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La chiesa è preoccupatissima: è vero che i longobardi si sono cattolicizzati, però la situazione si fa

grave, perché vede schiacciarsi le sue possibilità di egemonia culturale (questo ha la chiesa).

I bizantini si rivolgono al pontefice di andare a Pavia a parlare con i longobardi per la restituzione di

Ravenna. Papa Leone va a Pavia, ma non riesce ad ottenere nulla dai longobardi.

La chiesa e Bisanzio si accordano per giocare la carta dei franchi. Chiedono ai franchi di scendere

in Italia per abbassare il livello di pericolosità dei longobardi.

I franchi hanno una lunga tradizione di confidenza con gli istituti ecclesiastici e, quindi, niente di

più ovvio che cercare di chiamare loro e, soprattutto, chiamare Carlo Magno che in questo momento

ha una grande fortuna militare e una grande fortuna interna, riesce a controllare tutti i conti, ma non

perché i conti sono sottoposti a lui amministrativamente, ma perché in questo periodo riesce a far

valere bene la sua fidelitas.

DA QUESTA SITUAZIONE un capo militare di un popolo già anticamente cristianizzato, una

contingenza politica che vede i bizantini sconfitti e la chiesa preoccupata per l’egemonia dei

longobardi, ecco che i franchi hanno la possibilità di venire in Italia. Così, nel 774 (20 anni dopo

Ravenna) sgominano i longobardi e assediano Pavia: da quel momento Pavia non sarà più la

capitale del regno dell’Italia longobarda, ma la capitale dell’Italia franca.

I franchi sono stati chiamati in Italia da un accordo chiesa/Bisanzio.

Però tutti i compromessi come sempre hanno il rovescio della medaglia: una volta che sono

chiamati i franchi, i franchi poi non sono così facilmente disposti a fare di più di quello che hanno

fatto i longobardi, cioè a lasciare lo spazio ai bizantini e a lasciare l’egemonia alla chiesa.

La notte di Natale dell’800 è un modo per dire al mondo dei grandi capi militari europei che c’è un

accordo politico culturale forte e per dire: “i franchi sono i nuovi eredi dell’antica romanità, sono

coloro che difendono ufficialmente la chiesa e, quindi, noi gli diamo la sacra unzione e Dio che ha

investito il rex francorum di questo potere che è secolare, ma è anche un potere sacro, perché Dio

vuole che la chiesa venga difesa (non come i longobardi che ci hanno messo in pericolo, nonostante

fossero cristiani)”.

In quest’ottica cambia tutto: questa notte di Natale, probabilmente, l’ha voluta più la chiesa, di

quanto l’abbiano voluta i franchi. Certo, ai franchi faceva comodo avere un titolo di legittimazione

e, in particolare, a Carlo Magno, più che essere chiamato solo rex francorum, essere invece

chiamato “imperatore”, ma questa operazione a lui non cambiava niente, perché lui aveva già

conquistato tutta la Francia, tutta la Germania e tutta l’Italia. Da questo punto di vista, il capo

militare ha raggiunto il suo scopo: l’idea culturale può averlo affascinato, ma fino ad un certo punto.

Probabilmente da questa notte di Natale la vera istituzione che ci guadagna veramente qualcosa è la

chiesa, perché la chiesa stringe a sé, in un vincolo culturale di lunghissima durata, l’istituzione

politico militare più forte in Europa in questo periodo.

La chiesa è la stessa che da Giustiniano, nel codex, ha ricevuto molti privilegi. La chiesa è sempre

alla ricerca di un favorevole rapporto con le istituzioni secolari, perché ha bisogno di qualcuno che

la difenda e le assicuri dei privilegi. L’ha fatto

con i bizantini (poi ci sono state anche delle divergenze teologiche, ortodossia e cattolicesimo),

adesso lo fa con i franchi, con la notte di Natale.

Quindi, un’operazione voluta forse più dalla chiesa: se lo hanno voluto insieme (forse è così), dal

punto di vista politico la chiesa è stata più beneficiaria.

Il fatto che questa operazione, poi, non sia stata tutta questa grande operazione, è provato da alcuni

fatti che vediamo.

Appena si nomina Carlo Magno i bizantini ci rimangono malissimo, perché gli imperatori erano

loro e a Roma, secondo loro, il papa non avrebbe dovuto nominare imperatore un barbaro.

I franchi non hanno molto da opporre a tutto questo: già il padre di Carlo Magno (Pipino), e lo

stesso Carlo Martello, si facevano chiamare “patrizi”, allo stesso modo dei longobardi, quindi a

loro bastava e avanzava. Lo stesso Carlo Magno, dopo l’800, si chiamava “imperator francorum”

(per lui, lui era sempre rex de suo popolo).

Quindi, già questa renovatio imperi ha una marcia indietro.

Ludovico il Pio (figlio di Carlo Magno) si fa incoronare dallo stesso Carlo Magno, (quindi non

tornando più a Roma per farsi incoronare dal papa).

Questa renovatio imperi, come vediamo, non c’è: è stato un atto (come diremo oggi) molto

pubblicitario, che serviva molto alla chiesa, che lo stesso Carlo Magno ha utilizzato fino ad un certo

punto per non scontentare i bizantini e che già con Ludovico il Pio, pur essendo lui pio, non

utilizzò più perché si fece incoronare dal padre e non tornò a Roma dal papa, perché non voleva

ulteriori debiti con la chiesa.

Concludendo……

Carlo Magno, imperatore nell’800, ma si fa chiamare imperatore dei franchi.

Ludovico il Pio, successore, si fa incoronare da Carlo Magno e non torna più a Roma.

812 = PACE DI AQUISGRANA = i franchi restituiscono il titolo di imperatore a Bisanzio (ecco

qui la renovatio imperi: già nell’812, finalmente, il titolo viene lasciato al suo destino, perché una

volta che hanno tutta l’Europa non gli interessa avere questo titolo culturale che serve solo a farsi

vincolare dalla chiesa).

843 (data drammatica per l’Italia) = da buoni popoli germanici, i franchi litigano tra di loro: i figli

di Carlo Magno (oltre a Ludovico il Pio, Carlo II e Lotario) litigano tra di loro e fanno il loro lavoro

di capi militari, cioè si fanno la guerra. Così finisce l’impero. Ludovico il Pio torna a fare il re di

Francia; e gli altri, uno rimane re d’Italia e l’altro re di Germania. Da qui nascono i tre grandi regni:

Francia, Germania, Italia, dal frazionamento del regno franco costruito da Carlo Magno.

Il regno franco si eclissa del tutto: o meglio, il regno franco rimane, ma in Francia. In Germania e in

Italia è una lotta di signori militari: dopo l’843 non si trova, in Italia, un potere stabile, sino ai primi

anni 1000, quando si formano i comuni (e l’impero nasce nuovamente).

La vera renovatio imperi l’abbiamo nel 962 in Germania con Ottone I e Ottone II: i primi due

imperatori germanici. Da qui inizia la storia occidentale della lotta tra impero, chiesa e città italiane

(quella che porterà Federico Barbarossa, Federico II, alla lega lombarda, alla pace di Costanza).

LA CHIESA:

La chiesa influisce profondamente nella storia giuridica dell’Europa e, in particolare, del nostro

paese.

La chiesa nasce come istituzione religiosa e questa istituzione religiosa assume ben presto una

rilevanza istituzionale giuridica profonda e, addirittura, contribuisce in maniera determinante anche

alla nascita di altre istituzioni.

In un primo tempo, almeno fino al IV secolo, il cristianesimo è una religione perseguitata

dall’impero: nel giro di 70 anni il cristianesimo, da religione perseguitata diventa una religione

privilegiata dello stato.

Le date sono sostanzialmente tre:

• 311 = l’imperatore Galerio vieta le persecuzioni contro i cristiani;

• 313 = l’imperatore Costantino (editto di Milano) dichiara il cristianesimo religione tollerata,

il cui culto è liberamente ammesso all’interno dei confini dell’impero;

• 380 = l’imperatore Teodosio I stabilisce che il cristianesimo è la religione ufficiale di stato.

Altri riconoscimenti sono stati fatti dallo stesso Teodosio I e da Giustiniano, attraverso delle norme

che attribuiscono privilegi alla chiesa: entrambi lo fanno nei loro rispettivi “codex” e, in particolar

modo in una sezione, che si intitola DE EPISCOPIS ET CLERICIS (titolo del codice giustinianeo,

che a sua volta riprende il titolo del codice di Teodosio, dedicato ai vescovi e agli ecclesiastici in

generale). In questa sezione troviamo:

• PRIVILEGIUM FORI = tutte le controversie che riguardano ecclesiastici vengono decise

dal tribunale ecclesiastico (da un foro privilegiato ad hoc): privilegio che dura 1200 anni (lo

ritroveremo, circa, fino al 1700). Da questo momento in poi gli ecclesiastici

rappresenteranno una carta a sé (e non solo per i tribunali).

