L'islam
Capitolo 1: La teologia
Spesso è stata notata come caratteristica dell'Islam quella di un "assorbimento della teologia nella legge". La shari'a islamica si interessa per esempio della preghiera, dell'elemosina religiosa e del culto, mentre i trattatisti di teologia dogmatica trattano una materia piuttosto scarna e generalmente sconsigliano il lettore normale dall'interessarsi di teologia; anche se i musulmani hanno potuto sostenere che non esistono veri e propri dogmi nell'Islam. La ragione di ciò sta nel fatto dell'impossibilità di ragionare con un Dio come quello islamico perché ha una personalità molto arbitraria; l'unica cosa concreta di cui l'uomo debba interessarsi rispetto a Dio è il regolamento dell'armata ai suoi ordini.
Le fonti della teologia islamica, come quelle del diritto, sono:
- Il Corano, libro dettato dall'arcangelo Gabriele al Profeta Muhammad in un periodo che va dal 610 al 632. L'ispirazione del Corano, secondo la teologia islamica è "letterale", cioè è una vera e propria dettatura dell'angelo. Muhammad è un uomo come gli altri e non ha nessuna particolarità se non quella di essere stata eletto da Dio come messaggero (rasul) della sua volontà per l'organizzazione degli uomini. La sua importanza è soprattutto giuridica, fra i numerosi hadit, raccolti in ampie collezioni, ve ne sono alcuni che hanno un interesse e un valore teologico dottrinale. Tra questi hadit interessanti sono i cosiddetti "hadit qudsi", nei quali anziché il Profeta, è Dio che parla in prima persona: si tratta di rivelazioni divine non tramandate nel Corano perché non aventi valore normativo per tutta la comunità, bensì mistiche rivelazioni personali di Dio al suo Profeta in momenti di grazia.
- La Sunna (che letteralmente significa "modo di fare, modo di vita") è l'insieme dei detti e dei fatti tramandati dalla tradizione (in essa rientrano anche i silenzi del Profeta di fronte ad una certa domanda o ad un certo fatto).
- L'igma'a è la terza fonte in ordine di importanza e significa "consenso" dei teologi o, per la legge, dei giurisperiti (intesi come rappresentanti della comunità islamica).
- L'ultima fonte è il ragionamento sui dati tradizionali. Nel caso della teologia, il "ragionare" o conversare dà il nome della scienza stessa, che si chiama Kalam e Mutakallimum sono coloro che professano.
Il grande storico musulmano Ibn Haldun definisce la teologia come la "scienza che fornisce i mezzi di provare i dogmi della fede con argomenti razionali e di rifutare gli innovatori che si allontanano dalla dottrina seguita dagli antichi e dai tradizionalisti".
Quello in cui doveva credere il musulmano ortodosso del XII secolo secondo il principe teologi, Al-Gazzali, è ciò che forma il credo del musulmano ortodosso attuale. Innanzitutto Dio esiste, è insostanziale (quindi non è una sostanza semplice che occupa un luogo, andando contro a chi sostiene che Dio "sta in alto"), ed è incorporeo, il che è affermato soprattutto contro coloro che, prendendo alla lettera alcuni passi coranici, sostenevano la corporeità di Dio. Al-Gazzali aggiunge che molti passi vanno sì interpretati in senso metaforico, ma al contempo profondamente realistico, ponendosi a metà tra il generale allegorismo di certi teologi e l'antropomorfismo dei letteralisti. Nella fattispecie il trono è il simbolo della Potenza di Dio e quando si dice che Dio "discende dalla notte" significa che la solitudine notturna è la condizione più propizia per la preghiera e più adatta a una discesa spirituale di Dio nel cuore dell'uomo. Tra la via dei Mu'taziliti e l'antropomorfismo dei letteratisti, l'ortodossia segue una via media, difficilmente giustificabile razionalmente, ma non prima di una profonda utilità pratica, psicologica e sociale.
Dio, infine, è uno e unico, cioè non è divisibile in parti e la prova di ciò ci è data dal Corano, infatti secondo questa fonte, se esistessero più Dei tra questi ci sarebbe inimicizia e ne seguirebbe una gran confusione nella creazione. Tutte queste qualità sono qualità dell'essenza divina, mentre i veri attributi di Dio (sifat) che Gazzali riduce a 7 sono: potenza, scienza, vita, volontà, udito, vista, parola.
