

Dobbiamo ora vedere le origini delle due più grandi istituzioni dell’alto medioevo: queste due

grandi istituzioni sono l’IMPERO e la CHIESA.

IMPERO: La notte di Natale dell’800 si parla di RENOVATIO IMPERO (la rifondazione

dell’impero) avvenuta a Roma quando Carlo Magno si fece incoronare imperatore da papa Leone II.

La dialettica impero e chiesa non è una dialettica inventata: la troveremo costantemente, soprattutto

però a partire dall’anno 1000, quando cominciano ad entrare nuovi protagonisti nella vita civile,

giuridica e politica dell’Europa.

Prima dell’anno 1000 francamente si fa fatica ad individuare delle istituzioni prepotentemente

protagoniste.

L’idea dell’impero viene da Roma e la prima domanda a cui potremo rispondere: è una realtà o solo

un’idea l’impero? Certamente è una realtà, perché l’impero vive, però vive nella parte orientale, a

Bisanzio: l’impero vive in parte anche in Italia, perché in Italia ci sono i Bizantini (Ravenna,

Marche, alcune altre zone dell’Italia), che scompaiono definitivamente nel 750 con la caduta di

Ravenna (arrivo dei longobardi). Quindi, certamente è una realtà. Ma anche l’idea è una realtà, nel

senso che l’idea imperiale non è mai tramontata perché non è mai tramontata l’idea degli splendori

della Roma imperiale.

Pensiamo ai longobardi. Certamente questa è un’epoca in cui la cultura ha una picchiata verso il

basso, nonostante Giustiniano tenti di rispolverare le fonti romane, queste fonti romane non

vengono poi osservate, perché si è arrivati ad un punto minimo di sopravvivenza che quel tipo di

strutture giuridiche sono inutili: pochi sanno leggere e scrivere, pochi studiano, soltanto gli

ecclesiastici conservano, copiando, le fonti dell’antica tradizione romana, però l’idea romana.

I longobardi erano un esercito federato della Roma imperiale, poi sono diventati conquistatori.

Avevano un’idea della regalità molto diversa da quella dei romani, ma questa diversità in qualche

modo rifletteva un rispetto per i romani stessi: loro ci tenevano a chiamarsi “patrizi” (titolo

nobiliare per eccellenza dei romani), ma nessuno di loro si voleva chiamare “imperatore”. Nessuno

di loro ha pensato a questo. Poi, quando fanno le leggi sanno che stanno mettendo per iscritto delle

vere e proprie consuetudini: Rotari, nel 643, dice di volere “corrigere ed emendare” le proprie leggi:

non dice mai di voler “combere” le leggi, prima di tutto perché non si possono combere delle

consuetudini (le consuetudini già ci sono che essere messe per iscritto, corrette, trascritte,

modificate, rinnovate, ma niente di più). Il “combere leges” è un’operazione autoritativa che è

riconosciuta soltanto agli imperatori.

Quindi, questa idea c’è, che volendo è un’idealità, nel senso che forse a questo punto è un’utopia in

quest’epoca, perché l’impero è rimasto come idea nelle menti di alcuni uomini di cultura e niente di

più. In certi casi l’idea può essere una idealità, in certi casi può essere una ideologia (=complesso

articolato di idee funzionalizzato ad un progetto politico).

Certamente quella imperiale è una di quelle idee che è trasformata in ideologia, perché ad un certo

punto ha qualche istituzione ed è servita per portare avanti un progetto politico.

A chi serve come progetto politico restaurare l’idea dell’impero? L’idea prevalente è che questa

bella idea sia venuta fuori a Carlo Magno, perché gli serviva per il suo progetto di egemonia

politico territoriale. Carlo Magno è stato

visto come l’uomo delle nuove scienze, della nuova scuola (ha ridato vigore agli studi in un periodo

in cui l’alto medioevo era in un periodo buio e povero). Carlo Magno era dunque un re forte, con

una sua gerarchia amministrativa piramidale, al cui vertice sta il rex e alla base troviamo i conti

decentrati nelle varie province, articolati tra di loro attraverso le istruzioni dei missi dominici.

Arrivato a questa grande espansione, entra in Italia, nel 774 occupa Pavia e sgomina i longobardi: a

questo punto ha la parte germanica, la Francia l’ha occupata tutta, metà Italia, ha i suoi conti

dislocati in tutta Europa e l’idea è di autolegittimarsi come qualcosa di più di re, cioè come

imperatore.

Gli scrittori che avallano un’idea del genere, però, sono soprattutto gli ecclesiastici, cioè gli

esponenti del mondo della chiesa, che ci parlano di questo avvenimento in questi termini. C’è

qualcosa che non va.

Carlo Magno è comunque un capo barbarico, un primus inter pares: certamente ha un’estensione

territoriale molto ampia, ma questo non amplia le preminenze che spettano ad un capo militare: i

conti non sono suoi delegati amministrativi, ma sono dei capi militari dotati di potestà, spesso e

volentieri, autonoma e con tendenze spesso anche ribellistiche rispetto all’autorità regia, che il re

però riesce a stringere a sé attraverso la fidelitas (epoca in cui Carlo Magno chiede il giuramento di

fedeltà a tutti i sudditi).

Carlo Magno non è altro che un capo militare e come capo militare deve assicurare:

• Difesa = la difesa militare. E’ un grande capo militare colui che riesce ad organizzare più

eserciti, perché ha sotto di lui dei signori che sono a lui vincolati con il vincolo della fedeltà

e che accorrono in suo aiuto. Con Carlo Magno abbiamo una piena organizzazione di questo

sistema, ma sempre dal punto di vista feudale e militare, (non dal punto di vista statale o

sovra statale imperiale).

• Protezione = in latino assume il termine TUITIO (=tutore). La tuitio è difesa e protezione

insieme: esprime sicuramente una difesa militare, ma esprime anche un concetto di difesa

nei confronti dei deboli (minori, donne, e miserabiles personae, cioè i poveri). Secondo le

antiche fonti di matrice ecclesiale la chiesa (e in oriente anche l’imperatore, dove qui

l’imperatore è anche papa), ha la suprema tuitio dei deboli.

I franchi sono una popolazione barbarica che viene prima anche dei longobardi e la chiesa ha

sempre guardato loro con favore. Il rex franco, oltre la difesa militare, ci ha sempre tenuto ad

esercitare questa tritio dei minori, delle donne e delle miserabiles personae: non solo, ma è il

defensor per eccellenza ecclesiae (anche la chiesa è debole ed è difesa dai più antichi popoli

barbarici, cioè i franchi).

Questo è il regno franco anche e soprattutto con Carlo Magno.

