Capitolo primo: l'Arabia preislamica
Nomi ed origini
Gli Arabi chiamano sé stessi Al-'Arab, con un nome che designa una comunità, vale a dire la totalità degli arabi; Al-'Arabi è invece il singolo appartenente a questo popolo, la cui unità si fonda, innanzitutto, sull’uso della lingua araba. Oggi sono circa 280 milioni, sparsi nell’Africa settentrionale e in Asia Anteriore. La diffusione degli arabi e della lingua araba è dovuta all’espansione dell’islamismo a partire dal VII secolo.
Il nome degli arabi lo si incontra per la prima volta in una iscrizione trionfale del re assiro Salmanassar III dell’835 a.C., nella quale è narrato dell’aiuto di un contingente di migliaia di truppe a dorso di cammello. I sovrani assiri citano più volte, nelle loro scritture, re e regine degli arabi, per lo più come truppe ausiliarie degli assiri stessi. Si tratta, presumibilmente, di comunità nomadi che vivevano nel deserto siriano. Il loro nome è collegato all’uso del cammello, in quanto riserva di cibo e mezzo di trasporto, e rendeva possibile la vita nel deserto (Badiya) da cui prende il nome il beduino arabo. Il controllo degli arabi era di importanza strategica per gli assiri, le cui mire imperialistiche si estendevano all’intera Siria.
L’arabo appartiene alla famiglia delle lingue semitiche, il cui nome deriva da Sem, figlio di Noè, da cui la tavola della discendenza dell’Antico Testamento fa discendere sia il popolo d’Israele che gli arabi. L’odierna scrittura araba ha la medesima radice della nostra scrittura latina. Limitato a meno di 30 segni per indicare i suoni, il principio dell’alfabeto si è imposto in tutto il Medio Oriente.
L'antica Arabia del sud
La parte sudoccidentale della penisola arabica costituisce una realtà a sé. L’agricoltura sui campi terrazzati e le città con le cinte murarie in pietra connotano un paesaggio antropizzato antichissimo. Da sempre, questo passaggio è stato il tramite del commercio fra l’Oceano Indiano e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo: specialmente l’incenso, che si ricava nel Dhofar, nell’odierno Oman. Da qui la via dell’incenso passava attraverso numerosi regni che non producevano incenso, ma che ne controllavano il commercio e il profitto.
L'Arabia in epoca ellenistica
La spedizione di Alessandro Magno non aveva toccato l’Arabia, anche se il suo ammiraglio Nearco giunse a capo Musandam, nell’odierno Oman. Con la sua morte, avvenuta nel 323 a.C., si infransero i suoi sogni di esplorazione dell’oceano. Alcuni regni dei diadochi (i successori di Alessandro Magno), i Seleucidi in Siria/Mesopotamia e i Tolomei in Egitto, ebbero contatti stretti con gli arabi, poiché controllavano la navigazione sul mar Rosso. In epoca ellenistica risalgono alcune migliaia di graffiti, incisi nella roccia, in cui spesso i viandanti perpetuavano il loro passaggio o invocavano l’aiuto delle divinità. Sebbene si servissero di alfabeti derivati dall’antico arabo del sud, la lingua è tuttavia arabo del nord e viene quindi chiamato paleoarabo o protoarabo. Di queste forme di scrittura, le due principali sono definite Lihyanita e Tamudico.
Erano arabi anche i Nabatei, la cui capitale Petra era situata in una conca rocciosa ad est del mar Morto. Antigono, uno dei generali di Alessandro, cercò di impadronirsi di Petra: aveva fatto razzie di incenso e spezie. Diodoro (storico romano) riferisce che i Nabatei commerciavano in incenso e mirra con i paesi del Mediterraneo; ma praticavano anche la pirateria sul mar Rosso e ciò determinò guerre con i Tolomei d’Egitto.
Arabi e romani
Nel 64 a.C. il proconsole romano Pompeo fece la sua comparsa in Siria, per sistemare la situazione politica in Oriente secondo il volere di Roma. Già l’anno precedente, truppe romane avevano cacciato da Damasco il re nabateo Areta III e occupato la città, ed ora Pompeo trasformava la Siria in provincia romana. I romani distinguevano l’ Arabia desertica, Arabia Deserta, da quella felice, Arabia Felix, che sarebbe lo Yemen.