• EPISCOPALIS AUDIENTIA = (udienza davanti al vescovo) = istituto molto particolare

perché Giustiniano l’aveva definito in un certo modo e nell’alto medioevo assume un altro

significato. In altre parole, si tratta di un’udienza che si fa davanti al vescovo, quindi ci

riconduce ad un’eventuale funzione giudiziaria del vescovo. Giustiniano diceva: “poiché la

chiesa ha la tuitio dei deboli, cioè dei minori, delle donne e delle miserabiles personae

(poveri), cioè di quelle persone di cui la società non si vuole prendere carico, il vescovo in

certi casi può chiamarli a sé, per recepire le loro lamentele e i loro problemi, perché il

vescovo, con la sua autorità religiosa, possa farne carico alle autorità secolari” = udienza

favorevole alle classi disagiate della società. Solo che in Italia nel 500, con la guerra gotica,

le invasioni dei longobardi, poi dei franchi, c’è un periodo di sfacelo istituzionale totale: le

strutture imperiali crollano, mentre quelle bizantine restano solo in pochi nuclei urbani. In

sostanza, i residenti delle pochi città che rimangono popolate, quando hanno un contenzioso,

si rivolgono al vescovo, con il risultato che questa udienza, che doveva essere limitata

soltanto ai tre ceti privilegiati, quelli più deboli, e solo per alcune ipotesi limitate, diventa

una vera e propria prassi: il vescovo si trova ad esercitare spontaneamente una funzione

giudiziaria in quelle città rimaste sprovviste di autorità organizzate. Quindi, il vescovo

faceva questo, un po’ per colmare questo vuoto, ma poi si legittimava anche con questa

norma.

Molto spesso i vescovi sono esponenti dell’aristocrazia del luogo: il vescovo di una città, al 90%, è

un esponente delle famiglie più in vista di quel luogo.

Questo vuole dire che, privilegi signorili, privilegi aristocratici, privilegi ecclesiastici, si fondono

assieme: perciò spesso troviamo vescovi non solo che sono conti, ma anche se non sono conti,

detengono nel loro territorio (dove risiedono i loro fedeli) poteri come la districtio e la immunitas.

Anche il vescovo può vantare una sua districtio, cioè un suo distretto dove esercita poteri di

comando, e può vantare una immunitas, cioè il fatto che il re o chi per lui non esercita su quel

territorio i suoi poteri.

Quindi, il vescovo si inserisce spontaneamente nell’organizzazione feudale della società.

Questa situazione ha dei pro e dei contro.

La chiesa riceve una serie di privilegi, ma rischia poi di sottostare a tutta una serie di ingerenze da

parte del potere laico.

ESEMPIO: a oriente, a Bisanzio, Giustiniano da dei privilegi alla chiesa, ma comanda anche la

chiesa: quindi, da questo punto di vista, la chiesa ha poca autonomia.

Vediamo i franchi: i franchi fanno molte leggi (capitolari) e scrivono anche molti capitolari

ecclesiastici, cioè norme che regolano l’organizzazione della chiesa. Il re franco è il “defensor de

clesiae”, da dei privilegi alla chiesa, ma certamente vuole intervenire, perché la tutela è sempre

reciproca.

Dobbiamo però mettere in chiaro alcune cose.

Così come vi è stata una separatezza tra la parte orientale e la parte occidentale dell’impero, così

anche la storia della chiesa si diversificherà per sempre dall’oriente (ancora adesso il rito orientale è

profondamente diverso da quello occidentale e l’oriente non riconosce, se non in termini di fraterna

amichevolezza, la superiorità del pontefice). E’ proprio in questi anni che si crea questa frattura.

In occidente c’è lo sfascio totale delle istituzioni ecclesiastiche: il pontefice, da una parte, per

difendere se stesso, cerca di reagire e si inserisce in questa carenza di istituzioni e di

amministrazioni, per aumentare il proprio potere (questa è anche un’operazione spontanea: la chiesa

deve sopperire all’assenza di istituzioni). Pertanto, in occidente la chiesa cerca di guadagnare

autonomia rispetto al potere laico.

Tra i tanti dati che si ritrovano a questo proposito, il più importante fu quello espresso da papa

Gelasio I nel 494, il quale mandò una lettera all’imperatore Anastasio (a Bisanzio): in questa lettera

lui esprimeva la teoria dei poteri che dovevano spettare al pontefice e le teorie che dovevano

spettare all’imperatore = TEORIA DELLE DIGNITATES DISTINCTAE (delle dignità distinte): le

dignità distinte sono quelle del potere secolare e del potere religioso. E’ la prima volta che un

pontefice da Roma, cioè un primus inter pares tra i cardinali di Roma, scrive all’imperatore

d’oriente per dire che l’imperatore non può avere tutti i poteri anche di un capo religioso, perché si

tratta di due dignità che devono rimanere distinte: l’imperatore deve pensare alle cose secolari, il

pontefice deve pensare alle cose spirituali (religiose), perché la finalità è la salvezza delle anime in

questa loro vita.

Roma sente su di sé la responsabilità di crearsi un’autonomia in occidente: in occidente c’è un

vuoto di potere che rischia di schiacciare la chiesa e la chiesa reagisce.

Il grande successo della chiesa consiste in questa sua capacità di inventare quotidianamente un

proprio ruolo nelle situazioni storiche più diverse.

Possiamo dire che dal 494 inizia progressivamente la storia del formarsi della chiesa come

istituzione: la chiesa non è ancora un’istituzione. La chiesa è ancora una religione, una piccola

organizzazione di fedeli (che ha a Roma la sua capitale), dove c’è un confesso di cardinali

(successori degli apostoli), dove tra questi cardinali ce n’è uno che è il primus inter pares, che sarà il

pontefice, e per la prima volta in questo anno uno di questi pontefici dice che è indipendente da

Bisanzio.

Quali sono gli altri passaggi?

• 590 – Cassino: S. Benedetto forma l’ordine dei benedettini (“ora et lavora”). Su questa

regola sorgono tanti altri monasteri che si sparpagliano in tutta Italia e in tutta Europa (il

monastero non è solo luogo di preghiera e di scrittura di manoscritti: è anche luogo di

organizzazione delle terre. I monasteri sono signori rurali, hanno un loro patrimonio e si

organizzano secondo una regola). Con l’istituzione di questi monasteri benedettini, la chiesa

comincia ad organizzarsi come istituzione disciplinata, con un abate al vertice e

un’organizzazione che serve per auto produrre, quando è necessario al proprio

sostentamento, per organizzare le rendite del territorio, per organizzare il lavoro dei

residenti. Quindi, un’organizzazione gerarchica fondata sul rispetto dell’autorictas (cioè di

un capo, che è l’abate). I monasteri benedettini si differenziano poi da quelli bizantini, i

quali non si organizzano secondo una regola: i monasteri benedettini organizzano il

territorio, lo lavorano, cioè crescono e accumulano ricchezze e poteri. E’ questa la fortuna di

questi monasteri. (invece quelli orientali hanno un’altra struttura e non riescono ad

organizzarsi come centri di poteri).

• Fine del VI sec. – papa Gregorio Magno – si avvale di una EPISTULA (plurale

EPISTULAE = lettera): per la prima volta c’è l’uso della sacra scrittura come fonte

normativa (come autorictas) sulla quale viene esemplata una norma di comportamento.

Quindi, PRINCIPIO DI NORMATIVITA’ che è un po’ la nascita in embrione di quello che

sarà il diritto canonico.

In certi casi la chiesa è stata costretta a fare certi tipi di operazioni. E’ ovvio che la chiesa ha sempre

cercato di legittimare il suo potere e l’ha fatto anche in modo spregiudicato, ma dobbiamo dire che

la chiesa ha dovuto, in certi casi, perché la storia glielo chiedeva, assolvere a certe carenze della

società del periodo (per esempio, l’assenza di strutture giuridiche).

Quando Gregorio Magno “inventa” le epistolae basate sulla normatività lo fa per tenere unita, in

qualche modo, un’istituzione che ha ramificazioni in tutta Europa e di sopravvivere in una Europa

violenta e spesso preda delle invasioni di non si sa bene quali popoli, anche se si dicono cristiani:

tiene unita questa istituzione solo affermando un principio autoritativo, che comincia ad essere il

principio autoritativo delle sacre scritture.

FONTI DEL DIRITTO DELLA CHIESA:

1. DIRITTO DIVINO = rivelazione (non ha strumenti giuridici: la rivelazione è immediata);

tradizione della chiesa (quanto la chiesa e le fonti religiose hanno elaborato, soprattutto le

sacre scritture); diritto naturale (ordine che Dio ha dato al creato: possono essere le leggi

fisiche dell’universo, ma possono anche essere leggi giuridiche, come ad es. il principio di

sottoposizione all’autorità) = diritto che viene da Dio.

2. DIRITTO UMANO = diritto canonico; diritto ecclesiastico; diritto secolare (quello della

compilazione giustinianea) = diritto che viene dagli uomini.

Chi fa il diritto canonico? Una fonte di diritto canonico sono I CONCILI (assemblee che

periodicamente fa la chiesa, i suoi organi): in determinante parti d’Europa i vescovi si riuniscono e

decidono le questioni più importanti.

Ma poi ci sono anche le DECISIONI DEL PONTEFICE (del papa) che prendono vari nomi:

decisiones, constitutiones, edicta, ma soprattutto un nome avrà successo = EPISTOLAE

DECRETALES = lettere che decretano (quelle che ha inventato Gregorio Magno), cioè sono le

lettere che vengono mandate a dei sottoposti per dirimere le controversie. Si parlerà poi solo di

DECRETALES, come LEGGI DELLA CHIESA.

