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L'età contemporanea alla Grande Guerra a oggi

Capitolo 1: La Grande Guerra

Il casus belli che provoca lo scoppio della Prima Guerra Mondiale è l’assassinio dell’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, avvenuto a Sarajevo nel 1914 per mano di un nazionalista serbo. Più tardi, l’Austria-Ungheria attacca la Serbia, ritenuta responsabile dell’attentato. Il sistema di alleanza nazionali entra in funzione e la Germania e l’Impero ottomano si schierano a fianco dell’Austria-Ungheria, mentre Russia, Francia e Gran Bretagna entrano in guerra a fianco della Serbia.

L’inizio della guerra fu sostenuto da alcuni intellettuali, tanto che alcuni partirono perfino come volontari. In India, Gandhi invitava i suoi connazionali ad arruolarsi nell’esercito e anche Freud si fece prendere dalla passione patriottica. Il movimento pacifista delle suffragette inglesi si spezza e una parte si fanno convinte sostenitrici della guerra patriottica e della necessità che le donne diano un contributo attivo allo sforzo bellico del proprio paese. Tutti i partiti socialisti, travolti dalla febbre patriottica, votano i crediti di guerra: questa decisione porta alla crisi e allo scioglimento della Seconda Internazionale, cioè l’organismo che aveva il compito di coordinare la solidarietà sovranazionale dei vari partiti socialisti.

La Prima Guerra Mondiale ha provocato tantissimi morti e feriti e devastazioni economiche e sociali che si fanno sentire anche dopo la fine del conflitto. Prima della Grande Guerra, l’idea che ci si faceva della guerra era quella di uno scontro cavalleresco. Inoltre, si pensa ai soldati come paladini avvolti in lucenti armature e l’immagine dell’uomo è quella del combattente che difende la donna. Gli imperativi nazional-patriottici riflettono quelli medievali e sono la difesa della patria, l’onore della nazione e l’obbligo di sacrificarsi per la comunità nazionale.

Nella Prima Guerra Mondiale, gli eserciti contrapposti si equivalgono poiché quasi nessuno riesce a sfondare le linee avversarie. I combattenti si fronteggiano scavando trincee nel terreno, cioè delle fosse lunghe chilometri, articolate, fortificate e protette dalle armi e da barriere di filo spinato. La tecnica dell’assalto di sfondamento alle trincee nemiche provoca tantissimi morti. Le mitragliatrici, i cannoni, le granate, i gas asfissianti e gli aerei da combattimento vengono definite “meraviglie della tecnica bellica” e fanno sì che la guerra diventi un’esperienza assolutamente infernale.

Più appare chiaro che questa guerra è un carnaio, più la propaganda ufficiale esaspera i toni a cui fa ricorso per motivare i combattenti: per rinfrancare i soldati al fronte, che vedono i loro compagni o amici massacrati nel modo più sconvolgente, c’è bisogno di argomentazioni particolarmente forti. L’appello del patriottismo bellicista ha successo e l’idea di combattere per la difesa della propria terra, delle proprie case, delle proprie donne e dei figli, insieme al disprezzo e al timore verso gli altri e verso i nemici, si basa su una mentalità e su una cultura che decenni di nazional-patriottismo hanno radicato profondamente in ogni paese europeo.

L’immagine del nemico viene degradata e ci sono allucinazioni collettive e false notizie che girano durante la guerra. La violenza intesa come qualcosa che nobilita l’uomo o la disponibilità alla morte è fondamentale per capire come i soldati abbiano potuto sopportare le difficoltà e le atrocità della guerra. La “brutalizzazione” della mentalità europea allude alla terribile assuefazione alla violenza come normalità che si diffonde nel corso della guerra e che farà sentire a lungo i suoi pesanti effetti anche dopo la conclusione del conflitto.

Contro la brutalità della guerra, i partiti socialisti che hanno rifiutato la guerra e quelli dei paesi neutrali espongono seri dissensi sui possibili obiettivi politici che si dovrebbe cercare di perseguire una volta finita la guerra. L’invito è ad abbandonare le armi o a impiegare per una rivoluzione sociale. Anche il Papa esprime la sua contrarietà alla guerra definendola un’“inutile strage”. Gli appelli dei socialisti e del Papa rimarranno però inascoltati.

Durante la guerra, le donne vengono reclutate massicciamente come forza lavoro, anche per impieghi che prima erano rigorosamente riservati agli uomini. In ogni paese che partecipa alla guerra i governi assumono un coordinamento del sistema economico e le industrie coinvolte nella produzione di materiale bellico hanno una spinta notevolissima, che ricade sui profitti degli imprenditori e sui salari degli operai. Nelle zone rurali, invece, i prezzi dei prodotti alimentari crescono pazzescamente.

