Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

molto semplice: si trattava di un grande ambiente unico con pareti, soffitti e pavimenti spogli e privi

di decorazione, luci diffuse, con scaffali disposti ovunque pieni di merci accatastate. Quando

migliorò la situazione economica iniziarono ad apparire supermercati con un arredo più curato. In

Europa la diffusione dei supermercati fu relativamente veloce. Il supermercato si configura come

un importante luogo d’incontro sociale e il senso di freddezza dei suoi arredi è contrastato dai

colori vivaci dei prodotti, disposti su lunghe file per creare l’impressione di grande abbondanza. Il

supermercato infatti è lo specchio di una società uscita da gravi crisi e da due guerre mondiali ed

entrata in un periodo di grande crescita economica. Un’altra novità fu che per la prima volta era

l’intera famiglia a recarsi a fare la spesa. Tradizionalmente erano le massaie a compiere gli

acquisti nei negozi. Il supermercato non era percepito come un semplice negozio dove

approvvigionarsi, ma un luogo dove soddisfare la curiosità, svagarsi, vivere un’esperienza in

qualche modo positiva insieme a tutta la famiglia. Le idee di esperti di marketing contribuirono a

creare il modello di supermercato razionale ma esteticamente curato che conosciamo oggi. Oltre ai

supermercati si è sviluppato il discount. L’ipermercato consiste in una sorta di supermercato di

grandissima superficie, posto alla periferia della città, che comprende anche numerose tipologie di

alimenti a basso prezzo.

A partire dagli anni Cinquanta una nuova tipologia commerciale appare negli Stati Uniti: gli

shopping centers. Essi coinvolgono fasce di popolazione con un reddito abbastanza elevato e

che potevano disporre di un’automobile per spostarsi dal nuovo luogo di abitazione al posto di

lavoro in città. La struttura riprendeva la forma del centro cittadino, con vie pedonali che si

incrociavano, piazzette centrali, fontane e verde, e i negozi allineati lungo le vie. I centri

commerciali erano completamenti coperti e dotati di aria condizionata. Gli shopping centers

rimanevano aperti con orario continuato fino a tarda sera, favorendo lo svolgimento di iniziative

ricreative a carattere non commerciale: concerti, spettacoli, mostre. Non mancarono anche vittime,

prime fra tutti i primi commercianti del luogo. L’attività dello shopping si legò sempre di più a quella

del divertimento, facendo registrare il maggior numero di presenze di sera e soprattutto nel fine

settimana, quando la famiglia si recava a “trascorrere” insieme il suo tempo libero nei centri

commerciali. I concept stores rappresentano l’ultimo sviluppo delle catene di negozi: essi non si

limitano a vendere i prodotti di una certa impresa, ma sono studiati nei minimi particolari, dalla

vetrina all’arredamento interno, per “vendere” uno stile di vita. Alcuni esempi sono Nike Town,

Disney Store, Virgin o Feltrinelli. Se lo shopping centers è enorme, caotico e tendenzialmente

rivolto a tutti, il concept stores è ricercato, mirato a un preciso target di clientela e a promuovere il

brand.

Capitolo2: Le teorie del consumo di Paolo Capuzzo

L’“ancien régime del consumo” consiste in un ordine che attribuiva a ciascuna categoria sociale

degli standard di consumo. La polemica contro il lusso evidenziava i pericoli di “sovversione”

sociale, impliciti nell’estensione dei consumi tradizionalmente destinati soltanto ad élite

aristocratiche.

In Francia, tra Seicento e Settecento, Melon parla del lusso come di una risorsa per la ricchezza

nazionale e del buon governo come di qualcosa ben lontano dalla virtù. Voltaire pone l’accento

sulla rivoluzione dei valori che l’apprezzamento del lusso comportava. I due filoni di pensiero

confluivano nel neomercantilistico, che rivalutava la funzione economica del lusso, e quello

dell’esprit nouveau, che rivalutava la vita mondana rispetto a quella di fede. Si celebrano la

ricchezza e il lusso come strumenti di ascesa sociale. Diderot era d’accordo, il lusso poteva essere

utile, ma andava inserito in un progetto sociale. Il lusso mobilita l’economia, ma deve venire venire

temperato da equità e moderazione. Per Hume il lusso è un elemento di civilizzazione che traina

l’economia, sviluppa i commerci ed estende i benefici su “molti”.

