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In scienza e coscienza – Patrizia Guarnieri

L’espressione “in scienza e coscienza” corrisponde a una formula del giuramento di Ippocrate; la coscienza cui si riferisce Guarnieri non è solo quella dei medici ma anche quella delle madri e dei padri, aspiranti tali o effettivi o mancati, nelle vicende della vita di ciascuno. In generale, quando le scienze umane si preoccupano di affermare la propria immagine di scientificità, finiscono per dissolvere il loro saper porsi in relazione con l’umano, che è ciò che più le distingue dalle scienze naturali: smarriscono così le proprie finalità, che sono il comprendere più che lo spiegare.

Che cos’è l’infanticidio?

Per secoli condannato con la pena capitale, dalla metà dell’Ottocento a oggi in Italia è punito solamente con 12 anni di reclusione; l’infanticidio era considerato in Italia anche un crimine maschile, ma dal 1981 è diventato un crimine esclusivamente materno. Fino a 30 anni fa si riteneva che le donne compiessero un atto del genere per salvare il proprio onore, ma in realtà si può vedere che non guardano tanto all’onore ma alle difficoltà cui loro assieme alle loro creature andrebbero incontro.

Tra scelta e costrizione: comportamenti demografici e condizione femminile

Una riflessione preliminare e alcuni dati di riferimento

Il calo delle nascite è un fenomeno che interessa l’Italia da decenni e solo di recente si è visto conferma di segni di ripresa, spiegabili con i movimenti migratori dall’estero; nel 2008 l’ISTAT ha comunicato che in Italia il numero medio di figli per donna è 1,41. L’aumento delle nascite è da ascriversi a 2 fattori:

  • Recupero di natalità delle madri italiane, grazie allo spostamento in avanti del calendario riproduttivo oltre l’età media dei 30 anni;
  • Contributo alla natalità delle madri straniere.

Il modello di fecondità presenta comunque un quadro per cui è ancora presente il procrastinarsi delle scelte riproduttive, ascrivibile in primis ad una maggiore istruzione delle donne e alla conseguente partecipazione di queste al mercato del lavoro (spesso a discapito della famiglia). Un fattore di recente interesse sarebbe la crescente incertezza che caratterizza la vita di giovani donne e uomini, riguardo la sicurezza di un posto di lavoro e la percezione di benessere economico. Sulla base di quali considerazioni possiamo comprendere come i fattori sociali e culturali mantengano l’Italia in condizione di fecondità più bassa e tardiva, rendendola al contempo uno dei Paesi in cui è minore la partecipazione femminile al mercato del lavoro?

Un indicatore chiave è l’occupazione della popolazione in età lavorativa; le percentuali di occupazione presentano una notevole differenza tra uomini e donne a svantaggio di queste ultime. L’atipicità del nostro Paese sta nel fatto che sono le donne disoccupate a presentare maggiore propensione ad avere figli, al contrario degli altri Paesi europei che presentano un legame positivo tra lavoro e fecondità.

Cause e conseguenze della bassa fecondità

Una bassa fecondità (sotto il livello di sostituzione generazionale di 2 figli per coppia) può presentare un problema; ad esempio, vi sono implicazioni demografiche riguardanti dimensione e struttura della popolazione: ad esempio, in 50 anni con un numero di figli per coppia di 1,4 la popolazione italiana si dimezzerebbe. Una comprensione migliore delle cause della bassa fecondità contribuirebbe a definire politiche che siano efficaci e socialmente responsabili; in generale si parla di seconda transizione demografica per definire i mutamenti verificatisi negli anni '60 nei comportamenti riproduttivi e nelle strutture familiari occidentali tra cui la diffusione del divorzio e della convivenza come “matrimonio senza contratto”.

Le tradizioni culturali italiane sono talvolta un'importante causa della bassa natalità; ad esempio, spesso non viene visto di buon occhio avere figli fuori dal matrimonio oppure può esserci influenza della cosiddetta “famiglia forte”, che tende all’iperprotezione dei giovani, i quali usciranno ad un’età relativamente tarda. In sintesi, alcune tra le cause della ridotta natalità sono:

  • Ritardo con cui i giovani escono dalla famiglia;
  • Diffusione limitata delle convivenze;
  • Difficoltà di mettere su casa.