Il 1917 è un anno difficile per la Russia e per l’Italia, ma meno per la Gran Bretagna e per la Francia, che possono contare sulle colonie e sul controllo del traffico marittimo. Il peggioramento delle condizioni economiche fa scoppiare rivolte, insubordinazioni e scioperi. Per far fronte alle ribellioni si migliora il trattamento delle truppe al fronte, si dà più sistematicamente appello alla resistenza e alla difesa patriottica e si punisce severamente un certo numero di soldati. L’insieme di queste misure ha successo e, nel 1918, tutti gli eserciti e tutte le società nazionali dei principali paesi combattenti riescono a ricompattarsi e a impegnarsi nell’ultimo anno di guerra, ad eccezione della Russia.

Nel 1917, in Russia scoppiano due rivoluzioni che causano la fine del regime degli zar e l’uscita anticipata dalla guerra. La Prima Guerra Mondiale pone le potenze dell’Intesa (Francia, Regno Unito e Russia, alleate della Serbia) contro gli Imperi Centrali (Germania, Austria-Ungheria e Impero ottomano). Nelle prime fasi della guerra (1914-1915) gli stati maggiori dei vari eserciti sono convinti di riuscire a concludere la guerra in poco tempo, con attacchi in profondità contro le linee nemiche. L’esercito tedesco occupa il Belgio, paese neutrale, per attraversarlo e attaccare la Francia dalla frontiera belga. La controffensiva francese riesce a bloccare i tedeschi e li costringe ad una parziale ritirata.

I russi cercano di sfondare le linee tedesche, ma i tedeschi bloccano l’offensiva, e quelle austro-ungariche, ma non vanno troppo oltre. Nel 1914 l’ipotesi di una guerra rapida svanisce nella maniera più radicale e, invece che “guerra di movimento”, dinamica e di attacco, diventa una “guerra di posizione”, cioè di trincea. Nel corso del 1915 la Bulgaria entra in guerra a fianco degli Imperi centrali e l’Italia a fianco della Triplice Intesa.

Allo scoppio della guerra, nonostante la Triplice Alleanza con Austria-Ungheria e la Germania sia ancora in vigore, il governo presieduto da Salandra, opera per la neutralità italiana. La ragione ufficiale è che la Triplice ha un carattere difensivo e non offensivo. Quindi, poiché è l’Austria-Ungheria ad aver fatto la prima mossa attaccando la Serbia, il governo italiano, che non è stato preventivamente informato dall’austro-ungarico in merito all’ultimatum alla Serbia, non si sente obbligato a intervenire al fianco dei suoi alleati. Ma le ragioni sono anche altre: il governo non è sicuro di poter ottenere le “terre irredente”, cioè Trento e Trieste, dall’Austria-Ungheria come compenso per l’ingresso in guerra. Inoltre, il governo ritiene che l’esercito non sia ancora pronto e poi ci si preoccupa delle conseguenze militari di un ingresso in guerra a fianco degli Imperi Centrali: l’Italia sarebbe esposta immediatamente agli attacchi della Marina britannica dato la conformazione geografica costiera della penisola italiana. Le difese marittime e costiere italiane sono del tutto insufficienti ad affrontare una simile eventualità.

L’alternativa tra intervenire in guerra o restare neutrali crea due schieramenti. Tra i neutralisti troviamo i liberali, tra cui Giolitti, i socialisti, tra cui Mussolini, e il mondo cattolico. Tra gli interventisti troviamo i democratici, per i quali l’Italia sarebbe dovuta entrare in guerra a fianco della Francia, dell’Inghilterra e della Russia, i rivoluzionari, che considerano la guerra un colpo mortale alle vecchie istituzioni politiche e sociali, i liberali, che avevano posizioni nazional-patriottiche e tra i quali c’erano Salandra e Sonnino, e i nazionalisti, che consideravano la guerra come il momento cruciale di una possibile rivoluzione. Il presidente del consiglio Salandra e il ministro degli Esteri Sonnino avviano trattative segrete con entrambi gli schieramenti combattenti: l’intento è di vedere da chi si può ricavare di più nel caso di un ingresso in guerra intanto che si compiono i preparativi per permettere all’esercito di essere pronto. Nel patto segreto di Londra, l’Italia si impegna ad entrare in guerra a fianco della Triplice Intesa in cambio di compensi territoriali, quali il Trentino, il Sud Tirolo, il Friuli-Venezia Giulia, l’Istria (tranne Fiume) e la Dalmazia. Il governo comunica poi all’Austria la disdetta della Triplice Alleanza.