Torniamo alla notte di Natale dell’800: cosa succede? I franchi si sono costituiti con Clodoveo

(merovingi, il primo regno). Si interrompono genealogie, si combattono tra di loro come fanno

spesso le popolazioni barbariche e, ad un certo punto, non un re, ma un MAIOR DOMUS (=quelli

che stanno nel palatium e hanno una posizione predominante), figlio di CARLO MARTELLO

(nonno di Carlo Magno) prepara l’assunzione al trono dei carolingi (la nuova dinastia) con PIPINO

IL BREVE.

Con Pipino il Breve nasce la dinastia carolingia.

In Italia cosa succede nel frattempo? Nel 751 i longobardi espugnano Ravenna.

La chiesa è preoccupatissima: è vero che i longobardi si sono cattolicizzati, però la situazione si fa

grave, perché vede schiacciarsi le sue possibilità di egemonia culturale (questo ha la chiesa).

I bizantini si rivolgono al pontefice di andare a Pavia a parlare con i longobardi per la restituzione di

Ravenna. Papa Leone va a Pavia, ma non riesce ad ottenere nulla dai longobardi.

La chiesa e Bisanzio si accordano per giocare la carta dei franchi. Chiedono ai franchi di scendere

in Italia per abbassare il livello di pericolosità dei longobardi.

I franchi hanno una lunga tradizione di confidenza con gli istituti ecclesiastici e, quindi, niente di

più ovvio che cercare di chiamare loro e, soprattutto, chiamare Carlo Magno che in questo momento

ha una grande fortuna militare e una grande fortuna interna, riesce a controllare tutti i conti, ma non

perché i conti sono sottoposti a lui amministrativamente, ma perché in questo periodo riesce a far

valere bene la sua fidelitas.

DA QUESTA SITUAZIONE un capo militare di un popolo già anticamente cristianizzato, una

contingenza politica che vede i bizantini sconfitti e la chiesa preoccupata per l’egemonia dei

longobardi, ecco che i franchi hanno la possibilità di venire in Italia. Così, nel 774 (20 anni dopo

Ravenna) sgominano i longobardi e assediano Pavia: da quel momento Pavia non sarà più la

capitale del regno dell’Italia longobarda, ma la capitale dell’Italia franca.

I franchi sono stati chiamati in Italia da un accordo chiesa/Bisanzio.

Però tutti i compromessi come sempre hanno il rovescio della medaglia: una volta che sono

chiamati i franchi, i franchi poi non sono così facilmente disposti a fare di più di quello che hanno

fatto i longobardi, cioè a lasciare lo spazio ai bizantini e a lasciare l’egemonia alla chiesa.

La notte di Natale dell’800 è un modo per dire al mondo dei grandi capi militari europei che c’è un

accordo politico culturale forte e per dire: “i franchi sono i nuovi eredi dell’antica romanità, sono

coloro che difendono ufficialmente la chiesa e, quindi, noi gli diamo la sacra unzione e Dio che ha

investito il rex francorum di questo potere che è secolare, ma è anche un potere sacro, perché Dio

vuole che la chiesa venga difesa (non come i longobardi che ci hanno messo in pericolo, nonostante

fossero cristiani)”.

In quest’ottica cambia tutto: questa notte di Natale, probabilmente, l’ha voluta più la chiesa, di

quanto l’abbiano voluta i franchi. Certo, ai franchi faceva comodo avere un titolo di legittimazione

e, in particolare, a Carlo Magno, più che essere chiamato solo rex francorum, essere invece

chiamato “imperatore”, ma questa operazione a lui non cambiava niente, perché lui aveva già

conquistato tutta la Francia, tutta la Germania e tutta l’Italia. Da questo punto di vista, il capo

militare ha raggiunto il suo scopo: l’idea culturale può averlo affascinato, ma fino ad un certo punto.

Probabilmente da questa notte di Natale la vera istituzione che ci guadagna veramente qualcosa è la

chiesa, perché la chiesa stringe a sé, in un vincolo culturale di lunghissima durata, l’istituzione

politico militare più forte in Europa in questo periodo.

La chiesa è la stessa che da Giustiniano, nel codex, ha ricevuto molti privilegi. La chiesa è sempre

alla ricerca di un favorevole rapporto con le istituzioni secolari, perché ha bisogno di qualcuno che

la difenda e le assicuri dei privilegi. L’ha fatto

con i bizantini (poi ci sono state anche delle divergenze teologiche, ortodossia e cattolicesimo),

adesso lo fa con i franchi, con la notte di Natale.

Quindi, un’operazione voluta forse più dalla chiesa: se lo hanno voluto insieme (forse è così), dal

punto di vista politico la chiesa è stata più beneficiaria.

Il fatto che questa operazione, poi, non sia stata tutta questa grande operazione, è provato da alcuni

fatti che vediamo.

Appena si nomina Carlo Magno i bizantini ci rimangono malissimo, perché gli imperatori erano

loro e a Roma, secondo loro, il papa non avrebbe dovuto nominare imperatore un barbaro.

I franchi non hanno molto da opporre a tutto questo: già il padre di Carlo Magno (Pipino), e lo

stesso Carlo Martello, si facevano chiamare “patrizi”, allo stesso modo dei longobardi, quindi a

loro bastava e avanzava. Lo stesso Carlo Magno, dopo l’800, si chiamava “imperator francorum”

(per lui, lui era sempre rex de suo popolo).

Quindi, già questa renovatio imperi ha una marcia indietro.

Ludovico il Pio (figlio di Carlo Magno) si fa incoronare dallo stesso Carlo Magno, (quindi non

tornando più a Roma per farsi incoronare dal papa).

Questa renovatio imperi, come vediamo, non c’è: è stato un atto (come diremo oggi) molto

pubblicitario, che serviva molto alla chiesa, che lo stesso Carlo Magno ha utilizzato fino ad un certo

punto per non scontentare i bizantini e che già con Ludovico il Pio, pur essendo lui pio, non

utilizzò più perché si fece incoronare dal padre e non tornò a Roma dal papa, perché non voleva

ulteriori debiti con la chiesa.

Concludendo……

Carlo Magno, imperatore nell’800, ma si fa chiamare imperatore dei franchi.

Ludovico il Pio, successore, si fa incoronare da Carlo Magno e non torna più a Roma.

812 = PACE DI AQUISGRANA = i franchi restituiscono il titolo di imperatore a Bisanzio (ecco

qui la renovatio imperi: già nell’812, finalmente, il titolo viene lasciato al suo destino, perché una

volta che hanno tutta l’Europa non gli interessa avere questo titolo culturale che serve solo a farsi

vincolare dalla chiesa).