La potenza divina ha per oggetto la totalità degli esseri. Il fatto che Dio crea con la sua potenza gli atti anche degli animali è dimostrato, per Gazzali, dal loro istinto. Inoltre per esempio quando un uomo muove una mano, Dio, oltre aver creato l'uomo e la sua mano, crea anche il movimento della sua mano e crea il potere dell'uomo sul suo movimento; di conseguenza l'uomo è proprietario ma non è mai creatore dei propri atti. Dio crea volta volta i singoli fenomeni, la cui connessione causale non è affatto necessaria. La teologia ortodossa, volta a salvare l'assoluta libertà creatrice e potente di Dio, è giunta a costruire un sistema di occasionalismo atomistico, secondo il quale i corpi sono composti da atomi. Fuori dagli atomi non esistono che delle forme accidentali e nessuno di questi dura che un istante.
La scienza divina è tale che Dio conosce tutti gli esseri conoscibili, sia gli esistenti che i non esistenti.
Vita, cioè "essere che ha coscienza di se stesso e conosce il proprio essere e gli altri da sé distinti.
La volontà divina è un attributo autonomo di Dio. Come la potenza, anche la volontà divina si estende a tutto, a tutti i fenomeni che cominciano ad esistere a un momento determinato di tempo.
L'udito e la vista di Dio sono da considerare come una perfezione della percezione in generale.
Importanti tra gli attributi divini è la parola, infatti il Corano stesso è la parola divina. Negare questo attributo significa negare il concetto di Profeta, uno dei cardini dell'Islam, non essendo il Profeta altro che il trasmettitore della parola divina.
Proprietà comuni a tutti gli attributi divini sono il fatto che essi non si identificano con l'essenza di Dio, in pratica non si può dire che Dio è vivo, ma si deve accettare il fatto che esista una vita di Dio (e così vale per tutti gli attributi divini). Gli attributi di Dio sono qualcosa di ulteriore alla sua essenza, non sono astrattamente distaccati, ma sussistono nella sua essenza così come in una persona qualsiasi. In terzo luogo, tutti gli attributi sono eterni. In quarto luogo i numerosi "nomi" (o meglio come diremmo noi "aggettivi") che nel testo sacro e nella tradizione si attribuiscono a Dio e che, sono riducibili ai 7 attributi, sono predicabili di Dio in eterno. Sui 99 nomi di Dio è basato il tasbih, una specie di rosario usato dai musulmani i quali dovrebbero pronunciare i "99 nomi più belli di Dio" (asma al-husna) preceduti da "ya" per ogni grano; da ciò deriverebbe il rosario cattolico importato in occidente dopo le Crociate. A differenza di quella cattolica, la teologia islamica nega l'eternità delle pene infernali, infatti è assurdo che Dio punisca con supplizi eterni un peccato che, a volte, può consistere in una semplice parola di un istante. Il concetto di Profeta è nell'Islam strettamente legato a quello di legislatore, infatti il Profeta non è tanto chi fa conoscere dei "misteri" o istituisce sacramenti redentivi, quanto piuttosto chi promulga le leggi che Dio ritiene adatte per l'umanità per un determinato periodo. Ogni Profeta abroga la parte di Dio ritenuta non più necessaria delle leggi del Profeta precedente, senza abrogarne, le dottrine essenziali.
I profeti ammessi dall'Islam sono tutti quelli della tradizione biblio-cristiana: Adamo (il primo profeta), Noè, Abramo, Mosè e Gesù più alcuni arabi come Hud e Salih, ma il Corano ed i teologi parlano di un numero grandissimo di profeti, inviati da Dio in tempi antichissimi ed ora sconosciuti. Di Gesù, che gode di particolare considerazione nel Corano, si ammettono la nascita verginale e l'ascensione al cielo, ma non la morte perché sulla croce sarebbe stato ucciso un sosia. Il messaggio del Profeta, oltre alle leggi che ne sono la parte principale, contiene verità accettabili solo per fede su questioni escatologiche, che l'uomo non avrebbe potuto conoscere senza la sua rivelazione. Le più importanti che il musulmano ortodosso è tenuto ad ammettere sono:
- La resurrezione della carne. Garanzia della resurrezione è la creazione, perché la resurrezione non è altro che una seconda creazione. Quanto al modo, è ammissibile sia che la morte annienti sia le sostanze che gli accidenti e che ambedue risorgano insieme, sia che con la morte vengono a distruggersi solo gli accidenti e che solo gli accidenti risorgano. La dottrina ortodossa non ammette l'immortalità dell'anima astratta, staccata dal corpo.