Giolitti, all’oscuro del patto, pronuncia in Parlamento un discorso a favore di aprire le trattative con l’Austria. Salandra, prima ancora di esporsi a un voto negativo in Parlamento, si presenta dal re per rassegnare le proprie dimissioni. Ma il re non accetta le dimissioni e il popolo italiano scende nelle strade e nelle piazze convincendo Salandra a ritirare le dimissioni. Con il solo voto contrario dei socialisti, la Camera approva nel 1915 l’entrata in guerra dell’Italia al fianco della Triplice Intesa e la dichiarazione di guerra all’Austria. L’esercito italiano è campeggiato dal generale Cadorna.

L’esercito italiano affronta le truppe austro-ungariche sul fiume Isonzo e sul Carso. Si hanno le quattro battaglie dell’Isonzo, ma sono tutte un insuccesso. Nel 1916 gli Austriaci sferrano un attacco punitivo nei confronti dell’Italia per non aver rispettato gli impegni presi con la Triplice Alleanza. L’esercito italiano è costretto ad arretrare, pur riuscendo a bloccare l’attacco. Salandra si dimette dopo la sconfitta e viene formato un governo di coalizione nazionale presieduto da Boselli e formato da ministri che vengono da tutti i gruppi politici, ad eccezione dei socialisti del PSI che si mantengono all’opposizione.

Sul fronte orientale i tedeschi riescono a sconfiggere i russi e occupano la Polonia, mentre l’esercito austro-ungarico occupa la Serbia. Un corpo di spedizione franco-inglese cerca di sbarcare a Gallipoli per bloccare rifornimenti e possibilità di movimento alle truppe dell’Impero ottomano, ma quest’ultime riescono a resistere costringendo le truppe franco-inglesi ad evacuare l’area. Sul mare, i tedeschi attaccano le navi mercantili e i porti franco-inglesi in modo da indebolire le flotte da guerra dei nemici e disturbare il traffico mercantile che porta beni alimentari ai paesi britannici. Tra la fine del 1914 e l’inizio del 1915, però, la Marina britannica si organizza e riesce ad affrontare e neutralizzare tutte le squadre di corsari tedeschi. Il governo inglese predispone il blocco navale nel Mare del Nord, che impedisce alla navi mercantili tedesche di raggiungere i porti della Germania. Quest’azione sviluppa un forte traffico di contrabbando e i tedeschi cominciano ad utilizzare i sottomarini contro le navi mercantili dirette in Gran Bretagna. L’affondamento di un transatlantico inglese con a bordo dei cittadini statunitensi suscita proteste da parte del governo statunitense che, insieme ad altre proteste di Stati neutrali, inducono l’Ammiraglio tedesco a porre termine a questa prima fase di guerra sottomarina. Una grande battaglia navale porta poi la flotta tedesca alla vittoria netta ma non decisiva sulle navi britanniche.

Nel 1917 il governo tedesco autorizza il rilancio della guerra sottomarina e, poiché molte delle navi abbattute erano statunitensi, il governo degli Stati Uniti dichiara guerra contro la Germania e i suoi alleati. Ulteriori motivazioni dell’entrata in guerra degli Stati Uniti sono la necessità di difendere la democrazia parlamentare, di cui Regno Unito e Francia sono la massima espressione in Europa. Inoltre, l’economia statunitense si è legata molto strettamente a quelle dei paesi dell’Intesa.

Nel frattempo, sui diversi fronti di battaglia europei si è diffusa una grande stanchezza fisica e psicologica, che porta a scioperi e ammutinamenti. In Russia scoppia una prima rivoluzione che conduce all’abdicazione dello zar e alla nomina di un governo provvisorio che opta comunque per la continuazione della guerra. Tale decisione conduce allo scoppio di una seconda rivoluzione, a conclusione della quale viene proclamata la costituzione di una Repubblica socialista e viene firmato un trattato di pace separata con la Germania, che sposta le sue truppe verso occidente.

Gli austro-ungarici sfondano il fronte italiano a Caporetto, ma l’esercito italiano riesce ad organizzarsi sul fiume Piave e resiste ancora. Con la disfatta di Caporetto, il generale Cadorna viene sostituito dal generale Diaz. Diaz riesce a rinvigorire l’esercito con una politica più umana, costruisce un buon sistema di propaganda per i soldati e migliora le condizioni alimentari dei soldati al fronte. L’esercito tedesco mette in atto una grande offensiva contro il fronte francese, ma quest’ultimo regge. Con l’aiuto dei soldati statunitensi, i tedeschi sono costretti ad arretrare e la Germania avvia le trattative per l’armistizio. L’esercito italiano fa partire un’offensiva che travolge gli austro-tedeschi e l’Austria è costretta a chiedere l’armistizio.