In tutto questo non bisogna però cancellare quanto detto a proposito dei longobardi e dei franchi,

cioè il mondo delle consuetudini, dove non c’è l’autorità: per mettere per iscritto le consuetudini si

riunisce l’assemblea. Il re le può rinnovare, emendare, correggere, ma non può crearne delle nuove.

Qui siamo all’opposto: la chiesa eredita perfettamente l’idea romana di autoritatività della legge. La

legge come espressione verticale dell’autorità (non orizzontale della consuetudine).

Per i romani la consuetudine era fatta dall’imperatore, l’unico legittimato a fare le leggi, perché con

il “senatoconsulto de legibus” (la lex regia de imperio) il senato romano aveva conferito ad

Augusto il potere di fare leggi.

Cade l’impero romano: la chiesa per esigenze storiche introietta in sé questo principio

dell’autoritatività (con Gelasio, con S. Benedetto, con Gregorio Magno) = l’idea della legge viene

dall’alto, perché Dio sta in alto e in terra ci deve essere l’immagine dell’ordine universale.

Quindi, un’idea opposta alla consuetudine.

In queste decretales troviamo un fenomeno sconvolgente per la mentalità barbarica.

Cosa fa la chiesa quando si trova di fronte ad una consuetudine che mette in discussione i principi di

equitas cristiana? Ecco che Gregorio Magno scrive un’epistola decretalis in cui dice che bisogna

comportarsi in un certo modo, perché il vangelo stabilisce così e se la consuetudine, ad es. in

Normandia, dice in un altro modo, bisogna disattenderla, perché contraria a Dio.

Qui si afferma l’idea che la legge ha un principio e un mondo di applicazione: il principio viene da

Dio e tutto ciò che non risponde a quel diritto che ci ha dato Dio deve essere modificato.

La chiesa ha questo dovere e non c’è consuetudine che tenga.

La consuetudine non può essere (come dicono le fonti) una PRAVA CONSUETUDO, cioè una

cattiva consuetudine: una cattiva consuetudine è la consuetudine che contrasta con i principi

canonici. La chiesa, per la prima volta, si assume la responsabilità storica di dichiarare non valida la

consuetudine.

Riguardo alla questione della chiesa come istituzione abbiamo già ricordato alcuni nomi

fondamentali, cioè:

• GELASIO = dignitates distinctae……

• S. BENEDETTO = principio di autoritatività……

• GREGORIO MAGNO = epistolae – principio di normatività: ogni comportamento viene

esemplata su una parte delle sacre scritture e, di conseguenza, il contrasto con la

consuetudine si afferma su questo principio, perché se una consuetudine locale contrasta con

le sacre scritture, questa consuetudine viene dichiarata “prava” (cattiva) e, quindi, la norma

dice di disattendere la consuetudine.

Oltre S. Benedetto dobbiamo ricordare un altro monaco, irlandese, S. COLOMBANO (Bobbio):

intorno al VII sec. si afferma con S. Colombano un altro genere letterario, di carattere religioso, ma

con un’implicazione giuridica non indifferente = LIBRI PENITENZIALI (libri dove sono scritte le

penitenze) = ad ogni peccato corrisponde una penitenza (e la penitenza può essere, ad esempio, 100

padre nostro, o anche la chiusura in una cella e un digiuno per un certo periodo di tempo). Questa

struttura “peccato=penitenza” ci ricorda il tariffario germanico: l’idea che ad un peccato

corrisponda una certa tariffa, una certa quantità di pena da espiare.

Nasce in quest’ottica un diritto penale, che in un certo senso è diverso dal guidrigildo, ma allo

stesso tempo ne eredita alcune caratteristiche (cioè quella della tariffa: ad ogni peccato, secondo la

gravità del peccato, una certa quantità di pena che ricorda molto il tariffario quantitativo di matrice

germanica).

Cosa distingue un reato da un peccato? Quello che distingue un reato da un peccato è un’azione o

atto giuridicamente rilevante, cioè qualcosa che all’esterno possa essere percepito.

Alla chiesa non interessa il diritto penale in quanto tale, ma le interessa il peccato. Però il peccato,

in questa fase il diritto penale non c’è: siamo fermi al guidrigildo, siamo nella fase di pregiuridico

penale.

La chiesa inserisce un elemento sconosciuto al mondo germanico: non solo il principio

dell’autoritatività, non solo il principio della normatività, ma il principio soggettivo della colpa, cioè

l’intenzionalità, che al mondo germanico è sconosciuto: al mondo germanico interessa vedere qual è

effettivamente il danno che è stato fatto e, se si può, compensare quel danno, sennò l’offensore

viene rimesso alla famiglia dell’offeso.

L’elemento dell’intenzione, cioè del volere soggettivo (del male che una mente concepisce per

porre in essere un maleficio) non è previsto dalla mentalità germanica, perché manca proprio

l’elemento soggettivo (elemento psicologico).

Questo elemento soggettivo della colpa viene dalla chiesa contro il mondo germanico.

Da questo punto di vista compiere un reato contro una donna o contro un minore o contro un

anziano, per la chiesa era la stessa cosa: l’intenzionalità, la premeditazione, rispetto all’impulso

d’ira, era più grave per la chiesa. La chiesa puniva anche il semplice pensiero, perché si è nell’ottica

del peccato: ma proprio perché siamo nel peccato, il peccato è la classica situazione dove

l’elemento psicologico deve essere evidente (se io penso solo un reato, ma non lo compio,

addirittura arriviamo la paradosso di colpire la psicologia, ma non l’atto).

Quindi, l’elemento soggettivo della colpa con S. Colombano si fonde con l’elemento germanico del

tariffario.

L’elemento soggettivo l’abbiamo anche a proposito del matrimonio: la chiesa valorizza l’elemento

consensuale della donna. La donna, per il diritto longobardo o per il diritto franco, è oggetto di

scambio: la chiesa dice che c’è bisogno del consenso anche della donna e cos’è il consenso, se non

l’esaltazione del momento soggettivo. Perciò, l’elemento volontaristico, psicologico e soggettivo.

Questo non vuole dire che l’elemento germanico scompaia in questi anni, anzi S. Colombano,

proprio perché viene dall’Irlanda, riesce perfettamente a far combaciare questi due elementi.

In questi modi la chiesa si prepara a diventare un’istituzione, è quasi un’istituzione, e sta per

diventare una fonte produttrice di norme.

Finora di norme la chiesa non ne ha proprio prodotte: ci sono le sacre scritture, che però sono già

scritte, e c’è chi può aprirle e chi no (chi è qualificato, chi ha fatto certi studi, può aprire le sacre

scritture e dire, ad esempio, “Dio ci ha detto così”).

La chiesa come istituzione tenderà, secondo il principio autoritativo, ad acquistare il monopolio

dell’interpretazione: la chiesa dice – “è vero le sacre scritture sono quelle, ma solo io posso dare

un’interpretazione univoca e se tu le interpreti in un altro modo, sei fuori dalla chiesa”.

Abbiamo visto i concili come fonte normativa della chiesa: i vescovi europei e i cardinali si

riuniscono ed emettono delle decisioni che sono norme. Ma questi concili non sono solo un

momento normativo, ma sono un momento drammatico di scissione della chiesa, perché in questi

concili venivano le chiese di tutta Europa e non tutti erano d’accordo con l’idea centrale che veniva

da Roma, per cui tutte le sette e le eresie venivano fuori dai concili.

Tutte queste cose hanno diviso profondamente il mondo della chiesa: la forza della chiesa è stata

quella di riunire intorno a sé il maggiore consenso possibile (e se lo poteva permettere anche perché

la chiesa lavorava come una potenza istituzionale, cioè riusciva a trarre il consenso e riusciva ad

estromettere le frangie eretiche).

Questo è il lavoro che fa la chiesa come istituzione: un lavoro interno alla chiesa stessa, con delle

scissioni anche molto dolorose; e un lavoro esterno di rapporti diplomatici con l’autorità secolare

(imperatori bizantini, franchi).

Il diritto canonico nascerà con Capanna e con un monaco, Graziano, che scrive la prima raccolta di

diritto canonico e che diventerà la raccolta ufficiale: quindi, siamo intorno al 1140.

Ma all’epoca di S. Benedetto, nell’epoca dei longobardi e dei franchi, la chiesa produce norme? Sì,

produce norme, ma sono delle norme che con l’età nuova (dopo il 1000) verranno lasciate un po’ in

disparte, o, meglio, alcune rimarranno e alcune no. Il processo della chiesa in questi anni è davvero

sorprendente.

La chiesa è una grande istituzione culturale (la cultura appartiene alla chiesa): tutti i manoscritti

latini che noi conosciamo sopravvivono grazie alla chiesa, perché negli antichi scriptoria i monaci

continuavano a copiare manoscritti, di cui sapevano che in quegli anni non servivano a nessuno, ma

li continuavano a copiare e, quindi, a trasmettere l’eredità del passato.

La cultura è un grosso potere in questo periodo: la chiesa non ha armi, ma ha la cultura e grazie alla

cultura è riuscita a sopravvivere e a fare una guerra che a volte riesce a vincere persino le armi.