843 (data drammatica per l’Italia) = da buoni popoli germanici, i franchi litigano tra di loro: i figli

di Carlo Magno (oltre a Ludovico il Pio, Carlo II e Lotario) litigano tra di loro e fanno il loro lavoro

di capi militari, cioè si fanno la guerra. Così finisce l’impero. Ludovico il Pio torna a fare il re di

Francia; e gli altri, uno rimane re d’Italia e l’altro re di Germania. Da qui nascono i tre grandi regni:

Francia, Germania, Italia, dal frazionamento del regno franco costruito da Carlo Magno.

Il regno franco si eclissa del tutto: o meglio, il regno franco rimane, ma in Francia. In Germania e in

Italia è una lotta di signori militari: dopo l’843 non si trova, in Italia, un potere stabile, sino ai primi

anni 1000, quando si formano i comuni (e l’impero nasce nuovamente).

La vera renovatio imperi l’abbiamo nel 962 in Germania con Ottone I e Ottone II: i primi due

imperatori germanici. Da qui inizia la storia occidentale della lotta tra impero, chiesa e città italiane

(quella che porterà Federico Barbarossa, Federico II, alla lega lombarda, alla pace di Costanza).

LA CHIESA:

La chiesa influisce profondamente nella storia giuridica dell’Europa e, in particolare, del nostro

paese.

La chiesa nasce come istituzione religiosa e questa istituzione religiosa assume ben presto una

rilevanza istituzionale giuridica profonda e, addirittura, contribuisce in maniera determinante anche

alla nascita di altre istituzioni.

In un primo tempo, almeno fino al IV secolo, il cristianesimo è una religione perseguitata

dall’impero: nel giro di 70 anni il cristianesimo, da religione perseguitata diventa una religione

privilegiata dello stato.

Le date sono sostanzialmente tre:

• 311 = l’imperatore Galerio vieta le persecuzioni contro i cristiani;

• 313 = l’imperatore Costantino (editto di Milano) dichiara il cristianesimo religione tollerata,

il cui culto è liberamente ammesso all’interno dei confini dell’impero;

• 380 = l’imperatore Teodosio I stabilisce che il cristianesimo è la religione ufficiale di stato.

Altri riconoscimenti sono stati fatti dallo stesso Teodosio I e da Giustiniano, attraverso delle norme

che attribuiscono privilegi alla chiesa: entrambi lo fanno nei loro rispettivi “codex” e, in particolar

modo in una sezione, che si intitola DE EPISCOPIS ET CLERICIS (titolo del codice giustinianeo,

che a sua volta riprende il titolo del codice di Teodosio, dedicato ai vescovi e agli ecclesiastici in

generale). In questa sezione troviamo:

• PRIVILEGIUM FORI = tutte le controversie che riguardano ecclesiastici vengono decise

dal tribunale ecclesiastico (da un foro privilegiato ad hoc): privilegio che dura 1200 anni (lo

ritroveremo, circa, fino al 1700). Da questo momento in poi gli ecclesiastici

rappresenteranno una carta a sé (e non solo per i tribunali).

• EPISCOPALIS AUDIENTIA = (udienza davanti al vescovo) = istituto molto particolare

perché Giustiniano l’aveva definito in un certo modo e nell’alto medioevo assume un altro

significato. In altre parole, si tratta di un’udienza che si fa davanti al vescovo, quindi ci

riconduce ad un’eventuale funzione giudiziaria del vescovo. Giustiniano diceva: “poiché la

chiesa ha la tuitio dei deboli, cioè dei minori, delle donne e delle miserabiles personae

(poveri), cioè di quelle persone di cui la società non si vuole prendere carico, il vescovo in

certi casi può chiamarli a sé, per recepire le loro lamentele e i loro problemi, perché il

vescovo, con la sua autorità religiosa, possa farne carico alle autorità secolari” = udienza

favorevole alle classi disagiate della società. Solo che in Italia nel 500, con la guerra gotica,

le invasioni dei longobardi, poi dei franchi, c’è un periodo di sfacelo istituzionale totale: le

strutture imperiali crollano, mentre quelle bizantine restano solo in pochi nuclei urbani. In

sostanza, i residenti delle pochi città che rimangono popolate, quando hanno un contenzioso,

si rivolgono al vescovo, con il risultato che questa udienza, che doveva essere limitata

soltanto ai tre ceti privilegiati, quelli più deboli, e solo per alcune ipotesi limitate, diventa

una vera e propria prassi: il vescovo si trova ad esercitare spontaneamente una funzione

giudiziaria in quelle città rimaste sprovviste di autorità organizzate. Quindi, il vescovo

faceva questo, un po’ per colmare questo vuoto, ma poi si legittimava anche con questa

norma.

Molto spesso i vescovi sono esponenti dell’aristocrazia del luogo: il vescovo di una città, al 90%, è

un esponente delle famiglie più in vista di quel luogo.

Questo vuole dire che, privilegi signorili, privilegi aristocratici, privilegi ecclesiastici, si fondono

assieme: perciò spesso troviamo vescovi non solo che sono conti, ma anche se non sono conti,

detengono nel loro territorio (dove risiedono i loro fedeli) poteri come la districtio e la immunitas.

Anche il vescovo può vantare una sua districtio, cioè un suo distretto dove esercita poteri di

comando, e può vantare una immunitas, cioè il fatto che il re o chi per lui non esercita su quel

territorio i suoi poteri.

Quindi, il vescovo si inserisce spontaneamente nell’organizzazione feudale della società.

Questa situazione ha dei pro e dei contro.

La chiesa riceve una serie di privilegi, ma rischia poi di sottostare a tutta una serie di ingerenze da

parte del potere laico.

ESEMPIO: a oriente, a Bisanzio, Giustiniano da dei privilegi alla chiesa, ma comanda anche la

chiesa: quindi, da questo punto di vista, la chiesa ha poca autonomia.

Vediamo i franchi: i franchi fanno molte leggi (capitolari) e scrivono anche molti capitolari

ecclesiastici, cioè norme che regolano l’organizzazione della chiesa. Il re franco è il “defensor de

clesiae”, da dei privilegi alla chiesa, ma certamente vuole intervenire, perché la tutela è sempre

reciproca.

Dobbiamo però mettere in chiaro alcune cose.

Così come vi è stata una separatezza tra la parte orientale e la parte occidentale dell’impero, così

anche la storia della chiesa si diversificherà per sempre dall’oriente (ancora adesso il rito orientale è

profondamente diverso da quello occidentale e l’oriente non riconosce, se non in termini di fraterna

amichevolezza, la superiorità del pontefice). E’ proprio in questi anni che si crea questa frattura.

