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Riassunto esame Storia Contemporanea, prof. Ziglioli, libro consigliato Storia contemporanea dal XIX al XXI secolo, Cammarano, Guazzaloca, Piretti

Il presente riassunto, basato su appunti personali e studio autonomo, riporta con accuratezza i contenuti del corso di Storia Contemporanea, relativi all'insegnamento dei prof. Ziglioli ed Arisi Rota.

Costruita sulla base di un'assidua frequenza alle lezioni, tale dispensa segue fedelmente lo schema del libro di testo di riferimento (“Storia contemporanea dal XIX al XXI secolo”,... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. B. Ziglioli

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programma erano l’abolizione della diplomazia segreta, la libertà di navigazione sui mari ed il libero

commercio, la riduzione degli armamenti e l’applicazione del principio di autodeterminazione dei popoli nel

definire in nuovo assetto geopolitico dell’Europa. Su tale base si sarebbe dovuta garantire le piena

autonomia di Serbia e Romania, i tedeschi avrebbero dovuto abbandonare i territori russi occupati e

restituire Alsazia e Lorena alla Francia e nel caso dell’Italia i confini orientali si sarebbero dovuti fissare

tenendo conto delle appartenenze etniche. Wilson fece istituire la Società delle Nazioni, un organismo

internazionale che sarebbe dovuto intervenire nelle eventuali crisi future. Il trattato di Versailles, firmato il

28 giugno 1918 e riguardante la Germania, fu un vero diktat infatti ai tedeschi si imponeva (oltre a quello

già scritto) il trasferimento del bacino carbonifero della Saar per 15 anni sotto il controllo della Società delle

Nazioni; cedere il “corridoio polacco” che consentiva alla Polonia lo sbocco sul mare; Danzica fu dichiarata

città libera e le colonie furono divise tra Francia, Gran Bretagna, Belgio e Giappone. La disgregazione

dell’impero asburgico portò alla nascita delle repubbliche di Austria, Cecoslovacchia e Ungheria e del

regno di Jugoslavia. L’Italia ottenne il Trentino e l’Alto Adige fino al Brennero, Trieste e l’Istria, ma non la

Dalmazia che fu rivendicata dalla Jugoslavia. Francia e Gran Bretagna ottennero un ultimo successo in

linea con il vecchio imperialismo ripartendosi parte dei territori dell’impero ottomano: la prima assunse il

mandato (formula voluta da Wilson che desiderava che i mandatari operassero in funzione di una futura

indipendenza) in Siria e Libano, la seconda in Palestina e Iraq. Orlando e Sonnino abbandonarono i lavori

nell’Aprile 1919 in segno di protesta per la mancata assegnazione della Dalmazia e di Fiume: la prima

rivendicata in base al patto di Londra del 1915, mentre la seconda in base al principio di nazionalità. Il

compromesso fra le tradizionali aspirazioni di potenza di Francia e Inghilterra er il progetto wilsoniano,

venne reso ancor più instabile dalla mancata adesione degli Stati Uniti alla Società delle Nazioni, visto che

il Senato americano, nel 1920 ne bloccò l’ingresso.

Dissoluz. Ottomani: Già al congresso di Berlino del 1878 la diplomazia europea sollecitò il governo della

Sublime Porta ad attuare un piano di riforme specie nelle province orientali, dove risiedeva la maggior parte

degli armeni, tali riforme rimasero però lettera morta. Gli armeni erano fra le minoranze dell’impero

ottomano, una delle più attive nel cercare di contrastare il centralismo del governo turco. Tra il 1894 e il

1896 gli armeni furono vittime di una serie di massacri, in parte organizzati dal governo centrale per punire i

contadini che contestavano il livello di pressione fisale, a cui si aggiungeva circa un milione di armeni

depredati e spogliati di tutti i loro averi e costretti all’esilio. Nel corso della pima guerra mondiale il governo

ottomano mise in atto un vero e proprio sterminio pianificato degli armeni sotto forma di deportazioni, con la

scusa (inventata) di esigenze militari perché la regione abitata dagli armeni era teatro delle operazioni

belliche tra esercito turco e russo. I deportati superstiti furono sterminati nel corso della seconda metà del

1916 direttamente dagli emissari del governo turco. Questo sterminio inaugurò l’era moderna dei genocidi,

rivolti spesso contro nemici interni. Il trattato di Sevres del 10 agosto 1920 che sanciva lo smembramento

dell’impero ottomano, conteneva alcuni articoli in cui proponeva di processare i responsabili dei massacri in

tribunali appositi, ma rimasero provvedimenti inattuati, e i responsabili vennero quindi processati dal

sultano, che non riconobbe mai le colpe dello Stato e considerò il genocidio come la cospirazione di una

minoranza. Gli armeni si costituirono Stato nazionale autonomo già nel 1918, ma la regione fu occupata dai

bolscevichi nel 1920 e divenne una Repubblica sovietica. Dopo il trattato di Sevres il sultano dovette

capitolare davanti all’ondata nazionalistica guidata da Mustafà Kemal, che aveva fatto parte del movimento

dei Giovani Turchi. I nazionalisti, dopo aver disconosciuto il trattato di Sevres, aprirono le ostilità contro i

greci a Smirne e in altre zone dell’Anatolia e nel 1922, dopo averli sconfitti, crearono le basi per una

revisione del precedente trattato. Con il trattato di Losanna del luglio 1923 la Turchia tornò in possesso

dell’intera Anatolia e della Tracia orientale pur dovendo garantire il libero passaggio a tutte le navi

mercantili. Nell’ottobre 1923 l’Assemblea nazionale turca abolì il sultanato e proclamò la repubblica,

eleggendo presidente Mustafa Kemal che, insignito del titolo di Ataturk ovvero padre dei turchi, instaurò un

regime semidittatoriale anche se formalmente nel 1924 fu concessa una costituzione che introduceva un

parlamento con suffragio universale maschile. Abrogò la norma che rendeva l’islam la religione di stato e

anche scuole e tribunali islamici furono chiusi; in campo economico l’opera di modernizzazione diede un

forte impulso all’industrializzazione; in campo diplomatico mantenne buoni rapporti con l’Unione Sovietica,

accompagnati tuttavia dalla repressione interna dei comunisti e la Turchia venne ammessa nel 1932 alla

Società delle Nazioni.

Germania nel primo dopoguerra: Fin dal settembre 1918 fu evidente la sconfitta tedesca, tuttavia i

comandi militari (tra cui il generale Hindenburg) non vollero assumersi le loro responsabilità e

riconsegnarono alla classe politica la guida del governo. Fu il principe Max von Baden ad assumere il

cancellierato e gestire la situazione e si incaricò di comunicare all’imperatore la necessità di lasciare il

trono. Dalla fine di ottobre sorsero e si diffusero focolai di sommosse e proteste in cui, sul modello della

Rivoluzione bolscevica, gli insorti cercavano di creare “consigli di operai e soldati”. La prospettiva di una

rivoluzione convinse Guglielmo 2 della necessità di abdicare e il 9 Novembre lasciò la Germania. Fu

immediatamente proclamata la Repubblica e lo stesso giorno il leader dell’SPD Frederich Ebert venne

invitato dallo stesso Max von Baden (che pur non aveva il titolo per farlo) a subentrargli come cancelliere.

Fu dunque Ebert a firmare l’armistizio, e per fermare l’azione degli insorti si avvalse non solo dell’esercito,

ma anche dei Freikorps (truppe volontarie di ispirazione nazionalista). Per garantire un minimo di stabilità al

suo governo Ebert siglò una serie d’accordi: il primo con l’esercito il quale s’impegnava a giurare fedeltà

alla Repubblica in cambio della garanzia d’impunità e salvaguardia della propria tradizione autonoma; il

secondo con i sindacati dell’SPD e il presidente degli imprenditori Hugo Stinnes per cercare di contenere la

disoccupazione; il terzo con i conservatori che ottennero, in cambio del loro sostegno alla Repubblica, la

promessa di mantenere in vita le autonomie federali. In vista delle elezioni della Costituente previste per il

19 gennaio 1919, i diversi gruppi della destra conservatrice si riunirono dando vita al Partito nazional

popolare tedesco, mentre i liberali progressisti assieme ad alcune figure di rilievo come Max Weber

formarono il Partito democratico tedesco. La SDP, che ne 1917 aveva visto la fuoriuscita del gruppo

socialdemocratico indipendente che formò la USDP, assunse il nome di Socialdemocrazia maggioritaria; la

Lega di Spartaco diede vita al Partito Comunista tedesco; mentre all’estrema destra era nato il Partito dei

lavoratori tedeschi, che poi assunse il nome di Partito nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi sotto la

guida di Hitler. Le elezioni per la Costituente diedero una schiacciante vittoria alla coalizione formata da

SDP, Zentrum e Partito Democratico tedesco; l’assemblea svolse i lavori a Weimar e promulgò un testo

costituzionale che manteneva la forma federale (come da concordato di Ebert); stabiliva l’utilizzo dei nome

Reich per definire le due assemblee parlamentari (Reichstag per la Camera elettiva e Reichstrat per quella

federale); al vertice dello stato veniva posto un Presidente della repubblica eletto a suffragio universale

maschile e femminile; il cancelliere e i ministri venivano nominati dal Presidente della Repubblica, ma

dovevano avere la fiducia del Reichstag (detentore del potere legislativo). La Camera federale era

composta da rappresentanti dei governi dei singoli Stati; al Presidente della Repubblica l’articolo 48 della

Costituzione assicurava, in caso di crisi, poteri eccezionali, che dovevano comunque essere ratificati dai

Reichstag ed essere controfirmate dal cancelliere o dal ministro competete (questo articolo venne definito

“costituzione di riserva”). Il primo Presidente della Repubblica fu Ebert. Tra il 1920 e il 1921 si ebbe

un’ondata di violenze alimentate dai gruppi di estrema destra e nel 1920 ci fu un tentativo di colpo di stato

delle forza paramilitari e, in totale, tra 19 e 22 vennero assassinati quasi 400 uomini politici. I governi

tentarono di rispettare il pagamento della rete delle riparazioni stampando carta moneta, e ciò creò una

grave inflazione a cui si aggiunse nel 1922 l’occupazione del bacino della Ruhr da parte di truppe belghe e

francesi come ritorsione contro la mancata consegna dei beni in natura dovuti alle potenze vincitrici. Il

governo incitò la popolazione della Ruhr alla “resistenza passiva” anche stampando nuova carta moneta.

Alla fine del 23 per acquistare un dollaro erano necessari 400 miliardi di marchi e alla fine dell’anno si

dovette costituire un governo di grande coalizione, retto da Stresemann, che comprendeva tutti i partiti

dell’arco costituzionale. Streseman ordinò la cessazione della resistenza passiva, e sventò il Putsch (colpo

di stato) organizzato dalla destra Hitleriana nella città di Monaco. In campo economico Streseman creò una

nuova moneta, il rentamark, e avviò una politica deflazionistica con un drastico contenimento della spesa

pubblica e un’alta imposizione fiscale. Grazie ad accordi con le potenze vincitrici cessò l’occupazione della

Ruhr e gli Stati Uniti proposero il piano Dawes nel 24. Alle elezioni presidenziali del 25, dopo la morte

improvvisa di Ebert, ciascun partito presentò un suo candidato e ciò favorì del destre che, nel secondo

turno, fecero scendere in campo un nuovo candidato, il maresciallo Hindenburg. In Germania la crisi del 29

ebbe effetti disastrosi e fu per questo necessario il Piano Young per rateizzare ulteriormente il pagamento

delle riparazioni. Crisi economica e tensioni sociali spinsero il cancelliere Bruning a indire nuove elezioni

per il 1930, e in quest’occasione il partito hitleriano ottenne bel 107 rappresentanti, diventando il secondo

partito della Repubblica dopo la SPD. Nel 1932 si tennero le elezioni presidenziali: nel timore che la

tradizionale frammentazione politica potesse favorire Hitler, i socialdemocratici e i partiti di centro decisero

di sostenere il presidente uscente Hindenburg, nonostante non ne condividessero la gestione politica.

Hindenburg, dopo aver congedato Bruning, scelse come cancellieri prima von Papen e poi von Scheicher:

entrambi privi di una maggioranza reale, ma che ottennero comunque la fiducia dei Reichstag. In questo

periodo venne fatto spesso ricorso all’articolo 48, e nel tentativo di ottenere legittimazione all’interno dei

Reichstag von Papen indisse per due volte elezioni nel corso del 32: a luglio e a novembre. Alle elezioni di

Luglio il partito di Hitler ottenne il 37,4% dei voti, e a novembre poco meno, ma rimase comunque il partito

di maggioranza relativa. Fallita l’ipotesi di poter includere i nazisti in un esecutivo di coalizione, il 30

Gennaio 1933 Hindenburg nominò cancelliere Hitler.

