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Rivolta dell'aprile del 1969

Cosa è successo?

Fu descritta con le seguenti parole: "è come se un uragano fosse passato nelle sezioni travolgendo l'ordine carcerario. I cancelli delle celle erano aperti, le pesanti porte di legno scardinate, i lucchetti rotti e gettati sul pavimento. I muri, anneriti dal fumo dei materassi bruciati, erano coperti di slogan contro la giustizia."

Dove?

Dal carcere di Le Nuove, la protesta si diffuse al carcere genovese di Marassi; poi, quando ancora gli scontri impazzavano a Torino e Milano, un'eco giunse dal Sud, da quel carcere giudiziario di Bari sovraffollato e privo dei minimi requisiti igienici. Ben presto la distanza geografica fra nord e sud venne colmata e in decine di carceri, in tutta la penisola e nelle isole, migliaia di reclusi protestarono.

Motivi

Si diffusero quindi a macchia d'olio le proteste e si diffusero altrettanto velocemente le rivendicazioni alla base di esse, che in parte erano quelle già avanzate nelle rivolte di giugno 1968. I detenuti volevano ora lottare direttamente per cambiare i codici, le leggi, i regolamenti penitenziari e, insieme, per un aumento delle ore di passeggio e dei colloqui, per una maggiore pulizia delle celle, per un servizio sanitario decente e contro gli abusi degli agenti di custodia.

Conseguenze

Quando i detenuti cessarono ogni resistenza e scesero dai tetti, dentro San Vittore vennero incolonnati e fatti passare fra due ali di poliziotti e guardie carcerarie, che presero a percuoterli con manganelli, calci, pugni, cinghie, perfino catene. Giunti così all'ufficio matricola, vennero ammanettati a gruppi di cinque e caricati su camion militari. Quanti erano diretti in Sardegna vennero ammassati nelle stive delle navi, poi, una volta giunti a destinazione, denudati, perquisiti ovunque, intimiditi con discorsi minacciosi, furono nuovamente picchiati dagli agenti locali e infine abbandonati per giorni nelle celle di punizione. Di fronte alle proteste l'attitudine prevalente delle autorità penitenziarie fu quindi quella repressiva: il tentativo era quello di isolare il mondo carcerario da quello esterno.

Negli istituti penitenziari isolati, i trasferimenti punitivi divennero una pratica di massa, attuati contro decine, talvolta anche centinaia di detenuti per volta. Da Torino, Milano, Genova, venivano mandati nelle "carceri dure" di Volterra, Pianosa, Porto Azzurro. Da lì, se tentavano di dare vita a nuove proteste, venivano ulteriormente allontanati. Tuttavia, modalità sempre più abusata di repressione, i trasferimenti disciplinari ebbero un effetto ambiguo: infatti, fu principalmente attraverso questi che la protesta si diffuse, con i protagonisti delle grandi rivolte che entravano in contatto con i reclusi degli altri istituti penitenziari e riferivano le esperienze fatte di persona. Inoltre, ogni ondata di trasferimenti portava anche squilibri crescenti nel già precario assetto dell'organizzazione carceraria, rendendo ancora più visibili i problemi che le proteste denunciavano. Per far fronte a quella situazione di ingestibilità del carcere, alcune direzioni finirono per recepire parte delle richieste avanzate dai detenuti.

Cosa hanno ottenuto

I reclusi ottennero così (a seconda del carcere) di fare la doccia più frequentemente, di assistere tre volte alla settimana a spettacoli televisivi, di prolungare il tempo del passeggio, di tenere in cella i fornelli da campeggio, aumento dei servizi di pulizia. Concessioni più generali vennero fatte a livello centrale:

  • Un relativo miglioramento del vitto
  • La costituzione di uno stabilimento di rappresentanza dei detenuti, per il controllo delle somministrazioni vittuarie (sia pur sorteggiata e non eletta come chiedevano i detenuti)
  • Con la successiva circolare ministeriale, il governo consentì la circolazione in carcere della stampa politica e delle varie associazioni operanti nel paese (purché legalmente riconosciute)

La protesta continua

A circa 20 anni dalle grandi rivolte del dopoguerra, i detenuti tornavano a far sentire la loro voce. Se non era cambiata di tanto l'istituzione carceraria, si erano tuttavia trasformate profondamente sia la composizione della popolazione detenuta che la società esterna. Però, le proteste del dopoguerra avevano rappresentato il prolungamento di una rivolta contro le condizioni materiali di vita in carcere, ma erano state incapaci di assicurarsi un'autonomia che gli consentisse di avere continuità.