In occidente c’è lo sfascio totale delle istituzioni ecclesiastiche: il pontefice, da una parte, per

difendere se stesso, cerca di reagire e si inserisce in questa carenza di istituzioni e di

amministrazioni, per aumentare il proprio potere (questa è anche un’operazione spontanea: la chiesa

deve sopperire all’assenza di istituzioni). Pertanto, in occidente la chiesa cerca di guadagnare

autonomia rispetto al potere laico.

Tra i tanti dati che si ritrovano a questo proposito, il più importante fu quello espresso da papa

Gelasio I nel 494, il quale mandò una lettera all’imperatore Anastasio (a Bisanzio): in questa lettera

lui esprimeva la teoria dei poteri che dovevano spettare al pontefice e le teorie che dovevano

spettare all’imperatore = TEORIA DELLE DIGNITATES DISTINCTAE (delle dignità distinte): le

dignità distinte sono quelle del potere secolare e del potere religioso. E’ la prima volta che un

pontefice da Roma, cioè un primus inter pares tra i cardinali di Roma, scrive all’imperatore

d’oriente per dire che l’imperatore non può avere tutti i poteri anche di un capo religioso, perché si

tratta di due dignità che devono rimanere distinte: l’imperatore deve pensare alle cose secolari, il

pontefice deve pensare alle cose spirituali (religiose), perché la finalità è la salvezza delle anime in

questa loro vita.

Roma sente su di sé la responsabilità di crearsi un’autonomia in occidente: in occidente c’è un

vuoto di potere che rischia di schiacciare la chiesa e la chiesa reagisce.

Il grande successo della chiesa consiste in questa sua capacità di inventare quotidianamente un

proprio ruolo nelle situazioni storiche più diverse.

Possiamo dire che dal 494 inizia progressivamente la storia del formarsi della chiesa come

istituzione: la chiesa non è ancora un’istituzione. La chiesa è ancora una religione, una piccola

organizzazione di fedeli (che ha a Roma la sua capitale), dove c’è un confesso di cardinali

(successori degli apostoli), dove tra questi cardinali ce n’è uno che è il primus inter pares, che sarà il

pontefice, e per la prima volta in questo anno uno di questi pontefici dice che è indipendente da

Bisanzio.

Quali sono gli altri passaggi?

• 590 – Cassino: S. Benedetto forma l’ordine dei benedettini (“ora et lavora”). Su questa

regola sorgono tanti altri monasteri che si sparpagliano in tutta Italia e in tutta Europa (il

monastero non è solo luogo di preghiera e di scrittura di manoscritti: è anche luogo di

organizzazione delle terre. I monasteri sono signori rurali, hanno un loro patrimonio e si

organizzano secondo una regola). Con l’istituzione di questi monasteri benedettini, la chiesa

comincia ad organizzarsi come istituzione disciplinata, con un abate al vertice e

un’organizzazione che serve per auto produrre, quando è necessario al proprio

sostentamento, per organizzare le rendite del territorio, per organizzare il lavoro dei

residenti. Quindi, un’organizzazione gerarchica fondata sul rispetto dell’autorictas (cioè di

un capo, che è l’abate). I monasteri benedettini si differenziano poi da quelli bizantini, i

quali non si organizzano secondo una regola: i monasteri benedettini organizzano il

territorio, lo lavorano, cioè crescono e accumulano ricchezze e poteri. E’ questa la fortuna di

questi monasteri. (invece quelli orientali hanno un’altra struttura e non riescono ad

organizzarsi come centri di poteri).

• Fine del VI sec. – papa Gregorio Magno – si avvale di una EPISTULA (plurale

EPISTULAE = lettera): per la prima volta c’è l’uso della sacra scrittura come fonte

normativa (come autorictas) sulla quale viene esemplata una norma di comportamento.

Quindi, PRINCIPIO DI NORMATIVITA’ che è un po’ la nascita in embrione di quello che

sarà il diritto canonico.

In certi casi la chiesa è stata costretta a fare certi tipi di operazioni. E’ ovvio che la chiesa ha sempre

cercato di legittimare il suo potere e l’ha fatto anche in modo spregiudicato, ma dobbiamo dire che

la chiesa ha dovuto, in certi casi, perché la storia glielo chiedeva, assolvere a certe carenze della

società del periodo (per esempio, l’assenza di strutture giuridiche).

Quando Gregorio Magno “inventa” le epistolae basate sulla normatività lo fa per tenere unita, in

qualche modo, un’istituzione che ha ramificazioni in tutta Europa e di sopravvivere in una Europa

violenta e spesso preda delle invasioni di non si sa bene quali popoli, anche se si dicono cristiani:

tiene unita questa istituzione solo affermando un principio autoritativo, che comincia ad essere il

principio autoritativo delle sacre scritture.

FONTI DEL DIRITTO DELLA CHIESA:

1. DIRITTO DIVINO = rivelazione (non ha strumenti giuridici: la rivelazione è immediata);

tradizione della chiesa (quanto la chiesa e le fonti religiose hanno elaborato, soprattutto le

sacre scritture); diritto naturale (ordine che Dio ha dato al creato: possono essere le leggi

fisiche dell’universo, ma possono anche essere leggi giuridiche, come ad es. il principio di

sottoposizione all’autorità) = diritto che viene da Dio.

2. DIRITTO UMANO = diritto canonico; diritto ecclesiastico; diritto secolare (quello della

compilazione giustinianea) = diritto che viene dagli uomini.

Chi fa il diritto canonico? Una fonte di diritto canonico sono I CONCILI (assemblee che

periodicamente fa la chiesa, i suoi organi): in determinante parti d’Europa i vescovi si riuniscono e

decidono le questioni più importanti.

Ma poi ci sono anche le DECISIONI DEL PONTEFICE (del papa) che prendono vari nomi:

decisiones, constitutiones, edicta, ma soprattutto un nome avrà successo = EPISTOLAE

DECRETALES = lettere che decretano (quelle che ha inventato Gregorio Magno), cioè sono le

lettere che vengono mandate a dei sottoposti per dirimere le controversie. Si parlerà poi solo di

DECRETALES, come LEGGI DELLA CHIESA.

In tutto questo non bisogna però cancellare quanto detto a proposito dei longobardi e dei franchi,

cioè il mondo delle consuetudini, dove non c’è l’autorità: per mettere per iscritto le consuetudini si

riunisce l’assemblea. Il re le può rinnovare, emendare, correggere, ma non può crearne delle nuove.

Qui siamo all’opposto: la chiesa eredita perfettamente l’idea romana di autoritatività della legge. La

legge come espressione verticale dell’autorità (non orizzontale della consuetudine).