Italia nel primo dopoguerra: La riconversione da industria bellica a civile, fu estremamente complessa e

causò il fallimento di numerose imprese, a questo lo Stato cercò di far fronte con la regolamentazione della

spesa pubblica ponendo il blocco degli affitti e dei prezzi dei generi di prima necessità. Nel biennio 19-20 ci

furono molti scioperi dovuti alla disoccupazione e alle pressioni dei contadini, unite anche alle tensioni date

da una borghesia che cercava di essere riconosciuta come classe dirigente e dalle donne che uscirono

dalla guerra con una maggiora consapevolezza politica. Nel nord le proteste si manifestarono sotto forma

di occupazione delle fabbriche. Il partito socialista, dove la corrente massimalista si era imposta già al

Congresso del 18, non riuscì ad incanalare le proteste verso uno sbocco politico. L’esaltazione nazionalista

alimentata nel dopoguerra dal mito della “vittoria mutilata” nel settembre 1919 sfociò nell’occupazione

militare della città di Fiume ad opera di D’Annunzio e di un corpo di volontari. La situazione si sbloccò nel

1920 quando il governo italiano, presieduto da Giolitti, mise fine con la forza all’occupazione di Fiume e

siglò con la Jugoslavia il trattato di Rapallo: Fiume diventava città libera, mentre all’Italia erano riconosciute

Trieste, Gorizia, tutta l’Istria e la città di Zara. Nel gennaio del 19 don Luigi Sturzo fondò il Partito Popolare

Italiano, formazione laica che doveva dare voce ai cattolici italiani e raccogliere tutto il cattolicesimo

militante dell’epoca; in seno al PPI coesistevano comunque diverse tendenze. Sempre nel 19, il 23 Marzo,

Benito Mussolini fondò a Milano i Fasci di combattimento. Alle elezioni politiche del novembre 19 il

movimento di Mussolini rimase marginale, ma si affermarono i popolari e i socialisti, anche grazie al nuovo

sistema elettorale che con il meccanismo del panachege garantiva all’elettore una maggior libertà di scelta

tra i candidati delle diverse liste (si arriva a questo risultato dopo gli scontri tra proporzionalisti e

maggioritari grazie alla mediazione di Nitti). In questo quadro la contrapposizione tra PPI e PSI consentì ai

liberali di mantenere le redini del governo, con Giolitti, pur non avendo la maggioranza assoluta in

Parlamento. Il movimento mussoliniano si dotò di squadre armate che attuarono una sistematica opera di

distruzione delle strutture delle organizzazioni del mondo del lavoro, sia socialiste che cattoliche. Nel 1920,

dopo le amministrative, le camice nere arrivarono ad attaccare le amministrazioni guidate da giunte “rosse”

come Bologna. Per aderire alla Terza Internazionale il Partito socialista avrebbe dovuto accettare i 21 punti

di Lenin e questa questione venne affrontata al Congresso di Livorno del gennaio 1921, e in quella sede si

produsse la scissione definitiva con Amadeo Bodriga e Umberto Terracini che fondarono il Partito

Comunista d’Italia a cui aderì anche il gruppo torinese di Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti. Ci fu anche

un’altra divisione dal partito socialista con Turati e Matteotti che nel 22 fondarono il Partito Socialista

Unitario. In vista delle elezioni del 21 furono inseriti anche i fascisti nelle liste del “blocco nazionale”, nella

speranza di riportare il movimento sulla via della legalità. Il risultato delle elezioni non modificava

sostanzialmente il quadro parlamentare precedente, ma vide l’ingresso in Parlamento di 35 deputati

fascisti. Giolitti si dimise nel giugno lasciando la guida del governo a Ivanoe Bonomi, ed in questo momento

Mussolini siglò un patto di pacificazione con i socialisti nel tentativo di trovare una mediazione tra la

violenze squadriste e la strategia legalitaria. Il 7 Novembre 1921 Mussolini trasformò il movimento in

partito, nonostante l’opposizione soprattutto di Dino Grandi, venne così assunto il nome di Partito nazionale

fascista. Nel febbraio 22 a Bonomi succedette Luigi Facta, che non riuscì a ristabilire l’ordine pubblico,

mentre Mussolini irrobustiva i propri consensi rassicurando agrari e industriali e reclutando operai e

contadini nel sindacato fascista. Tra 27 e 28 ottobre 1922 vi tenne la cosiddetta “marcia su Roma”, mentre

Mussolini rimase prudentemente a Milano in attesa dello sviluppo degli eventi , il re Vittorio Emanuele 3

rifiutò di firmare la richiesta, presentatagli da Facta, di decretare lo stato d’assedio e le colonne fasciste

poterono così entrare a Roma senza trovare resistenze. Il sovrano, appoggiandosi alla norma statutaria

che gli conferiva il diritto di scegliere il capo dell’esecutivo anche in assenza del parere della Camera, il 30

ottobre affidò a Mussolini il compito di formare il nuovo governo. Mussolini formò un governo di coalizione,

poi chiese i pieni poteri e la fiducia gli fu accordata. Già a dicembre istituì il Gran Consiglio del fascismo,

organo non previsto dallo statuo del partito che avrebbe permesso a Mussolini e ai capi del fascismo di

tenere sotto controllo tutto il partito; venne creata la Milizia volontaria per la Sicurezza Nazionale, in cui

furono fatte confluire le camicie nere. Sturzo, fautore di una ferma intransigenza verso i fascisti, fu costretto

ad abbandonare la segreteria del partito, ma l’atto decisivo per fiaccare le opposizioni fu la nuova legge

elettorale che stabiliva che i due terzi dei seggi sarebbero stati assegnati alla lista che avesse ottenuto la

maggioranza con almeno il 25% dei voti (legge Acerbo). In vista delle elezioni del 24 venne creata la “lista

nazionale” che ottenne un forte successo e superò abbondantemente il quorum richiesto dalla legge

Acerbo. Il 30 maggio Matteotti, segretario del partito socialista unitario, denunciò alla Camera i brogi e le

violenze delle elezioni e per questo venne rapito, assassinato e il suo corpo fu ritrovato due mesi dopo,

generando la “secessione dell’Aventino” che non ebbe però alcun effetto anche perché il 3 gennaio 1925

Mussolini, con un discorso alla Camera si assunse ogni responsabilità del fascismo. Le cosiddette “leggi

fascistissime” del 25-26 ebbero la funzione di imprimere una completa fascistizzazione al sistema statuale.

Nel 25 furono approvate leggi per il controllo della attività delle associazioni segrete, l’eliminazione della

libertà di stampa, il potere del governo venne svincolato dal controllo parlamentare. Nel 26 vennero

rimosse le cariche elettive nelle amministrazioni locali e sciolti tutti i partiti e le organizzazioni contrari al

fascismo e venne istituito un tribunale speciale per la difesa dello Stato e reintrodotta la pena di morte per

gli attentatori alla vita dei membri della famiglia reale e del capo del governo. Nel 28 fu realizzata una

riforma che stabiliva che la selezione dei candidati alla deputazione fosse affidata al Gran Consiglio, e le

candidature venissero poi sottoposte a un plebiscito. La fascistizzazione dello Stato fu completata solo nel

39 quando la Camera dei deputati fu trasformata in Camera dei fasci e delle corporazioni e i deputati

venivano nominati per decreto da Mussolini. Il Gran Consiglio venne creato nel 22, dal 25 aveva il compito

di scegliere il segretario del partito, e nel 28 fu costituzionalizzato, mentre dal 29 la nomina del segretario

del partito, spettava al re su proposta del capo del governo. Mussolini giocò sull’ambiguità nel prendere

posizione tra Stato e partito così poté controllare entrambi; mise il partito al totale servizio della costruzione

della liturgia del regime. Con gli accordi di palazzo Vidoni del 25 la Confindustria riconosceva nel sindacato

fascista il solo rappresentante legittimo, e l’anno successivo venne abolito lo scioperò; vennero creati degli

organismi di coordinamento, le cosiddette corporazioni, teoricamente finalizzare a mediare le diverse

posizioni in nome del superiore interesse nazionale, non riuscirono mai a trasformarsi nel motore di un

diverso modello economico. Nei primissimi anni del regime Mussolini aveva puntato al pareggio di bilancio

mediante una forte pressione fiscale e la riduzione di salari e spesa pubblica. A partire dal 25 il nuovo

ministro delle finanze, Giuseppe Volpi, inaugurò una strategia basata sul protezionismo e su un più

accentuato intervento pubblico in economia. Venne reintrodotto il dazio sulle importazioni di grano e

zucchero e si puntò all’autosufficienza nel settore cerealicolo mediante l’aumento della superfice coltivata.

Questa scelta economica accentuò gli squilibri economici tra nord e sud. Nel 26 Mussolini annunciò una

forte rivalutazione della lira, il cui cambio con la sterlina fu portato alla “quota 90” anche se ciò fu raggiunto

a costo di una riduzione dei salari. La crisi del 29 non ebbe risultati disastrosi perché la scelta autarchica

proteggeva l’economia italiana dagli sbandamenti del mercato internazionale. Mussolini rispose con il

finanziamento di lavori pubblici e di una maggiore bonifica dei territori. Nel 1931 venne fondato l’Istituto

Mobiliare Italiano (IMI) con il compito di sostituire le banche private nel sostegno alle industri in difficoltà;

nel 33 nacque l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) che, diventando azionista di numerose banche

in crisi e rilevandone le partecipazioni industriali finì per ottenere il controllo su alcune delle principali

imprese italiane. Nel complesso negli anni Trenta il PIL e la produzione industriale aumentarono, ma ciò

andò a beneficio solo di alcuni settori industriali, mentre a pagare maggiormente i costi del nuovo corso

dirigista della politica mussoliniana furono le classi lavoratrici. Alla ristrutturazione della scuola il regime

aveva provveduto si dal 23 con la riforma Gentile, ministro della pubblica istruzione, che prevedeva

l’accentramento del sistema scolastico; vennero inoltre controllati tutti gli insegnati imponendo un

giuramento di fedeltà al regime; venne introdotto un testo unico per le scuole primarie. Nel 26 venne

fondata l’Opera nazionale Balilla per l’inquadramento dei bambini e nel 37 essa si fuse con i Fasci giovanili

per formare la Gioventù italiana del littorio; nel 37 venne fondato anche il ministero della Cultura Popolare

(minculpop). Sul piano lavorativo venne ridotto a 8 ore l’orario lavorativo giornaliero e innalzata da 12 a 14

l’età minima per le assunzioni; venne rivolta attenzione alle madri che furono assistite attraverso l’Opera

nazionale per la maternità e l’infanzia inaugurata nel 25. Mussolini definì un accordo con la Chiesa al fine di

porre fine alla questione dei rapporti tra Stato e Chiesa, tali accordi detti lateranensi perché li furono siglati

(da Mussolini e dal cardinal Gasparri in rappresentanza di papa pio 11) l’11 febbraio 29, erano composti da

un trattato, da una convenzione finanziaria e da un concordato: nel trattato la Santa Sede riconosceva lo

Stato Italiano, mentre al pontefice veniva assicurata la sovranità sulla città stato del Vaticano; nella

convenzione finanziaria lo Stato si impegnava a corrispondere al Vaticano un risarcimento per la perdita

dei territori pontifici e nel concordato si definivano i diritti della chiesa italiana (cattolicesimo religione di

stato, effetti civili anche al matrimonio religioso). il Vaticano accettò lo scioglimento di tutte le associazioni

cattoliche, tranne dell’Azione Cattolica. Nel 29 alle prime elezioni indette con il nuovo sistema plebiscitario

la lista unica fascista ottenne il 98% dei consensi, soprattutto grazie alla azione dell’OVRA, la polizia

segreta istituita nel 27. Nel 35 iniziò la guerra in Etiopia e nel 398, in linea con la politica tedesca, furono

varate le leggi antisemite. Secondo Hannah Arendt il totalitarismo è un esperimento di dominio politico

messo in atto da un movimento rivoluzionario organizzato in un partito disciplinato militarmente che aspira

al monopolio del potere, e che, dopo averlo conquistato, costruisce uno stato fondato su un regime a

partito unico con l’obbiettivo principale di conquistare integralmente la società sulla base di un principio

chiamato politicità integrale dell’esistenza e sulla base di un’ideologia che diventa religione politica; lo

scopo ultimo di questi regimi è quello di compiere una rivoluzione antropologica che crea un uomo dedito

anima e corpo alla realizzazione dei fini del regime. Secondo la categoria di totalitarismo elaborata dal

Hannah Arendt il fascismo non fu un totalitarismo per la persistenza del re e per la possibilità di

associazionismo esterna al regime data dall’Azione Cattolica.

Nazismo: Sul partito comunista tedesco venne fatta cadere la responsabilità dell’incendio che divampò nel

Reichstag nella notte del 27 Febbraio, un pretesto che servì a Hitler per accusare i comunisti di essere in

procinto di compiere un’azione eversiva. Alle elezioni Hitler ottenne una netta maggioranza, ma non

raggiunse tuttavia i 2/3 necessari ad attuare riforme costituzionali e per questo chiese al Parlamento che gli

venissero accordati pieni poteri e tutti i partiti, tranne la SPD, si piegarono alla volontà del cancelliere. Hitler

procedette all’epurazione di tutti gli apparati statali e il 14 luglio il partito nazionalsocialista fu dichiarato

l’unico legale in Germania; venne attuata anche la “sincronizzazione” secondo cui i membri del partito

godevano di uno statuo speciale, sottraendoli così ai tribunali ordinari, e che il responsabile politico-

organizzativo del partito e il capo delle squadre d’assalto naziste (SA) diventavano membri di diritto del

governo. Con l’abolizione del sistema federale, la sincronizzazione permise di creare un regime autoritario

senza abrogare formalmente il sistema costituzionale. Hitler epurò quasi subito le SA di Ernst Rohm che

mostravano eccessive velleità di autonomia. Nella notte del 30 Giugno 34 nota come la “notte dei lunghi

coltelli”, i vertici delle SA, a cominciare da Rohm, furono eliminati da un’altra milizia nazista, le squadre di

sicurezza SS guidate da Heinrich Himmler. Alla morte di Hindenburg a fine luglio, Hitler poté aggiungere

alla carica di cancelliere quella di capo dello Stato e capo supremo dell0esercito e si autoproclamò “fuhrer

del reich e del popolo tedesco”. La supremazia del partito sullo Stato, nonostante la concorrenza fra i

diversi centri del potere, non fu mai messa in discussione. Altro pilastro del nazismo era che il movimento

non era composto solo dal partito, ma anche da tutte le organizzazioni di massa volute dai fuhrer per

controllare e inquadrare la popolazione: la gioventù hitleriana, la Forza attraverso la gioia. Inizialmente

sfruttate come un corpo paramilitare di modeste dimensioni le SS si trasformarono nella élite del popolo

tedesco. Il partito nazista si basava anche su un apparato propagandistico abilmente gestito dal ministro

della propaganda Joseph Goebbels, che giustificò la repressione di tutti i “diversi” (omosessuali, zingari,

ebrei…) come la difesa della superiore razza ariana. Già nel 33 furono epurati gli ebrei dalle

amministrazioni e una serie di provvedimenti li escluse dall’esercizio delle libere professioni e dalla

docenza universitaria. Nel 35 le leggi di Norimberga privarono gli ebrei della parità dei diritti con i cittadini

tedeschi vietando ad esempio i matrimoni misti e nella “notte dei cristalli” fra il 9 e il 10 novembre 1938

furono saccheggiati più di 7000 negozi ebrei e incendiate molte sinagoghe. Altro elemento di consenso del

regime fu la ripresa economica grazie all’espansione della spesa pubblica per creare posti di lavoro e

assicurare alla Germania un massiccio riarmo; un settore non interessato da questi sviluppi fu quello

agricolo. Lo Stato s’impegnò infatti in una politica sociale con aumento dei salari (dovuti all’aumento delle

ore della giornata lavorativa); vennero introdotte ferie pagate fino a 12 giorni l’anno e colonie per i figli dei

dipendenti. Completamente emarginate dalla vita lavorativa furono le donne che furono oggetto di

sacralizzazione in quanto procreatrici della razza ariana. L’ideologia nazista fu condannata esplicitamente

da Pio 11 solo nel 37. Hitler fece uscire la Germania dalla società delle Nazioni nel 33 e l’anno successivo

tentò di annette l’Austria, ma l’impresa fu sventata per l’opposizione delle potenze occidentali e dello stesso

Mussolini, che era all’epoca ancora tra i sostenitori dell’equilibrio del 1919. Nel gennaio del 35, come da

clausole del trattato di Versailles, dopo un plebiscito il bacino carbonifero della Saar tornò nelle mani della

Germania.

