Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

forte negli anni della guerra fredda. La guerra fredda inizia subito dopo la fine della Seconda

Guerra Mondiale. Anche l’ideologia americana dei consumi ebbe un suo ruolo durante la guerra

fredda. Nel 1959, a Mosca viene organizzata una fiera a cui parteciparono gli americani

costruendo una casa prefabbricata, all’interno del quale quale c’era una cucina con

elettrodomestici bianchi, cioè propri dell’ambiente culinario. Gli americani volevano far vedere ai

sovietici che erano molto bravi nella produzioni di elettrodomestici e che le loro case erano ben

equipaggiate. Il vicepresidente Nixon andò in visita ed ebbe un incontro con il segretario di stato

Kruscev in cui cominciarono a discutere. Questo dibattito passò alla storia come il “dibattito in

cucina”, dove entrambi discutevano sui vantaggi dei loro sistemi economici.

Il modello americano aveva al centro il modello della donna consumatrice del salario, mentre il

marito era colui che lo andava a guadagnare lavorando in fabbrica. Gli anni Sessanta furono gli

anni di minor occupazione femminile, chiuse in casa per svolgere i loro lavori domestici.

I luoghi di consumo cambino e si trasformano tra l’Ottocento e il Novecento. Fino a tutta la prima

metà del Settecento, il luogo del commercio era la piccola bottega che non aveva nemmeno una

vetrina. Nella seconda metà del Settecento appaiono le prime vetrine, dietro le quali si esponevano

prodotti in vendita. Ciò porta ad una prima spettacolarizzazione della merce che, per essere

comprata, deve essere attraente. Nel 1852, a Parigi nasce il primo grande magazzino, in cui la

spettacolarizzazione della merce è estrema. I grandi magazzini vennero costruiti dalla borghesia

nel centro delle metropoli e rappresentano la conquista borghese della società. Al tempo stesso

sono un luogo connotato in modo femminile perché sono proprio le donne della città a uscire di

casa per andarci a fare acquisti. Dopo la Prima Guerra Mondiale e sull’onda della crisi del 1929,

arriva un luogo diverso dove andare a consumare: i negozi a prezzo fisso. Queste catene di negozi

non sono né il grande magazzino rivolto all’élite, né la bottega rivolta ai meno abbienti, ma si

rivolgono al ceto medio. Essi sono collocati in quartieri residenziali e più periferici, proprio perché

rivolti ad una clientela meno ricca. Infine, la terza grande rivoluzione Novecentesca nella

rivoluzione dei beni è l’arrivo dei supermercati, che arriva dopo la Seconda Guerra Mondiale. Il

primo supermercato viene aperto a Firenze nel 1961 e per tre settimane ci furono proteste da parte

dei piccoli commercianti per la grande concorrenza. In La religione dei consumi. Cattedrali,

pellegrinaggi e riti dell'iperconsumismo, Ritzer sostiene che siamo arrivati in una fase di

iperconsumismo. Secondo l’autore, i centri commerciali hanno in comune con i centri religiosi

perché sono tutti luoghi che offrono scenari incantati, fantastici e divertenti.

Gli anni del boom economico in Italia possono collocarsi tra gli ultimi anni Cinquanta e gli inizi degli

anni Sessanta. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale, per tutte le economie occidentali inizia

un periodo chiamato età d’oro del capitalismo, cioè un periodo di grande crescita economica.

L’Europa, uscita distrutta dalla guerra, si riprese velocemente. In parte contribuì il Piano Marshall.

Marshall, il segretario di stato americano, nel 1947 annunciò un piano di aiuti per l’Europa

chiamato European Recovery Plan. Esso durò 4 anni, fino al 1951, e fu fondamentale per

l’economia europea perché favorì la ricostruzione e la ripresa economia europea. Generalmente

chi vince una guerra fa pagare caro il prezzo a chi la perde come accadde nella Prima Guerra

Mondiale, ma ciò fece salire al potere un personaggio come Hitler. Adesso gli Stati Uniti non

volevano ricommettere lo stesso errore e, invece che punire la Germania, decisero di aiutarli

anche perché temono che l’Europa distrutta potesse avvicinarsi all’Unione Sovietica. Tra i paesi

usciti dalla guerra, l’Italia crebbe più velocemente degli altri e, da paese contadino, divenne paese

urbanizzato. Un primo fenomeno del miracolo economico italiano fu il baby boom, cioè l’aumento

delle nascite. Nell’Ottocento comincia a diminuire la mortalità perché arrivano i primi vaccini e

migliora l’alimentazione. Tra l’Ottocento e il Novecento comincia ad esserci una più lunga

aspettativa di vita e gli italiani fanno più figli di prima per una serie di motivi: si esce dalla guerra e

si guarda al futuro con speranza, la ripresa economica favorisce la possibilità di star bene e gli

italiani godono per la prima volta di uno stato sociale, di un sistema sanitario funzionale e di una

scuola per tutti i figli. Attorno alle più grandi città nascevano le baraccopoli, cioè quartieri

autocostruiti dagli immigrati. Le spese per i consumi alimentari si ridussero tantissimo e le tavole

conobbero cibi ricchi al posto dei cibi poveri. L’automobile è uno dei simboli di queste

trasformazioni: nel 1955 la Fiat lancia sul mercato la Fiat Seicento pensata per la famiglia media

italiana e nel 1957 arriva la Fiat Cinquecento, che è più piccola e che costa meno. Gli italiani

continuavano comunque a spostarci in motorino. La motorizzazione cambiò gli stili di vita e non

solo ci si spostava con le automobili per andare a lavoro, ma anche per andare in vacanza. Il primo

3

nuovo elettrodomestico a comparire nelle case degli italiani è il frigorifero, seguito dal televisore e

dalla lavatrice. Gli oggetti in plastica avevano il fascino della modernità e costavano molto meno. I

giovani cominciarono a concepirsi come una generazione separata dai più giovani e dai più vecchi.

Uno dei critici che parlò della trasformazione del popolo italiano fu Pier Paolo Pasolini. Pasolini

conobbe la cultura povera e scrisse una serie di articoli dove critica duramente la trasformazione

della società italiana da contadina a consumistica perché, in questa trasformazione, vi è una

perdita dei valori più veri. L’Italia non era pronta a questa trasformazione e il consumismo ha

trasformato gli italiani più di quanto fece in passato il fascismo: il consumismo è un secondo

fascismo.

Il massacro del Circeo prende spunto da un evento in cui due gruppi di giovani portano due

ragazze a una festa per avere rapporti sessuali con loro. Dopo il rifiuto queste due ragazze sono

state massacrate per due giorni: una morì e l’altra, fingendosi morta, riuscì a vivere. Pasolini

denuncia questo delitto dando la colpa al consumismo sfrenato che aveva fatto abbrutire la

gioventù. Questa presa di posizione scatenò moltissime polemiche. Pasolini afferma che il governo

italiano aveva manipolato in modo criminale l’avvento del consumismo in Italia. La scuola e la

televisione riuscivano a manipolare le menti dei più giovani. Pasolini offrì di abolire

momentaneamente la scuola dell’obbligo finché non ci fosse stata una riforma che introducesse

materie e letture libere e abolire la televisione fino a quando non la si sarebbe resa culturalmente

pluralistica. Ogni partito avrebbe dovuto avere il suo telegiornale. I valori erano stati sostituiti da

una continua spinta al consumo secondo l’idea che la felicità deriva dall’avere. Ogni giovane era

schiavo del vizio. La classe dominante, cioè la classe borghese, è definita come colpevole

dell’abbrutimento delle persone. Il sotto proletariato è invece una classe sociale poverissima che è

stata allontanata e emarginata dal capitalismo.

Verso la fine degli anni Cinquanta, all’interno della Democrazia Cristiana, si comincia a parlare di

PSI (Partito Socialista Italiano), in grado di mettere da parte il Partito Comunista (PC). Le riforme

principali del Centro Sinistra furono 3:

1. la creazione delle regioni;

2. la nazionalizzazione dell’industria elettrica (ENEL);

3. l’introduzione della scuola media dell’obbligo fino ai 14 anni.

Altra forte riforma è stata quella di Don Milani: la sua scuola era frequentata da quei figli di

contadini poverissimi. La scuola del tempo curava i sani e respingeva i malati, così Don Milani

accolse tutti quei bambini che erano stati rifiutati dalla scuola pubblica perché troppo poveri o

ignoranti. Dopo la crisi degli anni Settanta, abbiamo il decennio della rivoluzione informatica, dei

baby-consumi, del CD, del walkman e la TV ha cominciato ad egemonizzare il tempo libero degli

italiani. Sono esplose le spese che riguardavano l’estetica, la cura del corpo e la rivalutazione

dell’edonismo. La produzione industriale cerca di rispondere ai gusti individuali delle persone.