Dopo una crisi politica interna della Germania e la rivoluzione scoppiata a Berlino, viene proclamata la Repubblica. I rappresentanti del nuovo governo tedesco firmano l’armistizio con i rappresentanti delle forze dell’Intesa. La guerra è finita. Nel 1918, il presidente americano Wilson fissa 14 punti che dovevano rappresentare le linee guida per le trattative di pace che ci sarebbero state alla fine della guerra, tra i quali la libertà di navigazione, la rinuncia alla diplomazia segreta, il disarmo generale, la reintroduzione di accordi commerciali liberistici, l’autodeterminazione dei popoli come base per ridisegnare la carta politica d’Europa e la creazione di un organismo internazionale che sovrintenda all’applicazione di presti princìpi e che si occupi di risolvere pacificamente i conflitti internazionali.

Si cerca di realizzare una “pace senza vincitori”, cioè una pace senza rivalse vendicative da parte di chi ha vinto, ma i francesi e gli inglesi vogliono punire la Germania, mentre gli italiani ottenere le terre che gli erano state promesse col patto di Londra.

La conferenza di pace di Versailles

La conferenza di pace si apre a Versailles nel 1919, quando l’assetto internazionale è già condizionato da quattro eventi:

  • Il crollo dell’Impero zarista e l’instaurazione della Repubblica socialista in Russia;
  • Il crollo dell’Impero tedesco e l’instaurazione della Repubblica democratica in Germania;
  • Il crollo dell’Impero austro-ungarico;
  • L’inizio dello smembramento dell’Impero ottomano.

Le condizioni di pace imposte alla Repubblica tedesca sono pesantissime: la Germania deve restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia, delle terre al nuovo Stato di Polonia e una striscia di territorio polacco separa la Prussia occidentale da quella orientale. Le colonie tedesche sono spartite tra Regno Unito, Francia e Giappone. Inoltre, la Germania deve risarcire alle potenze vincitrici i danni che queste hanno subìto durante il conflitto.

Dal crollo dell’Impero austro-ungarico nascono la Repubblica d’Austria, la Repubblica d’Ungheria, la Repubblica Cecoslovacchia, il Regno di Jugoslavia e si ingrandisce il Regno di Romania. La Repubblica socialista di Russia non viene riconosciuta, nella speranza che la guerra in corso possa condurre al crollo del nuovo Stato socialista.

Nasce lo Stato Libero d’Irlanda, autonomo dal Regno Unito: alcuni hanno ritenuto che la guerra potesse esser stata sfruttata dagli irlandesi per l’indipendenza. La ribellione è preparata in segreto e la reazione delle autorità britanniche, che segue il soffocamento della rivolta, è molto dura. Una reazione così pesante ha un effetto inverso a quello che il governo britannico si aspetta, poiché i sentimenti nazionalisti di buona parte dell’opinione pubblica irlandese si intensificano. I dirigenti del movimento nazionalista irlandese si riuniscono in un’autocostituita Assemblea nazionale irlandese che proclama l’indipendenza dell’Irlanda. Una delegazione dell’Assemblea irlandese firma col governo inglese il trattato anglo-irlandese che fonda lo Stato Libero d’Irlanda: costituzionalmente si tratta di uno Stato autonomo che fa parte dell’Impero britannico, ha come monarca il sovrano inglese ed è tenuto a mantenere rapporti politici e commerciali privilegiati con l’Impero.

Queste clausole del trattato provocano in Irlanda una grave spaccatura tra chi è favorevole alla costituzione di uno Stato autonomo con le limitazioni del trattato e chi considera il trattato un tradimento degli ideali indipendentisti. La spaccatura provoca una durissima guerra civile che si concluderà con molti morti. Intanto nei territori di ciò che resta dell’Impero ottomano la situazione è ancora del tutto indefinita: le potenze dell’Intesa sembrano puntare a un completo smembramento e occupazione della Turchia. In Medio Oriente si formano Stati indipendenti sottoposti tuttavia al controllo della Francia e del Regno Unito.

Per sedare gli attriti e i terribili risentimenti ci avrebbe dovuto pensare la Società delle Nazioni di Wilson, secondo cui gli Stati aderenti si impegnano a rispettare l’integrità territoriale e l’unità politica degli altri membri e a risolvere pacificamente le dispute internazionali.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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