Stalinismo: Lenin, che morì il 24 gennaio 1924, aveva redatto un testamento politico nel quale esprimeva

le proprie preoccupazioni su coloro che si sarebbero contesi la successione al vertice del Partito

comunista, e di Stalin temeva avesse accumulato nelle sue mani troppo potere e denunciava la tendenza

ad anteporre i propri interessi personali a quelli del partito. Sempre nel 24 fu portata a termine la stesura

della Costituzione dell’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (i lavori erano cominciati nel 22) e

stabiliva che: gli organi principali del nuovo stato federale erano il Congresso dei deputati del popolo e il

Comitato esecutivo centrale; il Congresso era eletto a suffragio ristretto indiretto (dal diritto di voto

restavano esclusi tutti gli appartenenti a categorie ritenute potenzialmente ostili al nuovo assetto politico

come i vecchi proprietari terrieri, i commercianti, gli ecclesiastici). Il Comitato esecutivo centrale era formato

da due assemblee: il Soviet dell’Unione con rappresentanti eletti dal Congresso in proporzione alla

popolazione delle varie repubbliche; e il Soviet delle Nazionalità, i cui membri venivano nominati dai

rappresentanti delle repubbliche. Il vero e proprio organo esecutivo era il Consiglio dei commissari del

popolo. Nel corso dei primi anni Venti gli organi dei partiti nazionali furono quelli sottoposti alle più drastiche

epurazioni e fin da subito a capo dell’Unione venne posto il segretario del Partito comunista. La morte di

Lenin scatenò un’aspra lotta per la successione: la sinistra del partito, guidata da Trotskij, voleva stimolare

al massimo la produzione industriale attraverso forti imposizioni fiscali sul settore agrario; la destra, guidata

da Bucharin, proponeva un sostegno all’agricoltura; gli altri leader come Stalin (dal 22 a capo della

Segreteria del Comitato centrale) non presero posizione sul progetto di sviluppo economico. In questa

prima fase venne scelta la linea “di destra”, in quanto quella “di sinistra” venne definita lesiva di

quell’alleanza campagna-industria già fortemente sostenuta da Lenin. In realtà si volle evitare di scegliere

l’alternativa proposta da Trotskij in quanto era ritenuto pericoloso perché stava denunciando un eccessivo

centralismo del partito. Questa sua posizione di denuncia gli costò la guida dell’Armata Rossa, incarico che

aveva ricoperto fin dal 1917. Nel 25 Stalin lanciò la parola d’ordine “socialismo in un solo paese” con la

quale si accantonava la prospettiva immediata di una rivoluzione mondiale; nel ’26 Kamenev e Zinov’ev si

unirono a Trotskij dando vita ad un’”opposizione unificata” che condannava la linea scelta dal partito

accusando i leader di riportare l’Urss verso il deprecato sistema capitalista. La loro completa sconfitta

politica si tradusse nell’esilio in Asia centrale per Trotskij. Stalin decise di affrontare il problema,

manifestatosi nel 1927, della crisi degli ammassi del grano ricorrendo alle requisizioni forzate e a metodi

coercitivi; mentre decise di affrontare lo scontro interno al partito, e nello specifico con Bucharin, non sul

piano delle scelte economiche, bensì su quello politico enfatizzando le scelte che avevano sempre

collocato il suo oppositore “a destra”. Questa scelta fu vincente ed eliminato questo concorrente, e fatto

espellere Trotskij dall’Unione Sovietica, Stalin potè diventare l’unico artefice della costruzione a tappe

forzate del socialismo in un solo paese. Il primo piano quinquennale, iniziato ufficialmente nell’ottobre 1928,

accordava un’assoluta priorità allo sviluppo dell’industria pesante e alla produzione di macchinari e

infrastrutture, a scapito dei beni di consumo. Tra il 28 e il 32 furono costruite circa 8000 nuove industrie; la

pianificazione industriale fu accompagnata nelle campagne, a partire dal 1930, dalla collettivizzazione

forzata: i contadini furono costretti a entrare in massa nelle fattorie collettive (kolchoz) mentre i più

benestanti (kulaki) divennero oggetto di una vera e propria liquidazione di classe. Venne istituita

l’Amministrazione generale dei campi (gulag) che venne posta sotto il controllo della polizia politica. Nel

corso degli anni Trenta il regime di terrore, colpì anche il partito che fu sottoposto a vere e proprie “purghe”,

che raggiunsero il culmine nel 1936-8 ovvero nel periodo del “grande terrore” e dei “processi farsa”, in cui

ad esempio Bucharin venne condannato a morte e nel 1940 Trotskij, che si trovava in esilio in Messico, fu

ucciso da un sicario di Stalin. Dal punto di vista economico il balzo in avanti nel campo industriale produsse

incrementi notevoli soprattutto nel settore del carbone e dell’acciaio in cui si registrò un +200% rispetto al

28, tutto questo al costo di più di 8,5 milioni di decessi sopra il tasso medio di mortalità (di questi costi nel

paese non se ne sapeva nulla e vigeva il culto della personalità di Stalin).

USA: I primi vent’anni del 900 rappresentarono per gli Stati Uniti un momento di grandi riforme su tre linee

principali: l’estensione dellle funzioni del governo federale; la lotta per limitare l’influenza dei grandi

potentati economici e la tendenza a rafforzare la democratizzazione del sistema politico. La fase

riformatrice ebbe inizio con l’arrivo alla Casa Bianca, nel 1901, di Theodore Roosevelt che succedette a

William McKinley (assassinato da un anarchico). Appartenente all’ala progressista del partito repubblicano,

Roosevelt si distinse subito per la sua immagine di leader energico e subito rafforzò le pressioni imperiali

nel Centro e nel Sud America, che culminarono nel 1903 con la trasformazione di Panama in un

protettorato americano. Roosevelt varò anche i primi provvedimenti strutturali di tutela sociale; quasi tutti gli

Stati adottarono leggi sul lavoro minorile e femminile; si cominciarono a istituire uffici pubblici di

collocamento per la lotta alla disoccupazione e 25 Stati vararono forme di assicurazione obbligatoria contro

gli infortuni sul lavoro. In alcuni stati comparve il referendum, che servì ai cittadini come potere di iniziativa

legislativa. Alle elezioni del 1912, anche a causa della scissione interna al Partito repubblicano dove il

gruppo progressista fondò un partito indipendente, vinse il candidato democratico Woodrow Wilson, che

portò avanti l’impegno riformista con norme nazionali contro il lavoro minorile. Wilson vinse anche le

elezioni del 1916 e l’anno successivo decise l’intervento degli Stati Uniti nella guerra mondiale. Nel 1919-

20 anche a causa di una breve, ma intensa, recessione economica vi furono molti scioperi, ma negli stessi

anni furono adottati dal governo federale due importanti provvedimenti: nel 20 entrò in vigore, anche dietro

la spinta di potenti lobbies private, un emendamento alla Costituzione che vietava la produzione, la vendita

e il trasporto di bevande alcoliche (presentata come manovra per aumentare l’efficienza dei lavoratori) e

sempre nel 20 diventò operativo l’emendamento che sanciva il suffragio femminile a livello nazionale.

Superata la fase di recessione economica, gli USA entrarono in una fase di forte prosperità che

caratterizzò i “ruggenti anni Venti”, in cui il PIL aumentò del 40%. L’aspetto più importante e durevole di

questo straordinario boom economico fu l’esplosione dei consumi individuali di cui simbolo furono le

automobili e gli elettrodomestici, e anche se la capacità di consumo non era egualmente distribuita in tutte

le fasce sociali, e soprattutto gli immigrati recenti e i neri degli Stati del sud ne erano completamente privi,

si alimentò il “sogno americano”. La felice congiuntura economica produsse una crescente ondata

speculativa, che interessò sia i grandi investitori che i piccoli risparmiatori e diventò una delle cause

scatenanti della crisi del 1929. Accanto ai trust e ai cartelli comparvero le holdings, ovvero società che

concentravano nelle proprie mani le quote azionarie delle maggiori imprese, questo venne favorito dal fatto

che le autorità monetarie aumentarono la quantità di denaro in circolazione e ridussero i tassi d’interesse,

incoraggiando così gli investimenti e le speculazioni in borsa. Dal punto di vista politico, gli anni Venti

furono dominati dal partito repubblicano, prima con Warren Harding, eletto nel 1920, poi con Calvin

Coolidge(23-29) e infine con Herbert Hoover (marzo 29-33) che scelsero una politica di disimpegno

diplomatico in ambito internazionale e scelte economiche volte all’accumulazione di capitale. Il governo

federale rispose alla dilagante paura nei confronti degli immigrati procedendo alla chiusura quasi completa

delle frontiere introducendo anche il Quota Act del 1924 che stabiliva un tetto massimo agli ingressi annuali

e un sistema di quote nazionali per favorire l’immigrazione proveniente dall’Europa settentrionale. Nel 33

venne abrogata la norma sul proibizionismo, nel tentativo di arginare il fenomeno del contrabbando. A

partire dal 28 ci fu un numero di scambi azionari maggiore di quello dei consumi e questo fece gonfiare i

titoli, e il timore delle ripercussioni di questa distorsione indusse molti investitori a vendere i propri titoli e ciò

scatenò una corsa alla vendita che il 24 ottobre 29 fece crollare la borsa di Wall Street. La crisi del “giovedì

nero” innescò un effetto a catena devastante che dalle banche passò all’industria e anche le imprese che

non chiudevano, furono costrette ad operare massicci licenziamenti e ridurre al minimo i salari e nel 33 il

numero di disoccupati raggiunse il 25% della popolazione. Dannosa si rivelò la scelta di mantenere alti i

prezzi di grano e cotone mediante l’imposizione di dazi doganali più elevati, e ciò ridusse gli scambi

commerciali con l’estero. Alle elezioni del 32 vinse il candidato democratico Franklin Delano Roosevelt, con

il quale si aprì una lunga stagione di dominio del Partito democratico. Roosevelt chiese al Congresso ampi

poteri, come se si dovesse affrontare un’emergenza bellica, e cominciò a rivolgersi ai cittadini attraverso le

“chiacchierate al caminetto”; in economia varò il New Deal: riordinò le operazioni bancarie e borsistiche per

aumentare la trasparenza, fornendo prestiti agevolati alle famiglie; per l’agricoltura fece approvare una

legge che prevedeva aiuti federali agli agricoltori per regolare la produzione, incentivando lo smaltimento

del surplus agricolo; nel 33 fu istituita la Tennessee Valley Authority per lo sfruttamento delle risorse

naturali di quel bacino. I provvedimenti del New Deal non diedero nell0immediato i risultati sperati, ma

aprirono la strada ad altre misure che, nel corso del 1935, fecero emergere l’idea rooseveltiana di un

capitalismo democratico. Nel cosiddetto “secondo New Deal” il governo lanciò un piano sistematico di

lavori pubblici attraverso la Works Progress Administration e con il Wagner Act fu riconosciuto il diritto dei

sindacati di organizzarsi e di contrattare collettivamente coi datori di lavoro; venne inoltre istituito, grazie al

Social Security Act, un sistema di collaborazione tra gli Stati e l’autorità federale per provvedere agli

assegni di disoccupazione e alle pensioni di vecchiaia. Nonostante le proteste degli imprenditori Roosevelt

vinse nettamente le elezioni presidenziali del novembre 36, continuando la sua opera che diede un “tocco

socialdemocratico” alla politica americana, facendo del partito democratico anche una sorta di Partito del

lavoro.

Il 29 in Europa: In Europa la ripresa dal conflitto mondiale fu lenta e lo shock causato dall’iperinflazione

tedesca ebbe effetti notevoli anche negli altri paesi che intendevano utilizzare i proventi delle riparazioni

tedesche per saldare i debiti contratti con gli Stati Uniti negli anni del conflitto, e per questo nel 24 venne

varato il Piano Dawes. La Gran Bretagna istituì nel 25 il gold exchange standard, un sistema che stabiliva

di affiancare la sterlina all’oro come mezzo di pagamento internazionale, in modo tale che le banche nei

vari paesi potessero scegliere se ancorare la propria voluta solo all’oro o anche alla sterlina. Questo

provvedimento entrò in crisi già nel 28 quando la Francia decise di convertire in oro tutte le proprie riserve

di valuta estera e nel 31 la Gran Bretagna fu costretta a svalutare la sterlina per far fronte alla crisi di

produttività e alla contrazione delle esportazioni. Progressivamente molti paesi abbandonarono il gold

exchange standard e quando ne uscirono anche gli Stati Uniti nel 33, i paesi che ancora vi aderivano erano

solo sei, tra cui l’Italia. In questo momento di crisi mondiale, solo l’Unione Sovietica non venne danneggiata

grazie alla collettivizzazione economica che la rendeva immune dai pericoli del mercato internazionale,

mentre tutti gli altri stati dovettero adottare misure come l’innalzamento delle barriere doganali.