Teorie e critiche del consumismo

Marx è stato il primo teorico del capitalismo. La sua teoria riguarda il feticismo delle merci, esposta

nell’opera Il Capitale. Il Capitale è l’unica opera pubblicata quando Marx era ancora in vita ed è un

“immane raccolta di merci”, in cui la merce è centrale e appaiono come dei feticci. Il feticcio è un

oggetto inanimato al quale si attribuisce un potere magico e spirituale. Le merci sono dei feticci

perché sembrano soggetti autonomi e nascondono la loro umanità, cioè il fatto di essere il frutto

concreto del lavoro di uomini. Questo non avveniva nei sistemi di produzioni precapitalistici,

quando i prodotti del lavoro dell’uomo erano proprio il frutto del lavoro dell’uomo che li aveva

prodotti.

Un autore di trent’anni successivo a Marx fu Thorstein Veblen. Veblen pubblicò La teoria della

classe agiata (1899), in cui espone la teoria del consumo vistoso. Le classi ricche mettono in atto

una serie di azioni vistose per ostentare il prestigio del proprio status. Le classi meno agiate

volevano imitare il consumo delle classi ricche. La classe superiore detta gli stili di comportamento

e le classi inferiori li imitano.

Il terzo autore francese, Jean Baudrillard, pubblica La società dei consumi. I suoi miti e le sue

strutture (1970). Baudrillard riprende alcuni concetti di Marx, affermando che il consumismo

impone alcuni modelli. Nel mondo del consumismo, tutto è fittizio. Il tempo libero è la parvenza di

un’autentica libertà perché è continuamente sollecitato al consumo. Mentre Weber sostiene che il 4

consumatore è consapevole, il consumatore di Baudrillard è molto più passivo e influenzato da

condizionamenti esterni come la pubblicità.

Pierre Bourdieu è stato uno dei più importanti sociologi del Novecento. La sua opera La

distinzione. Critica sociale del gusto (1983) sviluppa un’analisi della struttura economica e sociale

delle società contemporanee nei quali è prevista l’etica del consumo. Ognuno di noi ha tre tipi di

capitali: il capitale economico, cioè la ricchezza di cui ognuno di noi dispone, il capitale culturale,

dato dalla scuola, dai viaggi, dalla famiglia e dai viaggi vissuti, e il capitale sociale, cioè le reti su

cui ognuno di noi può fare affidamento. Partendo da quest’idea, Bourdieu compie una ricerca

empirica nel Nord della Francia degli anni Sessanta, prendendo in esame tutta una serie di usi e

costumi per costruire uno schema quadripartito. Bourdieu riempie lo schema con delle caselle che

racchiudono categorie sociali che si riferiscono al possedimento di capitale economico e/o

culturale. Bourdieu afferma che le scelte delle persone sono influenzate dalla loro condizione

sociale e non sono mai scelte neutre o dettate da un gusto individuale. Il gusto implica sempre

anche il disgusto: ciò che rifiutiamo è altrettanto importante quanto ciò che accettiamo.

Bauman parla di mobilità liquida: tutto ciò che dava un senso identità in una società si è andato

dissolvendo. I rapporti umani si sono liquefatti e quella nostra non è più una società stabile: i gusti

si sono sciolti. Storia dei poveri e della povertà

Simile afferma che ogni società definisce e assegna uno specifico statuto ai poveri. Va dunque

studiata la relazione di interdipendenza tra i poveri e la relazione di cui fanno parte. La povertà è

dunque costruita socialmente e il suo significato è quello che la società le assegna. Gli elementi

fondamentali che definiscono la povertà sono l’assistenza e lo stigma. Il povero diventa tale nel

momento in cui accetta assistenza e soccorso dalla società. Lo stigma è il declassamento a livello

sociale perché i poveri non danno niente alla società. La definizione di povero cambia nel tempo e

nello spazio ed è stata attenzione di gran parte degli storici. Nelle società agrarie del medioevo la

ricchezza non era un elemento preponderante, ma contavano di più elementi come i legami di

sangue, la religione, la subordinazione di dominio…. E’ con lo sviluppo di un’economia di mercato

che possiamo cominciare a considerare importante la ricchezza o la povertà. Durante il Medioevo,

il povero era considerato un eletto da Dio e l’elemosina aveva un ruolo centrale: i ricchi avevano

bisogno di guadagnarsi la vita eterna con l’elemosina e i poveri avevano bisogno dei ricchi per

sopravvivere. Nel Medioevo si distinguevano due tipi di poveri: i poveri con Pietro, ovvero coloro

che sceglievano volontariamente la povertà, e i poveri con Lazzaro, ovvero chi era povero per

necessitò e non per scelta. La situazione cambia nel corso del Cinquecento in ambito protestante

e in ambito cattolico via via che si afferma un tipo di economia capitalista. L’atteggiamento nei

confronti dei poveri comincia a diventare più negativo. Erasmo Da Rotterdam pubblica Colloqui, in

cui offre una visione pedagogica della società del tempo, immaginando il colloquio tra due

mendicanti. La società del tempo voleva togliere i poveri dalle strade. L’assistenza da privata

diventa pubblica e quindi si incita la gente a dare la loro beneficienza a un’istituzione

spersonalizzando il rapporto tra chi dava e chi riceveva. Insieme c’è un processo di

secolarizzazione dell’assistenza: lo Stato comincia a organizzare in proprio l’assistenza dei poveri

e il povero che fino ad allora era considerato un eletto da Dio, adesso il povero veniva considerato

colpevole della propria povertà. Il non-lavoro viene associato al crimine e c’era una vera e propria

caccia ai mendicanti. Coloro che volevano ricevere assistenza dovevano entrare in delle case di

assistenza per essere aiutati in cambio di lavoro. C’era una distinzione tra chi davvero meritava

aiuto perché malato (vero povero) da chi invece non lo meritava perché era in grado di lavorare

(falso povero). Da fine Settecento Maltus prevede che la progressione sarebbe aumentata in modo

geometrico, mentre i beni alimentari sarebbero aumentati in modo aritmetico producendo uno

scompenso. La sua soluzione era un controllo delle nascite. Il progetto di assistenza ai poveri,

chiamate Old Poor Laws, erano state introdotte all’epoca della regina Elisabetta I e rimaste in

vigore per secoli. Le vecchie leggi sui poveri davano assistenza ai poveri senza pretendere niente

in cambio dell’aiuto, ma con questo mutare dell’atteggiamento nei confronti della povertà, furono

oggetto di critiche perché deresponsabilizzavano i poveri. Nel 1834, le Nel Poor Laws istituirono le

case di lavoro, dette work houses. Le nuove leggi erano molto dure, selettive e repressive. Il 1834

è molto significativa perché è il periodo della piena rivoluzione industriale in Inghilterra e c’era il

pauperismo industriale. Il pauperismo industriale consiste nel trovare intere aree in condizioni di 5

miseria. Engels spiega cause e dimensioni della miseria all’interno della società capitalistica. Il

teorico del Welfare State, Beveridge, sostiene che sono 5 i mali che devono essere combattuti: la

malattia, l’ignoranza, lo squallore, l’ozio e la miseria. Per combatterli, lo stato dovrà impegnarsi

nell’organizzazione del benessere della società. Il governo doveva impegnarsi non solo a

sorvegliare, ma anche a guidare l’economia. Lo Stato Sociale doveva abbattere l’occupazione

arrivando a una situazione di piena occupazione, assicurare un sistema sanitario nazione e

assicurare un sistema pensionistico per evitare che la vecchiaia diventasse povertà. La base di ciò

doveva essere il principio di universalità e di unitarietà. Lo Stato Sociale è una necessità dove le

famiglie sono piccole, dove c’è un alto numero di single e dove c’è un distacco sociale dei giovani

dalla famiglia d’origine. Le idee di Beveridge circoleranno poi in tutta Europa anche durante la

guerra. Inizialmente nazisti e fascismi disprezzavano Le idee di Beveridge, d’altra parte ne erano

interessati per la portata rivoluzionaria. Nel piano Beveridge c’era la possibilità di un mondo basato

sulla giustizia sociale. Lo Stato Sociale ha cominciato a perdere consenso negli anni Settanta. Nel

1974 sale al potere Margaret Thatcher, che sostiene che non esiste la società, ma esistono gli

individui: le persone devono quindi cavarsela da sé. Le spese dello Stato Sociale erano

considerate improduttive perché non avevano poi niente in cambio. Anche oggi lo Stato Sociale è

in crisi perché non si riesce più a far fronte alla disoccupazione anche difronte ai periodi di sviluppo

economico. Lo Stato Sociale è poi in difficoltà per la rottura del patto generazionale: aumenta la

popolazione anziana e diminuisce la popolazione giovane.

