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Il fascismo: un profilo storico

Le origini

Le origini del fascismo in Italia si innestano nella seconda rivoluzione industriale, che diede impulso alla politicizzazione delle masse. Nacque quindi dopo la Guerra, ma alcuni motivi si ritrovano già nei movimenti radicali precedenti, quali il nazionalismo e il sindacalismo rivoluzionario; questi, seppure contrapposti, condividevano il senso attivistico della vita, la visione della modernità come esplosione di forze e conflitti e l’attesa per il crollo della società liberale. In senso politico avevano in comune il mito della volontà di potenza, l’avversione per egualitarismo e parlamentarismo, il mito di giovinezza e violenza, l’esaltazione delle minoranze attive e la concezione della politica come attività atta a plasmare le coscienze.

Nella formazione del fascismo confluirono poi la contestazione antigiolittiana de La Voce, che portò a un nuovo radicalismo nazionale, il quale riprendeva da Mazzini l’idea del Risorgimento quale rivoluzione incompiuta. La contestazione era promossa da giovani piccolo borghesi, i quali vagheggiavano una rigenerazione morale e culturale e uno Stato efficiente basato sull’integrazione fra governati e governanti; a essi si affiancavano i nazionalisti, fautori di uno Stato autoritario, da raggiungere con una reazione antisocialista e antidemocratica, che organizzasse gerarchicamente la società e la sottoponesse alla borghesia produttiva, la quale avrebbe reso l’Italia potenza imperialista.

Da questo spirito di rivolta nacque l’interventismo degli antigiolittiani, che vedevano la guerra come occasione rivoluzionaria; l’esperienza della guerra favorì quindi la fusione fra radicalismo di destra e di sinistra, preparando il terreno alla sintesi fascista. Non è corretto definire protofascisti questi movimenti, in quanto negli stessi nacquero molti antifascisti, né pare fondata la tesi secondo cui dirigenza e borghesia avrebbero scelto – prima della guerra – la via della reazione antiproletaria e autoritaria. Il conflitto e gli sconvolgimenti che seguirono accelerarono la crisi, suscitando forze antiliberali e antiparlamentari che, da guerra e bolscevismo, trassero modelli di organizzazione e lotta politica.

La guerra, l’esasperazione nazionalista per la vittoria mutilata e l’entusiasmo contadino per la rivoluzione bolscevica, radicalizzarono e brutalizzarono la lotta politica, causando episodi di guerra civile e una crisi di autorità e legittimità. Nonostante i propositi di rinnovamento, la dirigenza liberale fu incapace di reggere l’irruzione delle masse nella politica, la crisi economica e il biennio rosso, conflitti di classe condotti dai socialisti massimalisti, che miravano all’instaurazione violenta della dittatura del proletariato. Dal 1919 al 1921 una serie di governi deboli e privi di base parlamentare favorì il diffondersi della sfiducia anche fra borghesi e ceti medi, fino ad allora liberali; le elezioni del novembre 1919, con l’adozione del sistema proporzionale, segnarono il successo del Psi e del Ppi, estranei alla tradizione risorgimentale della dirigenza.

Contro lo stato liberale si schierarono poi i movimenti che si richiamavano all’interventismo, come il futurismo, l'arditismo e il fiumanesimo, che si consideravano avanguardie della rivoluzione, la quale avrebbe realizzato l’integrazione delle masse nello Stato e la nazionalizzazione delle classi. Nel 1919, per iniziativa di Mussolini, sorsero i Fasci di combattimento.

Mussolini

Mussolini nacque in una famiglia contadina; dopo aver esercitato come maestro per alcuni mesi, divenne militante socialista. Autodidatta, mescolando le idee di Marx, Nietzsche, Sorel e Pareto, elaborò una concezione del socialismo rivoluzionario idealistica, volontaristica e violenta, antiborghese e antiriformista, assimilando da La Voce il mito di una rigenerazione spirituale avviata da una nuova aristocrazia di giovani. Nel luglio 1912, al congresso socialista di Reggio, si affermò come capo della corrente rivoluzionaria, che conquistò la guida del partito, e divenne direttore dell’Avanti!. Mussolini diede quindi impronta al partito, incitando alla lotta violenta allo Stato borghese, e mostrando eccellenti doti da oratore politico.