La bassa fecondità può non essere espressione di un rifiuto alla maternità, ma piuttosto il risultato di un rinvio, fino alla rinuncia per cause anche biologiche.

Una difficile conciliazione: maternità e lavoro in un contesto di disuguaglianza di genere

I Paesi come l’Italia che presentano livelli inferiori di fecondità, sono anche quelli che evidenziano un sistema di genere meno equo e rendono il lavoro delle donne più difficile, specie se da conciliare con l’attività domestica e di cura dei figli. Risultati di studi sui Paesi più sviluppati mostrano che la fecondità è più alta se le donne hanno più capitale umano, potere e autonomia e nei sistemi in cui godono anche di supporto istituzionale per quanto riguarda lavoro e maternità. Inoltre, si è osservato che nelle coppie maggiormente paritarie, in cui la cura dei figli e le cure domestiche sono equamente suddivise, aumenta la probabilità di avere un secondo figlio.

Le variabili che influiscono direttamente sulla fecondità: contraccezione e aborto volontario

La contraccezione moderna ed efficace è molto diffusa nei paesi industrializzati, dove i comportamenti riproduttivi si conformano a modelli rigidamente programmati. Ancora una volta, in questo ambito l’Italia sembra essere caratterizzata dal ricorso a comportamenti “meno moderni”, come un maggiore ricorso al coito interrotto invece che della contraccezione ormonale.

Un'altra enorme differenza riguarda l’approccio o comunque il modo di vedere l’aborto indotto, anche quando frutto di scelta consapevole e “in coscienza”; i dati parlano di 9 interruzioni volontarie di gravidanza (IVG) per 1000 donne, in età compresa tra i 15 ed i 49 anni. Il ricorso ad IVG ad ogni modo sembra maggiormente diffuso tra giovani e nubili, il che potrebbe essere un dato interessante poiché sfocerebbe in un futuro cambiamento di mentalità verso questo fenomeno portato dalle attuali generazioni più giovani.

In conclusione: ricomponendo le tessere del caleidoscopio

La maternità è vissuta sempre più tardi nell’arco del ciclo di vita e in maniera più contenuta di quanto desiderata, per motivi talvolta biologici ma più spesso economici e organizzativi (conciliare ruolo di lavoratrice e di madre). Un ruolo importante è attribuito alla scuola, che deve abbattere gli stereotipi di genere iniziando nelle bambine e nei bambini, per arrivare alla promozione di un’uguaglianza di genere nelle famiglie e nella società del futuro.

Aborto volontario e aborto spontaneo – Giuseppe Scimone e Francesca Gaggioli

Introduzione e definizioni

L’aborto volontario, che avviene per volontà della madre, è praticato da millenni in ogni area del mondo; in Italia l’aborto è stato reso legittimo nel maggio 1978 con la legge 194/1978 sull’IGV, su richiesta della donna certificata dal medico senza specifiche motivazioni, entro il 90° giorno di amenorrea e oltre il 180° giorno di amenorrea solo in caso di gravi rischi alla salute della madre.

L’aborto spontaneo (AS) è una complicanza naturale della gravidanza, non voluta dalla madre; gli AS talvolta avvengono in età gestazionale precoce, prima ancora che la madre si accorga di essere gravida ma senza complicanze tali da richiedere l’ospedalizzazione; spesso, non vi è pertanto registrazione dell’evento e non si può rilevare l’incidenza statistica.

Gli aggettivi volontario e spontaneo non sempre rispecchiano la realtà dei fatti; talvolta l’aborto volontario può essere imposto o fortemente condizionato dal partner, dai familiari, dal datore di lavoro, ecc. In generale, le statistiche ufficiali non descrivono con realismo la situazione, in quanto: - il numero degli AS rappresenta il caso di donne che si sono dovute ricoverare in ospedale per...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Aleunifi di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia culturale e sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Firenze o del prof Guarnieri Patrizia.
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