Il movimento femminile tra Otto e Novecento: protagoniste e battaglie

La storia delle donne è una branca della storia che nasce verso la fine degli anni Settanta sull’onda

del femminismo. Verso la fine degli anni Settanta, i movimenti femministi si ritirano dallo spazio

pubblico. Le donne però continuano la loro riflessione perché il femminismo aveva puntato molto

sull’autoconsapevolezza di cosa significasse essere donne. Una parte delle femministe

cominciano quindi a dedicarsi a un’indagine rivolta al passato di come sia cambiata la condizione

delle donne nel corso del tempo. Ma ciò è complicato perché gli storici hanno bisogno di

documenti e le donne, che mai avevano occupato posizioni di potere, hanno lasciato molti meno

documenti pubblici. I documenti pubblici, infatti, veniva fatto da chi occupava posizioni di potere. Le

donne hanno lasciato anche meno documenti privati, chiamati dagli storici ego-dokuments. Gli

ego-dokuments sono tutti quei documenti in cui l’individuo parla di sé. Almeno le donne

alfabetizzate scrissero lettere, diari e appunti che rimasero inedite, finirono negli archivi privati o

andarono dispersi. La storia delle donne è stata accolta molto negli Stati Uniti, mentre poco in Italia

perché considerata eversiva, rivoluzionaria o inutile. Nel corso degli anni Novanta sono cominciati i

primi studi della storia di genere, o gender history. L’appartenenza al sesso maschile o femminile è

un dato biologico, mentre il genere è una costruzione di tipo sociale e culturale. Possiamo nascere

maschio o femmina, ma la società o la cultura in cui viviamo definisce cosa viene associato il

maschile o il femminile. La storia di genere si occupa proprio dello studio del maschile e del

femminile e, negli Stati Uniti, si parla infatti di gender studies.

Il 1791 è la data di inizio della satira del femminismo. Olympe De Gouges scrive e pubblica la

Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Due anni prima era stata emanata la

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino che aveva dichiarato l’universalismo dei diritti,

escludendo le donne. Si pensava infatti che le donne fossero per natura destinate alla sfera

familiare. Olympe De Gouges scrive questa dichiarazione per una critica. Le femministe hanno

visto sempre nella condizione degli schiavi d’America una condizione molto vicina alla propria e

per questo, spesso, le due battaglie si sono unite. Olympe De Gouges si rivolge direttamente alla

regina Maria Antonietta sostenendo che le donne possono essere condannate a morte come gli

uomini, ma non godono degli stessi diritti civili e politici degli uomini. Un anno dopo, nell’iInghilterra

del 1792, Mary Wollstoncraft scrive Rivendicazione dei diritti della donna e si chiede come gli

uomini possano reputare le donne inferiori e poi sposarsi con esse. E’ soprattutto il matrimonio che

dovrebbe esser riformato da un punto di vista di parità tra i coniugi. La critica al matrimonio viene

ripresa settant’anni dopo nel testo The Subjection of Women, in italiano L’asservimento delle

donne (1869). Il marito John Stuart Mill e la moglie Harriet Taylor avevano condotto una battaglia

decennale a sostegno delle donne. Il testo fu tradotto in tantissime lingue. John Stuart Mill scrive

che la società ha bisogno di cittadini, ma la società, così come è concepita, forma servi e padroni.

Il principio di perfetta uguaglianza tra i sessi non ammette né privilegio, né potere, né 6

subordinazione e deve essere un’associazione volontaria tra due individui pari. Così com’era

concepito, il matrimonio non poteva portare a una completa sincerità tra i due partner perché le

donne si sarebbero sottratte all’autorità del marito mentendogli e l’uomo sarebbe diventato

dispotico nei confronti della moglie. Solo un matrimonio basato sull’amicizia può essere un

matrimonio che porta ad una vera confidenza tra i due coniugi. Il Risorgimento aveva influenzato

molto il ruolo delle donne, che dovevano essere madri patriottiche e il loro compito principale era

quello di educare i figli al patriottismo. Il Risorgimento aveva enfatizzato il ruolo delle donne come

educatrici nei confronti dei loro figli. Le donne, rinnovando e moralizzando la famiglia, avrebbero

contribuito al futuro stato unitario. Quando, nel 1861, lo stato unitario nascerà veramente non sarà

poi così tanto buono nei confronti delle donne. Con Italia liberale, gli storici si riferiscono al periodo

tra il 1861 e il 1922. Il nuovo Regno doveva essere dotato di una legislazione unica, con un nuovo

codice penale Zanardelli e civile Pisanelli (1865). Il civile Pisanelli è il cardine attorno al quale si

organizza a livello giuridico il nuovo regno. Attorno a questo codice ci furono innumerevoli dibattiti.

Il codice regolava il diritto di famiglia e ci si trovò in mezzo alla scelta tra ispirarsi al codice

napoleonico o al codice civile austriaco. Il codice napoleonico regolava il diritto in base all’eredità:

le donne ricevevano lo stesso denaro ereditario degli uomini. Nel codice napoleonico troviamo

anche l’autorizzazione maritale: le donne che ereditavano dal padre, nel momento in cui si

sposavano, finivano sotto la forte autorità del marito: il padre perde potere, ma ne guadagna molto

il marito. Le donne entravano nelle mani dei mariti in condizione di minorità e potevano disporre

dei loro beni solo previa autorizzazione del marito. Il codice civile austriaco era invece molto più

liberale: una volta sposate, le donne potevano continuare a disporre dei loro beni. Alla fine ci si

ispirò al codice napoleonico e entrò in vigore l’autorizzazione maritale che restò fino al 1919. Il

codice Pisanelli stabilisce poi che il padre è il capo famiglia, giudica in modo diverso l’adulterio

maschile da quello femminile e proibisce la logica della paternità. Qualora nascesse un figlio fuori

dal matrimonio, non si poteva ricercare il padre, ma solo la madre si faceva carico di loro in senso

affettivo ed economico. In questo modo si voleva salvaguardare l’onore e il decoro della famiglia

legittima. Sempre nel 1865 esce anche una legge che regole le elezioni amministrative che

stabilisce che non possono essere elettori gli analfabeti, i falliti, i vagabondi, i detenuti che stavano

espiando una pena e le donne. Grandi nomi del movimento femminista ed emancipazionista

italiano sono Anna Maria Mozzoni, Anna Kulisuoff e Maria Montessori. Anna Maria Mozzoni era

nata a Milano da una famiglia di proprietari terrieri e presenta nel 1877 la prima mozione a favore

del voto femminile, centrando la sua battaglia sul diritto di voto, l’introduzione della ricerca della

paternità e la parità salariale tra uomo e donna. La condizione della donna indicava, secondo Anna

Maria Mozzoni, il grado di civiltà di un popolo. Se il nuovo stato voleva essere uno stato moderno,

doveva accettare la condizione femminile. Anna Kulisuoff era una russa ebrea di famiglia

benestante che scappa dalla Russia a causa del movimento dei nichilisti. Scappata in Svizzera, a

Lugano, conosce un anarchico italiano. Avrà una figlia e con questa verrà in Italia. Assieme a

Turati si trasferisce a Milano dove si specializza in ginecologia e si metterà a servizio dei poveri.

Maria Montessori si appella alle donne italiane perché si iscrivessero alle liste italiane. Tutt’e tre

queste donne ebbero figli al di fuori dei matrimoni. La Nuova Zelanda fu il primo paese a concede il

diritto di voto alle donne, seguito da Australia, Paesi Scandinavi, Russia con la Rivoluzione

d’Ottobre e poi Regno Unito, Germania e Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale. La

conquista del voto e dei diritti politici nei vari paesi fu l’esito di una battaglia da parte delle donne.

Negli Stati Uniti, nel 1848, un gruppo di donne pubblicò il documento Dichiarazione dei sentimenti

di Seneca Falls documento più importante dei diritti delle donne dell’Ottocento. La suffragetta

Emmeline Pankhurst aveva tre figlie che seguirono lo stesso percorso di lotta estrema della madre

tanto da finire in carcere. Emmeline Pankhurst riuscì poi a vedere realizzato il suo sogno del diritto

di voto. L’accesso alla carriera di medico fu più facile per le donne perché si collega all’attività di

assistenza e di cura che potevano esercitare in famiglia per i loro parenti. Più difficile fu l’accesso

alla magistratura e tutto ciò che riguardasse il diritto. Si riteneva che le donne fossero guidate dalla

loro emotività e quindi inadatte a testimoniare in un processo. Le suffragiste inglesi per un lungo

periodo chiesero il diritto di voto e non l’eleggibilità perché chiedere entrambi avrebbero messo

seriamente in discussione la divisione tra la sfera maschile e femminile. Le donne entrarono

massicciamente nel mondo del lavoro durante la Prima Guerra Mondiale ed era impensabile che,

una volta finita la guerra, dovessero tornare nuovamente ad occuparsi esclusivamente delle

faccende domestiche. L’ottenimento del diritto di voto non portò i frutti sperati, ma ci si rese conto 7

col passare del tempo che il fatto di poter partecipare alle lezioni politiche, non significava la fine

della loro discriminazione all’interno della famiglia e della società. Dopo la Prima Guerra Mondiale,

il femminismo scompare, soprattutto negli anni del Fascismo e del Nazismo, ricomparendo negli

anni Settanta con il cosiddetto secondo femminismo. Nel secondo femminismo, le battaglie sono

però di tipo più culturale.