Francia e Gran Bretagna: Francia e Gran Bretagna riuscirono a salvaguardare le istituzioni liberal

democratiche, e questo avvenne all’insegna di un progetto politico tendenzialmente conservatore. In

Francia la coalizione di centro-destra che vinse le elezioni del 1919 mise in atto una rigorosa politica

deflativa per garantire la stabilità monetaria e usò il pugno di ferro nei confronti degli scioperi. La sinistra

francese si trovava invece divisa e ciò portò, durante il Congresso di Tour del 1920, alla nascita del Partito

comunista francese, sezione dell’Internazionale comunista. Nel 24, pochi mesi prima delle elezioni, i

radicali promossero la formazione di un cartello elettorale delle sinistre che includesse anche i socialisti e

l’operazione fu premiata con la vittoria elettorale. Il nuovo governo, presieduto dal leader radicale Edouard

Herriot, non riuscì tuttavia a far fronte alla grave crisi economico-finanziaria dovuta al deprezzamento del

franco e perciò cadde nel 25, e l’anno successivo fu chiamato a presiedere un governo di unità nazionale,

ma senza socialisti e comunisti, il moderato Raymond Poicaré, già presidente della Repubblica durante la

guerra e capo del governo nei primi anni Venti. Poicaré riuscì a garantire la stabilizzazione economica e le

esportazioni ripresero a crescere nel 28, ma la crisi del 29 ebbe effetti gravi anche qui e l’introduzione, nel

1930, dell’assicurazione nazionale contro malattie, anzianità e infortuni (i cui costi furono ripartiti tra

imprenditori e lavoratori) non bastò a contenere il diffuso malessere. Nel 34 la minaccia dell’estrema destra

con la Croix de Feu si manifestò nel tentativo di assalire il Parlamento sull’onda della scoperta di uno

scandalo politico-finanziario, ma l’intervento delle forze dell’ordine impedì che la sollevazione andasse a

buon fine. Il leader del Partito comunista francese, Maurice Thorez, lanciò l’appello ai socialisti all’”unità a

tutti i costi” durante il Congresso del 34, poiché non voleva che la minaccia fascista dilagasse nel paese. In

Gran Bretagna alle elezioni del 1918, svolte con la nuova legge elettorale (estendeva il suffragio a tutti i

cittadini maschi e alle donne con più di 30 anni), la coalizione fra i liberali di Lloyd George e i conservatori

di Andrew Bonar Law ottenne un successo schiacciante, e con queste elezioni si concluse la progressive

alliance, che dal 1906 aveva tenuto insieme liberali e laburisti. Il governo di coalizione tra liberali e

conservatori, guidato fino al 22 da Lloyd George, non ebbe vita facile nonostante l’ampia maggioranza di

cui godeva alla Camera dei Comuni. Nel 22 e nel 23 si ebbero ben due tornate elettorali che sancirono il

netto avanzamento dei laburisti, mentre il Partito comunista, fondato nel 1920 rimase marginale. Di fronte

all’impasse generato dalle elezioni del 23 nel gennaio 24 si formò un governo laburista di minoranza,

presieduto da Ramsay MacDonald, che si reggeva sull’appoggio esterno dei liberali, ma ebbe vita breve

perché già in ottobre fu sciolto e si tornò alle urne che sancirono una massiccia vittoria per il partito

conservatore. Il nuovo governo, presieduto da Stanley Baldwin e con Wiston Churchill come cancelliere

dello Scacchiere, attuò una politica economica rigorosa (rigorosa fu anche la risposta agli scioperi da essa

causati) riuscendo, nel 1925, a raggiungere la parità aurea della sterlina. Il partito laburista riuscì a risalire e

vinse le elezioni del 29, dotato questa volta di un’ampia legittimazione, anche se non della maggioranza

assoluta, MacDonald tornò alla guida del governo e decise di accettare l’invito del sovrano a formare un

governo di ampia coalizione, manovra che gli costò però l’espulsione dal partito, la cui leadership passò a

Arthur Handerson. Il nuovo esecutivo abbandonò la parità aurea della sterlina. Alle elezioni di ottobre 31 i

conservatori egemonizzarono la maggioranza di governo, mentre i laburisti furono penalizzati dalla

scissione e MacDonald si trovò a guida dell’esecutivo fino al 35, ma fu sempre “ostaggio” della

maggioranza conservatrice. Dal 35 il governo passò nelle mani di Baldwin e successivamente in quelle di

Neville Chamberlain e sotto questi governi conservatori la produzione riprese a crescere e sul piano sociale

la sfida fascista non destabilizzò il sistema politico.

I Fronti popolari: In base alla linea della Terza Internazionale ai partiti comunisti dei vari paesi veniva

impedita, in nome della tattica della “classe contro classe”, qualsiasi alleanza elettorale o politica. Questa

radicalizzazione dello scontro finì per danneggiare i partiti comunisti, che si ritrovarono completamente

isolati e la più grave situazione fu quella tedesca, dove la contrapposizione tra socialdemocratici e

comunisti aprì la strada alla presidenza Hindenburg e quindi, indirettamente, all’affermazione del nazismo.

A criticare la linea del fronte unico si levò la voce di Antonio Gramsci, che sostenne la necessità per i

comunisti di inserirsi nella lotta a fianco degli altri gruppi antifascisti. L’Internazionale comunista aveva

interpretato il fascismo italiano e tutti i regimi autoritari europei, come l’espressione dell’oppressione

borghese, ma l’ascesa del nazismo rivelò l’effettiva debolezza dei partiti comunisti. Stalin, temendo che

l’avvento di Hitler avrebbe spinto la Russia di nuovo nell’isolazionismo, cercò accordi diplomatici e l’URSS

venne ammessa alla Società delle nazioni nel 34 e iniziò i negoziati con la Francia che sfociarono nel patto

franco-sovietico del maggio 35. La radicalizzazione dello scontro politico fece adottare la strategia del

“fronte popolare” e non più unico, in quanto l’obiettivo era d’impedire che i gruppi di estrema destra

giungessero al potere. Il passaggio a questa nuova strategia venne ufficializzato nel 7 Congresso

dell’Internazionale nel 35, ma questa alleanza in chiave antifascista ottenne risultati concreti solo in Francia

e Spagna. In Francia il cartello formato da comunisti, socialisti e radicali si formò in vista delle elezioni del

36, ottenne il successo e il governo fu retto dal leader socialista Blum, che varò immediatamente una seria

di provvedimenti tra cui: un piano di lavori pubblici, un nuovo statuto per la Banca di Francia, l’aumento

dell’obbligo scolastico fino a 14 anni, l’istituzione di ferie pagate per due settimane e la riduzione della

settimana lavorativa a 40 ore. Blum dovette dimettersi nel 37 in seguito ad una crisi inflazionistica, che

tornò al governo nel 38 dopo una parentesi di governo radicale, ma venne messo in minoranza al Senato e

così il governo passò al radicale Deladier e l’esperienza del Fronte popolare si chiuse definitivamente.

Spagna e guerra civile: La guerra civile del 36-39 venne interpretata da molti come una prova generale

della seconda guerra mondiale. Nel 23, con un colpo di stato approvato dal sovrano, il governatore militare

di Barcellona Miguel Primo De Rivera instaurò una dittatura militare, che nonostante alcuni successi in

campo economico, come la riduzione della disoccupazione grazie ai lavori pubblici, la dittatura di De Rivera

non riuscì a placare il malcontento popolare e per questo nel 30 rassegnò le dimissioni. L’anno successivo,

dopo il tracollo dei partiti monarchici alle amministrative, anche il re Alfonso 13 decise di abdicare e i partiti

tradizionali della sinistra spagnola proclamarono la repubblica e convocarono le elezioni per la Costituente,

i cui lavori si conclusero nel 31 con la promulgazione di una testo che prevedeva suffragio universale,

separazione tra Stato e Chiesa e la libertà religiosa. Il governo del repubblicano Manul Azana, in carica nel

32-33, sciolse l’ordine dei gesuiti e fece cancellare la sovvenzione che lo Stato versava alla Chiesa, ma

anche l’esercito fu sottoposto ad un processo di rinnovamento che puntava a colpire l’autonomia delle forze

armate. Il governo cercò da un lato di allontanare la vecchia guardia militare attraverso il pensionamento

anticipato e dall’altro di aprire scuole di formazione di ufficiali e sottufficiali. Quest’operazione riuscì solo in

parte infatti i cosiddetti Africanistas, gli ufficiali di stanza nel Marocco, riuscirono a conservare le loro

tradizionali posizioni. I grandi proprietari terrieri furono danneggiati da una riforma agraria che puntava alla

redistribuzione delle terre, anche se i socialisti puntavano ad un uso collettivo dei terreni, mentre i

repubblicani volevano destinarli a piccoli proprietari indipendenti. A sinistra i gruppi erano divisi sugli

obbiettivi da perseguire, mentre a destra i partiti furono colti alla sprovvista dalla nascita della Repubblica e

per questo cercarono un’unificazione e formarono (tranne i carlisti) la Confederazione spagnola delle

destre autonome. Josè Antonio Primo de Rivera, figlio del dittatore, fondò la Falange. Alle elezioni del 33,

che seguirono alle dimissioni del governo a causa di una violenta sommossa, la Confederazione delle

destre ottenne la maggioranza relativa dei voti e si aprì il bienio nigro, che vide la fine della fase riformatrice

e il ritorno al conservatorismo radicale. Alla vigilia delle elezioni del 36, la polarizzazione del conflitto aveva

raggiunto livelli altissimi e, dopo lo scioglimento anticipato del Parlamento, si tennero nuove elezioni per le

quali le forze di sinistra costituirono un’alleanza pre-elettorale in chiave antifascista. La vittoria del Fronte

Popolare spinse le destre a tentare un colpo di stato militare: l’iniziativa fu presa dal generale Francisco

Franco che, cogliendo l’occasione dell’assassinio del leader della destra Josè Calvo Sotelo, nel luglio del

36 guidò la ribellione delle guarnigioni del Marocco. Allo scoppio della guerra civile, i governi delle altre

nazioni scelsero ufficialmente di non intervenire e si costituì un Comitato di non intervento a cui aderirono

Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania e Unione Sovietica. Tuttavia, Germania e Italia appoggiarono

militarmente le truppe di Franco, mentre l’URSS inviò aiuti alle forze repubblicane e da tutto il mondo

accorsero decine di migliaia di volontari antifascisti che diedero vita ai gruppi armati delle Brigate

Internazionali. I ribelli nazionalisti, sostenuti dalla Chiesa e dalla maggior parte delle forze armate poterono

contare sulle unità terrestri italiane e aeree tedesche, che effettuarono bombardamenti a tappeto sulle città

e il 26 aprile 1937, giorno di mercato, rasero al suolo la città basca di Guernica. Le divisioni interne al

raggruppamento repubblicano e la diminuzione degli aiuti dei volontari, consentirono ai nazionalisti di

chiudere vittoriosamente la guerra all’inizio del 39. Franco emanò il 1° aprile il bollettino della vittoria finale,

dopo aver rifiutato con forza qualsiasi ipotesi di cessazione negoziata dei combattimenti.

Questione irlandese: La classe politica inglese dagli anni Sessanta del 19esimo secolo dovette affrontare

il problema di governare Inghilterra, Galles, Scozia e Irlanda e soprattutto, mentre Galles e Scozia le

differenze culturali e religiose non sfociarono mai in un movimento separatista, in Irlanda il clima era più

teso. I deputati nazionalisti irlandesi favorevoli all’Home Rule usarono l’arma dell’ostruzionismo

parlamentare, mentre in Irlanda una campagna di proteste fu promossa dal movimento feniano e dalla Irish

Land League. Nel 1886 era fallito il disegno di legge Gladstone sull’Home Rule causando la spaccatura

del partito liberale e la nascita dei liberali unionisti; nel 1896 nacque il Partito repubblicano socialista

irlandese con l’obbiettivo di saldare la causa dell’indipendenza irlandese con la lotta di classe; nel 1905

veniva fondato dall’ex feniano Arthur Griffith il movimento indipendentista repubblicano e radicale del Sinn

Fèin. Dopo la netta vittoria del 1906 i liberali speravano di non dover affrontare la questione irlandese, ma

la crisi politico istituzionale del 1909-11 attribuì proprio agli 82 parlamentari irlandesi il ruolo di ago della

bilancia della maggioranza. Dopo l’approvazione del Parliament act del 1911, che toglieva alla Camera dei

Lord ogni potere sulle leggi finanziarie e consentiva ai Comuni di superare il veto della Camera Alta anche

sulle leggi ordinarie, la battaglia per l’Home Rule venne ripresa e il disegno di legge fu approvato tra l’aprile

12 e il maggio 14. Come risposta all’eventualità di un Parlamento irlandese autonomo, gli unionisti

dell’Ulster organizzarono l’Ulster Volunteer Force, e il leader conservatore Bona Law sostenne questa

resistenza armata. Lo spettro di una guerra civile si presentò nel 14, ma con lo scoppio della guerra il

governo decise di stabilire che l’Home Rule diventasse operativo solo un anno dopo la conclusione della

guerra. Tornò nuovamente in primo piano nel 1916, quando la domenica di Pasqua i membri del Sinn Fèin

si impadronirono della sede della posta centrale di Dublino e l’insurrezione si protrasse per tutta la

settimana, prima di essere repressa nel sangue. Alle elezioni del 18 vennero eletti 72 candidati del Sinn

Fèin che costituirono all’inizio del 19 un Parlamento autonomo a Dublino (Dàil éireann) e proclamarono

unilateralmente l’indipendenza dell’Irlanda, facendo appello al principio wilsoniano di autodeterminazione

dei popoli. La presidenza della neonata Repubblica venne affidata ad Eamon de Valera e nel 1920 Lloyd

George dovette concedere il Government of Ireland Act, che istituiva due parlamenti separati per il nord e il

sud dell’Irlanda, ma questo compromesso non fu abbastanza per il Dàil. Dopo alcune trattative il 6

Dicembre Lloyd George siglò un trattato che proclamava lo Stato libero d’Irlanda e lasciava al Regno Unito

sei delle nove contee che formavano l’Ulster. Nel 37 venne promulgata la Costituzione repubblicana, la

quale stabilì che la denominazione passasse a Irlanda che, nel 49 divenne ufficialmente indipendente

perdendo qualsiasi legame con il Commonwealth e passando al nome Repubblica d’Irlanda.

