La scomparsa dei bambini e il caso del Grandi
21-22 agosto 1875
Due bambini - di anni 9 e 8 - sembravano spariti nel nulla, uno dopo l'altro, in appena 24 ore; unica traccia degli scomparsi un cappello di paglia che Fortunato (uno dei 2) portava spesso e che era stato ritrovato "nell'interno del paese", in un posto non meglio specificato. Il commissario di polizia era propenso a ritenere il caso chiuso (anche se non risolto): i bambini erano annegati nell'Arno, dove erano soliti andare a giocare o nuotare. Tuttavia, i bambini conoscevano bene quel tratto di fiume; sapevano nuotare; l'Arno era in secca (alla fine di un agosto caldo e senza piogge); infine - dopo tante ricerche - i carabinieri avrebbero dovuto trovare i corpi.
Nel paese cominciarono a girare le voci più strane, la più diffusa era l'idea che i bambini fossero stati rapiti da un forestiero (però nessun sospetto, soltanto un modo di esprimersi della paura dell'ignoto e un meccanismo di difesa di fronte a un male inspiegabile). A questo proposito, il Grandi disse di aver incontrato un "omaccio", che gli aveva chiesto se all'Incisa vi fossero i Carabinieri o la Guardia Municipale, dopo di che si era dileguato nelle campagne. A dare ascolto a queste voci erano soprattutto le donne, che non sapevano darsi pace per non aver badato ai figli. Comunque, fino a quel momento, niente fu scoperto: troppi lutti da sopportare e, se non fosse successo nient'altro, di quei 2 bambini avrebbero finito per non parlare più, dimenticando anche il collegamento con altri bambini scomparsi precedentemente.
29 agosto 1975
Il pretore Chielini interroga i genitori dei bambini scomparsi: non soddisfatto dei rapporti ricevuti dai carabinieri e dalla PS, aveva deciso di indagare personalmente sulla vicenda. L'interrogatorio alla madre di Fortunato Paladini (9 anni) non risultò di grande aiuto; allo stesso modo terminò, poco più tardi, il breve interrogatorio al padre di Angiolo Martelli (7 anni). Dopo che Chelini era stato nella bottega del Grandi e aveva capito cosa era successo, ascoltò l'unica testimonianza veramente importante, rilasciata da una ragazzina incisana, Giulia Monsecchi (12 anni), la quale raccontò dettagliatamente l'accaduto: aveva sentito le urla di Amerigo Turchi provenire dalla bottega del Grandi, quindi aveva chiamato i suoi genitori, che - assieme ai genitori di Amerigo e agli altri adulti - accorsero alla bottega. Dopo che il fabbro aveva aperto la bottega, ne uscì anzitutto Amerigo - graffiato e sanguinante - e poi il Grandi, che tentava di giustificarsi.
30 agosto 1875
Il sostituto procuratore del re - Giovanni Melegari - e il giudice istruttore - Agostino Satti - si recano nel carcere di Figline, per il primo interrogatorio a Carlino. In linea con il CPP, le prime domande furono generiche: se l'imputato sapesse leggere o scrivere, se possedesse dei beni, etc.. Seguiva poi la parte specifica dell'interrogatorio, che riguardava le circostanze del reato e quindi i motivi dell'arresto. Inizialmente il Grandi negò ogni responsabilità, ma infine confessò: era stato lui a uccidere i 4 bambini e lo stesso aveva tentato di fare con Amerigo Turchi.
Un verbale di 16 pagine fu redatto dal cancelliere Fiumi: egli aveva l'obbligo di riportare domande e risposte, invece trascurò di mettere per iscritto le domande del giudice Satti. Per questo, ne risultarono dei documenti incompleti e ambigui, in cui i significati delle risposte variavano (mancando le domande di riferimento). Inoltre, il giudice si era servito anche delle cosiddette "domande suggestive", per far rivelare all'imputato ciò che altrimenti non avrebbe detto.
Interrogatorio a Carlino
Inizialmente il Grandi non confessa: si limita solo a raccontare della sua parentela con Angiolo Martelli, del ritrovamento dei corpi nella sua bottega (lastricata per metà per volere del padrone, in disaccordo con Carlino) e delle urla di Argenta Monsecchi - madre di Amerigo. Inoltre, attribuisce la colpa di tutto a Bruschi e Mosecchi: loro hanno le chiavi della bottega del Grandi, anche se non sono amici; avrebbero ucciso e seppellito i bambini nella bottega di Carlino per mandarlo in galera. Già in passato Carlino si era accorto che qualcuno era entrato nella sua bottega, perché erano spariti dei ferri; tuttavia, non aveva mai denunciato nessuno, perché lui di quei ferri ne possedeva altri.