Antinazionalista e antimilitarista, quando esplose il conflitto si dichiarò neutralista; pochi mesi dopo si convertì all’interventismo, ritenendo la guerra necessaria per abbattere l’autoritarismo degli imperi centrali e creare le condizioni per la rivoluzione sociale. Espulso dal partito, fondò Il Popolo d’Italia per sostenere l’intervento contro l’Austria, ma ottenne poco sostegno; l’esperienza di guerra – alla quale partecipò fino al congedo del 1917 – lo avvicinò al socialismo marxista, all’internazionalismo e al nazionalismo rivoluzionario, che afferma il primato della nazione sulle classi e combatte i fautori di una rivoluzione socialista, sostenendo la vitalità del capitalismo produttivo e la necessità della collaborazione di classe.

Finita la guerra, Mussolini divenne fautore di una rivoluzione nazionale per portare al governo gli ex combattenti; dopo aver tentato di mettersi a capo dell’interventismo di sinistra, diede vita ai Fasci. Nasceva il movimento fascista.

Il fascismo diciannovista

“Fascista” deriva dal fascio littorio, ma nella sinistra italiana indicava l’associazione senza struttura partitica; la parola nacque quindi a fine Ottocento, in riferimento ai moti contadini dei fasci siciliani, dopo essere apparsa in un articolo di Gobetti nel ‘18, a indicare il Fascio parlamentare, raggruppamento antigiolittiano costituitosi all’indomani di Caporetto. Nell’aprile 1915 si parlò, su Il Popolo d’Italia, di movimento fascista per definire un antipartito privo di vincoli; su tali principi, nacquero i Fasci.

Alla fondazione, che si tenne in piazza San Sepolcro nel marzo 1919, parteciparono militanti della sinistra interventista – arditi, ex socialisti, repubblicani e sindacalisti; da questa provenivano anche i dirigenti del movimento, soprattutto giovani della piccola borghesia. Il primo segretario generale fu Attilio Longoni, poi sostituito da Umberto Pasella, artefice della prima organizzazione fascista e in carica fino al 1921, quando il movimento divenne partito.

Il fascismo diciannovista si proclamava pragmatico, antidogmatico, anticlericale e repubblicano, e proponeva radicali riforme istituzionali, economiche e sociali. I fascisti disprezzavano il Parlamento, esaltavano l’attivismo delle minoranze, la violenza e la politica della piazza, per sostenere le rivendicazioni territoriali e combattere bolscevismo e socialismo. Nonostante l’attivismo, il fascismo rimase però marginale, tanto che alle politiche del 1919 registrò una disfatta. Al congresso di Milano del 1920 Mussolini sancì quindi un cambio di rotta: abbandonò il programma radicale e, con una conversione a destra, si propose come organizzazione della borghesia produttiva e dei ceti medi che non si riconoscevano nei partiti tradizionali e nello Stato liberale; la svolta provocò la rottura con arditi, futuristi e D’Annunzio, costretto da Giolitti a porre fine all’avventura fiumana, chiusa con il trattato di Rapallo del 1920.

Un massimalismo di ceti medi: lo squadrismo e la nascita del Partito fascista

La fortuna fascista iniziò a fine 1920, dopo l’occupazione delle fabbriche e le amministrative che segnarono il declino socialista, spingendo borghesia e ceti medi delusi a organizzarsi contro il pericolo bolscevico, in difesa del diritto di proprietà e del nazionalismo. Il fascismo si pose subito a capo della reazione borghese, sfruttando le squadriglie per distruggere le organizzazioni proletarie della Valle Padana, controllate al Psi dalle leghe rosse, che vessavano borghesi e spesso gli stessi lavoratori. L’offensiva squadrista fu quindi accolta dagli antisocialisti come una sana reazione, e permise ai fascisti di ergersi a difensori della borghesia produttiva e dei ceti medi, forti di integralismo ideologico, faziosità e intransigenza.

La crescita del movimento fu rapida, e il nuovo fascismo era un aggregato di fascismi provinciali, concentrati nelle zone rurali della Valle Padana e in Toscana, con scarsa presenza nel Sud (a eccezione della Sicilia), sostenuto e finanziato dalla borghesia agraria, mentre quella industriale fu inizialmente esitante; la classe operaia rimase invece refrattaria, mentre i lavoratori della terra ne subirono il fascino, aspirando alla proprietà. Questo nuovo movimento era frutto della mobilitazione dei ceti medi, nuovi alla politica, che costituivano una massa sociale in aumento; tale crescita interessava soprattutto il Nord, e un forte contributo veniva dai ceti medi rurali, forti nelle regioni settentrionali, dove il fascismo divenne movimento di massa.

Dai ceti medi venivano anche i dirigenti di Fasci e squadriglie, e fu la loro adesione a trasformare il fascismo in movimento di massa, con dinamismo e ambizioni politiche che lo spingevano a un ruolo più importante di mero strumento antiproletario. Lo squadrismo fu quindi un massimalismo dei ceti medi, e come tale fu la vera origine del fascismo come forza organizzata e dominatrice politica, consapevolmente orientata alla conquista del potere.