In questi anni la chiesa fa delle raccolte di norme (anni dei franchi): finalmente riesce a chiamare in

Italia un popolo che si definisce “defensor ecclesiae”, che riconosce molti privilegi alla chiesa, però

poi i franchi si ingeriscono pesantemente nelle nomine degli ecclesiastici. Allora la chiesa si fa

avanti e vuole dimostrare ai franchi che i propri privilegi vengono da lontano e da fonti autoritative,

ad esempio, dalla compilazione giustinianea. Allora la chiesa chiama i suoi personaggi

culturalmente più rappresentativi per fare una raccolta di norme da portare poi a franchi e fargli

vedere come devono il rispetto: la chiesa è prestigiosa. (il prestigio è l’unico aspetto su cui può

essere vincente la chiese, non avendo armi: in questo momento in cui solo le armi vincono, solo il

prestigio culturale può opporsi a questo accordo).

Le opere della chiesa:

• 774 = COLLECTIO DYONISIANA (raccolta di norme): il papa Adriano I la dona a Carlo

Magno (siamo 26 anni prima a che si consumi la famosa notte di Natale dell’incoronazione

di Carlo Magno) per fargli vedere che si ha a che fare con un’istituzione prestigiosa che ha

delle norme antiche e queste norme non possono essere violate: la cultura dell’epoca è molto

rispettosa della tradizione e dell’autorictas.

• IX sec. = COLLECTIO CANONUM ANSELMI DICATA (una collezione di canoni

dedicata a S. Anselmo) e LEX ROMANA CONONICE COMPTA (la legge romana

confezionata al modo della legge canonica): è il periodo in cui i tre figli di Carlo Magno si

divideranno le tre parti dell’impero. La chiesa sa che è un momento delicato e fa queste due

raccolte, le quali fanno una sorta di selezione di norme provenienti dal diritto romano utili e

funzionali al prestigio della chiesa, al fine che poi quelle norme servano a supportare la

chiesa come istituzione di prestigio.

• DECRETALI PSEUDO ISIDORIANE: S. Isidoro è un personaggio molto importante, da 4

o 5 secoli prima di questa raccolta, quindi non potrebbe mai averle scritte lui: infatti oggi

sono conosciute come “pseudo”, cioè false. Questa è una tipica operazione che fa la chiesa:

la chiesa, oltre ad aver inventato il principio di normatività, di autoritatività e il principio

della soggettività nel diritto penale, inventa la falsificazione. La chiesa è una grande

falsificatrice (per fini di bene, per sopravvivere): sa che S. Isidoro è un personaggio

conosciuto ed importante, che è andato in una scuola di arti liberali, e subito ha orecchiato S.

Isidoro (quello che ha scritto le etimologie, e che già allora aveva scritto delle decretalia in

favore della chiesa, per ricordare che la chiesa è un’istituzione che non può essere

compressa dall’autorità secolare, cioè dai re). E la chiesa fa così circolare queste norme, che

non possono essere contestate, perché la chiesa è portatrice di autorictas e di traditio (mentre

i germani hanno solo una tradizione, le loro consuetudini, e per quanto sono forti e potenti

perdono questa battaglia culturale, anche se non del tutto, ma dal punto di vista culturale la

chiesa è efficiente, perché produce a raffica una serie di norme vere o inventate per

dimostrare la sua supremazia come istituzione, ed è l’unico modo per sopravvivere).

Per noi la verità è scienza: tipica idea illuminista, cioè grazie alle fonti riusciamo a sapere cosa è

vero e cosa è falso. Per noi la verità è il frutto di un prodotto razionale e scientifico.

In quest’epoca non ragionavano così: avevano un’idea molto diversa (es.: per loro la terra è piatta e

non sanno che gira intorno al sole). Per loro VERITA’ = AUTORICTAS: non è vero ciò che è

scientificamente dimostrabile, ma è vero ciò che viene da una fonte autorevole (la verità è

l’evidenza di qualcosa che viene dall’alto). Ciò che viene da Dio, o che crediamo venga da Dio, è

vero: non è vero ciò che noi crediamo, perché ci possiamo sbagliare, mentre Dio no. Quindi, se una

cosa è detta dalla chiesa, vuole dire che è detta da Dio, perciò è vero.

Quindi, se la chiesa fa quella falsificazione (come ne farà altre) lo fa a fin di bene ed esprime la

volontà dell’autorictas: presso la gente dell’occidente quell’autorictas è veritas.

728: Liutprando dona alla chiesa dei terreni (è qui che nasce la chiesa come stato) – DONAZIONE

DI SUTRI (che però è una restituzione: i longobardi avevano invaso le terre che la chiesa possedeva

come signore rurale e poi gliele ha restituite). Poi, quando i franchi sconfiggono i longobardi, la

chiesa che prima aveva promesso di dare questo territorio, in realtà poi se lo tiene per sé.

Oppure, la FALSA DONAZIONE DI COSTANTINO: la chiesa sparge in giro per l’Europa questa

idea che Costantino quando vede Dio e si convince che nel 313 deve fare l’editto per liberalizzare le

religioni, ha detto che siccome la chiesa è l’unica verità, gli ha donato tutta la parte occidentale

dell’impero (cosa che Costantino non aveva neanche mai pensato). Nel 1400 gli umanisti capiranno

che questa idea è falsa, quando inventano il metodo scientifico.

Concludendo……

La chiesa perde credibilità in questi anni: gli imperatori nominano i vescovi, i poteri locali si

mischiano con la chiesa e la chiesa entra in un periodo di profonda crisi.

La chiesa rinasce con la riforma della chiesa, attraverso i monasteri di CLUNY e GREGORIO

VII……

La chiesa diventa istituzione attraverso i propri strumenti culturali e attraverso delle operazioni

politiche spregiudicate.

La chiesa si struttura come fonte giuridica, prima indirettamente facendo assurgere le sacre scritture

(per esempio, con Gregorio Magno), ma poi producendo essa stessa direttamente delle norme

(epistolae decretales, con i concili, interpretando in maniera monopolista le sacre scritture).

Tutte queste raccolte avranno grande successo: pur non poggiando su fatti ideologicamente certi,

ma basate su principi autoritativi, queste raccolte sono state recepite anche da intellettuali che, a

loro volta, hanno fatto delle operazioni di selezione di materiali normativi della chiesa. Questo è

però avvenuto prima di Graziano: Graziano è l’alter ego di Irnerio, (quello che ha riscoperto la

compilazione giustinianea). Graziano è colui che pone le basi del diritto canonico.

Prima di Graziano c’è questa raccolta tra il vero e il falso, ma abbiamo anche dei grandi

intellettuali, i quali fanno un’altra raccolta molto seria, anche se però a volte è basata su materiali

non veri. Ricordiamo soprattutto:

• BURCARDO DI WORMS

• IVO DI CHARTRES (XI sec.) = le opere raccolte da questi due grandi intellettuali, su

cui Graziano poi si baserà, vengono dalla tradizione delle antiche raccolte decretales vere-

false (viste precedentemente).

Quindi, dobbiamo dire che la chiesa ha le sue radici profonde nell’alto medioevo, nel periodo

dell’invasione franca, quando la chiesa, grazie all’alleanza con i franchi, costruisce in maniera

solida la propria identità istituzionale.

LA RIFORMA DELLA CHIESA: In cosa consiste la riforma?

Se qualcosa deve essere riformato vuole dire che prima ci sono stati dei problemi: in effetti nella

chiesa c’è qualcosa che non va e soprattutto nel X secolo (900).

Dopo l’invasione dei franchi, dopo il periodo della crisi dei franchi, il grande impero si divide (con i

tre figli di Carlo Magno), ed è un periodo veramente molto caotico in Europa e, in particolare, in

Italia (in Sicilia arrivano gli Arabi, quindi una parte dell’Italia è spazzata via). E anche la chiesa

vive profondamente questa crisi: questa crisi consiste nella perdita della credibilità spirituale della

chiesa.

La chiesa ha una vocazione religiosa che tutti vorrebbero pura e limpida, però questa purezza e

questa limpidezza spesso deve entrare a patti con la società del tempo, per sopravvivere come

istituzione, perché l’idea della chiesa è un’idea autoritaria, gerarchica, per cui la chiesa deve vivere

soprattutto come istituzione. E dovendo vivere come istituzione bisogna entrare in contatto con il

modo e con le istituzioni presenti in quello stesso tempo: se queste istituzioni hanno dei problemi,

oppure si conformano in un certo modo, i problemi e questa conformazione li assume la chiesa e

può anche trarne dei grossi vantaggi.

E’ vero che la chiesa diventa una grande realtà istituzionale, ad esempio, inserendosi perfettamente

nella struttura burocratica ed organizzativa della gestione del territorio dei franchi.

ESEMPIO: i conti sono dei signori che vengono investiti dal re secondo il rapporto della fidelitas e

alcuni di questi grandi conti sono anche dei vescovi, scelti apposta dal sovrano: i vescovi, già da

tempo nelle città svolgono il ruolo di signori (es.: attraverso l’episcopalis audientiae = strumento

dato da Giustiniano per tutelare meglio i deboli). Tutte queste cose, l’assenza di autorità pubbliche,

la chiesa che si struttura come istituzione, fa sì che questi vescovi diventino dei veri e propri

signori, o perché sono conti, o perché esercitano delle potestà nella città in assenza di altre strutture

“statali”.