Anni 60

La frattura politica, culturale, sociale del '68 non fu indolore per i suoi protagonisti. Nel corso di quegli anni, migliaia furono i fermi, centinaia le denunce, decine gli arresti. Politica: nelle carceri, i militanti non cessavano di fare politica: nonostante la censura, soprattutto i detenuti più giovani si mostravano sensibili a quanto accadeva fuori.

Soccorso rosso

A partire dall'autunno 1968, nacque il Soccorso Rosso, che garantiva la difesa legale degli attivisti, attraverso la collaborazione di avvocati schierati a sinistra. Fu un'azione a lungo irregolare e discontinua, che assunse tuttavia un valore politico notevole.

Valpreda e lettere

Dopo la "strage di stato", la sinistra extraparlamentare si mobilitò e manifestò, e il Soccorso Rosso iniziò una campagna per chiedere la liberazione di Valpreda. Franca Rame fu fra i primi a cercare un contatto epistolare con lui e con gli altri anarchici che restarono in carcere per molti mesi. Le lettere di Valpreda si soffermavano sulle condizioni del carcere, sulle celle piccole e sporche, il tempo scandito, il sesso negato. Riprodotte su volantini e opuscoli, contribuirono ad abbattere il muro che separava il carcere dall'esterno.

SR -> SRM

Alla metà del 1972, il Soccorso Rosso divenne Soccorso Rosso Militante, per rispondere in modo adeguato alle crescenti esigenze di sostegno legale ed economico. L'intervento venne esteso ora ai "detenuti comuni", che mostravano una maggiore sensibilità per le lotte esterne e che erano alla testa delle proteste carcerarie.

Campagna di sensibilizzazione

I comitati locali più attivi, Roma e Bologna prima di tutto, organizzavano anche iniziative per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema carcerario, portando in vari quartieri mostre fotografiche sulle lotte dei detenuti, diffondendo volantini.

Lotta Continua

Fu la maggiore delle organizzazioni rivoluzionarie emerse dalle lotte del movimento studentesco e dell'"autunno caldo".

Dove: fu il movimento delle occupazioni delle case della Falchera a Torino, di via Mac Mahon e viale Tibaldi a Milano.

Cosa: la sostanza della svolta politica di Lotta Continua stava in quell'incontro fra i militanti e questo sottoproletariato che appariva abbandonato a se stesso, ma che si dimostrava ricco di combattività e assetato di giustizia sociale.

I dannati della terra e repressione

Per Lotta Continua, i detenuti erano i dannati della terra. Il carcere era per loro l'espressione di quella repressione che il sottoproletariato subiva quotidianamente anche sul territorio. Adesso, però, come il sottoproletariato non era più necessariamente uno strumento passivo nelle mani della classe dominante, così anche il carcere poteva trasformarsi in una "scuola di rivoluzione", un luogo di coesione, di crescita politica, oltre che di sfruttamento e oppressione.

Carceri giudiziarie di Torino, 16 gennaio 1971

150 detenuti iniziano uno sciopero della fame. Nei giorni immediatamente successivi si mobilitano i reclusi anche a Monza, Treviso, Milano, Genova. Contro la carcerazione preventiva e per la riforma dei codici e del regolamento penitenziario.