Forte della rapida affermazione, il fascismo partecipò alle elezioni del maggio 1921 nei Blocchi nazionali, patrocinati da Giolitti, e conquistò 35 seggi dopo una violenta campagna; nell’idea dello statista l’ingresso in parlamento avrebbe dovuto frenare la violenza fascista, ma dopo il successo Mussolini recuperò libertà d’azione e dichiarò che il suo era un movimento repubblicano. Bonomi tentò di porre fine alla violenza favorendo un patto di pacificazione tra fascisti, socialisti e CGdL (agosto 1921); questo fu accettato da Mussolini, che mirava a inserire il fascismo nella politica parlamentare, imporsi sui fascismi provinciali e limitare le violenze, ma trovò l’opposizione di molti squadristi.

Le loro violenze iniziavano infatti a essere condannate anche da borghesi, che reclamavano il ritorno alla normalità, e Mussolini mirava a compiacerli, volendo rendere il movimento un partito del lavoro per i ceti medi. I capi dei fascismi provinciali, come Grandi, Balbo e Farinacci, contestarono però la pretesa di Mussolini di imporsi come capo, in quanto il movimento si era imposto proprio grazie alla loro iniziativa. La crisi fu superata al congresso di Roma del novembre 1921, dove fu decisa la trasformazione in partito: Mussolini fece accettare il suo ruolo di duce, comunque non ufficialmente predominante, mentre i capi ottennero l’abbandono del patto e la valorizzazione dello squadrismo nel Pnf, che incorporò le organizzazioni come parte integrante. Alla carica di segretario generale del Partito fu posto Michele Bianchi.

Il partito milizia alla conquista del potere

Il Pnf derivò dallo squadrismo organizzazione, ideologia e stile di lotta; rifiutava quindi il razionalismo e concepiva la militanza come dedizione totale, fondata su culto della patria, cameratismo, combattimento e gerarchia. L’ideologia fascista si esprimeva esteticamente, attraverso nuovi e suggestivi riti e simboli, e assumeva il tono di una religione laica esclusiva, integralista e intollerante, fondata sul primato della nazione. Pur condannando la materialistica e individualistica società borghese, i fascisti difesero la proprietà privata e il ruolo dirigente della borghesia produttiva, sostenendo il capitalismo e il corporativismo, al fine di intensificare la produzione in vista dell’affermazione imperialista dello Stato.

Il Pnf non aveva un programma preciso di politica estera, ma reclamava una generica revisione del trattato di Versailles, il risarcimento della vittoria mutilata e il mito dell’impero; il fascismo si considerava la milizia della nazione, e pretendeva una condizione di superiorità rispetto agli altri partiti. Il mito della giovinezza conferiva poi alla violenza squadrista e all’avversione per i liberali l’aspetto di una rivolta generazionale: i fascisti odiavano gli avversari di sinistra, considerandoli animaleschi, avide di sangue, e disprezzavano i borghesi come vecchi e pavidi, corrotti da compromesso e clientelismo.

Il giovanilismo risultava il riflesso della giovinezza dei suoi membri, la cui età media si aggirava attorno ai 32 anni. Il tutto serviva a legittimare il predominio imposto con la violenza in molte regioni settentrionali e centrali, con il plauso della borghesia e la debolezza della politica, che vedeva nei fascisti i difensori dell’ordine. Nel 1922 il Pnf poteva ormai contare su duecentomila iscritti, una milizia e associazioni collaterali, diventando così la più forte organizzazione politica del paese e puntando al potere; intanto, gli altri partiti erano in crisi per le divisioni e gli attacchi squadristi. Il Pnf diveniva così un antistato nello Stato, e i fascisti si proclamavano la nuova dirigenza aristocratica formata da giovani, che si erano guadagnati il diritto di comandare nelle trincee.

Durante il governo del debole Facta (febbraio-ottobre 1922) il Pnf iniziò a sfidare Popolari e antifascisti con mobilitazioni di piazza contro lo Stato liberale, non nascondendo la propria avversione per la democrazia. Mussolini riteneva anzi che essa avesse concluso il suo tempo, e il fascismo si proponeva di difendere l’assetto economico e sociale capitalista, oltreché conquistare il monopolio del potere. Alla vigila della marcia su Roma Mussolini dichiarò pubblicamente che agli avversari non sarebbe rimasta alcuna libertà.