Improvvisamente, però, arriiva la confessione del Grandi: è stato lui ad uccidere tutti i bambini (e fornisce anche la motivazione per ognuno), senza l'aiuto di nessuno e senza che nessuno ne sapesse nulla. Li aveva uccisi perché tutti, in paese, lo prendevano in giro per il suo aspetto deforme, perché era basso, calvo, zitello e con 6 dita in un piede. Concluse dicendo di aver paura della morte, ma non dei lavori forzati: ha sempre lavorato e gli è sempre piaciuto, mentre della libertà non gli importa nulla; si accontenta dei lavori forzati a vita, ma comunque non voleva tornare al paese (i compaesani l'avrebbero ucciso).
Dai molti interrogatori (ai compaesani di Carlino), Satti e Melegari intuirono che - oltre ai bambini assassinati - il Grandi aveva deciso di ucciderne altri (dei quali furono fatti anche i nomi); tuttavia, si trattava solo di vaghe supposizioni dei compaesani interrogati, nessuna prova. Successivamente, il Grandi stesso negò. Inoltre, il giudice Satti poté confermare - grazie alle versioni dei vari testimoni, fra cui anche quella dell'assessore comunale Venanzio Ceccherini - che i bambini effettivamente deridevano il Grandi per il suo aspetto (anche se lo facevano solo per gioco). Giulia Monsecchi aggiunse che erano in molti coloro che deridevano il Grandi, però lei non si ricordava che ci fossero proprio quei bambini uccisi (erano soprattutto i più grandi).
Inoltre, risultò che (secondo l'opinione del paese) la famiglia del Grandi - con la quale lui non andava molto d'accordo - fosse del tutto innocente: non sapevano niente e non si erano accorti di niente. Quello stesso giorno - 30 agosto 1875 - si cercò di risolvere anche un'altra questione: il Grandi aveva abusato di quei bambini? No, disse Amerigo; e le sue parole furono confermate dall'autopsia sui corpi degli altri bambini (ritrovati tutti con i loro vestiti addosso e senza alcun segno di violenza fisica).
Fra il primo e il secondo crimine era trascorso tanto tempo, perché - per molti mesi - il Grandi era andato a lavorare fuori dal paese ed era rimasto tranquillo. Con queste parole si concluse l'interrogatorio del Satti, il quale decise che il Grandi fosse trasferito dalle carceri di Figline alle Murate di Firenze.
31 agosto 1875
I giornali iniziarono subito - seppur con qualche inesattezza - ad offrire molti dettagli sulla vicenda del Grandi: prima di tutti La Nazione, poi la Gazzetta d'Italia (che offrì un impressionante ritratto del carradore). Quello stesso giorno, furono interrogate altre 15 persone da Raffele Chelini, che adottò una strategia diversa rispetto a quella di Satti: Chelini domandò ai compaesani come giudicassero lo stato mentale dell'imputato, cioè se costui si comportasse normalmente o meno. Risultò che il Grandi non avesse grandissima intelligenza, ma di certo non era matto: aveva alle volte degli atteggiamenti strani, ma era sempre stato capace di badare al suo lavoro (anche se non era tanto capace).
6 settembre 1875
Il sostituto procuratore Giovanni Melegari compone la sua requisitoria contro Callisto Grandi. Melegari invita a riflettere sulla psicologia dell'omicida, del quale egli stesso tracciò un profilo: vile (incapace di affrontare i forti, se la prendeva con i deboli), astuto (cercava di deviare i sospetti con le false voci sui forestieri), feroce (godeva al pensiero della vendetta), querulo e prepotente (s'impone e minaccia sempre la sua famiglia). Il pubblico ministero Melegari, l'istruttore Satti e dopo il procuratore Dini concordarono nei loro rapporti sul Grandi.
Diverso era invece il giudizio di Raffele Chelini: secondo il pretore, il Grandi aveva agito sotto l'impulso di "brutale malvagità" e senza una specifica causa; non per vendetta quindi, né con la premeditazione che la requisitoria considerava invece indubitabile.
7 settembre 1875
"A sfogo d'odio e vendetta", così aveva agito il Grandi, affermò la Camera di Consiglio, composta da Bandini, Biancini e Satti: in questo modo, dimostrò di adottare in ogni parte l'elaborata requisitoria del Pubblico Ministero Melegari; inoltre confermò il "legittimo arresto di Carlo Grandi".
13 settembre 1875
Morselli, Livi e Tamburini si recano in visita dal Grandi, che - inizialmente - li scambia per giudici e riprende a confessare loro tutto un'altra volta. I 3 alienisti visitarono il Grandi, trovandolo nelle condizioni di "un fanciullo di 12 anni"; dopo di che lo interrogarono: capirono che non aveva pentimenti e non si sarebbe vergognato in assise (se non per avere i calzini rotti); inoltre notarono un "amor propri".
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