Per i romani la consuetudine era fatta dall’imperatore, l’unico legittimato a fare le leggi, perché con

il “senatoconsulto de legibus” (la lex regia de imperio) il senato romano aveva conferito ad

Augusto il potere di fare leggi.

Cade l’impero romano: la chiesa per esigenze storiche introietta in sé questo principio

dell’autoritatività (con Gelasio, con S. Benedetto, con Gregorio Magno) = l’idea della legge viene

dall’alto, perché Dio sta in alto e in terra ci deve essere l’immagine dell’ordine universale.

Quindi, un’idea opposta alla consuetudine.

In queste decretales troviamo un fenomeno sconvolgente per la mentalità barbarica.

Cosa fa la chiesa quando si trova di fronte ad una consuetudine che mette in discussione i principi di

equitas cristiana? Ecco che Gregorio Magno scrive un’epistola decretalis in cui dice che bisogna

comportarsi in un certo modo, perché il vangelo stabilisce così e se la consuetudine, ad es. in

Normandia, dice in un altro modo, bisogna disattenderla, perché contraria a Dio.

Qui si afferma l’idea che la legge ha un principio e un mondo di applicazione: il principio viene da

Dio e tutto ciò che non risponde a quel diritto che ci ha dato Dio deve essere modificato.

La chiesa ha questo dovere e non c’è consuetudine che tenga.

La consuetudine non può essere (come dicono le fonti) una PRAVA CONSUETUDO, cioè una

cattiva consuetudine: una cattiva consuetudine è la consuetudine che contrasta con i principi

canonici. La chiesa, per la prima volta, si assume la responsabilità storica di dichiarare non valida la

consuetudine.

Riguardo alla questione della chiesa come istituzione abbiamo già ricordato alcuni nomi

fondamentali, cioè:

• GELASIO = dignitates distinctae……

• S. BENEDETTO = principio di autoritatività……

• GREGORIO MAGNO = epistolae – principio di normatività: ogni comportamento viene

esemplata su una parte delle sacre scritture e, di conseguenza, il contrasto con la

consuetudine si afferma su questo principio, perché se una consuetudine locale contrasta con

le sacre scritture, questa consuetudine viene dichiarata “prava” (cattiva) e, quindi, la norma

dice di disattendere la consuetudine.

Oltre S. Benedetto dobbiamo ricordare un altro monaco, irlandese, S. COLOMBANO (Bobbio):

intorno al VII sec. si afferma con S. Colombano un altro genere letterario, di carattere religioso, ma

con un’implicazione giuridica non indifferente = LIBRI PENITENZIALI (libri dove sono scritte le

penitenze) = ad ogni peccato corrisponde una penitenza (e la penitenza può essere, ad esempio, 100

padre nostro, o anche la chiusura in una cella e un digiuno per un certo periodo di tempo). Questa

struttura “peccato=penitenza” ci ricorda il tariffario germanico: l’idea che ad un peccato

corrisponda una certa tariffa, una certa quantità di pena da espiare.

Nasce in quest’ottica un diritto penale, che in un certo senso è diverso dal guidrigildo, ma allo

stesso tempo ne eredita alcune caratteristiche (cioè quella della tariffa: ad ogni peccato, secondo la

gravità del peccato, una certa quantità di pena che ricorda molto il tariffario quantitativo di matrice

germanica).

Cosa distingue un reato da un peccato? Quello che distingue un reato da un peccato è un’azione o

atto giuridicamente rilevante, cioè qualcosa che all’esterno possa essere percepito.

Alla chiesa non interessa il diritto penale in quanto tale, ma le interessa il peccato. Però il peccato,

in questa fase il diritto penale non c’è: siamo fermi al guidrigildo, siamo nella fase di pregiuridico

penale.

La chiesa inserisce un elemento sconosciuto al mondo germanico: non solo il principio

dell’autoritatività, non solo il principio della normatività, ma il principio soggettivo della colpa, cioè

l’intenzionalità, che al mondo germanico è sconosciuto: al mondo germanico interessa vedere qual è

effettivamente il danno che è stato fatto e, se si può, compensare quel danno, sennò l’offensore

viene rimesso alla famiglia dell’offeso.

L’elemento dell’intenzione, cioè del volere soggettivo (del male che una mente concepisce per

porre in essere un maleficio) non è previsto dalla mentalità germanica, perché manca proprio

l’elemento soggettivo (elemento psicologico).

Questo elemento soggettivo della colpa viene dalla chiesa contro il mondo germanico.

Da questo punto di vista compiere un reato contro una donna o contro un minore o contro un

anziano, per la chiesa era la stessa cosa: l’intenzionalità, la premeditazione, rispetto all’impulso

d’ira, era più grave per la chiesa. La chiesa puniva anche il semplice pensiero, perché si è nell’ottica

del peccato: ma proprio perché siamo nel peccato, il peccato è la classica situazione dove

l’elemento psicologico deve essere evidente (se io penso solo un reato, ma non lo compio,

addirittura arriviamo la paradosso di colpire la psicologia, ma non l’atto).

Quindi, l’elemento soggettivo della colpa con S. Colombano si fonde con l’elemento germanico del

tariffario.

L’elemento soggettivo l’abbiamo anche a proposito del matrimonio: la chiesa valorizza l’elemento

consensuale della donna. La donna, per il diritto longobardo o per il diritto franco, è oggetto di

scambio: la chiesa dice che c’è bisogno del consenso anche della donna e cos’è il consenso, se non

l’esaltazione del momento soggettivo. Perciò, l’elemento volontaristico, psicologico e soggettivo.

Questo non vuole dire che l’elemento germanico scompaia in questi anni, anzi S. Colombano,

proprio perché viene dall’Irlanda, riesce perfettamente a far combaciare questi due elementi.

In questi modi la chiesa si prepara a diventare un’istituzione, è quasi un’istituzione, e sta per

diventare una fonte produttrice di norme.

Finora di norme la chiesa non ne ha proprio prodotte: ci sono le sacre scritture, che però sono già

scritte, e c’è chi può aprirle e chi no (chi è qualificato, chi ha fatto certi studi, può aprire le sacre

scritture e dire, ad esempio, “Dio ci ha detto così”).

La chiesa come istituzione tenderà, secondo il principio autoritativo, ad acquistare il monopolio

dell’interpretazione: la chiesa dice – “è vero le sacre scritture sono quelle, ma solo io posso dare

un’interpretazione univoca e se tu le interpreti in un altro modo, sei fuori dalla chiesa”.