Fallimento Versailles: Francia e Gran Bretagna si impegnarono a mantenere lo status quo europeo

anche all’interno della Società delle Nazioni. L’Inghilterra siglò nel 1922 assieme a Stati Uniti e Giappone

gli accordi di limitazione degli armamenti navali e la Francia stipulò alleanze difensive con Belgio e Polonia

nel 20-21 e strinse rapporti con paesi della “piccola intesa” come Romania, regno jugoslavo e

Cecoslovacchia che dal 20 erano uniti per opporsi alle mire espansionistiche dell’Ungheria. La Germania si

era invece garantita, con il trattato di Rapallo del 1922, la ripresa dei normali rapporti diplomatico con

l’Unione Sovietica, grazie alla reciproca rinuncia ai pagamenti dei danni di guerra. Francia e Belgio nel

gennaio 23 occuparono militarmente la zona industriale della Ruhr causando una crisi che si concluse

quando il ministro degli esteri Stresemann (in carica dal 23 al 29) pose fine alla resistenza passiva,

giungendo sempre nel 25 al Patto di Locarno con cui la Germania accettava l’intangibilità delle frontiere

con Francia e Belgio e la smilitarizzazione della Renania (di questo accordo si resero garanti Gran

Bretagna e lo stesso Mussolini che, in questa fase, era alla ricerca di legittimazione internazionale). La

Germania nel 26 fu ammessa alla Società delle Nazioni, perdendo il profilo di paese vinto ed escluso dai

circuiti internazionali. Esclusa da Locarno, l’Unione Sovietica interpretò il trattato come un tacito assenso

alle rivendicazioni tedesche verso est e questo ne aumentò l’isolamento soprattutto dopo il 28. Nel 1928 il

ministro degli esteri francese e il segretario di Stato americano siglarono il patto di Briand-Kellogg; nato

dalla volontà francese di collegare indirettamente gli Stati Uniti alla Società delle Nazioni, stabiliva di non

considerare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali e fu firmato anche da

Germania, URSS e Italia. Dopo la crisi del 29 gli Stati Uniti puntarono a rafforzare il loro tradizionale

controllo sul continente americano riformulando lo sloga del “buon vicinato”; la Gran Bretagna, dopo quasi

un secolo di liberoscambismo, nel 1932 trasformò il Commonwealth in un sistema di preferenze

economiche sostanzialmente chiuso. La debolezza della Società delle Nazioni si vide ulteriormente nel 31

quando il Giappone, nel tentativo di assicurarsi una sfera d’influenza in Estremo Oriente, occupò

militarmente la regione cinese della Manciuria: l’appello del governo cinese alla Società delle Nazioni restò

senza alcun esito pratico e dopo il voto di condanna della Società, il Giappone uscì dall’organizzazione e

procedette tra il 35 e il 36 alla definitiva occupazione della Manciuria. La conferenza sul disarmo svoltasi a

Ginevra nel 1932 fu un altro insuccesso visto il mancato accordo tra le potenze vincitrici rispetto alle

richieste tedesche di revisione del trattato. L’avvento di Hitler sancì la fine dell’ordine europeo, infatti il

fuhrer ritirò la Germania dalla Conferenza sul disarmo e dalla Società delle Nazioni e nel 34 tentò una

prima volta, ma senza successo a causa dell’opposizione italiana, di annettere l’Austria.

Appeasement: Gran Bretagna e Francia, sole protagoniste della Società delle Nazioni, scelsero una

strategia definita appeasement come risposta ai nascenti revisionismi. Tale strategia si disponeva ad

accettare le pretese di Hitler confidando nel fatto che il raggiungimento dei principali obiettivi revisionisti ne

avrebbe stemperato l’aggressività. Nel frattempo Parigi aveva istituito la linea Maginot: linea difensiva sulla

frontiera franco-tedesca. Nel 1934 l’Unione Sovietica ottenne di essere ammessa alla Società delle Nazioni

e l’anno successivo venne siglato un patto franco-sovietico di non aggressione, con funzione di

accerchiamento della Germania. Nell’ottobre 35 Mussolini, nonostante pochi mesi prima in occasione della

conferenza di Stresa con Francia e Germania avesse confermato di voler mantenere gli ordinamenti di

Versailles, invase l’Etiopia come riscatto italiano della sconfitta di Adua (1896). La Società delle Nazioni, di

cui l’Etiopia era membro, reagì con una semplice condanna dell’aggressione e con l’adozione di sanzioni

economiche, poco efficaci, nei confronti dell’Italia. Anche in occasione della guerra civile spagnola Francia

e Gran Bretagna non intervennero mentre Mussolini e Hitler inviarono contingenti in supporto a Franco;

venne attuata la strategia dell’appeasement anche in occasione della rimilitarizzazione tedesca della

Renania nel 36 (anno in cui Germania e Giappone firmarono il Patto anti-comintern a cui l’anno successivo

aderì anche l’Italia che decretò la propria uscita dalla Società delle Nazioni). Nel marzo 38 venne portata a

termine l’Anshluss, a cui il governo inglese diede tacito assenso e dove Hitler impose un governo con la

presenza determinante di esponenti nazisti, ottenendo che l’annessione fosse sanzionata da un plebiscito.

Nel settembre 38 fu la volta della Cecoslovacchia, da cui Hitler pretendeva la cessione della regione dei

Sudeti in virtù del principio di nazionalità. La Francia era legata alla Cecoslovacchia da un’alleanza

difensiva, ma ciò nonostante prevalse la strategia dell’appeasement e per iniziativa del primo ministro

inglese Chamberlain venne convocata a Monaco una conferenza per decidere il destino dei Sudeti. Svoltati

il 29-30 settembre 38, la Conferenza vide partecipare Hitler, Mussolini, Chamberlain e il presidente del

Consiglio francese Daladier, mentre non furono convocati rappresentanti di URSS e Cecoslovacchia,

nonostante quest’ultimo fosse il paese interessato. A Monaco, culmine della politica dell’appeasement, si

decise di consentire alla Germania l’annessione dei Sudeti. Nel marzo 39 il Fuhrer impose lo

smembramento della parte residua della Cecoslovacchia, dividendola tra un protettorato di Boemia e

Moravia sotto il controllo tedesco e una Slovacchia formalmente indipendente, ma un governo filonazista

ne fece immediatamente uno Stato satellite. Ad aprile l’Italia si annetté l’Albania e il mese successivo siglò

con Hitler il Patto d’acciaio. Stalin reagì negativamente all’esclusione dalla conferenza di Monaco,

pensando che le potenze occidentali volessero dirottare la pressione hitleriana contro l’URSS. Hitler,

desideroso di attaccare la Polonia offrì a Stalin l’opportunità di un accordo, per non essere impegnato su

due fronti e così il 23 agosto 39 venne siglato dai ministri degli esteri Ribbentrop e Molotov (rispettivamente

tedesco e sovietico) un patto di non aggressione. Un protocollo aggiuntivo segreto configurava una vera

spartizione dell’Europa orientale in sfere d’influenza, che garantiva all’Unione Sovietica l’occupazione di

tutta la Polonia orientale fino alla Vistola e di poter estendere la propria egemonia sulla Finlandia e sugli

altri Stati Baltici. A questo punto Francia e Gran Bretagna firmarono un accordo difensivo con la Polonia. Il

1°settembre 39 Hitler diede ordine alla Wehrmacht di varcare il confine polacco, e due giorni dopo Londra

e Parigi dichiaravano guerra alla Germania.

2° Guerra Mondiale: Nonostante la dichiarazione di guerra del 3 Settembre, Francia e Germania non

poterono fare nulla, operativamente, per difendere la Polonia che fu rapidamente invada dalle truppe

tedesche. In base alle clausole del Patto Molotov-Ribbentrop, anche l’esercito sovietico invase la Polonia

dell’est. Una volta smembrata la Polonia, l’Unione Sovietica occupò i tre paesi baltici e invase la Finlandia,

riuscendo a piegarla solo nel marzo 40; Hitler puntò invece sui paesi scandinavi: nell’aprile la

Wehrmachtattaccò Danimarca e Norvegia, la prima cadde subito mentre la seconda resistette fino all’inizio

di giugno, quando il re Haakon 7 fu costretto a fuggire a Londra costituendovi il proprio governo. Lo stato

maggiore francese si era preparato per una lunga guerra di pozione, ma i tedeschi, come avevano già fatto

in atto una guerra lampo. L’offensiva tedesca, iniziata il 10 maggio 1940, non si diresse verso la linea

Maginot, ma invadendo Olanda e Belgio neutrali, colpì la sguarnita ala sinistra dello schieramento

avversario, riuscendo così ad aggirare le fortificazioni. Il 20 Maggio i tedeschi avevano già raggiunto la

Manica e le truppe anglo-francesi si dovettero ritirare verso il porto di Dunkerque. La Francia venne

rapidamente conquistata e il 14 giugno cadde Parigi: Petain, nuovo capo di governo, il 22 giugno firmò le

condizioni d’armistizio: il territorio francese veniva diviso in una parte settentrionale, compresa Parigi, sotto

diretto controllo tedesco, mentre il sud della Francia e le colonie rimasero formalmente sotto

amministrazione francese, che assunse tuttavia la configurazione di un regime collaborazionista. Il governo

di Petain stabilì la propria sede a Vichy e ebbe così fine la Terza Repubblica. Il 10 giugno Mussolini, che

inizialmente aveva scelto la “non belligeranza”, dichiarò guerra a Francia e Gran Bretagna, nella

convinzione che il conflitto si stesse per chiudere. In Inghilterra Winston Churchill, oppositore della politica

dell’appeasement, costituì un gabinetto di larga coalizione, denunciò l’alleanza con la Francia

collaborazionista, attuò un blocco navale nell’Atlantico e nel Mediterraneo e chiese poi sostegno agli Stati

Uniti, che dal giugno 1940 iniziarono a inviare armi e munizioni. Hitler cominciò ad attaccare la Gran

Bretagna per vie aeree, l’operazione Leone Marino fu lunga perché ad ogni attacco della Luftwaffe,

rispondeva un attacco della Royal Air Force causando così vittime da entrambe le parti, ma senza giungere

ad un risultato netto. Gli Stati Uniti nel 41 vararono la legge “affitti e prestiti” che consentiva all’Inghilterra di

acquistare materiali bellici rimandando il pagamento alla fine del conflitto. Le intenzioni di Mussolini

riguardo l’intervento italiano erano quelle di condurre una “guerra parallela” e per questo dopo alcune

offensive contro l’esercito francese, Mussolini dispiegò le truppe nell’Africa settentrionale e nei Balcani.

Nonostante alcuni iniziali successi, come l’occupazione della Somalia britannica nell’agosto 4° e la

penetrazione in Egitto in settembre, Mussolini non riuscì ad impadronirsi delle aree petrolifere del Medio

Oriente e del canale di Suez e venne anzì sconfitto dalla controffensiva inglese in Libia. La campagna in

Grecia rivelò tutti i limiti dell’esercito italiano: iniziata il 28 ottobre 1940, attraverso le basi in Albania, la

campagna si rivelò immediatamente disastrosa, con i greci che riuscirono a respingere l’offensiva e a

contrattaccare, mentre uno sbarco britannico a Salonicco (marzo 41) mise fine ai sogni mussoliniani di

autonomia rispetto all’alleato germanico. Grazie all’intervento tedesco, nella primavera 41, si giunse alla

capitolazione della Grecia e nel frattempo la Wehrmacht ottenne il controllo dell’area balcanica. Bulgaria,

Ungheria e Romania si erano schierate con la Germania, la Jugoslavia venne invece invasa dalle truppe

italo tedesche nell’aprile 41, costretta alla resa in pochi giorni fu smembrata: la Germania si annetteva

parte della Slovenia mentre l’Italia occupò parte della Dalmazia. L’urgente invio dell’Afrikakorps comandato

dal generale Erwin Rommel consentì di arrestare l’offensiva inglese e passare al contrattacco recuperando

il controllo della Cirenaica. Nell’aprile 41 si concludeva tuttavia l’effimero sogno imperiale del duce, con la

conquista di Addis Abeba da parte degli inglesi.

1941: Convinto che le prospettive della guerra fossero favorevoli all’Asse, Hitler decise di sferrare l’attacco

all’Unione Sovietica, che corrispondeva sia alla lotta al bolscevismo che alla conquista dello spazio vitale

ad est. L’attacco, in codice Operazione Barbarossa, ebbe inizio il 22 giugno con 150 divisioni tedesche che

si diressero verso Mosca, Leningrado e l’Ucraina meridionale. L’Armata Rossa non resse all’urto e fu

costretta alla ritirata , permettendo ai tedeschi di occupare Kiev e l’intera Crimea, Leningrado e arrivare alle

porte di Mosca. Il sopraggiungere dell’inverno fece però fallire il piano hitleriano di una guerra da

concludersi entro il 1941. Il Giappone invase l’Indocina francese, e successivamente siglò un accordo di

non aggressione con l’Unione Sovietica. Il 7 dicembre 41 il Giappone attaccò a sorpresa la base navale

statunitense di Pearl Harbour, e il presidente americano Roosevelt nell’agosto del 41 aveva sottoscritto la

Carta Atlantica con Churchill e non esitò a dichiarare guerra al Giappone. Subito dopo l’operazione di Pearl

Harbour, i giapponesi, approfittando dell’indebolimento della flotta statunitense, invero le Filippine, Guam,

Hong Kong, Malesia e Singapore. In quest’anno divenne chiaro che il conflitto era di natura ideologica, e

per questo sarebbe proseguito sino ad una resa incondizionata. Stalin sottoscrisse la Carta Atlantica, che

stabiliva il futuro ordinamento post bellico deciso in base al principio wilsoniano della liberta di decisione del

popolo e il rifiuto di annessioni territoriali. Il 1° gennaio 42 il comune impegno contro il nazifascismo venne

formalizzato nella Dichiarazione delle Nazioni Unite, firmata congiuntamente da Stati Uniti, Unione

Sovietica, Gran Bretagna, Canada, Cina, Belgio e Austrialia (tale accordo prevedeva la rinuncia a paci

separate). In particolare da questo momento Inghilterra e Stati Uniti finanziarono massicciamente la

resistenza sovietica, mentre la Germania si finanziava sfruttando brutalmente i territori occupati

Regimi collaborazionisti: Il primo collaborazionismo si ebbe in Norvegia durante l’invasione tedesca del

1940 dove, come in Olanda ci fu una piena adesione ai principi hitleriani, mentre in Slovacchia il governo

collaborazionista fu una mescolanza di ideali nazionalisti, cattolici e fascisti. In Croazia al vertice del regime

collaborazionista si pose Ante Pavelic, capo del movimento nazionalista e indipendentista (dalla