Nascono delle contraddizioni insanabili, che sono la corruzione, nel senso che i vescovi pensano

prima a comportarsi da signori e a gestire il territorio in un certo modo, prima che pensare alla

vocazione religiosa: sono espressione di famiglie potenti e assumono quel tipo di logica.

Poi c’è la SIMONIA = fenomeno in base al quale le varie cariche vengono date in base al rapporto

di parentela o di amicizia (cosa che va bene in un rapporto feudale, ma se lo si fa in

un’organizzazione ecclesiastica c’è qualche problema).

I territori su cui il vescovo esercita la propria districtio e la propria iurisdictio diventano territori

quasi feudali, quindi i vescovi, più che convertire le anime, pensano a percepire le rendite (e va

bene quando si devono far sopravvivere gli ecclesiastici, ma va male quando si fa solo questo).

Risultato: i vescovi sono dei signori che pensano a tutto tranne che armonizzarsi con la chiesa di

Roma. Quindi, i vescovi sono dei signori, in contatto con altri signori, che perdono il contatto con

Roma, fanno quello che vogliono dei loro poteri, dei loro benefici, sono molto venali,

distribuiscono le cariche, ecc.

Tutto ciò andrebbe benissimo, perché non è che gli altri signori facciano diversamente, solo che una

cosa sono i signori laici e un’altra cosa sono i vescovi: i vescovi e, in generale, l’organizzazione

della chiesa aveva un arma (la cultura e il prestigio spirituale): prestigio spirituale e prestigio

intellettuale fanno la forza della chiesa. Ma se si perde il prestigio spirituale si perde credibilità (sul

territorio e sulla popolazione) e non c’è un esercito per riconquistare la credibilità.

Quindi, perdita di prestigio spirituale, frantumazione, perdita di credibilità e così via = CRISI

DELLA CHIESA DEL X SECOLO.

Però la chiesa riesce anche a trovare il modo per reagire a questa situazione. E ci sono dei luoghi di

grande intellettualità e di grande spiritualità dove avviene questa reazione.

Il luogo dove si avverte maggiormente la reazione alla crisi della chiesa è CLUNY (monastero

francese che produce un ordine monastico “cluniacense”): a Cluny ci sono molti intellettuali, una

perfetta organizzazione e un grande senso di rigenerazione della chiesa. Ma Cluny non è solo un

centro meramente spirituale di rigenerazione intellettuale e per affermare meglio questo vediamo

una persona uscita dal monastero di Cluny, che è NICCOLO’ II papa (XI secolo).

Naturalmente Niccolò II deve pensare ai mali più pressanti della chiesa nel suo periodo: egli va a

Roma, dove c’è una situazione intollerabile. I cardinalati vengono contesi dalle grande famiglie

aristocratiche romane, con il risultato che i grandi signori laici, i grandi re o gli imperatori, si

contendono le grandi famiglie aristocratiche romane, per controllare il papato. Niccolò II reagisce

e riscrive una sorta di legge elettorale del pontefice: elabora un sistema molto più trasparente, che

parte sempre dall’elezione dei cardinali, però con un’approvazione di tutti gli ecclesiastici romani e

di un’acclamazione popolare: questo per fare in modo tale che l’opinione pubblica sia, almeno

formalmente, investita del compito di accettare un pontefice piuttosto che un altro. Quindi,

un’operazione anche di propaganda, per rendere più trasparente una nomina del pontefice, in modo

da renderlo più autonomo dalle pressioni dell’aristocrazia romana, quindi dei grandi potentati

signorili, e per rendere più credibile la carica stessa.

Niccolò II è il predecessore del papa che realizza la vera riforma della chiesa (radicale) –

GREGORIO VII (vero nome era Ildebrando da Soana) – seconda metà dell’XI secolo.

1075 = viene introdotto il DICTATUS PAPAE (e da qui si può parlare di papa nel senso come lo

intendiamo noi): sono 27 articoli (propositiones) e il dictatus detta quali sono le competenze di un

vero papa (è una sorta di carta costituzionale del pontificato) = si dice che cos’è il papa e che ruolo

deve avere nel mondo. E questa è una grande reazione a quanto sta avvenendo. Punti più importanti:

• CENTRALITA’ DI ROMA = Roma è definita al vertice dell’organizzazione ecclesiastica:

se si è cattolici si deve seguire quello che dice la chiesa romana, altrimenti non si è cattolici

e si è fuori dalla chiesa.

• Quando si è fuori dalla chiesa, si può essere colpiti da una SCOMUNICA = atto giuridico

con cui l’autorità ecclesiastica pone fuori un soggetto dalla chiesa.

• A capo della chiesa c’è il PONTEFICE = il crisma dell’infallibilità: quello che dice il papa

non può essere oggetto di discussione critica, perché parla in nome di Dio per interposta

persona.

• DIVIETO DELLE ORDINAZIONI SIMONIACHE = non si possono più ordinare degli

ecclesiastici per rapporti di amicizia o di parentela.

• DIVIETO DEL CONCUBUNAGGIO per quanto riguarda i rapporti di parentela: la chiesa

cattolica è l’unica famiglia della grande chiesa cristiana che esclude il matrimonio per i suoi

sacerdoti (es.: i protestanti non lo escludono).

• DIVIETO PER LE AUTORITA’ LAICHE (imperatori, re e signori territoriali) DI

REALIZZARE NOMINE ECCLESIASTICHE e, in particolare, quelle vescovili: i vescovi

li nomina il pontefice.

Si sta affermando, ora, che la chiesa è al vertice di tutto l’occidente.

Riguardo alla scomunica (e da questo momento in poi verranno scomunicate migliaia di persone):

1077 = SCOMUNICA DI ENRICO V, il quale deve andare a Canossa, dove c’è una grande signora

territoriale (Matilda). Successivamente i due (Gregorio VII ed Enrico V) vanno nuovamente in

guerra e Gregorio VII lo riscomunica di nuovo, ma questa volta Enrico V perde la pazienza e va a

Roma e lo scaccia (poi lui dopo qualche anno andrà a morire a Salerno).

Questo per vedere quanto erano tesi i rapporti tra impero e chiesa, ma certamente già il fatto che un

imperatore vada a scacciare un pontefice, sembra già una bella vittoria della chiesa,

paradossalmente, perché adesso l’imperatore deve muoversi: mentre prima la chiesa era un

defensores ecclesiae, adesso la chiesa rappresenta un bel pericolo. Quindi, quando il papa comincia

a scomunicare e a dire “il capo sono io”, l’imperatore si muove con l’esercito.

Anche se qui la chiesa viene sconfitta militarmente, ma è l’ammissione implicita di un grande

potere della chiesa.

La grande dialettica con l’impero nasce adesso e si arriva, così, al 1122 con il CONCORDATO DI

WORMS = papato e impero si mettono d’accordo sulle investiture – “lotta per le investiture” – (le

investiture sono quelle feudali che, in questo caso, riguardano le investiture dei vescovi): da ora in

poi i signori laici saranno investiti dall’impero, mentre i vescovi saranno investiti dalla chiesa. La

lotta per le investiture è una lotta per il controllo del territorio europeo.

Questo equilibrio del 1122, in realtà, sarà rotto più avanti: è una guerra che non finirà mai (finirà

forse quando lo stato pontificio, tra il 1300 e il 1400, si configura come un vero stato, con un suo

territorio, che dal Lazio arriva alla Romagna).

Abbiamo varcato la soglia dell’anno 1000. In questi anni la società si sta profondamente

modificando.

E in questi anni l’Italia prende due strade diverse (che non vuole dire che siano opposte, ma

certamente esprimono una dialettica che probabilmente ha influenza, ancora oggi, nel destino

culturale del nostro paese):

CENTRO NORD CENTRO SUD

COMUNI CITTADINI REGNUM

(es.: Modena, un grande (organizzazione

comune cittadino). burocratica

diversa dallo

alto medioevo)

I COMUNI:

Riguardo alla loro nascita…… Qualcuno ha voluto vedere continuità con gli antichi municipi

romani, qualcuno ha parlato delle cariche franche: comunque una cosa che si può dire con certezza

è che non si può fare la storia delle origini del comune, perché in realtà ogni comune ha la sua storia

(e questo è drammatico).

Esempio: alcuni dicono che il comune spesso nasce su iniziativa dei vescovi e questo è vero =

l’iniziativa di un’organizzazione autonoma delle città nasce su impulso del vescovo. Però abbiamo

anche città come Padova, Bologna e Genova dove il vescovo ha un ruolo molto relativo. Alcuni

comuni nascono addirittura come reazione contro il vescovo: alcune città nascono per iniziative

signorili.

Quello che di sicuro è vero è che intorno all’anno 1000 si verifica una grande rinascita demografica

ed economia: le città che erano abbandonate si ripopolano, soprattutto le città sul mare, come

Genova, Pisa, Amalfi.

Questo vuole dire che si comincia a navigare con maggiore tranquillità: è finito il periodo critico

delle invasioni dei popoli nomadi.

Quindi, ripopolandosi le città, si comincia anche a commerciare: evidentemente nelle campagne si è

creato un surplus, dato dalle migliori condizioni di vita. Così questo surplus viene destinato al

commercio, ma il commercio non si può fare se non c’è il signore, perché il signore vuole il surplus.

Allora si va nei borghi franchi, dove si può commerciare senza che ci sia un signore che non voglia

la sua tassa.