Le donne e il fascismo. Le donne e la Repubblica

L’atteggiamento del fascismo nei confronti delle donne è contraddittorio e ambivalente: da un lato i

fascisti condannarono ogni forma di emancipazione femminile, come il voto, il lavoro

extradomestico, ogni forma di controllo delle nascite, l’accesso delle donne nel partito socialista e

comunista, mentre dall’altro le donne vennero inserite in uno spazio pubblico attraverso le

associazioni fasciste femminili. La politicizzazione delle donne fu però senza cittadinanza: vennero

chiamate a contribuire alla nazione e ad occupare uno spazio pubblico. Le donne avevano il

compito principale di fare figli. Alla metà degli anni Venti, il fascismo dette avvio alle politiche pro-

nataliste: gli italiani dovevano aumentare di numero perché la forza di una nazione stava nel

numero, secondo Mussolini. In realtà l’Italia era una nazione fortemente popolata, con un problema

di emigrazione, detta addirittura la “grande migrazione” verso gli Stati Uniti. Il regime cercò di

proibire, ostacolare e censurare questo fenomeno introducendo la tassa sul celibato (gli uomini

celibi erano costretti a pagare il 25% del salario lordo ed essere padri prolifici) e sui matrimoni

tardivi (chi si posava troppo tardi veniva tassato). Insieme a questo, il regime proibì il controllo

delle nascite, mise fuori legge i contraccettivi e l’aborto veniva punito con il carcere. Nell’imporre

questo tipo di morale, il fascismo fu appoggiato dalla chiesa cattolico: Pio XI emanò l’enciclica

Casti Connubii in cui vietò ogni forma di contraccezione rifiutando l’aborto. Nel 1925 il fascismo

fondò l’ONMI (Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia), il cui compito era quello di limitare la

mortalità e le malattie infantili. La mortalità infantile contava dei numeri spaventosi all’epica,

soprattutto per i figli che nascevano da madri sole e che non potevano occuparsene perché

dovevano lavorare. L’ONMI cerò di aiutare soprattutto le ragazze madri e, in generale, quando i

padri non potevano occuparsi dei bambini. Le donne furono aiutate nei parti e spinte

all’allattamento al seno. L’ONMI continuò la sua attività anche dopo il fascismo, fino al 1975. La

contadina fu un’altra figura importante durante il fascismo: l’organizzazione delle massaie rurali si

proponeva di unire tutte le contadine italiane, istruirle e aiutarle nei loro lavori. L’organizzazione

concentrò la sua attività nelle piccole imprese domestiche dato che il fascismo era contrario a

qualsiasi forma di urbanizzazione. Il fascismo aveva un’idea ruralista, cioè vedeva la campagna

come un luogo sano dove crescere la famiglia. Inoltre, nelle campagne, le famiglie facevano più

figli che delle famiglie cittadine.

La decisione fascista di colpire l’Etiopia impone all’Italia una serie di punizioni economiche. L’Italia

rispose producendo da sola tutto il necessario: ad esempio, il tè veniva sostituito con il carcadè e il

caffè con la cicoria. Le piccole fasciste vennero poi organizzate in gruppi per età e chiamate

piccole italiane, poi giovani italiane, successivamente giovani fasciste e infine fasci femminili. Le

attività per i ragazzi erano invece addestrati sugli sport competitivi e sulle gite esplorative, mentre

le ragazze venivano educate all’economia domestica, la tessitura, la floricultura, al taglio e al

cucito. Il lavoro extradomestico avrebbe mascolinizzato le donne, le avrebbe rese sterili e avrebbe

portato ad una generale corruzione dei costumi. Le donne italiane vennero poi invitate il loro anello

nunziale alla partita per ricevere in cambio un anello di ferro. Alcune donne si rifiutarono di donare

la fede e continuarono a tenerla in modo provocatorio.

Alla caduta del fascismo, le associazioni di lavoratori cominciarono a protestare. Il re nomina

presidente il generale Badoglio. Badoglio annuncia l’armistizio con un discorso alla radio. La

Repubblica di Salò fa arruolare tutti i maschi che potevano diventare repubblichini, nascondersi o

entrare a far parte della Resistenza con i partigiani. Anche le donne si trovarono a scegliere:

alcune entrarono nella Repubblica di Salò e cominciarono a far parte delle Brigate Nere. Alcune di

queste donne furono processare e perseguitate. Molte donne fecero le staffette, cioè portavano

cibo e armi ai partigiani nascosti nelle montagne, altre invece imbracciarono le armi durante la

Resistenza. Questa partecipazione delle donne alla guerra fu importante perché poi furono portate

a diventare cittadine a tutti gli effetti. Per la prima volta le donne votarono il 2 giugno 1946:

assieme agli uomini, furono chiamate a votare per il referendum nel quale furono chiamate a

scegliere tra monarchia e repubblica e per eleggere i membri dell’assemblea costituente che 8

avrebbe dovuto scrivere la Costituzione. All’assemblea costituente vennero elette 21 donne: 9

della Democrazia Cristiana, 9 del Partito Comunista, 2 del PSIUP e 1 del Partito dell’Uomo

qualunque. Una Commissione composta da 75 membri fu un sottogruppo a cui venne dato il

compito di redigere la Carta Costituzionale. In questi anni nascono le più grandi organizzazioni del

dopoguerra: l’organizzazione della Democrazia Cristiana era il CIF (Centro italiano femminile),

mentre quella del Partito Comunista era l’UDI (Unione Donne italiane). La Democrazia Cristiana

poteva contare anche sui preti e sulle parrocchie, mentre il PC aveva il forte problema di creare

un’organizzazione di massa. Dopo il diritto di voto degli anni Cinquanta, abbiamo un’Italia molto

bigotta e controllata dalla Democrazia Cristiana, in cui solo il fatto di una relazione

extramatrimoniale creava scandalo. La Legge Merlin su chiesta per la chiusura della case chiuse,

cioè i bordelli. Merlin era una maestra di scuola elementare nata a Padova. nel 1926, quando il

fascismo obbligò tutti gli insegnanti a giurare fedeltà al pario fascista, abbandonò l’insegnamento.

Divenne disoccupata e trascorse 5 anni in carcere. Divenne poi presidente del Partito socialista.

L’Italia, insieme alla Spagna, era l’unico paese in cui esisteva una prostituzione gestita dallo Stato.

La proposta di legge Merlin impiegò 9 anni per diventare legge e scorso l’opinione pubblica. Chi si

opponeva sollevava problemi di igiene sociale: le prostitute che stavano nei postriboli venivano

sottoposte a controllo periodici perché considerate potenzialmente contagiose. Alla fine la legge

venne approvata. Molti intellettuali scrissero articoli sulla chiusura delle case chiuse in segno di

nostalgia perché erano la sicura garanzia (cioè preservavano e garantivano la sicurezza) della

fede, della patria e della famiglia.

L’Italia era divisa tra Nord e Sud. In questa Italia della casalignitudine (casalinga+solitudine)

emergono due libri che crearono scandalo. Il primo fu quello de La mistica della femminilità,

secondo cui le donne soffrivano ed erano infelici. Le donne americane, secondo la scrittrice,

facevano moltissimi figli ed erano costrette a sposarsi troppo presto. Il testo innescò la seconda

ondata del femminismo, cioè quello degli anni Settanta. Il secondo libro fu Il secondo sesso,

secondo cui la donna è appunto il secondo sesso. La condizione delle donne è quella di

un’uguaglianza astratta, però contrapposta ad un’ineguaglianza concreta. La donna doveva

approfondire prima di tutto la condizione di se stessa ma, per la donna, conoscere se stessa era

difficile perché tutte le identità che le erano state attribuite, erano identità alienanti. La donna deve

rifiutarsi di funzionare da specchio rispetto all’identità maschile.