Jugoslavia) degli ustascia. Aiutati da Mussolini, gli ustascia cercarono di rendere il paese partecipe dello

sforzo bellico dell’Asse e perseguirono anche ebrei, serbi, comunisti e zingari. Furono di tipo

collaborazionista anche i governi di Ungheria, Romania e Bulgaria che diedero solo un contributo militare,

come un corpo di volontari arrivò anche dalla Spagna di Franco. In Francia Petain voleva conservare per la

Francia spazi di autonomia, ma quando venne sostituito da Perre Laval venne varata una legislazione

antisemita che si protrasse fino alla fine dell’occupazione. Un tentativo di golpe collaborazionista ci fu

anche a Baghdad, ma venne rapidamente represso dalla Gran Bretagna. Nella prima metà del 42 le forze

dell’Asse sembravano in grado di vincere la guerra, ma poi: a giugno gli Stati Uniti sconfissero la flotta

giapponese al largo delle isole Midway; a ottobre le truppe italo-tedesche di Rommel subirono la massiccia

controffensiva britannica ad El Alamein (Alessandria d’Egitto); a novembre le truppe inglesi di Montgomery

e quelle americane di Eisenhower accerchiarono le truppe dell’Asse in Marocco e Algeria, costringendole a

ritirarsi in Tunisia. Nell’autunno-inverno del 42 si ebbe anche la controffensiva dell’Armata Rossa, che ebbe

inizio nel settore di Stalingrado, l’armata di Von Paulus, costretta da Hitler a resistere ad oltranza si

arresero solo il 2 febbraio 43. Anche il corpo italiano in Russia, l’ARMIR, subì l’offensiva lungo il fiume Don

e fu decimato a causa di una ritirata drammatica. Nel gennaio 43 si svolse a Casablanca la prima

conferenza interalleata dove venne confermato il principio della resa incondizionata e decisero che il passo

successivo sarebbe stato lo sbarco in Sicilia, che avvenne il 10 luglio 43. Il 15 luglio Mussoline venne

messo in minoranza dal Gran Consiglio, costretto a dimettersi e arrestato. Gli alleati iniziarono la risalita

della penisola dopo la firma dell’armistizio e trovarono difficoltà alla linea Gustav (tra Gaeta e Ortona). I tre

grandi si incontrarono nuovamente a Teheran nel novembre 43, dove si decise lo sbarco in Normandia per

la primavera 44. Dopo alcuni rinvii a causa maltempo il 6 giugno fu il D Day e prese avvio l’operazione

Overlord con circa 5 mila navi e 3 milioni di soldati; ad agosto gli angloamericani entrarono a Parigi.

Shoah: L’originale piano hitleriano prevedeva la deportazione degli ebrei in Madagascar e altre zone

dell’Africa, ma il fallimento dell’operazione Leone marino rese impossibile la realizzazione di tale piano, si

pensò allora una generale deportazione in Siberia una volta conquistata l’Unione Sovietica, ma l’elevato

numero di ebrei presenti nelle terre conquistate nei primi anni di guerra rese indispensabile che

l’epurazione avvenisse in Polonia. Venne emesso il decreto “notte e nebbia” che prevedeva la

deportazione nei lager e fu avviata la liquidazione. La cosiddetta “soluzione finale” venne pianificata nella

Conferenza di Wannsee, presso Berlino, il 20 Gennaio 1942 alla presenza di Reinhard Heydrich, vice di

Himmler e capo del servizio di sicurezza del Reich, e Adolf Eichmann, l’organizzatore pratico delle

operazioni di sterminio. Viene spesso utilizzato impropriamente “olocausto”, che nel linguaggio ebraico

indicava il sacrificio di una vittima a Dio, dagli ebrei viene invece utilizzato il termine Shoah ovvero

“catastrofe”. Secondo alcuni la Shoah non deve essere interpretata come un fenomeno di portata unica ed

eccezionale per non istituire un’implicita gerarchia tra le vittime delle azioni genocidarie del Novecento.

Resistenza: Nel linguaggio storico-politico il termine Resistenza indica l’insieme dei movimenti di

opposizione, sia politica che militare, sorti durante la Seconda Guerra mondiale contro l’occupazione delle

potenze dell’asse e i regimi da esse sostenuti. Nei vari movimenti di resistenza convisse alcuni elementi

comuni: la guerra patriottica di liberazione nazionale; la dimensione “politico-ideologica”; la forma di guerra

civile e quella di lotta di classe, soprattutto da parte dei gruppi comunisti. Il 18 giugno 40, da Londra dove

era fuggito, il generale Charles De Gaulle lanciò un appello ai francesi invitandoli a continuare la lotta

contro i tedeschi per conto della Franci Libera da lui presieduta; atto che gli valse, da parte di Churchill, il

riconoscimento di “rappresentante della Francia Libera”. La Resistenza francese divenne più efficiente

dopo che la Germania attaccò l’Unione Sovietica e il partito comunista assunse un ruolo di primo piano nel

movimento. Sul territorio francese i cosiddetti maquis, conducevano una guerra per bande, con azioni di

sabotaggio di vie di comunicazione, come in occasione dello sbarco in Normandia; e il 25 agosto 44 le

truppe di De Gaulle e i reparti della Francia Libera entrarono trionfalmente a Parigi. La Resistenza

jugoslava si configurò invece come un’autentica guerra di popolo dove l’armata popolare di liberazione

costituita dal giugno 41 e guidata dal leader comunista Josip Broz, noto come Tito, riuscì ad imporsi,

espellendo le truppe dell’Asse dal territorio jugoslavo tra 44 e 45 senza l’ausilio dell’Armata Rossa. Nel

maggio 45 Tito occupò Trieste dichiarandola città autonoma e procedendo alla repressione che culminò

nell’uccisione di migliaia di persone e nell’occultamento dei loro cadaveri all’interno delle foibe. Gli alleati

imposero a Tito di ritirarsi, ed egli constatato che Stalin non lo avrebbe appoggiato, il 9 giugno 45 fece

arretrare le proprie truppe. In Germania il più importante gruppo di Resistenza fu quello della Rosa Bianca

costituito da studenti dell’università di Monaco, la cui azione più eclatante fu l’attentato a Hitler del 20 luglio

44, che solo per un caso ferì solamente Hitler. In Italia la nascita di movimenti partigiani coincise con la

caduta del regime fascista il 25 luglio 43, con Vittorio Emanuele 3 che diede ordine a Pietro Badoglio di

formare un nuovo governo. Il nuovo capo del governo cominciò subito le trattative per giungere ad un

armistizio che venne firmato il 3 settembre, ma reso noto solo 5 giorni dopo affermando che le forze armate

italiane avrebbero dovuto reagire “a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Mentre gli italiani si

trovarono senza ordini precisi, il Comando supremo tedesco aveva da tempo predisposto il cosiddetto

piano Achse che prevedeva, in casi di capitolazione italiana, il disarmo immediato di tutti i contingenti

italiani nella penisola e nei Balcani. Mussolini costituì la Repubblica Sociale Italiana come regime

collaborazionista che riprendeva alcuni tratti del fascismo delle origini. La difesa di Roma, messa in atto da

alcuni reparti militari, nonostante la mancanza di ordini superiori, e da una parte di popolazione civile non

trovò supporto dal re e dal capo del governo che si rifugiarono a Brindisi. A Cefalonia la divisione italiana

Acqui, rifiutò di piegarsi all’ultimatum tedesco per la cessione delle armi, i tedeschi ebbero la meglio e per

ordine espresso di Hitler, circa 6500 prigionieri italiani furono fucilati. In Italia nacquero gruppi legati

all’appartenenza politica: le brigate giustizia e libertà (Partito d’azione), le brigate Garibaldi (Partito

comunista), le brigate Matteotti (Partito socialista), le Fiamme Verdi e le Osoppo (Democrazia Cristiana,

partito ricostruito dalle ceneri del Partito popolare di Luigi Sturzo). Già il 9 settembre gli antifascisti avevano

dato vita al primo Comitato di Liberazione Nazionale. Al 1° Congresso dei CLN, svoltosi a Bari nel gennaio

44, si decise di rinviare la scelta tra monarchia e repubblica ad un referendum da tenersi alla fine della

guerra; inoltre il CLN di Milano venne trasformato nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, che

sotto la presidenza di Ferruccio Parri e Luigi Longo, assunse la direzione della Resistenza settentrionale.

Rientrato in Italia il 27 marzo 44, dopo 18 anni d’esilio, Togliatti, parlando a Napoli al Consiglio nazionale

del PCI, invitò tutti i partiti antifascisti a sospendere le polemiche contro la Corona e ad aderire ad un nuovo

governo di unità nazionale. Le sue tesi vennero ricordate come la “svolta di Salerno” trovarono attuazione il

22 aprile con la nascita del primo governo di unità nazionale, presieduto da Badoglio. Il re Vittorio

Emanuele 3, su sollecitazione di Benedetto Croce e Enrico De Nicola, accettò di lasciare i pieni poteri al

figlio Umberto in qualità di luogotenente generale del Regno, non appena fosse stata liberata Roma, cosa

che avvenne nel giugno 44. Dopo la liberazione di Roma si insediò anche un nuovo governo di unità

nazionale, espressione diretta del CLN, guidato dal socialista Ivanoe Bonomi. Oltre ai gruppi partigiani si

formarono già nell’inverno 43 i Gruppi d’azione patriottica che operavano nelle città, e furono protagonisti di

azioni controverse come l’attentato ad una colonna tedesca in via Rasella , a Roma, che fu all’origine della

rappresaglia tedesca contro 335 civili alle fosse ardeatine. La Resistenza italiana lungo le catene montuose

riuscì a creare vere e proprie “repubbliche partigiane”, Firenze fu la prima grande città dove l’arrivo degli

Alleati, nell’agosto 44, fu preceduto da un’insurrezione armata guidata da organismi della Resistenza. Il

movimento resistenziale rallentò nell’inverno 44 a causa delle difficoltà americane nel superamento della

linea Gotica (da Massa Carrara a Rimini), ed infatti il 13 novembre il generale inglese Harold Alexander

annunciava la sospensione delle operazioni alleate in Italia e invitava le bande partigiane a cessare

qualsiasi attività su vasta scala. Il 25 aprile 45 ci fu un’insurrezione generale proclamata dal CLNAI; due

giorni dopo nei pressi di Dongo sul lago di Como, la 52^ brigata Garibaldi bloccò l’autocolonna tedesca

diretta alla frontiera svizzera su cui viaggiava Mussolini insieme ad alcuni gerarchi della RSI: furono tutti

fucilati e i loro corpi appesi a testa in giù a piazzale Loreto a Milano, dove il 10 agosto 44 la stessa sorte

era toccata a 15 antifascisti.

La nuova carta dell’Europa: Dopo la liberazione della Francia e l’avanzata sovietica ad est, l0esercito

tedesco tentò un’ultima offensiva attaccando le truppe statunitensi nella regione delle Ardenne in Belgio,

ma l’avanzata fu respinta e i tedeschi furono costretti ad abbandonare tutti i territori in loro possesso. La

Germania venne sottoposta a bombardamenti, il più tragico fu quello che rase al suolo Dresda nel febbraio

45. Hitler, rinchiuso da settimane nel bunker della cancelleria, si tolse la vita il 30 aprile e il 7 maggio la

resa incondizionata della Germania venne firmata dall’ammiraglio Karl Donitz, designato da Hitler come

proprio successore. Nell’inverno 44 fu portata a termine la riconquista delle Filippine, importanti per

minacciare il territorio giapponese; nella prima metà del 45 tutti gli arcipelaghi del Pacifico centrale e

meridionale, occupati dai giapponesi, furono liberati. Restava da piegare la resistenza giapponese, la cui

resilienza indusse Trooman (succeduto a Roosevelt morto il 12 aprile 45) ad impiegare la bomba nucleare,

messa a punto da un gruppo di scienziati guidati da Enrico Fermi, e precedentemente sperimentata nel

deserto messicano di Alamogordo. Il 6 agosto venne sganciata la prima bomba atomica su Hiroshima; il 9

la seconda venne sganciata su Nagasaki per un totale di 290 mila vittime. Il 15 agosto l’imperatore

giapponese ordinò la cessazione delle ostilità e il 2 settembre firmò la resa incondizionata; terminava così

la Seconda guerra mondiale con un bilancio di 50 milioni di morti. Nell’ottobre 44 si riunirono a Mosca

Churchill e il suo ministro degli esteri Anthony Eden; Stalin e Molotov e l’ambasciatore americano William

Harriman, in quest’occasione tracciaron un accordo informale sulle potenziali sfere d’influenza in Europa. I

tre grandi si riunirono nel febbraio 45 a Yalta, in Crimea, dove discussero del futuro della Germania di cui si

stabilì la divisione in 4 zone e la sua completa denazificazione; approvarono il riconoscimento del governo

polacco nominato dai sovietici con la sola clausola dell’aggiunta di alcuni esponenti del governo esiliato a

Londra. Churchill, Stalin e Roosevelt, in conformità con i principi della Carta atlantica del 41, approvarono

una Dichiarazione dell’Europa liberata, che sanciva il diritto dei popoli europei di scegliere liberamente la

propria forma di governo mediante libere elezioni. Nella conferenza di San Francisco dell’aprile-giugno 45

fu siglata la Carta delle Nazioni Unite istitutiva dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, finalizzata ad

assicurare la pace e la sicurezza internazionale, l’ONU venne strutturata in 3 organismi: l’Assemblea

generale degli Stati membri, un Segretariato generale presieduto da un segretario eletto ogni 5 anni e un

Consiglio di sicurezza di 15 membri. Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica, Francia e Cina entrarono

come membri permanenti del Consiglio, mentre gli altri 10 rappresentanti dovevano essere eletti ogni due

anni, a rotazione, dall’Assemblea. L’ONU ottenne poteri e mezzi di intervento più ampi per agire in caso di

minacce alla pace di quanti non ne disponesse la Società delle Nazioni. Nonostante questi provvedimenti

restavano ancora aperte molte questioni e l’utilizzo della bomba atomica portò ad un generale

innalzamento della tensione internazionale. Nell’ultima conferenza interalleata, che si tenne a Potsdam nel

luglio-agosto 45 con la guerra nel Pacifico era ancora aperta erano presenti Stalin, Trooman e il leader

labourista Clement Attlee (vittorioso alle elezioni del 2 luglio). In quest’occasione vennero ribadite la

divisione in 4 zone e la smilitarizzazione della Germania; venne riconosciuta la supremazia sovietica nei

paesi dell’Europa centrale e orientale, dietro la promessa di far tenere in tempi brevi libere elezioni;

all’URSS furono attribuite la Prussia orientale e le regioni orientali della Polonia; non fu raggiunto però un

accordo sulla questione dei risarcimenti di guerra da imporre alla Germania e ci limitò a stabilire che

all’interno della propria zona di occupazione ciascuna potenza avrebbe gestito autonomamente l’entità e la

tipologia delle riparazioni.