Il nome “Yemen” deriva dall’equivoco creato da un termine arabo: per gli arabi che si “orientavano” verso Est, il Sud era “a destra” (Al-Yaman), e il Nord era “a sinistra” (Al-Sham). Quindi lo Yemen è il paese “della mano destra”: “destra” però significa allo stesso tempo “che promette felicità”, e così il “paese a destra” divenne l’Arabia felice. Secondo alcune testimonianze, è da lì che i romani prendevano incenso, mirra e altri prodotti. Fu senz’altro l’aspirazione ad esercitare il controllo sul commercio di questi beni che indusse Ottaviano ad inviare una spedizione militare, negli anni 25 e 24 a.C. nell’Arabia felice. Sia dal punto di vista militare che politico l’impresa fu un vero fallimento.
Nella parte meridionale dello Yemen si stava affermando un nuovo potere, quello della stirpe degli Himyariti, la cui capitale Zhafar divenne la nuova metropoli dell’Arabia felix. Gli Omeriti, come venivano chiamati dai romani gli himyariti, dominarono l’Arabia meridionale durante tutta l’epoca imperiale romana e i rapporti commerciali con Roma rimasero buoni e intensi. Le cose andavano diversamente nell’Arabia del nord, dove gli arabi non erano soltanto vicini della provincia romana della Siria bensì si incontravano anche all’interno dei confini dell’impero romano. I nomadi si muovevano fra i villaggi al margine del deserto siriano, e talvolta, si stabilivano in prossimità delle città. Nel 70 d.C., dopo la distruzione di Gerusalemme per mano di Tito, la Giudea divenne provincia romana e nel 106 l’imperatore Traiano annetté anche il regno dei nabatei, che diventò così la provincia romana di Arabia.
L'Arabia fra i bizantini e i persiani
Due avvenimenti che hanno avuto luogo al di fuori dell’Arabia segnano anche per gli arabi svolte epocali. Nel 226 d.C. al dominio dei parti sull’Iran e la Mesopotamia si sostituì quello del re persiano Ardashir; il nuovo sovrano assunse l’antico titolo di “re dei re” e creò il nuovo regno persiano dei Sasanidi. Nel 330, l’imperatore Costantino fondò, nel luogo in cui sorgeva la città greca di Bisanzio, la capitale Costantinopoli, che divenne la nuova metropoli dell’impero romano d’Oriente. Il deserto siriaco e la penisola arabica si ritrovarono quindi schiacciate fra le due grandi potenze della tarda antichità.
Ad ovest del corso inferiore dell’Eufrate si stabilì il dominio della tribù araba dei Lakhm, che serviva ai persiani come stato cuscinetto contro l’impero romano d’Oriente. La residenza dei re lakhmidi era Al-Hira. Di nascita molto più recente è lo stato cuscinetto dall’altra parte, quella bizantina, dove la tribù dei Banu Ghassan faceva da schermo fra le province siriane e il deserto. Centro del dominio dei Ghassanidi era Al-Jabiya, nel Golan. In quanto vassalli di Bisanzio erano cristiani, pur appartenendo alla confessione monofisita predominante in Siria (giacobita). Raggiunsero l’apice della potenza nel VI secolo. In seguito però i rapporti si deteriorarono e con la conquista di Damasco e di Gerusalemme da parte del re dei Sasanidi nel 613-614, finì il potere dei ghassanidi.
Altro motivo di scontro fra il regno bizantino e quello persiano, era lo Yemen. Sull’antico regno di Saba dominavano, dal III secolo, gli Hymiariti (Omeriti). Intorno al 500 d.C., si verificò un vero e proprio colpo di stato: la dinastia legittima venne detronizzata e prese il potere un usurpatore, Dhu Nuwas (“colui che ha il ricciolo”), che si convertì alla fede ebraica e si fece chiamare Yusuf. Dalla distruzione di Gerusalemme per mano dei romani nel 70 d.C., gli ebrei sembra si siano riversati verso sud lungo le vie dell’incenso. All’epoca di Muhammad tre delle cinque tribù arabe che vivevano a Yathrib (Medina) erano di fede ebraica. Pare che il re yemenita Yusuf abbia perseguitato i cristiani e questo fatto, a sua volta, provocò la reazione degli etiopi di fede cristiana, appoggiati da Bisanzio: fra il 523 e il 525 il negus dell’Etiopia conquistò lo Yemen, depose il persecutore dei cristiani e insediò nel paese un viceré etiope. Finì così il regno di Saba e Himyar. Poco più tardi, gli yemeniti si sollevarono contro il dominatore etiope e cercarono aiuto presso il sovrano persiano. Il re persiano inviò un esercito che cacciò gli etiopi. I persiani insediarono quindi viceré autoctoni, che amministravano per loro conto la satrapia sudarabica. Per sessant’anni, lo Yemen rimase una provincia islamica.