Abbiamo visto i concili come fonte normativa della chiesa: i vescovi europei e i cardinali si

riuniscono ed emettono delle decisioni che sono norme. Ma questi concili non sono solo un

momento normativo, ma sono un momento drammatico di scissione della chiesa, perché in questi

concili venivano le chiese di tutta Europa e non tutti erano d’accordo con l’idea centrale che veniva

da Roma, per cui tutte le sette e le eresie venivano fuori dai concili.

Tutte queste cose hanno diviso profondamente il mondo della chiesa: la forza della chiesa è stata

quella di riunire intorno a sé il maggiore consenso possibile (e se lo poteva permettere anche perché

la chiesa lavorava come una potenza istituzionale, cioè riusciva a trarre il consenso e riusciva ad

estromettere le frangie eretiche).

Questo è il lavoro che fa la chiesa come istituzione: un lavoro interno alla chiesa stessa, con delle

scissioni anche molto dolorose; e un lavoro esterno di rapporti diplomatici con l’autorità secolare

(imperatori bizantini, franchi).

Il diritto canonico nascerà con Capanna e con un monaco, Graziano, che scrive la prima raccolta di

diritto canonico e che diventerà la raccolta ufficiale: quindi, siamo intorno al 1140.

Ma all’epoca di S. Benedetto, nell’epoca dei longobardi e dei franchi, la chiesa produce norme? Sì,

produce norme, ma sono delle norme che con l’età nuova (dopo il 1000) verranno lasciate un po’ in

disparte, o, meglio, alcune rimarranno e alcune no. Il processo della chiesa in questi anni è davvero

sorprendente.

La chiesa è una grande istituzione culturale (la cultura appartiene alla chiesa): tutti i manoscritti

latini che noi conosciamo sopravvivono grazie alla chiesa, perché negli antichi scriptoria i monaci

continuavano a copiare manoscritti, di cui sapevano che in quegli anni non servivano a nessuno, ma

li continuavano a copiare e, quindi, a trasmettere l’eredità del passato.

La cultura è un grosso potere in questo periodo: la chiesa non ha armi, ma ha la cultura e grazie alla

cultura è riuscita a sopravvivere e a fare una guerra che a volte riesce a vincere persino le armi.

In questi anni la chiesa fa delle raccolte di norme (anni dei franchi): finalmente riesce a chiamare in

Italia un popolo che si definisce “defensor ecclesiae”, che riconosce molti privilegi alla chiesa, però

poi i franchi si ingeriscono pesantemente nelle nomine degli ecclesiastici. Allora la chiesa si fa

avanti e vuole dimostrare ai franchi che i propri privilegi vengono da lontano e da fonti autoritative,

ad esempio, dalla compilazione giustinianea. Allora la chiesa chiama i suoi personaggi

culturalmente più rappresentativi per fare una raccolta di norme da portare poi a franchi e fargli

vedere come devono il rispetto: la chiesa è prestigiosa. (il prestigio è l’unico aspetto su cui può

essere vincente la chiese, non avendo armi: in questo momento in cui solo le armi vincono, solo il

prestigio culturale può opporsi a questo accordo).

Le opere della chiesa:

• 774 = COLLECTIO DYONISIANA (raccolta di norme): il papa Adriano I la dona a Carlo

Magno (siamo 26 anni prima a che si consumi la famosa notte di Natale dell’incoronazione

di Carlo Magno) per fargli vedere che si ha a che fare con un’istituzione prestigiosa che ha

delle norme antiche e queste norme non possono essere violate: la cultura dell’epoca è molto

rispettosa della tradizione e dell’autorictas.

• IX sec. = COLLECTIO CANONUM ANSELMI DICATA (una collezione di canoni

dedicata a S. Anselmo) e LEX ROMANA CONONICE COMPTA (la legge romana

confezionata al modo della legge canonica): è il periodo in cui i tre figli di Carlo Magno si

divideranno le tre parti dell’impero. La chiesa sa che è un momento delicato e fa queste due

raccolte, le quali fanno una sorta di selezione di norme provenienti dal diritto romano utili e

funzionali al prestigio della chiesa, al fine che poi quelle norme servano a supportare la

chiesa come istituzione di prestigio.

• DECRETALI PSEUDO ISIDORIANE: S. Isidoro è un personaggio molto importante, da 4

o 5 secoli prima di questa raccolta, quindi non potrebbe mai averle scritte lui: infatti oggi

sono conosciute come “pseudo”, cioè false. Questa è una tipica operazione che fa la chiesa:

la chiesa, oltre ad aver inventato il principio di normatività, di autoritatività e il principio

della soggettività nel diritto penale, inventa la falsificazione. La chiesa è una grande

falsificatrice (per fini di bene, per sopravvivere): sa che S. Isidoro è un personaggio

conosciuto ed importante, che è andato in una scuola di arti liberali, e subito ha orecchiato S.

Isidoro (quello che ha scritto le etimologie, e che già allora aveva scritto delle decretalia in

favore della chiesa, per ricordare che la chiesa è un’istituzione che non può essere

compressa dall’autorità secolare, cioè dai re). E la chiesa fa così circolare queste norme, che

non possono essere contestate, perché la chiesa è portatrice di autorictas e di traditio (mentre

i germani hanno solo una tradizione, le loro consuetudini, e per quanto sono forti e potenti

perdono questa battaglia culturale, anche se non del tutto, ma dal punto di vista culturale la

chiesa è efficiente, perché produce a raffica una serie di norme vere o inventate per

dimostrare la sua supremazia come istituzione, ed è l’unico modo per sopravvivere).

Per noi la verità è scienza: tipica idea illuminista, cioè grazie alle fonti riusciamo a sapere cosa è

vero e cosa è falso. Per noi la verità è il frutto di un prodotto razionale e scientifico.

In quest’epoca non ragionavano così: avevano un’idea molto diversa (es.: per loro la terra è piatta e

non sanno che gira intorno al sole). Per loro VERITA’ = AUTORICTAS: non è vero ciò che è

scientificamente dimostrabile, ma è vero ciò che viene da una fonte autorevole (la verità è

l’evidenza di qualcosa che viene dall’alto). Ciò che viene da Dio, o che crediamo venga da Dio, è

vero: non è vero ciò che noi crediamo, perché ci possiamo sbagliare, mentre Dio no. Quindi, se una

cosa è detta dalla chiesa, vuole dire che è detta da Dio, perciò è vero.

Quindi, se la chiesa fa quella falsificazione (come ne farà altre) lo fa a fin di bene ed esprime la

volontà dell’autorictas: presso la gente dell’occidente quell’autorictas è veritas.