Il femminismo degli anni Settanta

La storia del movimento femminista ha conosciuto 3 fasi:

1. la prima fase va dal 1965 al 1968: il movimento femminista definisce la pratica

dell’autocoscienza in cui, attraverso il dialogo tra donne, si cercava di autodefinire il ruolo delle

donne. Se le donne erano discriminate per il loro sesso, i neri erano discriminati per il loro

sesso: le due battaglie proseguono di pari passo;

2. la seconda fase va dal 1968 al 1976: questa è stata la fase di massima visibilità del movimento

femminista perché le donne si sono espresse con manifestazioni e scontri contro la polizia. Gli

anni Settanta furono importanti anche dal punto di vista legislativo perché vennero approvate le

leggi delle donne, tra le quali c’era la legge sulla tutela della lavoratrice madre. Queste leggi,

secondo le femministe, attribuivano implicitamente il ruolo di tutrice dei solo alle donne. Le

donne sarebbero spinte al doppio lavoro: quello in casa di madre e quello extradomestico;

3. nella terza fase del 1976, quelle donne che erano molto critiche verso la politica, assumono un

atteggiamento più dialogante. Si cerca quindi il dialogo con le donne che avevano militato nelle

associazioni femministe.

Il movimento femminista nasce e procede parallelamente al 1968. Il movimento del ’68 è globale e

scoppia negli Stati Uniti e in Europa. Le origine del ’68 italiano vanno ricercate nella

scolarizzazione di massa, soprattutto con l’introduzione della scuola media dell’obbligo del 1963:

c’è quindi una nuova generazione di studenti che condividono le regole del miracolo italiano e

assumono un atteggiamento critico verso l’università, che, secondo loro, funzionava come

strumento di manipolazione ideologica e politica per creare uno strumento di subordinazione

rispetto al potere. Il ’68 italiano si muove in una congiuntura internazionale che mi muove a

seconda della guerra in Vietnam e della rivoluzione in Cina. La guerra in Vietnam si concluderà

con la modificazione di tutto il territorio vietnamita. Tutti i paesi vedranno nel Vietnam il modo per

limitare l’avanzata del comunismo cinese e sovietico. La rivoluzione culturale in Cina sarà 9

promosso da Mao perché inviterà i giovani a ribellarsi contro le vecchie correnti di pensiero e in

generale contro la tradizione precedente. La rivoluzione fu contraria al partito comunista cinese e

all’apparato di governo. La rivoluzione culturale in Cina in Europa fu interpretata come un

movimento di massa spontaneo e antiautoritario.

In Italia la prima università in cui scoppia il ’68 è Trento: era l’unica università italiana ad avere una

facoltà di sociologia, infatti era stata creata da poco e voluta da alcuni esponenti della sinistra

democristiana. Questi esponenti avevano voluto aprire a Trento una classe più in grado di gestire

lo sviluppo. La si volle quindi a Trento perché si credeva che Trento fosse un luogo dove gli

studenti sarebbero stati più tranquilli. Invece fu lì che scoppiarono proteste ed occupazioni.

Studenti da tutta Italia erano accorsi a Trento. L’esempio di Trento fu seguito dall’università

cattolica di Milano e poi Torino. L’opinione pubblica italiana si accorse di ciò che stava succedendo

dopo la battaglia di “Valle Giulia”. “Valle Giulia” era una facoltà di Roma. Le richieste degli studenti

erano l’antiautoritarsmo e la critica alla famiglia autoritaria. Allo stesso tempo c’è una critica alle

forze della sinistra che vennero ritenute inadeguate.

Il ’68 e il movimento femminista hanno un comune una carica anti-autoritaria e anti-istituzionale e

la critica alla famiglia patriarcale. La posizione delle donne all’interno del movimento studentesco

fu molto difficile perché c’era un forte leaderismo maschile, mentre le donne si autodefinirono

come gli angeli del ciclostile. Uno dei temi più difficili del movimento femminista degli anni Settanta

è stato quello dell’aborto. L’aborto era stato un reato fino al 1978. Negli anni Settanta nascono una

serie di associazioni che combattono per la legalizzazione dell’aborto perché, prima della legge,

l’aborto era una pratica clandestina diffusissima in cui molte donne morivano. Il percorso della

legge fu molto lungo. Nel 1971 la sentenza della corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il

tentativo di propaganda anticoncezionale. La propaganda anticoncezionale in passato era stata

introdotta dal fascismo e rimasta in vigore fino al 1971. Agli inizi degli anni Settanta comincia ad

essere commercializzata anche la pillola anticoncezionale, che si basa sullo sfruttamento

dell’ormone del progesterone. Nasce poi il movimento di liberazione nazionale e in generale centri

autogestiti per dare informazioni alle donne in materia di anticoncezionali e di aborto. Il

femminismo è molto variegato perché c’erano idee e posizioni diverse sul tema del femminismo: è

quindi più auspicabile parlare di “femminismi” anziché di “femminismo”. La legge 194 parla di

interruzione volontaria di gravidanza, di tutela della maternità e altro che specifica che l’aborto non

può essere una pratica anticoncezionale. La legge 194 fu sottoposta ad un referendum abrogativo

nel 1981 e il 68% degli italiani votò perché la legge rimanesse. Fino al 1963, le giovani nubili che

formavano il contratto di lavoro, dovevano firmare anche la clausole di nubilato: nel momento in cui

si sarebbero sposate, sarebbero state licenziate. Nel 1975 il diritto di famiglia venne riformato: il

codice civile stabiliva che il marito era il capo della famiglia. Le associazioni femministe si

batterono per la riforma del diritto di famiglia. Oggi non esiste più la dicitura di capofamiglia, ma

entrambi i coniugi fissano la resistenza della famiglia (in passato lo decideva solo il marito). La

famiglia patriarcale ha così fine. Sino ad allora lo stupro era definito come un reato contro la

moralità pubblica: vittima dello stupro non era la persona stuprata, ma era la morale. Oggi lo stupro

è uno dei reati verso la persona. Nel 1981 viene abolito il diritto d’onore (se il marito uccideva

perché spinto dalla rabbia per adulterio, la pena era minima) e il matrimonio riparatore (che veniva

celebrato per reato di stupri).

Carla Lonzi, fiorentina che aveva studiato storia dell’arte, era diventata una critica d’arte. Fonderà il

gruppo di rivolta femminile.

Il femminismo italiano ha posto molto più l’accento sulla differenza anziché sull’uguaglianza.

L’uguaglianza era stata una guerra combattuta dalle prime femministe, mentre poi si combatté più

per la differenza. Le donne non vogliono più affermarsi in una sfera pubblica maschile, ma se ne

stanno separate dagli uomini. Si può combattere per la differenza però, solo nel momento in cui si

è ottenuta l’uguaglianza.

Kinsey pubblicò Il comportamento sessuale dell’uomo e Il comportamento sessuale della donna

che fecero scandalo negli Stati Uniti e in Europa. Il comportamento sessuale degli americani era

molto fluido perché né chiaramente omosessuale, né chiaramente eterosessuale. Una scala

attribuisce un grado da 0 (esclusivamente omosessuale) a 6 (esclusivamente eterosessuale).

Affermare ciò in una società completamente omofona fu scandaloso.

Memoria individuale e memoria collettiva 10

Il tema della memoria emerge tra fine Ottocento e inizio Novecento. La memoria è al centro di

molte filosofie e creazioni letterarie. Tra Ottocento e Novecento le società europee conobbero

veloci processi di modernizzazione, urbanizzazione e sviluppo economico e ciò fa sì che ciò cambi

il rapporto con il passato ed emerga il ruolo della memoria come memoria problematica. Gli storici

ritengono che l’Ottocento si concluda con la Prima Guerra Mondiale e che il Novecento sia un

secolo breve e finisca con la caduta del Muro di Berlino. Il Novecento coincide con tutto il percorso

del comunismo sovietico. Il passaggio tra Ottocento e Novecento e la Prima Guerra Mondiale che

fu un evento drammatico e di grande rottura fa sì che si rompa il rapporto con la tradizione e che la

memoria rimanga un argomento importante nelle arti e nelle scienze sociali. Nel momento in cui la

trasmissione della memoria diventa difficile, ci si interroga si questo tema.