La lingua araba antica
Nella parte settentrionale della penisola arabica, sul margine interno della Mezzaluna Fertile, nel VI secolo d.C. hanno preso forma tre dei segni distintivi divenuti fondamentali per il mondo arabo: la lingua araba (del nord), la scrittura araba, e la poesia araba antica. La lingua araba (Al-'Arabiyya) fa la sua improvvisa comparsa nel VI secolo, con una poesia già estremamente sviluppata, la Qasida, che presenta una varietà che non ha paralleli né modelli in alcuna lingua semitica della Mezzaluna Fertile. La poesia nasce nell’ambiente tribale: il poeta (Sha'ir), le cui facoltà sembrano essere infuse dai demoni (jinn), è in prima istanza rappresentante della sua tribù e del suo clan, e in quanto tale celebra la sua tribù e ingiuria quella del nemico.
Nel VI secolo i poeti appaiono già persone consce del proprio valore, che conducono una vita “professionale” autonoma. Le poesie venivano tramandate oralmente: spesso, i grandi poeti del VI secolo erano circondati da rapsodi che si occupavano di diffondere le loro qaside e quindi la loro fama. La lingua araba si contraddistingue per un’enorme ricchezza, data da suoni gutturali e suoni enfatici. A ciò, si aggiungono un sistema di forme verbali estremamente differenziato, un patrimonio sterminato di sinonimi e un’infinità di espressioni diverse. La scrittura araba si compone di 28 caratteri esclusivamente per le consonanti (le vocali corte non si scrivono e le lunghe si accennano appena). La maggior parte di queste lettere ha però una propria forma – a seconda che si trovi all’inizio, in mezzo o alla fine della parola oppure da sola. La scrittura araba è un corsivo che va da destra a sinistra.
Capitolo secondo: l'Arabia e l'Islam
L'Arabia alla vigilia dell'avvento dell'Islam
La caratteristica dell’intera regione dell’Arabia meridionale era la strutturazione sociale di tipo tribale: i nomadi allevatori di bestiame non erano i soli ad articolarsi in tribù, sottotribù e clan; anche gli abitanti stanziali delle città e i contadini erano organizzati in maniera tribale. Così la popolazione della Mecca era composta da membri della tribù Qurayshita, che a sua volta si articolava in una dozzina di clan, fra cui i potenti Makhzum e 'Abd Shams e i meno influenti Hashimiti. L’oasi di Yathrib (la futura Medina) era abitata da cinque tribù arabe.
Già in epoca pre-islamica le tribù della penisola arabica erano basate sulla presunzione che discendessero tutte da antenati comuni: capostipite degli arabi meridionali era considerato Qahtan, quello degli arabi settentrionali 'Adnan. Questa differenziazione riflette un profondo contrasto fra i due gruppi, le cui ripercussioni si avvertiranno fino in avanzata epoca islamica. Gli arabi del sud erano considerati quelli puri, i veri, gli 'Ariba, mentre quelli del nord venivano definiti Mustariba, gli arabizzati. Ogni tribù parlava il proprio dialetto, ma i poeti avevano già sviluppato una lingua standard unitaria.
Importanti punti d’incontro erano i luoghi consacrati a diverse divinità, per esempio la Ka'ba, un tempio cubico della Mecca, dedicato al dio Hubal. L’universo delle divinità arabe ci è noto a grandi linee sia attraverso gli accenni che ne fa il Corano, sia soprattutto attraverso il “Libro degli idoli” dell’iracheno Ibn al-Kalbi. Le divinità si presentavano sotto forma di sassi o di alberi, lo stormire delle cui fronde veniva interpretato come un oracolo. Sembra che Habul, il dio principale dei Qurayshiti della Mecca, fosse venerato anche con il nome di Allah. I pellegrinaggi e le fiere, così come la lingua dei poeti itineranti, crearono i primi legami sovraregionali fra le tribù sparse per tutta la penisola. A ciò si aggiungevano i contatti con l’esterno attraverso il commercio, che passava ancora prevalentemente per la via dell’incenso, dallo Yemen alla Siria.
Il profeta Muhammad
L'Islamismo è senza dubbio uno degli elementi costitutivi del mondo arabo. Nato intorno al 570, appartenente al clan degli Hashimiti della tribù dei Qurayshiti della Mecca, rimasto presto orfano, Muhammad si guadagna da vivere inizialmente con il commercio. Si narra che, in qualità di socio e fiduciario della ricca vedova Khadigia, abbia accompagnato una carovana in Siria e vi abbia concluso degli affari: al suo ritorno Khadigia, un po’ più vecchia di lui, lo sposerà.