Nell’Ottocento lo studio dei consumi si sposta da un ambito etico-normativo a uno sociologico-

statistico. Si trattava di studiare le famiglie operaie nelle loro strategie di consumo, di analizzarne i

modi e di intervenire successivamente per orientarne le abitudini. Si cercava di valutare

quantitativamente la mortalità del consumo operaio. Sebbene queste prime indagini quantitative

fossero fortemente gravate da propensioni moralizzatrici, esse rappresentano un passo importante

perché fanno entrare la statistica nel discorso del consumo. Preoccupazioni specifiche

riguardavano la minaccia rappresentata dall’emergente cultura commerciale per le donne.

Principale fonte di apprensione sociale, riguardo agli effetti del grande magazzino sulle clienti, era

2

rappresentata dalla presunta diffusione della cleptomania. In questo contesto, il grande magazzino

diventò il principale imputato, perchè il suo consapevole utilizzo della dimensione irrazionale ai fini

commerciali indeboliva la capacità di autocontrollo delle donne. Il grande magazzino era visto

perciò come un ambiente che spingeva ad abbassare, o addirittura ad annullare, le normali riserve

morali. Questa rappresentazione negativa della cultura commerciale è stata superata grazie

all’opera degli imprenditori del commercio, dei pubblicitari e dei giornalisti di moda che hanno

ricostruito un’immagine di donna nuova come consumatrice sentita come inserita all’interno di una

nuova estetica modernistica. Negli Stati Uniti dell’Ottocento prevale una visione moralistica e

classista del consumo. La preoccupazione riguardava l’accesso delle masse ai nuovi consumi e gli

esiti di disgregazione sociale che ciò avrebbe provocato. Le varie forme di socialità e consumo che

coinvolgevano le masse sembravano portare lontano dall’etica dell’autocontrollo e minacciavano la

società di venire destabilizzata dallo scatenarsi di passioni, spreco, spirito emulativo e dalla scarsa

predisposizione al lavoro.

Di fronte allo stato di crisi drammatica in cui versava l’economia russa nel 1917, vennero varate

misure di controllo statale dell’economia appoggiate dai bolscevichi. Con il terrore staliniano si

assistette ad una riduzione netta dei livelli di consumo, seguita alla collettivizzazione forzata.

In Germania, una volta al potere il nazismo si trovò a fare i conti con l’esigenza di assicurare un

determinato livello di consumo e anzi, soprattutto in Germania, la ripresa dell’occupazione e dei

consumi ebbe una certa importanza nella costruzione del consenso. Tuttavia i regimi fascisti

ebbero a confrontarsi più con la scarsità che con l’abbondanza perché le loro priorità politiche,

militaristiche ed espansionistiche diedero una curvatura autarchica alle politiche economiche e

comportarono un controllo delle grandi voci della bilancia commerciale che consentisse di

convogliare risorse sull’investimento bellico.

Negli anni Venti si assiste ad una divaricazione netta tra le visioni del consumo prevalenti negli

Stati Uniti e in Europa. La legittimazione del mercato e della democrazia del benessere negli Usa,

infatti, supera le diffidenze nei confronti della crescita dei consumi e ne fa anzi un elemento

decisivo della democrazia americana. I pubblicitari vengono legittimati sul piano scientifico e

accademico e la loro capacitò di alimentare sogni e sollecitare desideri viene riconosciuta come un

elemento basilare del successo della società moderna. La ricerca universitaria venne coinvolta

nella produzione di una cultura pubblicitaria.

Gli Stati Uniti negli anni Cinquanta rappresentano un modello sociale che sembrava aver risolto

definitivamente il problema della scarsità materiale e nel quale si presentavano invece i disagi

dell’abbondanza. Le subculture giovanili hanno mostrato delle modalità di consumo volte alla

costruzione di uno stile. Il consumatore non è il terminale passivo di un processo di manipolazione

dei suoi desideri, ma intrattiene con i beni un rapporto attivo e aperto, capace di costruire propri

significati. Se da un lato viene riconosciuta al consumatore una propria capacità soggettiva di

costruire significati attraverso le pratiche di consumo, dall’altro non si può non riconoscere il

carattere negativo della sua libertà. una libertà che è condizionata dalla presenza di potentissimi

attori commerciali che hanno sviluppato una crescente capacità di azione globale.