- Il tormento della tomba ('adab Al-Qabr). È una dottrina di fede che i corpi morti, nella tomba, subiranno un interrogatorio religioso da parte di due angeli: Munkar e Nakir. Gli uomini che non avranno saputo rispondere correttamente saranno tormentati da quei due angeli. Secondo alcuni teologi saranno tormentati tutti i giorni fino al Giorno del Giudizio eccetto il venerdì. Il Corano non ne parla esplicitamente. Gazzali dice che per soffrire questo tormento non è necessario tutto il corpo, ma solo una particella del cuore resa sensibile da Dio appositamente per questo scopo.
- Interrogatorio degli angeli Munkar e Nakir. Il cadavere è reso a tale scopo parzialmente vivo in qualche particella sensibile da Dio. (Non si parla di anima astrattamente staccata dal corpo, ma di tutto il complesso corpo-anima).
- La Bilancia. Si tratta della bilancia dove saranno pesate le azioni degli uomini il Giorno del Giudizio, di cui si parla nel Corano. Alla domanda su come si possono pesare cose incorporee come gli atti umani si risponde con un hadit che dice che saranno pesati i fogli su cui sono registrati le azioni umane. Sull'utilità e il valore spirituale di ciò non si discute perché il teologo sostiene che si tratta di un qualcosa che si accetta come reale senza discuterne il modo, perché una decisione del modo già sarebbe un'innovazione ed una eresia. Questo è il principio della "Balkafiya" da "bi-la kaif" cioè "senza come".
- Il ponte (Sirat). Si tratta di una concezione di origine iraniche, cioè quella del ponte più sottile di un capello, teso sopra l'Inferno, che dovrà essere attraversato dai resuscitati; i malvagi cadranno nella gehenna.
Poiché l'ortodossia sunnita si distingue dallo sciismo soprattutto agli inizi per questioni di successione politica del Profeta, i trattati di teologia ortodossa spesso contengono, alla fine, una trattazione del problema dell'imamato. Imam è il capo della comunità musulmana, più usualmente chiamato dai sunniti "califfo". Dato che il Profeta è anche legislatore e che la legge religiosa investe tutti i campi della vita individuale, sociale e politica del credente, l'imam o califfo sarà il successore del Profeta solo in quanto esecutore pratico della sua legge. L'imam non è dotato, a differenza del pontefice cristiano, di autorità docente o legislativa. La necessità dell'istituzione di un imam è dimostrata dai teologi partendo dal punto di vista che uno dei fini del Profeta è la buona organizzazione della vita sociale e religiosa della comunità-stato.
L'imam legittimo deve avere queste qualità:
- Essere della tribù dei Qurais (alla quale apparteneva Muhammad)
- Avere competenza e capacità
- Avere scienza e virtù
- Essere degno di governare gli uomini e condurli verso la diritta via
- Essere privo di difetti fisici (per esempio non può essere cieco)
La sua nomina può avvenire per nomina diretta del Profeta, per designazione dal precedente Imam o per designazione dei maggiorenti della comunità. In caso di sospetto di illegittimità di un Imam è preferibile, per il vantaggio pubblico, un imam illegittimo ma autorevole e abile governante, che l'anarchia; infatti la maslaha cioè l'utilità comune, ha un'enorme importanza nella teologia e nella legge islamica. Le idee sciite sull'imamato sono confutate, secondo Gazzali, dal fatto storico che Muhammad non designò nessuno a succedergli.
Kafir (infedele) dichiara Gazzali è colui che smentisce il Profeta Muhammad; in questo smentire ci sono varie gradazioni di gravità: per esempio c'è chi appartiene ad un'altra religione e, peggio, gli idolatri. I Brahmani, negatori del concetto di missione profetica e gli atei, sono coloro che sono ancor più degni di essere chiamati Kafir. Tra i Kafir vi rientrano coloro che pur ammettendo la missione profetica di Muhammad professano teorie che smentiscono il testo coranico. Fino ai giorni nostri la questione della scomunica dell'eretico rimane nell'Islam non chiaramente definita.