Adriano Sofri

Fra i detenuti in rivolta c'era Adriano Sofri, leader di Lotta Continua, arrestato all'inizio di novembre del 1970 per "blocco stradale", e che sottolineava l'importanza della nuova connessione fra "dentro" e "fuori". Sofri a Napoli, ma Sofri venne scarcerato in febbraio e presto si recò a Napoli per impostare con gli altri il lavoro politico nel sud; a Le Nuove restò comunque un collettivo di detenuti collegato a Lotta Continua. Il 10 febbraio una cinquantina di reclusi dichiararono di non volersi presentare ai processi per protesta contro i "codici fascisti". Il 12 aprile la rabbia dei reclusi esplose e la rivolta devastò quasi completamente lo stabilimento penitenziario.

1971, Lotta Continua

In quel contesto, nel corso del 1971 i militanti di Lotta Continua attivi sulla questione carceraria cominciarono a coordinarsi: all'inizio dell'anno si riunirono a Torino, poi si spostarono a Pisa.

Villa Bobò a Lecce e Volterra

Ecco così venire in primo piano la casa di reclusione Villa Bobò di Lecce, seminascosta fra le abitazioni. Una lettera clandestina nel febbraio 1972 la descriveva come luogo di "continue vessazioni", con i "compagni detenuti che durante la notte sono stati presi dagli sbirri, gettati nelle celle di punizione, picchiati, denudati e seviziati nel modo più disumano.

E infine ecco anche gli stabilimenti di Volterra, il centro della campagna di Lotta Continua.

I "nuclei" da metà 1971

Alla fine del 1971, il direttore delle carceri giudiziarie di Volterra constatava la presenza di un "gruppo politico, aderente a Lotta Continua e ad altri gruppuscoli di estrema sinistra, extraparlamentare, collegato anche con ambienti esterni". Era uno di quelli che i militanti di Lotta Continua definivano "nuclei", attivi dalla metà del 1971 anche negli istituti di Porto Azzurro, Perugia, Lecce, Brescia, Torino, San Vittore.

La tecnica dello "sballamento"

Le direzioni intervenivano. Lo scopo era quello di "dividerli, trasferendoli in diversi istituti per evitare che dalla loro unione scaturisca una forza difficile da contenere: era la pratica dello "sballamento", del trasferimento disciplinare da un "carcere duro" all'altro.

Avanguardie apolitiche

C'erano indubbiamente delle "avanguardie" che acquisivano in breve tempo una notevole coscienza politica partendo praticamente dal nulla. Nella maggioranza dei casi, comunque, i detenuti che prendevano parte alle proteste erano "animati da un senso istintivo", più vicino alla logica difensiva dei clan che alla comprensione degli equilibri politici e generali. "La massa è apolitica e anarcoide", scriveva nel settembre 1971 Notarnicola ai militanti esterni. Con un'organizzazione interna assai precaria e una struttura esterna così debole, la prospettiva del movimento dei detenuti non appariva certo rosea.

Poggioreale (1 giugno), Bergamo, Rebibbia

Il 1° giugno a Poggioreale, alcuni fra gli agenti di custodia e i 300 poliziotti presenti spararono contro i detenuti sui tetti, ferendone tre. L'avvenimento scatenò un'ondata di proteste di solidarietà nel corso della quale, nel carcere Sant'Agata di Bergamo, la polizia sparò nuovamente raffiche di mitra e il direttore in persona avanzò con la pistola verso i detenuti. Durante il mese successivo venne "inaugurato" con un pestaggio di massa il "Nuovo complesso" di Rebibbia. L'opinione pubblica, raggiunta dalla notizia, fu scossa e sdegnata.

1972

Un nuovo ciclo di proteste si aprì alla fine del 1972; toccò ancora le carceri di Venezia, San Vittore, Poggioreale, Regina Coeli, gli stabilimenti di Torino e Perugia, ma anche istituti penitenziari precedentemente non coinvolti, come quelli di Avellino, Catania, Cagliari, Pescara, L'Aquila, Trento, Noto. Su improvvisati striscioni fatti con le lenzuola i detenuti scrissero lo slogan "riforme, riforme".

Perché?

I reclusi prendevano ancora di mira lo "sfruttamento del lavoro nelle carceri", la censura, le celle di punizione, i letti di contenzione. Chiesero l'"istituzione dei consigli d

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PED/01 Pedagogia generale e sociale

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