Capitolo3: Viva l’ozio. Il tempo libero nell’età contemporanea di Stefano Cavazza

Ogni volta che saliamo su una macchina il venerdì sera per raggiugnere una spiaggia su cui

abbronzarci durante il fine settimana compiamo un atto che ci pare scontato, quasi banale. Siamo

invece partecipi di un evento che sarebbe stato estraneo ai nostri nonni e alla maggior parte dei

nostri padri. L’uso di trascorrere al mare o in montagna il fine settimana è un pratica recente così

come la disponibilità del week-end per le proprie attività ricreative. Per tutto l’Ottocento e per parte

del Novecento solo la domenica, in quanto giorno del Signore, era una giornata libera dal lavoro.

Ancora più del sabato libero, era ignota alla gran parte della popolazione l’abitudine di trascorrere

le vacanze al mare, consuetudine che oggi ci sembra parte integrante della nostra vita fino al

punto da ritenere intollerabile il dovervi rinunciare. Per l’operaio non solo andare al mare, ma

anche l’idea stessa di una vacanza sarebbe stata al di là delle aspettative, non fosse altro che per

una ragione di costi. Il punto non era che gli operai non avrebbero voluto riposarsi su una spiaggia,

ma che, tra le loro prime rivendicazioni, lavoro e salario costituivano obiettivi più importanti.

Tuttavia la diminuzione del carico di lavoro attraverso la riduzione dell’orario costituì un altro

importante obiettivo della protesta operaia. Anche la richiesta di un tempo prolungato per il riposo

cominciò così a farsi strada, ma per affermare definitivamente l’idea di una vacanza pagata 3

bisognò attendere il secondo dopoguerra. Da allora la vacanza è diventata qualcosa che noi

stentiamo come un dritto generalizzato, tanto da associare la sua assenza a un’idea di sfortuna o

di povertà. Andare in vacanza è penetrato così in profondità nel nostro modo di vita, da rendere

quasi impensabile il non usufruirne. Non andare in vacanza rappresenta per molti una diminuzione

di status, una privazione, mentre la scelta del luogo di villeggiatura esprime una forma di

affermazione della propria identità sociale. La diffusione del tempo libero appare come parte del

processo di sviluppo di una società dei consumi, un processo predeterminato. La crescita del

tempo libero ha in genere tre caratteristiche comuni:

1. è in stretta relazione con la definizione delle sfera lavorativa;

2. deve essere un tempo dedicato ad attività gratificanti;

3. deve escludere la remunerazione.

L’area geografica in cui il processo di affermazione del tempo libero ha avuto luogo è costituita da

quell’insieme di paesi che siamo soliti definire come “mondo occidentale”, vale a dire l’area

europea e nordamericana. In quest’area possiamo rinvenire una comune tendenza all’espansione

delle attività di tempo libero in parallelo con il processo di limitazione dell’orario di lavoro. Nel corso

degli ultimi due secoli il tempo libero ha assunto di fatto il carattere di un diritto, già rivendicato alla

fine dell’Ottocento come un diritto all’ozio e alla recitazione.

Dopo le prime fasi della rivoluzione industriale cominciarono a farsi strada le richieste di una

limitazione dell’orario di lavoro. Benché la richiesta di diminuzione dell’orario inizialmente non

fosse esplicitamente giustificata in nome del tempo libero da spendere in attività gratificanti, ma

semplicemente in nome della necessità di ridurre un gravoso carico di lavoro, è evidente che un

aumento della disponibilità del tempo extralavorativo consentiva di ampliare lo spettro delle

opportunità ricreative. La richiesta delle “tre otto” (otto ore per dormine, otto ore per lavorare, otto

ore per divertirsi) era entrata a far parte stabilmente delle rivendicazioni del movimento operaio.

Alcuni industriali apparivano contrati ad un aumento del tempo libero.