Guerra Fredda: La Francia, venne ammessa al tavolo dei vincitori come tributo all’opera di De Gaulle, ma

era in una condizione di palese inferiorità rispetto alle altre potenze: la Gran Bretagna poteva considerarsi

la vincitrice morale del conflitto, ma perse il suo status di grande potenza. Stati Uniti e Unione Sovietica

controllavano militarmente la quasi totalità degli Stati europei continentali, con gli Stati Uniti che vantavano

una potenza economica e di tecnologia militare piuttosto netta, mentre Mosca poteva vantare un esercito

numericamente molto più vasto. L’URSS attuò alcuni colpi di mano in Bulgaria e Romania per avere un più

ampio margine strategico e di controllo, Stalin dichiarò unilateralmente che i territori a est dei fiumi Oder e

Neisse venissero sottoposti all’amministrazione polacca, ossia sotto il sostanziale controllo sovietico e

decise di trasferire intere industrie e materie prime tedesche verso l’Unione Sovietica. Stalin operò anche

sul ristabilimento della navigabilità degli Stretti sul Mar Nero, fino a quel momento regolata dalla

Convenzione di Montreux, secondo cui la Turchia tra 41 e 45 procedette alla loro chiusura. Il 5 marzo 46

Churchill in un discorso al Westminster College affermò che “da Stettino nel Baltico a Trieste nell’Adriatico

una cortina di ferro è scesa attraverso il continente” (il termine “guerra fredda” venne coniato da Lippmann

nel 47). Questo discorso e il cosiddetto “lungo telegramma” di un funzionario dell’ambasciata americana a

Mosca, fecero sviluppare all’amministrazione americana la strategia del containment, passata alla storia

come “dottrina Trooman”. Tale tattica si fondava sul presupposto di contenere il comunismo all’interno dei

suoi confini e di “appoggiare i popoli liberi che resistono ai tentativi di assoggettarli compiuti da minoranze

armate o da pressioni esterne”. Dopo questo discorso il Congresso americano dispose i finanziamenti per

combattere i comunisti in Grecia, dove i comunisti stavano cercando di abbattere il monarca Giorgio , e in

Turchia. Nel frattempo Jugoslavia e Albania videro l’affermarsi dei partiti comunisti senza l’aiuto dell’Armata

Rossa, che si rese necessario in Bulgaria e Romania; in Ungheria i comunisti sconfissero, tramite brogli e

violenze, i liberali; il partito comunista cecoslovacco, con la minaccia di uno sciopero generale, costrinse il

presidente della Repubblica ad eliminare dal governo tutti i ministri non comunisti e nel giro di pochi mesi la

Cecoslovacchia si costituì come un regime filosovietico.

Accordi economici: Nel luglio 44 si tenne a Bretton Woods, una conferenza che vide 45 Stati riunirsi per

stabilire le regole delle nuove relazioni commerciali e finanziarie: vennero ridimensionate le norme

protezionistiche e furono aperte al libero commercio quelle che in precedenza erano le aree preferenziali

riservate alle singole potenze. A Bretton Woods venne inoltre istituito il Fondo monetario internazionale,

un’istituzione sovranazionale incaricata di costituire un’adeguata riserva valutaria mondiale, da cui gli Stati

avrebbero potuto attingere in caso di necessità, e per fare ciò venne deciso di fissare la parità dell’oro al

dollaro. Furono inoltre create l’Organizzazione internazionale del commercio e la Banca mondiale, nata allo

scopo di concedere prestiti agli Stati per sostenere la ricostruzione e lo sviluppo. Con il General Agreement

on Tariffs and Trade, stipulato a Ginevre nel 47, si stabiliva un generale abbassamento dei dazi doganali.

L’Europa era però in una situazione di crisi, e il segretario di Stato americano George Marshall mise a

punto un piano di aiuti diretto ai paesi europei, anche per proseguire la dottrina Trooman in quanto un

innalzamento delle tensioni avrebbe favorito il diffondersi di idee di sinistra. L’European Recovery Program,

proposto nel 47 e passato alla storia con il nome di piano Marshall prevedeva aiuti per 4 anni e fu rivolto a

tutti i paesi europei, compresi quelli sottoposti al controllo sovietico. Molotov sostenne che il piano era un

attacco diretto all’indipendenza dei paesi europei. Al piano aderirono 16 nazioni; i governi di Varsavia e

Praga manifestarono un deciso interesse nei confronti del piano americano, ma il niet di Molotov chiuse

ogni spazio alle trattative. In risposta vennero varati i piani Molotov, ossia un programma di aiuti alle

economie dell’Europa dell’est, che conobbero una crescita dell’economia, senza però, contrariamente alle

nazioni dell’Europa occidentale, ricadute concrete nella vita dei cittadini in quanto l’aumento era dovuto

all’industria pesante.

Welfare State: Presero consistenza le tesi volte a superare il concetto dello Stato come espressione di

potenza, warfare, per ripensarlo invece in termini di welfare, ossia di uno stato che agisce in maniera

positiva per concedere a tutti i cittadini un più ampio grado di libertà materiale e morale, dunque uno Stato

erogatore di sevizi. Nello stato scoiale la fabbrica, dovrebbe diventare un elemento di unione fra le classi, in

quanto strumento di creazione di ricchezza che viene poi redistribuita tra le classi. Keynes mise l’accento

sui compiti di uno stato interventista: come adottare politiche di sostegno ai consumi e alla domanda di

beni. In Gran Bretagna, tornati al potere i laburisti nel 45, il governo trasferì nelle mani pubbliche importanti

settori dell’economia attuando provvedimenti come: l’istituzione di un salario minimo nazionale; la

concessione di assegni familiari e l’istituzione di un sistema di sanità nazionale gratuita per tutti i cittadini.

La Repubblica federale tedesca, aveva un sistema politico di stampo liberal-democratico , fu il paese

europeo dove lo sviluppo del benessere sociale divenne essenziale, il governo di Bonn si impegnò per

garantire ai propri cittadini un alto tenore di vita, di sicurezza, di benessere e di libertà. Tra 1950 e 1980 la

produzione manifatturiera aumentò del 100% in Gran Bretagna, del 450% in Italia e del 1200% in

Giappone, avvicinando tutti gli stati all’American way of life. Ci furono anche oppositori di questo sistema

come Galbraith che indicò come nella società dell’epoca i cittadini venissero considerati solamente in

funzione della loro capacità di consumatori piuttosto che nella loro veste di individui portatori di diritti e

valori.

Germania: Il 5 giugno 45 il Comando supremo delle zone d’occupazione assunse tutti i poteri e ciascun

paese assunse il controllo della propria zona. Ebbe così inizio il protocollo “delle Quattro D” ovvero gli

obbiettivi comuni di: democratizzazione, denazificazione, demilitarizzazione e decartellizzazione a cui si

aggiungeva anche un progetto di decentralizzazione, anche se le potenze dimostrarono di leggere

diversamente i principi che avevano fissato di comune accordo. Un esempio delle difficoltà si manifesto

nella riserva che l’Unione Sovietica espresse sul risultato del processo di Norimberga, che lamentava che

le accuse non avessero toccato il governo e lo stato maggiore militare, e soprattutto per l’assoluzione di

Fritzsche, vice di Goebbels, a von Papen e a Schacht, ministro dell’economia 34-37. Gli inglesi non vollero

fiaccare lo spirito già provato del popolo tedesco e promossero la formazione di strutture embrionali di

autogoverno, e gli americani sostennero la pubblicazione di diverse testate giornalistiche. Nel novembre 46

si arrivò alla ratifica di un accordo tra il ministro degli esteri britannico Ernst Bevin e il segretario di stato

americano James Byrnes secondo il quale le loro zone si sarebbero unite nella “bizona”. Nella conferenza

di Londra del febbraio 48, tra paesi occupanti e paesi del Benelux, si arrivò alla formazione della “Trizona”

con l’annessione della zona francese. I sovietici accusarono gli angloamericani di star venendo meno agli

accordi di Potsdam, ma furono loro i primi a contravvenire a tali accordi imponendo l’unificazione forzata, e

quindi non una libera scelta politica, di partito socialdemocratico e comunista per formare la SED. Il 18

giugno 48 nella trizona si cambiò moneta passando dai reichsmark ai deutsche mark, e si tolsero il

controllo sui prezzi e il blocco dei salari; tale manovra inizialmente diede luogo a dubbi, ma

successivamente si rivelò la scelta vincente. Il 23 giugno venne annunciato il cambio della moneta anche

nell’area orientale; le nuove banconote ebbero il nome di deutsche mark-ost, ma i due marchi si

scambiavano con un rapporto di 4:1 a favore della moneta dell’ovest. A partire dal giorno successivo

all’entrata in vigore della nuova moneta i sovietici bloccarono tutti gli accessi terrestri a Berlino ed estesero

la validità della propria moneta anche nel settore ovest della città. A partire dalla notte tra 24 e 25 giugno

furono bloccati i rifornimenti di carbone e acciaio provenienti dalla Ruhr verso la Germania orientale e allo

stesso tempo si diede vita ad un gigantesco ponte aereo che avrebbe costantemente rifornito i berlinesi. Il

12 maggio 1949 si arrivò ad un accordo che garantiva la sospensione del blocca da parte sovietica in

cambio della ripresa dei rifornimenti di carbone e acciaio provenienti dalla Ruhr.

Guerra di Corea: nell’agosto 1949 l’Unione Sovietica portò a compimento il primo esperimento nucleare,

annullando il vantaggio tecnologico statunitense. Poche settimane più tardi, in Cina, gli scontri tra

nazionalisti e comunisti, che avevano conosciuto una tregua durante la guerra mondiale, scoppiarono in

una guerra civile. Le forze nazionaliste di Chiang Kai-Shek non riuscirono a tenere testa ai comunisti di

Mao Zedong, che il 1° ottobre entrarono a Pechino e proclamarono la Repubblica Popolare cinese e nel

febbraio 50 venne firmato un patto di amicizia fra Mosca e Pechino, alterando i rapporti di forza tra i due

blocchi. Un memorandum dell’aprile 50 pubblicato dal National Security Council statunitense invocava

l’estensione della strategia del containment con un più ampio intervento militare. Fin dall’inizio del secolo la

Corea era stata contesa fra Cina, Russia zarista e Giappone ed ora il paese era invaso dalle truppe

sovietiche nella parte nord e da quelle americane a sud, la linea di demarcazione era al 38°parallelo. Nel

48-499 russi e americani si ritirarono lasciando un governo filocomunista al nord e un governo autocratico e

filoamericano al sud. Stalin inizialmente dissuase il governatore comunista dall’opera di unificazione, ma

poi concessa il nulla osta e così il 25 giugno 1950 le truppe di Kim il Sung attraversarono il 38° parallelo

arrivando alle porte di Seul. Fu riunito il Consiglio di sicurezza dell’ONU al quale, l’URSS non partecipò in

segno di protesta contro le potenze occidentali che, dopo la sconfitta della Cina nazionalista, non avevano

provveduto all’avvicendamento tra Cina nazionalista e Repubblica Popolare all’interno del Consiglio stesso.

Il Consiglio riconobbe la Corea del Nord come stato aggressore e stabilì la necessità di un immediato

ripristino del confine. A partire dalla metà di Settembre, con lo sbarco delle truppe ONU riunite sotto il

comando del generale MacArthur la frontiera tornò al 38° parallelo, ma il 20 ottobre le truppe americane

superarono il confine spingendosi fino a pochi chilometri dal confine cinese, Stalin preferì prudentemente

evitare uno scontro diretto. Fu invece Mao a inviare volontari a fianco delle truppe nordcoreane, e le sorti si

ribaltarono nuovamente con i cinesi che arrivarono ad occupare Seul nel gennaio 51. MacArthur sosteneva

la necessità di aumentare l’impegno militare, ma Truman si rese conto che tale operazione sarebbe stata

troppo rischiosa data l’alleanza sino-sovietica; MacArthur venne quindi rimosso e l’amministrazione Truman

acconsentì al ripristino della situazione precedente alla guerra con il confine al 38°parallelo. Nel luglio 51 si

aprirono i negoziati di pace, che furono caratterizzati dall’elezione di Dwight Eisenhower alla Casa Bianca e

il suo manifesto consenso all’utilizzo di armi atomiche contro i comunisti, unito alla morte di Stalin nel

marzo 53, ammorbidirono i rapporti internazionali, arrivano all’armistizio di Panmujon.