728: Liutprando dona alla chiesa dei terreni (è qui che nasce la chiesa come stato) – DONAZIONE

DI SUTRI (che però è una restituzione: i longobardi avevano invaso le terre che la chiesa possedeva

come signore rurale e poi gliele ha restituite). Poi, quando i franchi sconfiggono i longobardi, la

chiesa che prima aveva promesso di dare questo territorio, in realtà poi se lo tiene per sé.

Oppure, la FALSA DONAZIONE DI COSTANTINO: la chiesa sparge in giro per l’Europa questa

idea che Costantino quando vede Dio e si convince che nel 313 deve fare l’editto per liberalizzare le

religioni, ha detto che siccome la chiesa è l’unica verità, gli ha donato tutta la parte occidentale

dell’impero (cosa che Costantino non aveva neanche mai pensato). Nel 1400 gli umanisti capiranno

che questa idea è falsa, quando inventano il metodo scientifico.

Concludendo……

La chiesa perde credibilità in questi anni: gli imperatori nominano i vescovi, i poteri locali si

mischiano con la chiesa e la chiesa entra in un periodo di profonda crisi.

La chiesa rinasce con la riforma della chiesa, attraverso i monasteri di CLUNY e GREGORIO

VII……

La chiesa diventa istituzione attraverso i propri strumenti culturali e attraverso delle operazioni

politiche spregiudicate.

La chiesa si struttura come fonte giuridica, prima indirettamente facendo assurgere le sacre scritture

(per esempio, con Gregorio Magno), ma poi producendo essa stessa direttamente delle norme

(epistolae decretales, con i concili, interpretando in maniera monopolista le sacre scritture).

Tutte queste raccolte avranno grande successo: pur non poggiando su fatti ideologicamente certi,

ma basate su principi autoritativi, queste raccolte sono state recepite anche da intellettuali che, a

loro volta, hanno fatto delle operazioni di selezione di materiali normativi della chiesa. Questo è

però avvenuto prima di Graziano: Graziano è l’alter ego di Irnerio, (quello che ha riscoperto la

compilazione giustinianea). Graziano è colui che pone le basi del diritto canonico.

Prima di Graziano c’è questa raccolta tra il vero e il falso, ma abbiamo anche dei grandi

intellettuali, i quali fanno un’altra raccolta molto seria, anche se però a volte è basata su materiali

non veri. Ricordiamo soprattutto:

• BURCARDO DI WORMS

• IVO DI CHARTRES (XI sec.) = le opere raccolte da questi due grandi intellettuali, su

cui Graziano poi si baserà, vengono dalla tradizione delle antiche raccolte decretales vere-

false (viste precedentemente).

Quindi, dobbiamo dire che la chiesa ha le sue radici profonde nell’alto medioevo, nel periodo

dell’invasione franca, quando la chiesa, grazie all’alleanza con i franchi, costruisce in maniera

solida la propria identità istituzionale.

LA RIFORMA DELLA CHIESA: In cosa consiste la riforma?

Se qualcosa deve essere riformato vuole dire che prima ci sono stati dei problemi: in effetti nella

chiesa c’è qualcosa che non va e soprattutto nel X secolo (900).

Dopo l’invasione dei franchi, dopo il periodo della crisi dei franchi, il grande impero si divide (con i

tre figli di Carlo Magno), ed è un periodo veramente molto caotico in Europa e, in particolare, in

Italia (in Sicilia arrivano gli Arabi, quindi una parte dell’Italia è spazzata via). E anche la chiesa

vive profondamente questa crisi: questa crisi consiste nella perdita della credibilità spirituale della

chiesa.

La chiesa ha una vocazione religiosa che tutti vorrebbero pura e limpida, però questa purezza e

questa limpidezza spesso deve entrare a patti con la società del tempo, per sopravvivere come

istituzione, perché l’idea della chiesa è un’idea autoritaria, gerarchica, per cui la chiesa deve vivere

soprattutto come istituzione. E dovendo vivere come istituzione bisogna entrare in contatto con il

modo e con le istituzioni presenti in quello stesso tempo: se queste istituzioni hanno dei problemi,

oppure si conformano in un certo modo, i problemi e questa conformazione li assume la chiesa e

può anche trarne dei grossi vantaggi.

E’ vero che la chiesa diventa una grande realtà istituzionale, ad esempio, inserendosi perfettamente

nella struttura burocratica ed organizzativa della gestione del territorio dei franchi.

ESEMPIO: i conti sono dei signori che vengono investiti dal re secondo il rapporto della fidelitas e

alcuni di questi grandi conti sono anche dei vescovi, scelti apposta dal sovrano: i vescovi, già da

tempo nelle città svolgono il ruolo di signori (es.: attraverso l’episcopalis audientiae = strumento

dato da Giustiniano per tutelare meglio i deboli). Tutte queste cose, l’assenza di autorità pubbliche,

la chiesa che si struttura come istituzione, fa sì che questi vescovi diventino dei veri e propri

signori, o perché sono conti, o perché esercitano delle potestà nella città in assenza di altre strutture

“statali”.

Nascono delle contraddizioni insanabili, che sono la corruzione, nel senso che i vescovi pensano

prima a comportarsi da signori e a gestire il territorio in un certo modo, prima che pensare alla

vocazione religiosa: sono espressione di famiglie potenti e assumono quel tipo di logica.

Poi c’è la SIMONIA = fenomeno in base al quale le varie cariche vengono date in base al rapporto

di parentela o di amicizia (cosa che va bene in un rapporto feudale, ma se lo si fa in

un’organizzazione ecclesiastica c’è qualche problema).

I territori su cui il vescovo esercita la propria districtio e la propria iurisdictio diventano territori

quasi feudali, quindi i vescovi, più che convertire le anime, pensano a percepire le rendite (e va

bene quando si devono far sopravvivere gli ecclesiastici, ma va male quando si fa solo questo).

Risultato: i vescovi sono dei signori che pensano a tutto tranne che armonizzarsi con la chiesa di

Roma. Quindi, i vescovi sono dei signori, in contatto con altri signori, che perdono il contatto con

Roma, fanno quello che vogliono dei loro poteri, dei loro benefici, sono molto venali,

distribuiscono le cariche, ecc.

Tutto ciò andrebbe benissimo, perché non è che gli altri signori facciano diversamente, solo che una

cosa sono i signori laici e un’altra cosa sono i vescovi: i vescovi e, in generale, l’organizzazione

della chiesa aveva un arma (la cultura e il prestigio spirituale): prestigio spirituale e prestigio

intellettuale fanno la forza della chiesa. Ma se si perde il prestigio spirituale si perde credibilità (sul

territorio e sulla popolazione) e non c’è un esercito per riconquistare la credibilità.