Tutto questo cosa mette in moto? Il FENOMENO ASSOCIATIVO, che in questi anni è

dirompente, il quale nasce all’interno stesso delle campagne, ma poi andrà contro le campagne: se

io ho un surplus che voglio gestirmi io e lo voglio commerciare da solo, ma voglio anche sottrarmi

dai rapporti di subordinazione dei signori che tendono ad accaparrarsi quel surplus. Posso fare

questo mettendo per iscritto le consuetudini: anche se poi ho delle condizioni dure, sono sempre

messe per iscritto e non possono essere gravate, perché posso sempre farle valere davanti al signore.

Giuridicamente la città si distingue da quattro elementi giuridici:

• Pace

• Libertà

• Diritto particolare

• Organizzazione

In città viene tutelata la pace, l’ordine pubblico: ci si associa per stare in pace in città.

In città si è liberi (non possono andare gli schiavi) e non si hanno vincoli di dipendenza con il

signore.

In città si afferma una consuetudine che non è la consuetudine delle campagne.

La città è un’organizzazione, cioè una struttura che assicuri tutto questo.

E’ una struttura opposta a quella della campagna? No, perché c’è sempre la protezione: la

protezione è sempre il bisogno fondamentale del medioevo, solo che adesso, siccome la società è

cambiata, la protezione non può darmela sempre il signore territoriale. Qui si ha una SIGNORIA

COLLETTIVA, che nasce da un fenomeno associativo. Quindi, i principi sono opposti alle

campagne, ma il modo di concepire i rapporti sul territorio è lo stesso: qui non c’è un signore unico,

ma c’è un signore collettivo, nato dal fenomeno associativo.

Nel comune troviamo ancora i signori, ma non hanno più il ruolo che avevano prima, nelle

campagne.

FATTORE ASSOCIATIVO = si tratta di un nucleo di persone che si associa e fa una

CONIURATIO (=giurare insieme), al plurale “coniurationes”, le quali sono state spesso all’origine

dell’organizzazione comunale. Sono gruppi di persone che si mettono d’accordo, si giurano fedeltà

reciproca e decidono di organizzarsi per qualcosa (ad es.: andare insieme dal proprio signore e farsi

mettere per iscritto le consuetudini; oppure, contrattare con il vescovo una serie di attività

all’interno della città; in Germania, poi, c’erano le “gilde commerciali” = commercianti e mercanti

che si accordano tra di loro, stabiliscono doveri e diritti e si coalizzano per esercitare meglio una

certa attività).

La nascita di questa coniurationes, a volte può convivere, mentre a volte può scontrarsi, con la

realtà signorile perché, pensando alle città, queste naturalmente hanno bisogno di un territorio

attorno alle mura (non si può vivere asserragliati alle mura, bisogna poter uscire): la città ha bisogno

di controllare, in qualche modo, la campagna e se può cerca di comportarsi come un signore

territoriale nella campagna (e spesso abbiamo dei PATTI DI SOTTOMISSIONE delle comunità

rurali alla città, cioè i borghi rurali si sottomettono alla città con dei rapporti di fidelitas) = la città

che contrasta il mondo rurale si serve della fidelitas e della protezione per subordinare la campagna

circostante (quando può). Quando, però, si imbatte con i nuclei della città opposta (come spesso

succede, ad esempio, tra Bologna e Modena) si usano le armi.

Quindi, possiamo dire che con il mondo della signoria precedente c’è concorrenza (a volte

conflitto), dialettica (a volte confidenza), ma non c’è un contrasto di principio.

Certamente con il comune nasce un altro modo di intendere i rapporti giuridici, ma non nel senso

che nasce di punto di bianco e in modo opposto alla signoria (che non è nemmeno possibile nella

storia), ma è uno sviluppo che porterà ad un bivio, ad un’altra dimensione della storia giuridica,

perché dal mondo della subordinazione si passa ad un mondo, tendenzialmente, ugualitario.

Dobbiamo però chiarire una cosa, cioè il termine “popolo” (=populus), termine già incontrato nelle

popolazioni longobarde. Per i germani il popolo sono gli uomini in armi, i combattenti.

Quando nelle carte programmatiche dei comuni si trova “Libertas / Popolo”.

La libertas è la condizione dell’uomo libero e, soprattutto, la condizione che identifica la città come

uno spazio privo dei rapporti di subordinazione del mondo delle campagne: la città è un luogo non

feudale.

Titolare della libertas è il populus (che non sono più gli uomini in armi): il populus è la comunità

dei soggetti che hanno personalità giuridica, cioè che hanno diritti e doveri nell’ambito delle mura

urbane.

Allora dobbiamo vedere chi ha diritti e doveri all’interno della città.

Il termine che deve farci riflettere è quello della “coniuratio”, cioè il principio associativo: chi sta

all’interno di un’associazione gode della libertas e fa parte di un populus (chi sta fuori da un mondo

associativo non ha libertas e non fa parte del populus).

E’ un concetto molto simile a quello della protezione: si tratta di una protezione che si atteggia in

termini tendenzialmente egualitari, ma non vuole dire che realizza una società egualitaria. La

distinzione in classi e in ceti si riproduce anche all’interno della città.

ESEMPIO: i piccoli signori rurali, troppo piccoli per sopravvivere in maniera adeguata alle

imposizioni dei signori territoriali, fanno una scelta e stanno in città, oppure sono signori territoriali

in campagna, ma decidono, per motivi di prestigio e motivi economici, di stare in città = quindi, il

mondo signorile sta anche in città e, a volte ci sta bene, certe volte non ci sta bene. (Modena è una

città che matura ben presto una tendenza anti magnatizia, cioè contro i magnati=aristocratici:

quando a Modena viene fatta una legislazione contro gli aristocratici si decide che quei signori

aristocratici non potranno più partecipare alle cariche pubbliche. E a Modena resta una realtà

costante per diversi secoli).

Altro aspetto della presenza signorile in città si vede dalle TORRI: a Modena, ormai ne sono

rimaste poche, ma a Bologna ce ne sono moltissime. I signori aristocratici stanno nelle città come

stavano in campagna, si costruiscono un castello all’interno delle città: delle torri con poche

finestre, perché in realtà non erano case, ma erano dei fortini.

Anche il vescovo sta in città (nelle cattedrali).

Ma non ci stanno solo i signori e i vescovi: in città ci stanno anche mercanti e commercianti che si

riuniscono nelle “corporazioni”, cioè delle SOCIETATES ARTIUM (= società di mestieri). Ma ci

sono anche delle SOCIETATES ARMORUM (= società delle armi), di cui un esempio lo troviamo

a Siena: ci si riunisce in società delle armi e si difende il proprio quartiere.

Anche questo è un altro fenomeno associativo: chi può, chi ha qualcosa da mettere nella società

(braccia, stirpe, abilità, artigianato o commercio) entra in un’associazione: chi non ci sta è fuori e

non fa parte del populus.

Mendicanti e stranieri non hanno nessuna rilevanza giuridica.

Si tratta, quindi, di un popolo ristretto con delle gerarchie, perché certamente ci sono delle

associazioni che contano di più di altre.

Il comune è anche organizzazione: quali sono i primi capi? I CONSULES. Il comune consolare è la

prima forma comunale.

I consoli sono sempre in numero pari (quattro, otto, venti, ecc.). Di regola i consules sono

aristocratici e, a volte, sono anche ricchi commercianti o artigiani, ma non avviene sempre in tutte

le città: ad esempio, Genova è un caso particolare, perché qui il comune nasce dalla compagnia

(=cumpane - “mangiare lo stesso pane e lo stesso vino”, cioè coloro che dividono la stessa sorte).

In genere, fra i consoli nelle città troviamo solo aristocratici, ma perché in numero pari? I signori,

quando non sono d’accordo, non alzano la mano, ma alzano la spalla, quindi si cerca sempre di fare

delle delibere all’unanimità: il numero pari serve proprio ad evitare che, in qualche modo, qualcuno

possa essere tentato a “decidere a colpi di maggioranza”, perché i colpi di maggioranza divenivano

colpi di spada inferti da una fazione ad un’altra.

Che poteri hanno i consoli? Hanno gli stessi poteri che i signori avevano nelle campagne, solo che li

hanno all’interno della città, cioè DISTRICTIO (bannum) e IURISDICTIO (l’immunitas non

l’hanno, perché questo potere imponeva al signore di astenersi dall’esercitare i poteri sul fondo del

suo vassallo, mentre il console non ha un signore al di sopra: avrebbe l’imperatore, o il papa, ma è

una cosa del tutto virtuale).

Quali norme si applicano in città? In città si applicano gli STATUTA che sono formati da tre

elementi:

• CONSUETUDINI messe per iscritto.

• BREVIA = formule con cui i pubblici ufficiali, nell’entrare in carica, giurano fedeltà: sono

norme di diritto pubblico, costituzionale.

• STATUTA veri e propri = deliberazioni assembleari (cosa che contraddistingue le città, ma

non del tutto perché c’era anche nelle popolazioni germaniche, è l’assemblea, che può

chiamarsi “concio” o “colloquio” e dove si riunisce il popolo che prende delle decisioni

generali, gli statuta appunto).

Un altro organo costituzionale urbano, oltre ai consoli, sono le ASSEMBLEE, che si riuniscono

nelle piazze (piazze centrali, vicino alle cattedrali e vicino ai palazzi comunali).