Freud pubblica Ricordare, ripetere e rielaborare e sostiene che se il paziente non ricorda alcuni

elementi del propio passato, tende a metterli in atto sotto forma di ripetizione. Ciò che il soggetto

ha rimosso, vive ancora dentro di lui. Il paziente, non ricordando, non rielabora in modo giusto il

suo passato. La ripetizione è la traslazione del passato dimenticato. Questa tendenza a ripetere i

comportamenti si chiama “coazione a ripetere”. Il paziente deve essere aiutato dall’analista a

ricordare e quindi a non ripetere i comportamenti che gli provocano sofferenza. Freud pubblica poi

Lutto e melanconia dove sostiene che quando il soggetto va incontro a un lutto inteso come perdita

di una persona, di un ideale, di una patria… può reagire in due modi: il modo sano è il modo del

lutto in cui il soggetto investe le proprie energie su un altro progetto e permette al soffitto di

ripartire, mentre il modo della malinconia consiste nel fatto che il soggetto non riesce a portare a

termine la rielaborazione del lutto e il soggetto tende a svilirsi, auto-punirsi e umiliarsi. Alcuni di

questi concetti di Freud possono essere applicati al rapporto che le persone possono avere con il

proprio passato. Più in generale, ogni società deve anche elaborare il lutto, in modo sano e non

patologico, rispetto ad eventi del proprio passato. Freud distingue 4 tipi di ricordi

- i ricordi dimenticati e rimossi;

- i ricordi di copertura, che comprano degli altri ricordi che sono stati rimossi;

- i ricordi inconsci riesperiti attraverso un’angoscia senza nome;

- i ricordi costituiti da elementi non ricordati ma agiti in base alla coazione a ripetere.

Maurice Halbwachs, ebreo come Freud, rimangono travolti dall’antisemitismo. Freud è costretto a

lasciare Vienna perché la figlia lo porterà a Londra. Halbwachs viene arrestato, condotto nel

campo di concentramento dove morirà. Quest’ultimo scrive I quadri sociali della memoria e La

memoria collettiva sul tema della memoria collettiva. Halbwachs è un sociologo molto interessato

ai fenomeni della memoria collettiva. Halbwachs sostiene che la memoria individuale non esiste

perché la memoria dell’uomo è sempre una memoria collettiva. La famiglia, le istituzioni, gli Stati,

le classi sociali, le generazioni… tendono ad elaborare una propria memoria: esistono tante

memorie collettive quanti sono i gruppi sociali. All’intero di una società esiste il gruppo sociale

dominante che elabora una la memoria dominante e le memorie elaborate dai gruppi subordinati

che sono più deboli e hanno meno possibilità di affermarsi. Un classico esempio è quello degli

europei che hanno scoperto e conquistato l’America: gli europei bianchi hanno imposto la memoria

dei vincitori, mentre la memoria degli sconfitti e dei perdenti degli indios d’America sono

caratterizzate da una notevole debolezza. Il passato viene “ricostruito” alla luce degli interessi del

presente. Tra i vari gruppi e all’interno di ogni gruppo nascono tensioni e conflitti per affermare una

memoria sull’altra. Tra i vari gruppi che costituiscono la memoria vi sono ad esempio la famiglia,

che trasmette la propria memoria attraversi gli oggetti trasmessi di generazione in generazione,

fotografie familiari, alberi genealogici…, e i gruppi religiosi, che trasmettono la propria memoria

grazie alle parole del corpo sacerdotale.

Le nazioni conducono una vera e propria politica della memoria per auto-legittimarsi attraverso una

serie di sistemi come i monumenti, le statue, l’intitolazione di strade e piazze, le commemorazioni,

le monete, i francobolli, i musei, le lapidi commemorative… che vanno a formare la “politica della

memoria”. Il sentimento di nation building è proprio il cosiddetto sentimento di costruzione della

nazione. L’odonomastica è l’intitolazione di vie e piazze. Per secoli essa è stata spontanea. Le

cose cambiano con la Rivoluzione Francese e con Napoleone, i quali introducono l’usanza di dare

nomi propri di persona a nomi e piazze con finalità celebrative e didattiche. Questa celebrazione si

realizza una sorta di pedagogia nazionale. Lo Stato lascia il permesso di intitolare strade e piazze.

Tendono a sparire il nome dei santi per far spazio a nomi di autori passati di celebre fama e di

capitali di stati preunitari. Verso la fine del secolo dialoga l’attribuzione del nome di Garibaldi a 11

strade e piazze per compensare il fatto che il risorgimento si sia realizzato secondo il progetto

monarchico e sabaudo. La Grande Guerra porta ad attribuire i nomi le città che si volevano

conquistare a strade e piazze, così come dopo la guerra furono attribuiti i nomi dei personaggi che

avevano perso la vita. Il Fascismo toglie l’autonomia ai comuni di intitolare strade e piazze, ma

centralizza questo potere. Il Fascismo reinterpreta tutta la storia nazionale in chiave fascista.

Quando cade il regime, molte targhe e nomi fascisti vennero sfregiati.

Dopo Prima Guerra Mondiale nacque una sorta di culto collettivo della morte di tutti quei

combattenti che erano morti in guerra. In questo modo la Nazione celebrava se stessa. Nella

Prima Guerra Mondiale erano morti così tanti giovani che gran parte non vennero mai identificati.

Questo generò nelle famiglie un bisogno di creare posti dove elaborare il lutto. Sui campi di

battaglia nascono dei siti sui quali le persone andavano a mettere croci e targhe. la memoria della

guerra fu monumentalizzata dal Fascismo creando dei sacrari, come nel caso del Sacario di

Redipuglia che contiene le spoglie di 100 mila soldati, di cui 60 mila non identificati. Con i sacrari, il

Fascismo voleva enfatizzare la continuità tra l’italiano soldato morto in guerra e l’italiano fascista.

Ogni paese, finita la guerra, per celebrare il culto dei propri morti, crea una tomba del milite ignoto.

La tomba al milite ignoto doveva rappresentare tutti i soldati i cui corpi non erano stati identificati.

Finita la guerra, nel 1920, viene creata una commissione che sceglie 15 corpi di soldati morti e non

identificati. Una donna che aveva perso il proprio figlio in guerra scelse una bara che

rappresentasse tutti i soldati morti. La bara venne collocata nell’affusto di un cannone da dove

partì un treno lentissimo in modo che gli italiani potessero andare a vedere il treno e onorare il

caduto che vi era sopra. Il treno arrivò a Roma e, il 4 novembre di ogni anno, il Presidente della

Repubblica oggi si reca sul posto dove giace la bara per commemorare la morte dei defunti morti

per la patria.

Benedict Anderson affermò che le Nazioni sono delle “comunità immaginate” che producono un

senso di appartenenza collettiva attraverso simboli, riti e memorie condivise. La nazione è una

costruzione artificiale determinate da tradizioni che fanno sì che si si senta parte di una

determinata comunità nazionale.

La testimonianza nel Novecento e il processo a Eichmann

Il processo a Eichmann ha segnato la storia del Novecento ed ha avuto un ruolo fondamentale nel

creare la memoria dello sterminio degli ebrei. Questo processo porta alla ribalta la figura del

testimone come colui che porta la sua memoria per costruire una memoria collettiva. Eichmann era

un tedesco che scelse di arruolarsi nel corpo degli SS di nazisti convinti. Durante gli anni della

guerra ebbe l’incarico di organizzare il complesso sistema di trasporto di treni per portare gli ebrei

nei campi di concentramento.

Prima dell’arrivo della Shoah, gli ebrei europei erano divisi in ebrei sefarditi, che provenivano dalla

Spagna perché erano stati cacciati dai due re cattolici Ferdinando e Isabella, e in ebrei aschenaziti,

che vivevano nell’Europa orientale e parlavano una loro lingua imparentata al tedesco. Gli ebrei

dell’Europa Occidentale erano perfettamente assimilati nella società in cui vivevano, mentre gli

ebrei dell’Europa Orientale non avevano conosciuto questo processo di assimilazione e

inizialmente erano rimasti separati dalla società. Nel 1791, Caterina II di Russia aveva creato una

zona di residenza degli ebrei sudditi dell’Impero Russo perché era loro vietato risiedere altrove. La

zona di residenza rimase in vigore fino al 1917, quando l’Impero Russo cade e nasce l’Unione

Sovietica. Nella zona di residenza era una vita molto dura per gli ebrei perché erano generalmente

poveri, non potevano possedere terre, convivevano con le altre popolazioni con diverse religioni e

convivano quindi con cristiani. C’erano delle esplosioni di antisemitismo, chiamate pogrom, che poi

venivano sedate e tutto ritornava alla normalità. Il succedersi dei pogrom spinse molti ebrei a

lasciare la loro terra e tornare in Palestina.

Il territorio tedesco venne rapidamente ripulito dagli ebrei, così come altre parti d’Europa che

venivano occupati dagli ebrei. Anche i comunisti venivano spazzati via insieme agli ebrei. I nazisti

si accorsero che questa situazione gettava i soldati nazisti in una situazione psicologica terribile:

ciò avrebbe finito per indebolire il morale dei soldati tedeschi e quindi si decise di organizzare un

sistema più moderno ed efficiente che era quello dei campi di sterminio. Lì il singolo soldato non

avrebbe dovuto uccidere il singolo civile, ma ci sarebbe stata una macchina più fredda e

impersonale che avrebbe ucciso la popolazione ebrea. Nel 1942, a Berlino, si mette appunto l’idea

dello sterminio totale della popolazione ebrea. Eichmann sarà bravissimo nell’organizzare questa

12

macchina di morte: è una violenza fredda, burocratica ed organizzata nei minimi dettagli.