Quindi, perdita di prestigio spirituale, frantumazione, perdita di credibilità e così via = CRISI

DELLA CHIESA DEL X SECOLO.

Però la chiesa riesce anche a trovare il modo per reagire a questa situazione. E ci sono dei luoghi di

grande intellettualità e di grande spiritualità dove avviene questa reazione.

Il luogo dove si avverte maggiormente la reazione alla crisi della chiesa è CLUNY (monastero

francese che produce un ordine monastico “cluniacense”): a Cluny ci sono molti intellettuali, una

perfetta organizzazione e un grande senso di rigenerazione della chiesa. Ma Cluny non è solo un

centro meramente spirituale di rigenerazione intellettuale e per affermare meglio questo vediamo

una persona uscita dal monastero di Cluny, che è NICCOLO’ II papa (XI secolo).

Naturalmente Niccolò II deve pensare ai mali più pressanti della chiesa nel suo periodo: egli va a

Roma, dove c’è una situazione intollerabile. I cardinalati vengono contesi dalle grande famiglie

aristocratiche romane, con il risultato che i grandi signori laici, i grandi re o gli imperatori, si

contendono le grandi famiglie aristocratiche romane, per controllare il papato. Niccolò II reagisce

e riscrive una sorta di legge elettorale del pontefice: elabora un sistema molto più trasparente, che

parte sempre dall’elezione dei cardinali, però con un’approvazione di tutti gli ecclesiastici romani e

di un’acclamazione popolare: questo per fare in modo tale che l’opinione pubblica sia, almeno

formalmente, investita del compito di accettare un pontefice piuttosto che un altro. Quindi,

un’operazione anche di propaganda, per rendere più trasparente una nomina del pontefice, in modo

da renderlo più autonomo dalle pressioni dell’aristocrazia romana, quindi dei grandi potentati

signorili, e per rendere più credibile la carica stessa.

Niccolò II è il predecessore del papa che realizza la vera riforma della chiesa (radicale) –

GREGORIO VII (vero nome era Ildebrando da Soana) – seconda metà dell’XI secolo.

1075 = viene introdotto il DICTATUS PAPAE (e da qui si può parlare di papa nel senso come lo

intendiamo noi): sono 27 articoli (propositiones) e il dictatus detta quali sono le competenze di un

vero papa (è una sorta di carta costituzionale del pontificato) = si dice che cos’è il papa e che ruolo

deve avere nel mondo. E questa è una grande reazione a quanto sta avvenendo. Punti più importanti:

• CENTRALITA’ DI ROMA = Roma è definita al vertice dell’organizzazione ecclesiastica:

se si è cattolici si deve seguire quello che dice la chiesa romana, altrimenti non si è cattolici

e si è fuori dalla chiesa.

• Quando si è fuori dalla chiesa, si può essere colpiti da una SCOMUNICA = atto giuridico

con cui l’autorità ecclesiastica pone fuori un soggetto dalla chiesa.

• A capo della chiesa c’è il PONTEFICE = il crisma dell’infallibilità: quello che dice il papa

non può essere oggetto di discussione critica, perché parla in nome di Dio per interposta

persona.

• DIVIETO DELLE ORDINAZIONI SIMONIACHE = non si possono più ordinare degli

ecclesiastici per rapporti di amicizia o di parentela.

• DIVIETO DEL CONCUBUNAGGIO per quanto riguarda i rapporti di parentela: la chiesa

cattolica è l’unica famiglia della grande chiesa cristiana che esclude il matrimonio per i suoi

sacerdoti (es.: i protestanti non lo escludono).

• DIVIETO PER LE AUTORITA’ LAICHE (imperatori, re e signori territoriali) DI

REALIZZARE NOMINE ECCLESIASTICHE e, in particolare, quelle vescovili: i vescovi

li nomina il pontefice.

Si sta affermando, ora, che la chiesa è al vertice di tutto l’occidente.

Riguardo alla scomunica (e da questo momento in poi verranno scomunicate migliaia di persone):

1077 = SCOMUNICA DI ENRICO V, il quale deve andare a Canossa, dove c’è una grande signora

territoriale (Matilda). Successivamente i due (Gregorio VII ed Enrico V) vanno nuovamente in

guerra e Gregorio VII lo riscomunica di nuovo, ma questa volta Enrico V perde la pazienza e va a

Roma e lo scaccia (poi lui dopo qualche anno andrà a morire a Salerno).

Questo per vedere quanto erano tesi i rapporti tra impero e chiesa, ma certamente già il fatto che un

imperatore vada a scacciare un pontefice, sembra già una bella vittoria della chiesa,

paradossalmente, perché adesso l’imperatore deve muoversi: mentre prima la chiesa era un

defensores ecclesiae, adesso la chiesa rappresenta un bel pericolo. Quindi, quando il papa comincia

a scomunicare e a dire “il capo sono io”, l’imperatore si muove con l’esercito.

Anche se qui la chiesa viene sconfitta militarmente, ma è l’ammissione implicita di un grande

potere della chiesa.

La grande dialettica con l’impero nasce adesso e si arriva, così, al 1122 con il CONCORDATO DI

WORMS = papato e impero si mettono d’accordo sulle investiture – “lotta per le investiture” – (le

investiture sono quelle feudali che, in questo caso, riguardano le investiture dei vescovi): da ora in

poi i signori laici saranno investiti dall’impero, mentre i vescovi saranno investiti dalla chiesa. La

lotta per le investiture è una lotta per il controllo del territorio europeo.

Questo equilibrio del 1122, in realtà, sarà rotto più avanti: è una guerra che non finirà mai (finirà

forse quando lo stato pontificio, tra il 1300 e il 1400, si configura come un vero stato, con un suo

territorio, che dal Lazio arriva alla Romagna).

Abbiamo varcato la soglia dell’anno 1000. In questi anni la società si sta profondamente

modificando.

E in questi anni l’Italia prende due strade diverse (che non vuole dire che siano opposte, ma

certamente esprimono una dialettica che probabilmente ha influenza, ancora oggi, nel destino

culturale del nostro paese):

CENTRO NORD CENTRO SUD

COMUNI CITTADINI REGNUM

(es.: Modena, un grande (organizzazione

comune cittadino). burocratica

diversa dallo

alto medioevo)


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia del Diritto Italiano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Storia del Diritto Italiano, Padoa Schioppa consigliato dalla docente Trombetta. Gli argomenti trattati sono i seguenti: i bizantini, la figura dell'esarca, il cesaropapismo, gli altri collaboratori per l'attività amministrativa, i scrinia (gli uffici finanziari).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Trombetta Angela.

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