Luoghi del potere sono:

• CHIESA (dove sta il vescovo).

• PALAZZO COMUNALE (o il palazzo signorile, con una torre).

• PIAZZA (dove si riunisce l’assemblea al suono delle campane).

I consules, per quanti sono, non possono fare tutto da soli e hanno bisogno di un consiglio minore,

che di solito si chiama CONSILIO DI CREDENZA (ma poi ogni città ha il suo nome). Tra i capi e

l’assemblea ci sono degli organi intermedi, minori più ristretti e maggiori, che servono per

governare: quelli minori sono quelli più efficaci, perché sono quelli che collaborano direttamente

con i capi e sono organi di governo, cioè quelli che dicono qualcosa sulle decisioni; gli organi

maggiori (per esempio, la sala dei 500 a Firenze). Comunque, ogni città ha la sua struttura.

Questo per vedere che tipo di diritto viene applicato: ma chi applica questo diritto? I consules hanno

anche la iurisdictio, però, siccome la iurisdictio è un’operazione un po’ tecnica, non viene gestita da

tutti i consules: di regola ce ne sono un paio che prendono questo nome – CONSULES DE

IUSTITIA e sono quei due consoli che fanno da giudici ed esercitano la iurisdictio del comune,

applicando quel diritto.

Però i consoli non sanno nulla di diritto, ma sanno bene gli statuta, le consuetudini e i brevi, e

giurano su questo. Tutte le controversie non possono essere risolte con queste fonti: nei casi più

particolari i consules de justitia prendono una pergamena, scrivono il QUID IURIS (quesito),

lasciando lo spazio in bianco sotto e lo danno ad un “sapientes” (giurista: nel frattempo si sono

affermati anche i giuristi), il quale scrive la soluzione e la riporta ai consules di justitia che, a loro

volta, firmano (se sanno, sennò fanno una croce) e questa è la sentenza: questa pratica si chiama

CONSILIUM SAPIENTIS IUDICIALE, perché ha natura giudiziaria (non è il parere che il giurista

da al privato, ma è il parere ufficiale che gli amministratori della giustizia comunale chiedono al

giurista e viene controfirmato).

I consules appartengono agli aristocratici: gli aristocratici continuano a fare quello che fanno da

sempre, cioè continuano a scannarsi. Al primo diverbio si ammazzano: quindi, fazioni e lotte. Si

trova allora una soluzione.

Quando c’è un problema grave e non vogliono tirare fuori le armi, perché si sa cosa succede,

chiamano un arbitro, il quale viene da fuori: si crea, così, la prassi del POTESTAS = nasce sulla

prassi di chiamare un arbitro esterno che dirima le controversie. In molte città diviene poi la

soluzione stabile: si chiama un forestiero che per un anno (o, a volte, anche solo 6 mesi) detenga il

potere della città, così si evita la lotta tra le fazioni.

Questo è un passo molto importante, perché i potestà sono dei professionisti, che si portano

appresso tutta una corte di tecnici che fanno parte della sua famiglia e che si spostano di città in

città a fare quel mestiere.

Abbiamo quindi un forestiero e dei tecnici non compromessi con le famiglie, perché non fanno

dell’aristocrazia, in quanto, appunto, sono esterni.

Ma come fanno le grandi famiglie o i mercanti a fare pressione sui potestas? Perché c’è un istituto

inventato nel medioevo, che è il SINDICATUS = quando i potestas smettevano la loro carica vi

erano i sindacatori che si riunivano, guardavano gli atti e decidevano se il potestas era stato corrotto,

era stato ingiusto, ecc.: i sindacatori erano espressione delle famiglie più importanti, per cui il

potestas, entrando in carica, sapeva che se in quel determinato periodo non si comportava in un

certo modo, dopo sei mesi subiva il giudizio del sindicatus e veniva messo in galera (e non veniva

più fatto ripartire). Quindi, il potestas in quel certo tempo della sua carica doveva comportarsi in un

certo modo, spesso favorendo le famiglie maggiori, perché spesso il sinidicatus era un elemento di

pressione molto forte.

Nel regime consolare e nel regime podestarile c’è qualcuno che non è contento, cioè LE SOCIETA’

DELLE ARTI.

Altro elemento di instabilità e di crisi: il mondo produttivo urbano non trova voce politica. Allora,

approfittando dell’ennesima crisi potestarile e consolare, arrivano al potere le società delle arti, che

nel frattempo si sono organizzate (le società sono “compagnie” e hanno un capo che si chiama

“capitano” che comanda ogni singola corporazione).

Qui si creano due specie di comuni paralleli: un comune ufficiale con il potestà e dei sottocomuni

con un capitano, un’organizzazione interna, dei propri statuti, ecc.

Ad un certo punto, quando non ne possono più e quando c’è la crisi degli aristocratici, intervengono

e cacciano via gli aristocratici: intorno al 1200 si susseguono leggi anti magnatizie (Bologna e

Modena soprattutto, ma anche in altri città).

Tra la fine del 1100 e la prima metà del 1200 si crea un nuovo tipo di comune, formato dalle società

delle arti, che si chiama COMUNE POPOLARE, perché quel populus, che nonostante fosse già da

allora populus, non aveva trovato espressione di comando nei consoli, né nella potesteria, e ne

approfitta per diventare comandante nel comune popolare, attraverso un capitano di un popolo, che

è il capitano dei capitani delle società delle arti: il comune popolare è il comune delle corporazioni

di mestiere che sono nate prima.

Questa è la terza fase ed è quella più instabile, perché il comune rischia grandi sommovimenti,

perché queste società delle arti hanno un difetto, cioè ognuno pensa al suo mestiere e, quindi,

litigano sempre.

Grande instabilità, grandi lotte, grande incertezza politica, fino a che non si torna punto e daccapo:

quando c’è instabilità, quando una società si apre ad una gestione più aperta del potere (e non si sa

gestire autonomamente) si aprono gli spazi più pericolosi, del DISPOTISMO, perché in questi casi

arriva (o c’è sempre stato) un signore.

E si torna ad avere, così, la signoria, che è la crisi del comune. Ma si parla qui di SIGNORIA

URBANA: le istituzioni comunali rimangono, solo che rimangono svuotate, perché l’assemblea pur

di non farsi la guerra tutti i giorni, decide di delegare tutto il potere decisionale a un signore feudale,

un aristocratico (che tornano in città riveriti e con potere unico).

Da qui nasceranno, poi, gli stati moderni: i signori diventeranno principi, duchi.

(ES.: gli Estensi sono la prima signoria in Italia di questo periodo).

IL REGNO DI SICILIA:

Il regnum in generale non è una novità assoluta: certamente è importante, perché questo regno

(appunto il regnum siciliane) è il primo regno stabile in Italia e che ha una fortuna enorme, ma poi

anche perché è quello che ha una durata più lunga, in quanto rimane fino all’unità d’Italia.

Le caratteristiche istituzionali del regno di Sicilia apportano degli elementi di novità in Europa,

intorno al 1100.

I due sovrani più importanti sono RUGGERO II e FEDERICO II (Federico II è stato anche

imperatore del sacro romano impero).

Si è detto che il regno di Sicilia, soprattutto quello di Federico II, è un regno nuovo, il primo regno

moderno, dove c’è un’organizzazione statale fortemente accentrata. Però parlare di modernità in

questo periodo è del tutto fuori luogo, soprattutto perché ci troviamo sempre nel periodo dell’alto

medioevo.

E’ vero che il regno di Sicilia porta degli elementi di novità indiscutibili, però è anche vero che il

regno di Sicilia è un regno medievale, quindi per quanti elementi di novità possiamo individuare,

sono sempre gli elementi di novità che nascono nel medioevo e si inseriscono pienamente nel

contesto giuridico e culturale del medioevo.

Nella parte settentrionale dell’Italia ci sono i comuni e nella parte meridionale si crea il regnum.

I normanni sono una delle tante popolazioni barbariche che vagabondano per l’Europa, che si sono

stabilizzati in Normandia (Francia del nord) e che ad un certo punto sono andati a conquistare

l’Inghilterra e la Sicilia (meridione d’Italia): infatti, il regno d’Inghilterra e il regno meridionale

normanno hanno punti in comune, che derivano dal fatto che hanno la stessa matrice normanna.

Perché i normanni vengono nel meridione d’Italia? Nella parte orientale dell’Italia ci sono i

bizantini; la parte occidentale è quella più caotica, perché è piena di ducati e di principati. In Sicilia

dal IX sec., quando sono arrivati i Franchi, c’erano già gli arabi.

Sono i normanni quelli che riescono a scacciare gli arabi.

I normanni aspettano solo di fare fortuna e vengono chiamati da alcuni signori campani che si fanno

la guerra tra di loro, così per farsi un buon esercito. I nordici hanno sempre avuto la fama di

guerrieri (vivono di questo). Così con vari accordi i normanni arrivano in Sicilia per aiutare alcune

fazioni a combattere altre fazioni di altri principati. E, soprattutto, vengono guidati da alcuni capi

militari, tra i quali però se ne distinguono due in particolare, sono due fratelli nella discendenza

normanna degli “Altavilla” e sono ROBERTO (IL GUISCARDO) e RUGGERO (IL GRAN

CONTE).