Eichmann riesce ad organizzare in soli 2 mesi il trasporto di tutti gli ebrei austriaci verso Auschwitz.

Finita la guerra, Eichmann scappa in Argentina. C’era proprio l’organizzazione Odessa che aiutava

persone come Eichmann a fuggire dalla Germania. Eichmann riuscì poi a farsi raggiungere dalla

moglie e dai figli. Un ebreo lo riconosce e chiama un il procuratore Fritz Bauer. Fritz Bauer si

dedica al recupero dei generali nazisti che erano scappati e vivevano altrove sotto falso nome,

facendo in modo che venissero processati. Bauer incontra molti ostacoli perché la Germania

occidentale stava portando avanti una politica di denazificazione, cioè una pulizia di coloro che si

erano convertiti al regime nazista. Questo processo aveva però dei limiti: il popolo tedesco era

stato così compromesso col nazismo che, se si voleva veramente togliere tutte le persone che

avevano fatto del male agli ebrei in passato, non ci sarebbe stato più un apparato statale. Il

generale Adenauer cercò una politica di compromesso e lo stesso Bauer trovò molti ostacoli in

quanto i suoi colleghi gli mettevano il bastone tra le ruote. Bauer non riuscì nella sua impresa per

un’ostilità interna e quindi si rivolse ai servizi segreti israeliani. Su richiesta di Bauer, Eichmann fu

catturato dai servizi segreti israeliani e portato però in Israele perché volevano essere gli israeliani

a processarlo. Questo fu il primo processo mediatico perché filmato e poi mandati in televisione. Il

processo di Eichmann doveva avere una funzione pedagogica difronte a tutto il mondo: voleva far

vedere ciò che era stata la Shoah e ciò che erano state le sofferenze degli ebrei. Il mezzo per

arrivare a ciò erano le testimonianze e le deposizioni. Il procuratore Hausner chiama 111 persone

a testimoniare quello che avevano vissuto.

Il processo fu criticato perché Israele professava per dei crimini che erano stati commessi dopo la

sua creazione e, dal punto di vista giuridico, questa era una scorrettezza. Israele si mise a parlare

a nome di tutto il popolo ebraico, mentre c’erano alcuni ebrei che non volevano essere

rappresentati dall’Israele. Alcuni ebbero, per la prima volta, la possibilità di parlare davanti a un

vasto pubblico per raccontare le proprie esperienze. All’inizio, quando i primi sopravvissuti

tornavano dalla guerra, pochi voleva ascoltare le loro memorie. Solo dal processo di Eichmann, le

memorie dei sopravvissuti furono ascoltate. A questo processo partecipò che Hannah Arendt,

ebrea che si interroga come mai fosse stato possibile un simile sterminio. Hannah Arendt

assistette al processi di Eichmann e rimase colpita dall’incapacità del pensiero di un uomo

incapace di pensare. Il male, secondo Hannah Arendt, non si presenta sotto la forma di un mostro,

ma il male peggiore è stato portato a termine da uomini abbastanza banali che hanno portato a

termine un compito a loro assegnato.

Dopo la caduta del muro e l’unificazione delle 2 Germanie, Berlino è diventata il simbolo della

memoria dello sterminio degli ebrei. Tutti i paesi europei oggi hanno una giornata della memoria

che ricorda questo tragico evento. L’Italia ha scelto il 27 gennaio per ricordare la Shoah. Ciò fu

criticato perché si poteva scegliere un evento che ricordasse qualcosa avvenuto all’interno del

territorio nazionale per far vedere quelle che erano le responsabilità italiane negli stermini. Rispetto

alla centralità che la memoria della Shoah ha assunto in Italia, si affermano i valori della

democrazia, delle minoranze e dei diritti umani. La memoria del passato coloniale italiano e la

memoria dei crimini di guerra commessi dagli italiani tra il 1940 e il 1943 sono 2 memorie che sono

oggetto di una “rimozione” e che riguardano la memoria collettiva italiana. L’Italia è stato un paese

coloniale per circa 60 anni prima con l’Italia liberale del 1861 e poi con l’Italia fascista. L’Italia

liberale si lancia nelle prime avventure coloniale circa 20 anni dopo l’Unità ed è l’ultimo paese che

cerca di costruirsi delle colonie: la maggior parte dell’Africa era stata divisa tra Francia ed

Inghilterra. Negli anni Ottanta l’Italia occupa la Somalia e l’Eritrea e poi l’obiettivo finale era

l’Etiopia. L’Etiopia era l’unico paese che non era mai stato colonizzato. Tra il 1895 e il 1896, gli

italiani si lanciano alla conquista dell’Etiopia ma, nella battaglia di Adua, vengono sconfitti. Questa

rappresentò una forte ferita nell’orgoglio nazionale italiano perché gli italiani avevano un forte

senso di superiorità nei confronti degli etiopi. Per la prima volta un paese africano sconfiggeva un

paese europeo per intenti coloniali. Il progetto di avere altre colonie continua e nel 1911 viene

conquistata la Libia sotto Giolitti. La Libia era parte del debolissimo Impero ottomano e non era

uno stato autonomo. Sarà poi il fascismo a riprendere il vecchio progetto di conquistare l’Etiopia e,

nel 1935, l’Italia finalmente la conquista. L’Impero italiano in Africa era estremamente povero. In

tutti questi paesi l’Italia ha commesso crimini contro le popolazioni, in particolare con quella etiope.

L’Italia ricorreva a fucilazioni sommarie, costruiva di campi di concentramento, ricorreva ad agenti

chimici. Nell’opinione pubblica italiana questo passato è stato purtroppo rimosso. Una vicenda 13

significativa della memoria coloniale era la Stele di Axum. Fu un’operazione molto difficile

smontare e rimontare la Stele per trasportarla in Italia. Essa doveva celebrare la grandezza

dell’Impero fascista. A lungo l’Etiopia aveva chiesto la restituzione di questa Stele, ma non la

otterrà prima di 60 anni. All’epoca uno storico aveva proposto che, al posto di questa Stele, fosse

eretto un monumento in memoria dei crimini di guerra italiani. La proposta non trovò consensi e la

piazza rimase vuota. Per quanto riguarda i crimini di guerra commessi dagli italiani tra il 1940 e il

1943, va ricordato che, in tutta la prima parte della Seconda Guerra Mondiale, l’Italia è una

partenza occupante nelle colonie africane, in Grecia, in Slovenia, in Jugoslavia, nel Montenegro, in

Albania e nell’Unione Sovietica. In tutti questi paesi l’Italia commette torture, saccheggi, incendi,

bombardamenti di villaggi e deportazioni di civili in campi di concentramento. In particolare la

Jugoslavia chiese fortemente dei processi che non riguardasse solo i tedeschi, ma anche gli

italiani. Ma l’Italia riuscì a garantire l’impunità dei suoi ufficiali impedendo che venissero processati

negli altri paesi, sia evitando che ci fossero dei processi in Italia. L’Italia riesce a scappare ai

processi perché, a un certo punto della guerra, cambia fronte dichiarando guerra alla Germania e

perché l’opinione pubblica mondiale si concentra sulle responsabilità tedesche. Si crea in questo

modo il mito del “buon italiano” che si contrappone a quello del “tedesco feroce”. Il fatto che gli

italiani non siano stati processati ha fatto sì che essi si dimenticassero delle loro azioni. Rodolfo

Graziani, personaggio di spicco del fascismo, ebbe un ruolo di comando nelle guerre coloniali

italiane e quindi in Etiopia e in Libia. Dopo la guerra, l’Onu lo inserisce tra la lista dei criminali di

guerra per l’uso dei gas tossici e per i bombardamenti degli ospedali della Croce Rossa. Ma

Graziani non fu mai processato. Graziani organizza anche delle deportazioni di massa dei libici

che venivano portati nei campi di concentramento vicino alla costa. In occasione di una

manifestazione, Graziani è oggetto di un attentato da parte dei libici. Sopravvissuto, organizza una

rappresaglia durissima contro la popolazione etiope. Invece di essere processato, a Graziani è

stato costruito a Roma un monumento in suo onore.

Art Spiegelmann, nel fumetto Maus, racconta la storia della Shoah associando gli esseri umani a

degli animali. Ci si chiede cosa succederà quando l’ultimo testimone diretto della Shoah sarà

morto e non potremo più ascoltare le voci di chi ha vissuto la Shoah. La postmemoria è la memoria

delle generazioni successive a quelle che hanno subito l’esperienza della Shoah. Maus racconta

proprio la storia del padre perseguitato e la storia del figlio di questo padre.