Verso lo stato totalitario

L'idea di una marcia su Roma maturò dopo il fallimento dello sciopero legalitario, proclamato ad agosto dall'Alleanza del lavoro e violentemente represso dal Pnf. Fu così chiara l'incapacità dei partiti liberali antifascisti, dilaniati dalle rivalità, che continuavano a sottovalutare il movimento fascista. Convinti anzi che fosse possibile riassorbirlo nel sistema, decisero di coinvolgere Mussolini in una coalizione presieduta da un esponente della vecchia politica; questi allora accettò, per prevenire eventuali colpi di testa dei rivoluzionari e la formazione di una maggioranza antifascista.

Durante un convegno del Pnf, tenutosi a Napoli alla vigilia della marcia (ottobre 1922), il duce proclamò che il fascismo rispettava monarchia, esercito e cattolicesimo, e intendeva attuare una politica liberista favorevole al capitale privato, oltreché restaurare l'ordine del paese. Il Pnf attuò così una tattica originale, mescolando azione terroristica e manovra politica; l'insurrezione fascista, attuata con l'occupazione di edifici pubblici, sarebbe senz'altro fallita in uno scontro con l'esercito regolare, ma la sua efficacia si manifestò nell'intelligente doppia manovra mussoliniana.

In questo modo, la mobilitazione fascista ottenne il migliore risultato con il minimo sforzo, riuscendo a far fallire l'ipotesi di un governo Salandra o Giolitti e facendo provare la soluzione di un governo Mussolini, dopo il rifiuto del re a dichiarare lo stato d'assedio. Il 31 ottobre 1922 Mussolini formò il nuovo governo, formato da fascisti, liberali, popolari e democratici. Questo ottenne la fiducia di Camera e Senato, tuttavia questo non cancellava la gravità del fatto: per la prima volta nella storia delle e corazze liberali il governo era affidato al capo di un partito armato, con una modesta rappresentanza parlamentare e che ripudiava i valori democratici, con l'intento dichiarato di trasformare lo Stato in senso antidemocratico.

In tal senso, la marcia su Roma fu il primo passo verso la distruzione dello Stato liberale e l'installazione di quello totalitario. Per sua natura, il Pnf era incompatibile con il regime parlamentare; rendendosene conto, fin dal 1923 alcuni antifascisti misero in circolazione espressioni come "dittatura totale di partito", "spirito totalitario" e "spazio partito", sfruttando i termini di quella "religione politica" costruita da Mussolini. La conquista del potere avvenne attraverso diverse fasi: nella prima Mussolini attuò una politica di coalizione con i partiti disposti a collaborare, ma al contempo tentò di disgregarli; intanto, incorporò l'Associazione nazionalista.

Contro antifascisti e amministrazioni locali usò invece violenze squadriste e mezzi di repressione legali, e iniziò la penetrazione fascista a Sud, dov'era fino ad allora stato assente, avvalendosi di prefetti, piccolo borghesi militanti e vecchi notabili locali. Fra il 1923 e il 1924 il Pnf fu investito da una crisi, provocata dalle migliaia di nuovi aderenti in cerca di un posto, ma aggravata politicamente dal proliferare di Fasci dissidenti e Fasci autonomi, e soprattutto dallo scontro fra fascisti revisionisti - favorevoli alla smilitarizzazione del partito - e fascisti integralisti, che esaltavano la violenza squadrista e volevano una seconda ondata rivoluzionaria.

Giunto al potere, Mussolini sottopose il Pnf al suo diretto controllo: nel dicembre 1922 istituì il Gran Consiglio, organo supremo del partito, che non solo assunse il controllo del partito ma divenne anche un governo ombra, preparatore di quelle leggi che avrebbero portato al crollo della democrazia parlamentare. La prima fu l'istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che inquadrò legalmente lo squadrismo ponendolo sotto il capo del governo; questo non fermò però i ras, che continuarono a spadroneggiare nelle campagne.

Mussolini manteneva una posizione ambigua, e seppure non fosse insensibile ai miti del fascismo, mirava a consolidare il potere con una politica di compromessi, possibile grazie all'eterogeneo fronte dei suoi fiancheggiatori. Per ottenere una maggioranza parlamentare più ampia fece quindi varare la legge Acerbo, che assegnava un premio di maggioranza alla lista vincente. Le politiche dell'aprile 1924 si svolsero quindi in un clima di violenze, ma gli assicurarono il risultato; l'assassinio di Matteotti e la commozione del Paese, cui seguì la secessione dell'Aventino, fecero però vacillare il governo. Mussolini resse la crisi, grazie all...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher VeronicaSecci di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Cagliari o del prof Atzeni Francesco.
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