In riferimento alla divaricazione in atto tra Usa ed Europa ci riporta a dei modelli culturali di

comportamento. La diffusione del tempo libero aveva infatti bisogno anche di cambiamenti nella

mentalità e nella cultura. Per poter essere impiegato, il tempo libero non lavorativo doveva essere

considerato come un valore e non come una condizione negativa. Era necessario passare da una

valutazione dell’ozio come sinonimo di vizio o di pigrizia, all’idea del tempo libero come tempo

impiegato e non sprecato. L’idea del tempo libero da dedicare alla ricreazione del lavoratore

cominciò a diffondersi. Essa era spesso accompagnata dalla convinzione che si dovesse cercare

di offrire all’operaio sani divertimenti senza lasciarlo in balia di se stesso. Erano infatti spesso

associazioni filantropiche che promuovevano l’offerta di svaghi per il lavoratore. In quest’ottica si

comprende come spesso i primi interventi in favore del tempo libero operaio fossero segnati

dall’intento moralista di sottratte il lavoratore all’osteria e al bere. Tale intento celava non di rado

l’obiettivo politico di indebolire i movimenti socialisti, dato che l’osteria fungeva da luogo di

socializzazione politica che offrivano crociere per gli operai tedeschi o la possibilità di sciare per

quelli italiani, trovando in queste attività una forma di gratificazione e compensazione. Un

mutamento di non minore importanza è rappresentato dall’incremento della crescita della

ricchezza e del reddito e dalla distribuzione di una parte di questa ricchezza nei ceti sociali

inferiori. Avere più tempo libero dal lavoro poteva essere inutile se non si accompagnava ad una

possibilità di impiegare questo tempo in attività gratificanti, molte delle quali richiedevano un

esborso di denaro.

Il tempo libero dell’età contemporanea seguiva le varianti di genere e di generazione. Anche le

donne e le mogli, pur senza lavorare, avevano un loro tempo libero. Era proprio il tempo libero

femminile ad essere visto come potenzialmente pericoloso per la morale. L’accesso al consumo

rischiava di mettere in discussione i costumi tradizionali. Per le donne la visita al grande

magazzino, l’ingresso nel paradiso degli abiti era un modo per evadere dalla quotidianità ed era

percepito come un potenziale pericolo per la moralità della famiglia. Specificità e differenze nella

fruizione del tempo libero sono legate anche alle fasce d’età, soprattutto con il definirsi della

gioventù come età che si caratterizza e si distingue per modi di comportamento e stili di vita dagli

altri segmenti della popolazione. Si cominciarono a definire i contorni di quelle che noi definiamo

culture giovanili. Modi di vestire, gusti musicali e costruzione di gruppi informali sono stati tutti

elementi che hanno finito per distinguere una fascia d’età rispetto al resto della popolazione,

definendo anche un segmento di mercato e una serie di pratiche di tempo libero. Con l’espansione

4

dell’istruzione universitaria sono soprattutto gli studenti ad avere un tempo libero da impiegare,

spesso vissuto come tempo di sregolatezza, se non proprio di eccessi. Un altro aspetto di impiego

del tempo libero caratteristico dell’età giovanile è rappresentato dalla costituzione di gruppi e

bande. Questi gruppi, privi di fini politici, passavano il tempo incontrandosi in punti di ritrovo della

città come strade e piazze, bighellonando e organizzando escursioni nel fine settimana. Nel

secondo dopoguerra le culture giovanili hanno trovato un nuovo e intenso sviluppo, assumendo

spesso il segno della rivolta e dell’anticonformismo, ma al tempo stesso entrando a far parte della

cultura del consumismo. Atteggiamenti e comportanti destavano sconcerto nelle generazioni più

anziane. Nello stesso tempo i giovani sono stati pienamente assorbiti dalla società dei consumi. Il

discorso sulle articolazioni per genere ed età non sarebbe però completo se si trascurasse di

parlare degli anziani. La possibilità di passare un lungo periodo di tempo da pensionato e il

miglioramento delle rendite pensionistiche ha aperto nuove possibilità di svago per gli over

sessanta.

Una delle forme più diffuse di occupazione del tempo libero è rappresentata dallo sport. Si tratta di

un impiego del tempo non lavorativo che può assumere due forme: attività praticata e spettacolo

da guardare. L’esercizio fisico fu considerato però anche un mezzo per rafforzare la mente e il

corpo. Ma le finalità educative dell’esercizio fisico vennero presto sovrastate da quelle ludiche e di

intrattenimento. Sport come il calcio piacevano agli operai perché consentivano loro di uscire dalla

monotonia della vita quotidiana, senza contare che a volte dalla passione si poteva trarre anche un

beneficio economico, nella misura in cui si trasformava la passione e la pratica sportiva in lavoro.