Quando parliamo di Italia liberale ci riferiamo al periodo dal 1861 al 1922, quando parliamo di Italia

fascista al periodo dal 1922 al 1943 e infine di Italia repubblicana per gli anni che vanno dal 1945

in poi.

Tra il 1945 e il 1948 tutti i paesi europei si creano una memoria basata su due capisaldi:

1. l’attribuzione alla Germania di tutte le responsabilità;

2. l’esaltazione dei movimenti di Resistenza anti-nazisti nazionali.

In Francia, nasce il movimento di Resistenza Maquis. I movimenti di Resistenza non sono stati

così importanti e decisivi da un punto di vista militare. Decisivi sono stati gli eserciti, come quello

dell’Armata rossa. Se l’Italia si è liberata soprattutto grazie agli angloamericani, nei Balcani la

Jugoslavia di Tito si è dovuta liberare da sola dal dominio tedesco. La Repubblica italiana si dice

che sia “nata dalla Resistenza”: i partigiani fondano poi quei partiti che scriveranno la Costituzione

e daranno vita alla Repubblica italiana. La ricostruzione della memoria della guerra ha oscurato

altri aspetti che non si volevano ricordare, come il collaborazionismo con i tedeschi. Quisling, che

poi sarà processato, crea in Norvegia un governo collaborazionista e anche la Repubblica sociale

italiana (Rsi) collaborò con i tedeschi. La memoria della guerra in Italia non può che essere

diversificata che coi luoghi. Nel 1943, gli angloamericani sbarcano in Sicilia dopo la guerra per il

dominio del Nord Africa. Gli angloamericani decisero di aprire un terzo fonte in modo da impegnare

i tedeschi su tre fronti. Il fatto che l’Italia venga occupata a Sud mostra tutta la debolezza italiana.

Nel Gran Consiglio del Fascismo viene proposta la mozione di affidare il comando delle forze

armate al re Vittorio Emanuele III e toglierlo a Mussolini. Mussolini vota contro questa mozione, ma

è fermato dai poliziotti. Il Fascismo cade e si decide di dare il governo a Badoglio che decide di

dare il governo ai tedeschi. Badoglio conduce delle trattative anche con gli americani che portano

alla firma dell’armistizio. Gli americani propongono la resa incondizionata che consiste nel fatto

che gli italiani devono solo arrendersi. Da questo momento l’Italia è uscita definitivamente dalla

guerra. L’Italia non sapeva però che stava per cominciare la parte più dura della guerra perché

subisce una doppia occupazione: quella tedesca dal nord e quella degli alleati. I giovani soldati 14

tornano a casa e, al tempo stesso, Vittorio Emanuele III scappa insieme alla famiglia reale a

Brindisi, che era stata già liberata dagli alleati e quindi sotto la protezione degli angloamericani. Lì

costituiscono il Regno del Sud. Il Centro Italia e la Toscana finisce sotto l’occupazione militare

tedesca. A Nord c’è la invece doppia occupazione nazi-tedesca. L’esperienza di guerra è stata

diversa a seconda del luogo. Anche le memorie della guerra non possono che essere diverse. La

memoria del Nord, legata alla Resistenza partigiana, è quella più forte. Dalla Resistenza nascono i

partiti che fonderanno la Repubblica italiana. La memoria del Sud invece è stato oggetto di una

rimozione e di un oblio: solo negli ultimi anni gli storici hanno preso di nuovo in considerazione

quello che è successo dopo la guerra. L’Italia, dopo la guerra, è stata pesantemente bombardata. I

bombardamenti furono usati non solo per bombardare strategicamente ponti, case e strade, ma

per colpire il morale delle popolazioni nemiche e quindi per spingere le popolazioni nemiche a

togliere il loro consenso rispetto ai regimi. Si voleva spingere i tedeschi all’esasperazione. Gli

storici parlano di una guerra totale perché ha coinvolto veramente tutti i paesi. Durante la Seconda

Guerra Mondiale sono morti più civili che militari. Gli Italiani sono stati bombardati da inglesi e

americani, cioè gli alleati, in modo che i nemici tedeschi scappassero e retrocedessero. Non c’è

stata una memoria sulla guerra perché l’Italia è stata bombardata dagli alleati ed è quindi una

guerra difficile da ricordare.

Per rallentare l’avanzata degli americani, i tedeschi crearono due linee difensive: la linea Gustav e,

dopo che viene sfondata, la linea Gotica. Talvolta, nei paesi delle stragi, una parte della

popolazione ha addossato la colpa ai partigiani perché le azioni avvenivano per rappresaglia. La

guerra purtroppo era anche ai civili.

Albert Kesselring diede carta bianca ai soldati tedeschi contro la popolazione italiana in un’ottica di

guerra totale, anche contro la popolazione civile. Gli inglesi lo processarono con l’accusa

dell’ordine di ricorrere alla rappresaglia anche contro cittadini innocenti lì dove si sapeva che la

popolazione non poteva reagire. Accolto a braccia aperte dai nazisti bavaresi, Kesselring disse che

gli italiani avrebbero dovuto erigergli un monumento per aver preservato città d’arte come Firenze

o Roma per averle risparmiate dalla distruzione delle sue truppe. Firenze e Roma furono dichiarate

città aperte in modo da preservare i monumenti e le opere d’arte di queste. Per la cultura del

tempo, le perdite civili non erano considerate una grande perdita. L’ultimo aspetto della guerra

riguarda gli stupri di massa lungo la linea Gustav. Tra gli alleati che risalivano la penisola, oltre a

inglesi e americani, c’erano anche i francesi. All’interno dell’esercito francese c’erano i goumiers,

cioè soldati algerini e marocchini delle colonie alleati nell’esercito francese. Quando gli alleati

sfondano la linea Gustav, pare che i soldati algerini e marocchini abbiano avuto dai loro capi una

sorta di via libera per fare ciò che volevano. Anche di questa memoria si è parlato poco perché,

anche in questo caso, la violenza veniva esercitata proprio dai nostri alleati liberatori. Parlare di

loro in questi termini significava scalfire la figura dei liberatori.

La storia orale si occupa di recuperare la memoria delle persone. Essa è una storia che non si

basa sui documenti scritti ma sulla raccolta di interviste. La storia orale permette di raccogliere

racconti e informazioni in quei settori della società che son esclusi dalla scrittura perché alcuni

informatori sono analfabeti o, pur essendo alfabeti, sono sottorappresentati nella produzione

scritta. La storia orale permette anche di raccontare le storie di chi non scrive o di chi scrive poco.

Essa consente poi di informare sul vissuto, sugli aspetti psicologici e della vita quotidiana delle

persone. Ci sono dei significati che le persone attribuiscono a quello che è successo e sono

importanti più di quello che è successo in sé. Allo storico orale è utile vedere come la memoria di

quei fatti si costruisce nel tempo.

Storia dell’Italia repubblicana: antifascismo e Resistenza

Sia la storia che la letteratura hanno come obiettivo la rappresentazione della realtà. Lo scrittore

può ricorrere all’invenzione, mentre lo storico no. Entrambi hanno comunque l’obiettivo di

rappresentare la realtà. Lo storico è legato ai documenti e può affermare solo ciò che può

dimostrare attraverso i documenti, invece lo scrittore può riempire i buchi della conoscenza del

passato attraverso l’invenzione. La letteratura e gli scrittori hanno la capacità di cogliere aspetti

della realtà con una finezze e profondità che gli storici non hanno.

Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi e I piccoli maestri di Luigi Meneghello sono entrambi

ambientati tra fascismo e guerra. 15


ACQUISTATO

1 volte

PAGINE

31

PESO

302.35 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
Docente: Tasca Luisa
Università: Firenze - Unifi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher likelikelike di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia culturale e sociale dell'età contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Firenze - Unifi o del prof Tasca Luisa.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia culturale e sociale dell'età contemporanea

Riassunto esame Storia culturale e sociale dell'età contemporanea, prof.ssa Luisa Tasca, libro consigliato "L'eta contemporanea. Dalla grande guerra a oggi", Alberto Mario Banti
Appunto
Riassunto esame Storia culturale e sociale dell'età contemporanea, prof.ssa Luisa Tasca, libro consigliato "Il secolo dei consumi. Dinamiche sociali nell'Europa del Novecento", Cavazza, Scarpellini
Appunto
Riassunto esame Didattica generale, prof. Giuliano Franceschini, libro consigliato "Insegnanti consapevoli. Saperi e competenze per insegnanti di scuola dell'infanzia e di scuola primaria", Franceschini Giuliano
Appunto