Intorno al 610, dopo aver avvertito la vocazione, Muhammad, che ha circa quarant’anni, si presenta come il Profeta di una fede monoteistica che contesta con veemenza, minacciando l’avvento imminente del Giudizio Universale, la religione politeistica dell’antica Arabia. Alla Mecca riuscì a riunire attorno a sé una piccola schiera di seguaci: i clan dominanti della tribù dei Qurayshiti, che temevano per la loro posizione influente e per introiti derivanti dai pellegrinaggi alla Ka’ba e negli altri luoghi sacri nei dintorni della Mecca, erano decisamente ostili a lui e al suo messaggio, vessavano i suoi discepoli e minacciavano lo stesso Muhammad.
Così, nell’anno 622, si giunse all’emigrazione (higra/egira) del Profeta e dei suoi seguaci, che chiamavano sé stessi “sottomessi a Dio” (muslimun) e la loro fede “sottomissione” (Islam), cioè per volontà di Dio, verso Yathrib, situata a 350 km a nord-ovest della Mecca. Qui il Profeta divenne capo di una comunità che si faceva sempre più grande e il cui collante era garantito dalla professione di fede verso un unico Dio e dalla lealtà verso il suo Profeta, invece che dai rapporti di parentela e talvolta dalle alleanze. Questa nuova comunità (umma), era aperta a tutte le tribù e a tutti i clan ed era ritenuta indissolubile, poiché si rifaceva direttamente a Dio.
Durante i dieci anni in cui operò a Yathrib (622-632), Muhammad riuscì ad estendere la umma islamica in pratica a tutta la penisola arabica. Con l’aristocrazia di fede pagana il Profeta aveva in un primo tempo condotto battaglie dagli esiti alterni, finché i clan pagani avversari, quelli dei Qurayshiti, avevano capito che il loro futuro sarebbe stato maggiormente garantito all’interno della umma piuttosto che avendola come nemica. Aprirono le porte al Profeta e si convertirono all’islamismo (630). Quando Muhammad morì, due anni più tardi, l’intera penisola arabica era associata alla umma, vale a dire quasi tutti gli arabi erano uniti nell’islamismo.
È vero che la lealtà delle tribù era indirizzata personalmente verso il Profeta e che dopo la sua morte questa venne meno da parte di alcune tribù, ma è altrettanto vero che il successore di Muhammad, Abu Bakr, riuscì a sottomettere i rinnegati con la forza delle armi e a porre quindi un freno all’apostasia (ridda).
Le conquiste arabo-islamiche
Già durante il decennio in cui a Medina Muhammad era stato a capo della umma, erano state gettate le prime basi di un’entità-stato: i tratti fondamentali di un diritto e di una legge che unisse le tribù e che fosse al di sopra di esse, un ceto di amministratori inviati da Medina ed i primitivi esordi di un sistema contributivo e fiscale. I rappresentanti del suo potere politico e militare erano esclusivamente arabi.
Il nucleo della nuova élite era formato dai primi compagni di sventura e di lotta Muhammad, i musulmani delle origini, dalle cui file provenivano anche i quattro califfi (successori): Abu Bakr (632-624), 'Umar (634-644), 'Uthman (644-656), e 'Ali (656-661) cugino e genero di Muhammad. Tutti e quattro appartenevano alla tribù meccana dei Qurayshiti, distinguendosi tuttavia per meriti religiosi, soprattutto per la loro tempestiva conversione (sabiqa) alla nuova religione; inoltre, tutti e quattro avevano preso parte all’egira con il Profeta ed erano quindi “emigrati” (Muhajirun).
Rispetto a questi, gli “aiutanti” (Ansar) non poterono mai esprimere un califfo, sebbene anch’essi reclamassero il diritto alla carica. Ma non trascorse molto tempo e di nuovo la vecchia élite pagana economica e di potere della Mecca si impose anche all’interno della umma islamica, scalzando il ceto dell’aristocrazia meritocratica. Il ruolo dominante fu assunto dalla famiglia degli Omayyadi, del clan qurayshita degli 'Abd Shams, inizialmente acerrimi nemici del profeta.
L’omayyade Mu’awiya partecipò alla conquista della Palestina e della Siria e fu ricompensato con il governatorato di Damasco, che mantenne per vent’anni. La Siria costituiva la base del suo potere e da lì Mu’awiya insorse contro la scelta del quarto califfo, 'Ali. Dopo l’assassinio di quest’ultimo, Mu’awiya riuscì ad imporsi come califfo e a fare di Damasco la nuova capitale. L’espansione militare del califfato ebbe inizio con il se...
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