Nei primi decenni del Novecento lo sviluppo di nuovi mezzi tecnici di intrattenimento come il

grammofono, il cinematografo, la radio e la televisione, hanno consentito l’ampliamento delle

possibilità di occupare il proprio tempo libero attraverso queste nuove forme di consumo, dall’altro

hanno reso possibile la nascita e o sviluppo di settori economici dediti alla produzione di una

cultura di consumo destinata al tempo libero.

Capitolo4: Ai servizi dei consumatori. I lavoratori e le lavoratrici dei grandi magazzini di

Silvia Salvatici

Gli studi che hanno affrontato il tema dei consumi in età contemporanea hanno riservato una certa

attenzione ai lavoratori e alle lavoratrici del commercio, in particolare nelle ricerche dedicate alla

storia dei grandi magazzini. Le ricerche di storia del lavoro non hanno mostrato molto interesse

verso il personale dei grandi magazzini per una serie di motivazioni, che riguardano principalmente

la diversità del loro profilo rispetto ai lavoratori dell’industria e quindi rendono inutilizzabili le

categorie di analisi elaborati per questi ultimi. Alla fine dell’Ottocento i grandi magazzini possono

essere senza dubbio annoverati tra i luoghi di lavoro che richiedono maggiori quantitativi di

manodopera. Queste imponenti schiere di personale diventano i soggetti di nuove strategie di

organizzazione del lavoro, il cui successo è sancito dalla fortuna economica e di immagine della

grande distribuzione.

L’immagine della macchina a vapore, ricorrente anche nelle descrizioni dell’organizzazione del

lavoro industriale, intende sottolineare le dure condizioni di impiego nei grandi magazzini, insieme

alla parcellizzazione e alla standardizzazione delle prestazione d’opera richieste ai dipendenti.

L’organizzazione del lavoro contribuisce a rendere la nascita, lo sviluppo e il funzionamento del

grande magazzino un fenomeno internazionale. I requisiti necessari per fare il proprio ingresso tra

il personale dei grandi magazzini sono il fatto di avere o meno una precedente esperienza nel

settore delle vendite al dettaglio e il bacino di selezione del personale diventa quello dei lavoratori

provenienti dai piccoli negozi o dalle famiglie di commercianti. Il reclutamento fa parte dei compiti e

delle specifiche responsabilità del direttore. E’ lui a controllare le lettere di presentazione ed

eventualmente a richiederne la verifica, a condurre un colloquio con coloro che chiedono di essere

assunti e a giudicarne l’aspetto e le buone maniere. Nella valutazione complessiva il caporeparto

tiene conto dell’età dei potenziali dipendenti: difficilmente vengono accettati uomini o donne con

più di 30 anni. Il processo di vendita è suddiviso in una molteplicità di mansioni: la ricerca della

merce attraverso i reparti, la scelta dell’articolo al bancone, il pagamento alla cassa e l’eventuale

richiesta della confezione e/o del trasporto di pacchi e pacchetti. Questo sistema trasforma

profondamente la figura del venditore che si specializza in un singolo settore, che diventa il “suo”

ambito di competenza. La suddivisione delle mansioni non avviene soltanto in senso orizzontale,

cioè tra i diversi settori commerciali in cui si articola il grande magazzino, ma anche in verticale, 5


ACQUISTATO

7 volte

PAGINE

9

PESO

122.51 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Docente: Tasca Luisa
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher likelikelike di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia culturale e sociale dell'età contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Tasca Luisa.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia culturale e sociale dell'età contemporanea

Riassunto esame Storia culturale e sociale dell'età contemporanea, prof.ssa Luisa Tasca, libro consigliato "L'eta contemporanea. Dalla grande guerra a oggi", Alberto Mario Banti
Appunto
Appunti di storia culturale e sociale dell'età contemporanea, Luisa Tasca
Appunto
Riassunto esame Didattica generale, prof. Giuliano Franceschini, libro consigliato "Insegnanti consapevoli. Saperi e competenze per insegnanti di scuola dell'infanzia e di scuola primaria", Franceschini Giuliano
Appunto