Questi due fratelli sono molto bravi non solo perché sapevano fare bene la guerra (cosa che bene o

male sapevano fare tutti), ma perché cominciano a capire che in questa situazione di debolezza di

tutti questi principati loro si potessero inserire a buon diritto. Così cominciano a diventare signori

militari, ma anche signori territoriali, cioè cominciano a stanziarsi lì, a inglobare le loro signorie, ad

allearsi con uno o con l’altro, e così via. Si dividono i compiti: Roberto lavora nella parte della

Puglia e della Calabria, mentre Ruggero lavora in Sicilia.

Roberto è molto bravo e comincia ad inglobare le signorie con cui prima era alleato, con cui si

scontrava e comincia a sottometterle a sé con la forza. Dopo che diventa signore territoriale militare

di fatto, non ha ancora raggiunto il suo scopo. Ha bisogno di una legittimazione politica: così nel

1059 Roberto il Guiscardo chiede questa legittimazione al papa, che gliela da mediante una

investitura feudale.

(il papa che da questa legittimazione è Niccolò II, un cluniacense che aveva avuto il merito di

rinnovare il sistema elettivo pontificio).

Anche questa volta il vantaggio è reciproco: Roberto non è più solo un combattente, ma comincia a

diventare un duca, nel senso di combattente, ma anche di sovrano.

La chiesa fa la solita operazione: legittima la sua superiorità istituzionale e mette una mano in

meridione, perché il meridione ha sempre vantato una forma di superiorità (che non ha la forza

politica e militare di esercitare e la esercita idealmente con queste investiture feudali).

Tutti e due sono contenti: Niccolò è il signore feudale, come papa, del meridione; Roberto il

Guiscardo ha una legittimazione politica e feudale che tutti gli riconoscono come prestigiosa.

La stessa operazione la fa Ruggero il gran conte, il quale però è destinato a maggior gloria, perché

fa un’operazione storica e di portata anche religiosa, cioè scaccia via gli arabi dalla Sicilia

(operazione molto simile a quella fatta dai franchi): per la chiesa vuole dire SCONFIGGERE GLI

INFEDELI DALL’EUROPA. Ed è proprio in questa occasione che Ruggero è chiamato “il gran

conte” (=grande condottiero).

Anche lui cerca una legittimazione, però con Ruggero il rapporto con il papato non funziona molto

bene. Si comincia ad instaurare col papato la caratteristica del cattivo rapporto che in realtà c’è tra il

papato e questi signori.

Finché si trattava di legittimare il potere, il papato andava bene; quando però il papato vuole

mettere la lingua negli affari normali allora non va più bene, soprattutto per le cariche

ecclesiastiche. E siamo al solito problema, i vescovi e soprattutto i vescovi in Sicilia, i quali vuole

controllarli Ruggero il gran conte.

Così il vescovo di Troina viene incarcerato da Ruggero il gran conte, come forma di ritorsione,

perché era troppo vicino alla chiesa: dopo varie affannosità diplomatiche, nel 1098 Urbano II

concede una bolla pontificia = QUIA PROPTER POTENTIAM TUAM (“in virtù della tua

prudenza”), con la quale si concedeva un istituto straordinario, che rimane in vigore sino a tutto il

1700 = APOSTOLICA LEGAZIA = il papa concede ai sovrani meridionali (in questo caso al duca

Ruggero il gran conte) il legato (incaricato) apostolico: in altre parole, Ruggero il gran conte e suo

figlio sarebbero stati emissari del papa per le nomine ecclesiastiche (una sorta di mandato, solo che

questo doveva essere soltanto per Ruggero il gran conte e per suo figlio, per evitare delle situazioni

di attrito). I normanni, però, si appropriano di questo potere e se lo conservano per tutte le

generazioni avvenire.

L’apostolica legazìa la si trova ancora nel 1700, con cui i sovrani ogni tanto si ricordavano di avere

questo potere e decidevano che dovevano mettere mano alle nomine vescovili o alle nomine

ecclesiastiche.

Arriviamo al regnum……

Il nipote di Ruggero il gran conte è Ruggero II d’Altavilla, il quale completa l’opera, perché dalla

Sicilia (da dove è partito) sale su nel continente e unifica le due parti della conquista normanna: nel

1127 si fa investire da Onorio II. In pratica fa la stessa cosa che aveva fatto Roberto il Guiscardo,

quindi una nuova rinnovazione di investitura, però stavolta (e qui la novità) di tutto questo dominio.

Onorio II, questa volta, non poteva fare a meno di darglielo (pur sapendo che ciò era molto

pericoloso), perché c’è un anti papa (Anacleto II) e nel momento in cui il papato si divide in un

papa e in un anti papa, Ruggero II ne approfitta e chiede la legittimazione feudale a Onorio II, il

quale deve dargliela, perché sa di aver bisogno di alleati forti contro l’anti papa.

L’abilità di Ruggero II è stata proprio nel chiedere la legittimazione in un momento di debolezza del

papato e tre anni dopo, nel 1130, a Palermo si fa nominare REX DI SICILIAE (tutto il meridione),

ma non si fa nominare dal papa, ma semplicemente da un legato apostolico di sua fiducia (cioè non

fa l’errore di Carlo Magno di andare a Roma) e nella nomina dice “per grazia di Dio” (non dice “per

grazia del pontefice”), perché in questo modo è Dio che direttamente gli da l’investitura e la

sacralità del regno: salta la mediazione pontificia proprio per evitare gli errori di un Carlo Magno,

tre secoli prima.

E’ questa la grande novità in Europa, cioè di sovrani (anche loro capi militari) molto spregiudicati

che sanno usare la signoria territoriale, la signoria militare, che sanno usare l’investitura feudale,

che sanno usare i rapporti con il pontefice e hanno un’idea profondamente spregiudicata del potere

e la usano. Questo è quello che fa Ruggero II.

Quali sono le novità di Ruggero II nel regno normanno? Riguardo all’organizzazione…

L’organizzazione di Ruggero II si basa su due livelli:

• Un’organizzazione amministrativa centrale, a Palermo.

• Un’organizzazione amministrativa locale, nel territorio.

L’organizzazione centrale non ha niente di particolare, perché poi sostanzialmente è un palatium

come quello di Pavia.

Quello che è importante è vedere cosa succede a livello locale.

Prima di tutto si trova dappertutto questa affermazione: “il feudo, nel mezzogiorno d’Italia, è stato

introdotto dai normanni”. Non c’è niente di strano, almeno in teoria, perché il feudo viene dal nord

della Francia e lo hanno inventato i franchi per motivi militari. Quello che convince poco, però, è

che da una parte si dice che i sovrani hanno un’organizzazione molto accentrata con il potere a

Palermo, mentre poi si dice che mettono il feudo.

Se noi teniamo ferma l’interpretazione che vede il feudo come un modo di rapporti di fedeltà di tipo

militare, allora vediamo che non c’è una contraddizione tra dei sovrani fortemente accentratori e

l’uso spregiudicato del rapporto feudale.

Perché con il rapporto feudale i normanni non è che delegano dei poteri, ma semplicemente

introducono tutta una serie di condottieri normanni nel meridione d’Italia.

Questa situazione di feudalità non è opposta alla situazione del meridione, perché nel meridione

incontriamo i monasteri, i latifondisti, i boni homines: quindi, questo rapporto di fedeltà è utile

anche a rivestire giudizialmente le situazioni di dipendenza che troviamo nel meridione.

In altre parole: è vero che i normanni introducono il feudo, ma non è vero che il feudo è un

elemento disgregante della loro sovranità, anzi, è un elemento pienamente integrante, perché non è

vero che il feudo è contrario allo stato, perché in questo periodo non c’è uno stato, ma c’è

semplicemente un regno ed è un regno di tipo militare, signorile, perché è un regno pienamente

medievale, non è uno stato moderno.

Questo si vede ancora meglio nel rapporto con le città, dove c’è un’altra questione che ha fatto

discutere moltissimo.

L’idea è questa: da una parte ci stanno i comuni e da una parte c’è un regno, ma non è che nel regno

non ci sono le città: c’è Milano, ma c’è Bari, c’è Bologna, ma c’è Messina; quindi le città ci sono

sopra e ci sono sotto.

La differenza è a livello istituzionale. Certamente nel regno non ci possono essere i comuni

dell’Italia centro-settentrionale, perché il comune è una coniuratio, o un’associazione di

coniurationes, che si da un suo statuto e si auto regola con un suo ius proprium e un’organizzazione

particolare, per assicurare pax e libertas.

Anche nel regno ci sarà pax e libertas, ma per quello che riguarda lo ius proprium e

l’organizzazione è un discorso un po’ diverso, perché una città non può darsi un proprio statuto ed

auto regolarsi se c’è un sovrano: o c’è il sovrano o c’è la città.


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flaviael

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia del Diritto Italiano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Storia del Diritto Italiano, Padoa Schioppa consigliato dalla docente Trombetta. Gli argomenti trattati sono i seguenti: i bizantini, la figura dell'esarca, il cesaropapismo, gli altri collaboratori per l'attività amministrativa, i scrinia (gli uffici finanziari).


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Giurisprudenza
SSD:
Università: Bari - Uniba
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del diritto italiano e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Bari - Uniba o del prof Trombetta Angela.

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