La dottrina teologica schizzata secondo il catechismo di Al-Gazzali è quella detta as'arita, da Al-As'ari di Basra (Iraq), fondatore della scuola che finì verso il XII secolo per trionfare su tutti i suoi avversari di destra (antropomorfisti e tradizionalisti che rifiutavano l'uso della ragione in teologia e accettavano la sola esposizione del fatto dogmatico) e di sinistra (mu'taziliti, "razionalisti"). È la scuola teologica che attualmente seguono i sunniti delle regioni occidentali del mondo musulmano (Siria, Egitto, Iraq, Maghreb). Molti sunniti delle regioni orientali (Turchia, India, Asia centrale) seguono l'altra grande scuola teologica, quella maturidita di Al-Maturidi di Samarcanda. Maturidi afferma che il credente possa dire "io sono in verità un credente" mentre per la scuola as'arita si deve aggiungere "se piace a Dio", per i maturiditi è inconcepibile l'idea che Dio possa punire col fuoco infernale l'uomo che gli ha disobbedito.
Capitolo 2: La legge
La legge positiva (shari'a = letteralmente "via dritta, via battuta") disciplina la vita umana nel mondo esterno, prescindendo dalla fede e dalle credenze di cui solo Dio è giudice. I trattati impropriamente chiamati di "diritto musulmano" si aprono con una prima parte detta ibadat (atti del culto) che includono gli atti fisici che mettono l'uomo in rapporto con Dio, per poi continuare con le mu'amalat, atti che regolano il rapporto dell'uomo con gli altri uomini. Come abbiamo visto per la teologia in cui l'Islam appiattisce sullo stesso piano il soprarazionale e il razionale, così la legge islamica considera solo capitoli differenti il come deve essere compiuta una preghiera e quanti soldi si devono lasciare in eredità al figlio. Diversamente da quanto pensiamo noi che la legge è sancita dal popolo direttamente o attraverso organismi che lo rappresentano, per i musulmani la legge è la diretta e personale volontà di Dio, espressa in chiare lettere al Profeta. Le fonti della legge sono praticamente le stesse della teologia: Corano, Sunna, Ijma'a ed infine il Qiyas = "ragionamento analogico".
Il Corano contiene precetti legali su quali cibi sia lecito o non lecito mangiare, sul matrimonio, sull'eredità, su questioni di buone maniere ecc. I hadit (che formano la Sunna) sono formati da due parti: il testo (mant) della tradizione e l'isnad (legeralmente "appoggio, sostegno") cioè la serie o catena di testimoni mediante i quali si è trasmesso il racconto, fino al teste che prima ha visto o udito il Profeta. Esiste in Islam una scienza speciale (ilm ar-rijal) che studia la posizione storica e l'attendibilità morale dei vari trasmettitori di tradizioni. Dei hadit esistono varie raccolte: le principali sono, oltre alla più antica dal titolo "Al-muwatta'" (= "la via spianata") di Malik, i due Sahih (= "Digesti autentici") di Buhari e di Muslim, e le raccolte di Ibn Maga, di Abu Da'ud, di At-tirmidi e di An-nasa'i; questi 4 libri uniti ai 2 Sahih sono noti come "i 6 libri" e si può dire che comprendono tutto il Corpus Juris Canonici islamico.
L'ijma'a ("consenso") non è da intendere in senso democratico, ma come consenso dei dotti: i giurisperiti (fuqaha'). Il maggior consenso che ha valore come fonte di legge è quello dei compagni (ashab) del Profeta, che convissero con lui e lo videro; a loro segue il consenso dei tabi'un (seguaci) quindi di coloro che avevano conosciuto i compagni, e quello dei "seguaci dei seguaci". Estinta questa generazione, il consenso valido, secondo la maggioranza delle scuole giuridiche, è quello dei mugtahid (letteralmente "colui che si sforza" nello studio della scienza giuridica con iniziativa personale), cioè dei giurisperiti più autorevoli. Il sunnismo dichiarando chiusa la porta dell'igtihad (studio personale della legge) al X secolo, rimane ben poca libertà all'uso dell'ijma'a.
Il Qiyas o "analogia" non va scambiato per una applicazione del criterio personale razionale del giurista, ma è una vera e propria analogia basata sui casi risolvibili con l'aiuto delle fonti della legge.
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