NATO e SEATO: Nel 1947 venne creato il Cominform , organismo finalizzato allo scambio d’informazioni

tra i partiti dei vari paesi che si trovavano in situazioni diverse: in Italia e Francia il partito era radicato, ma il

paese era nella zona d’influenza americana; in Cecoslovacchi e Polonia il controllo non era ancora

consolidato mentre la Jugoslavia già chiedeva autonomia. La prima decisione presa in tale sede fu

l’impegno a contrastare l’adesione del proprio paese al piano Marshall. Dopo il colpo di stato comunista a

Praga del 48, Francia, Gran Bretagna e paesi del Benelux firmarono nel marzo a Bruxelles un patto

difensivo antisovietico, a cui s’interesso anche l’America e ciò spinse alla nascita, il 4 aprile 49 del Patto

Atlantico: accordo difensivo che comprendeva i paesi del Patto di Bruxelles, Stati Uniti, Canada, Islanda,

Danimarca, Norvegia, Portogallo e Italia. Fu inoltre creata un’organizzazione militare integrata permanente

con sede a Bruxelles, la NATO. Mosca accusò Washington di voler indebolire le Nazioni Unite, ma Truman

dichiarò che il Patto Atlantico, per la sua natura difensiva, rientrava a pieno titolo in quegli accordi di

sicurezza conformi allo statuo dell’ONU. Dopo lo scoppio della guerra di Corea il quartier generale della

NATO venne trasferito a Parigi soprattutto per paura di un attacco sovietico nella Repubblica federale

tedesca. Nonostante il consolidamento democratico e l’ammissione della Repubblica federale tedesca alla

Comunità europea del carbone e dell’acciaio nel 51, la Francia era ancora titubante di fronte all’ipotesi di

riarmo tedesco. Venne messo a punto un progetto per la formazione di un esercito unificato europeo, al

quale ogni paese avrebbe fornito le truppe necessarie e che avrebbe incluso truppe tedesche. Nel 52

venne firmato un primo accordo CED, che fallì per l’opposizione del Parlamento francese. Nel 52 entrarono

nella NATO Grecia e Turchia; venne proposta un’Unione dell’Europa occidentale, in sostanza un

allargamento del vecchio Patto di Bruxelles alla Repubblica federale tedesca e all’Italia, Bonn sarebbe

stata ammessa alla NATO previa espressa rinuncia a dotarsi di un programma nucleare militare, ingresso

che avvenne nel 55. Mosca aveva la necessità di diminuire la presenza militare di terra nell’Europa centrale

e pertanto offrì come contropartita della neutralità tedesca la riunificazione del paese, ma tale negoziato

fallì per volere del cancelliere federale Adenauer, timoroso di ciò che avrebbe potuto significare una

Germania unita e neutrale ai confini dei due blocchi. L’URSS decise allora di aumentare il numero degli

effettivi dell’Armata Rossa e convocò a Mosca i rappresentanti di Albania, Bulgaria, Cecoslovacchia,

Germani est, Polonia, Romania ed Ungheria per la firma di un trattato di cooperazione e mutua assistenza

noto come Patto di Varsavia. Per esprimere l’intento pacifico e difensivo del patto venne inserita una

clausola che ne prevedeva l’automatica decadenza qualora fosse stato stipulato un accordo per la

costituzione di un sistema generale europeo di sicurezza. Nel settembre 51 gli Stati Uniti firmarono un patto

di sicurezza con l’Australia e la Nuova Zelanda con lo scopo di accerchiare diplomaticamente l’Unione

Sovietica. Nel 54 venne fondata la SEATO ovvero la South East Asia Treaty Organization che

comprendeva USA, Inghilterra, Francia, Filippine, Pakistan, Tailandia, Australia e Nuova Zeland,

organizzazione che venne sciolta a metà degli anni Settanta. La prospettiva di un conflitto nucleare

introdusse quindi l’equilibrio del terrore, e questa possibilità venne efficacemente rappresentata

dall’acronimo Mutual Assured Destruction.

Truma e Eisenhower: La fine della guerra venne accolta negli stati uniti con un po’ di preoccupazione,

memori della crisi del 29, anche se negli anni Quaranta si assistette al raddoppio degli indici di produzione

industriale e alla quasi totale occupazione dei cittadini. La crescita dei prezzi determinò però la sconfitta del

Partito democratico alle elezioni del Congresso del 46. La nuova maggioranza repubblicana varò subito la

Taft Hartley Act, ovvero provvedimenti restrittivi delle libertà sindacali. Truman riuscì a farsi riconfermare

alla presidenza nel 48, grazie al supporto di operai e minoranze di colore, e legittimato questa volta dalla

vittoria elettorale, presentò al Congresso un progetto di riforme sociali che prese il nome di Fair Deal. Era

un progetto basato sulla crescita economica più che sulla regolamentazione (come nel caso del New Deal).

I provvedimenti approvati riguardavano: l’aumento dei minimi salari e della previdenza sociale e

stanziamenti per dare impulso all’edilizia popolare, furono invece rigettati provvedimenti come

l’assicurazione nazionale contro le malattie, il piano di aiuti federali all’istruzione, la proposta di un nuovo

sistema di sostegno ai prezzi agricoli e l’estensione dei diritti alle minoranze afroamericane. Repubblicani e

democratici si trovavano ora uniti nel combattere il comunismo, come era successo con i fascismi, e fu

proprio nel contesto delle guerra fredda che si diffuse, dal 49, una vera e propria fobia per un potenziale

“nemico interno”. Espressione di questo fu il senatore repubblicano Joseph McCarthy che, presidente di

una commissione del Congresso per reprimere le “attività antiamericane”, fece varare nel 1950 l’Internal

Security Act che forniva strumenti giuridici per l’epurazione di quanti potevano essere sospettati di simpatie

filocomuniste. Gli eccessi del maccartismo si spinsero fino ad accusare alcuni vertici delle forze armate; fu

solo a quel punto che iniziarono ad esserci alcune proteste e il senatore fu costretto a dimettersi. Alle

elezioni del 52 tornò al potere il partito repubblicano con il generale Dwight Eisenhower, che segnò la fine

del conflitto in Corea, ma anche la necessità di rafforzare il proprio dispositivo strategico. Ripresero così le

commesse statali nel settore degli armamenti e i finanziamenti per la ricerca tecnologica in ambito militare.

Gli anni Cinquanta furono segnati da una crescita economica senza precedenti, ma non era uniforme la

distribuzione della ricchezza con le regioni del sud, ancora prevalentemente agricole, molto distanti da

quelle del nord. Le maggiori sacche del malessere erano nella popolazione di colore, privata dei diritti civili

e politici e con l’obbligo di essere sempre separata dalla popolazione bianca. Nel 54 i neri ottennero un

primo risultato quando il presidente della Corte Suprema federale, il giudice Earl Warren, emise una

sentenza che dichiarava incostituzionale la segregazione scolastica dal momento che “le istituzioni

educative per i neri sono intrinsecamente inferiori”; tuttavia l’applicazione di questo decreto fu difficile e nel

57 Eisenhower fu costretto ad inviare l’esercito in Arkansas per scortare i bambini afroamericani a scuola.

Germania divisa: L’8 maggio 49, prima ancora dell’accordo che avrebbe messo fine alla crisi di Berlino,

venne approvata la legge che segnava la formale costituzione della Repubblica federale tedesca. Si

evitava volutamente il termine “costituzione” perché il popolo tedesco si sarebbe dotato di un’effettiva

Costituzione solo ad unificazione avvenuta. Il presidente della Repubblica sarebbe stato eletto in modo

indiretto da un’Assemblea federale, mentre il Parlamento era diviso in due Camere, di cui una elettiva, il

Bundestag, e l’altra, il Bundestrat, espressione dei differenti Lander (stati federali), ed entrambe avrebbero

partecipato al processo legislativo, mentre solo quella elettiva aveva il potere di far cadere l’esecutivo.

Nella parte sovietica, dopo solo 7 giorni, venne formalizzata la costituzione della repubblica democratica

tedesca, che prevedeva: una Camera del popolo con funzioni legislative e una Camera rappresentativa

delle regioni con funzioni di controllo della prima, e furono abolite le autonomie locali lasciando al partito

comunista il controllo del Paese. Nell’ottobre 49 la Germania est fu riconosciuta da tutte le nazioni

comuniste, analogamente fecero i paesi dell’area occidentale con la Germania ovest. Nel maggio 49 la

Repubblica federale tenne le elezioni che diedero vita al primo parlamento: l’Unione cristiano-democratica

(CDU) ottenne il 31%, i socialdemocratici dell’SPD il 29%, il partito liberale (FPD) circa l’11%, in netta

minoranza fu il partito comunista, poi messo fuori legge. Il 14 settembre successivo le due Camere,

elessero alla presidenza della Repubblica il liberale Theodore Heuss, mentre il 15 il Bundestag nominò

cancelliere Konrad Adenauer (tra i fondatori del CDU). Adenauer scelse di formare il governo assieme ai

liberali e delineò subito due obbiettivi: la creazione di un democrazia stabile e un forte rilancio economico.

La “vecchia volpe” rinunciò ad ogni ipotesi di rapida unificazione con la parte orientale e, già nel 51, firmò

con Francia, Italia e paesi del Benelux il trattato della Comunità europea di carbone e acciaio. Nel 55 venne

creata l’Unione europea occidentale e solo due anni dopo la Germania ovest fu tra i fondatori della CEE,

Comunità economica europea, e della Comunità europea per l’energia atomica (EURATOM). La politica

interna del cancelliere si mantenne chiusa nei confronti della sinistra, mantenendo l’alleanza con i liberali e

con i cattolici bavaresi dell’Unione cristiano-sociale (CSU). Alle elezioni del 53, la coalizione CDU-CSU

superò il 45% dei voti e nel 47, in coincidenza della nascita della CEE, superò addirittura il 50%. Grazie

all’opera del ministro delle finanze Erhard durante gli anni Cinquanta, la Germania ovest triplicò la

produzione industriale e il PIL crebbe del 7,9% annuo. Nel 63 Adenauer si dimise dopo 14 anni di

cancellierato, dopo aver rifiutato nel 52 l’offerta di Stalin di unire la Germania, ed essere stato artefice del

miracolo economico. Nella Germania est si era consolidata la leadership di Walter Ulbricht, segretario del

partito socialista unificato SED, il quale nel 60 aveva assunto la carica di presidente della Repubblica.

Ulbricht rafforzò i vincoli economici di dipendenza dall’URSS e la costruzione del socialismo, ma ciò portò

ad un costante flusso migratorio, verso la Germania ovest. Alla morte di Stalin Ulbricht aumentò le misure

di centralizzazione e controllo su tutte le attività della vita economica e sociale, ma ciò scatenò una

manifestazione di protesta degli operai di Berlino Est, tale sommossa fu soffocata nel sangue da 600 carri

armati sovietici. Nell’agosto del 61 il presidente sovietico Nikita Chruscev autorizzò Ulbricht a procedere

alla chiusura dei confini tra la zona est e quella ovest di Berlino, e si procedette quindi alla costruzione di

un muro di divisione tra le due parti della città. John Fitzgerlad Kennedy, in visita nel giugno 63 a Berlino

ovest, richiamò la vicinanza ideale di tutto il mondo libero alla sofferenza del popolo di Berlino.

Spagna franchista: Alla fine di settembre 36, a pochi mesi dal golpe, Franco ricevette l’investitura di capo

dello Stato, generalissimo di tutte le forze armate e capo del governo spagnolo. Primo atto fu, nel 37, il

decreto con cui si sopprimevano tutti i partiti e si unificavano le due organizzazioni che lo stavano

sostenendo nella guerra: la Falange e Comunione Tradizionalista, un gruppo monarchico-carlista di stampo

ultracattolico. Franco era un uomo dell’establishment, un generale proveniente dagli alti ranghi dell’esercito

e non un outsider come Mussolini o Hitler e per questo ciò che stava accadendo in Spagna era unico. La

dittatura di franco cercò appoggio in tre grandi centri di potere: la nuova Falange, l’esercito e la Chiesa, che

fin dal luglio 37 aveva benedetto l’impresa franchista. Nel marzo 39 l’entrata dell’esercito franchista a

Madrid decretò la fine della giovane Repubblica spagnola e contemporaneamente fu approvata, con effetto

retroattivo, la legge sulle responsabilità politiche che permetteva di perseguire, risalendo fino al 34, tutti gli

oppositori del franchismo. Allo scoppio della seconda guerra mondiale il dittatore decise di non intervenire.

Le principali leggi che consentirono l’istituzionalizzazione della dittatura furono approvata tra 38 e 47: nel

38 fu approvata il Fuero del lavoro, dove lo Stato veniva definito come “strumento totalitario al servizio

dell’integrità della patria e si istituiva il sindacato unico gestito dalla Falange. Nel luglio 42 fu promulgata la

legge sulle Cortes che toglieva al Parlamento spagnolo il carattere di rappresentanza della sovranità

popolare e il potere legislativo, le Cortes diventavano di fatto un istituto composto da membri designati dal

capo dello Stato, questa legge riconosceva al caudillo il potere di emanare leggi. Nel 45 veniva approvato il

Fuero degli spagnoli, legge che riconosceva la libertà d’espressione “purché non attentasse ai principi

fondamentali dello Stato” e i diritti dei cittadini erano declinati secondo i principi della democrazia organica.

Nell’ottobre del 45 venne concesso al capo dello stato il potere di indire referendum. La prima

consultazione fu fatta nel 47, quando gli spagnoli vennero chiamati ad approvare la legge di successione:

con essa si istituiva nuovamente il Regno di Spagna e Franco, si attribuiva il potere di designare il futuro re,

come pure quello di destituirlo; le uniche condizioni poste alla legge erano che il designato fosse principe di

Casa reale, maschio di almeno trent’anni, spagnolo e cattolico. Nel 46 le Nazioni Unite, riconoscendo nella

Spagna un regime non democratico, raccomandavano di non ammetterla negli organismi internazionali e

invitavano tutti i paesi a sospendere le relazioni diplomatiche con essa. L’isolamento non durò a lungo in

quando nella Spagna si vide un utile baluardo contro il comunismo ed infatti nel 53 fu ratificato un accordo

con cui la Spagna riceveva dagli USA un riconoscimento ufficiale e aiuti economici in cambio della

concessione di basi militari sul proprio territorio. Nello stesso anno il Vaticano firmò con la Spagna un

Concordato che consacrò Franco come governatore cattolico e nel 55 la Spagna venne ammessa alle

Nazioni Unite. La politica economica autarchica e il rigido interventismo statale si rivelarono un fallimento,

per questo venne chiamata una classe di tecnici, che a partire dal 57 cominciarono ad occupare i ministeri

e le più alte cariche dell’amministrazione operano una forte razionalizzazione amministrativa con misure di

risanamento del bilancio e provvedimenti di liberalizzazione. Il governo varò incentivi per le aziende più

produttive, aumentò alcune imposte e con un nuovo cambio della peseta in rapporto al dollaro, fece in

modo di incentivare le esportazioni. Nonostante una crescita media annua del 7% in economia tra gli anni

60 e 74, il tenore di vita della popolazione era mediamente tra i più bassi dell’Europa occidentale, ciò diede

luogo a contestazioni e proteste che inizialmente furono represse dal governo, ma a partire dal 66 ci fu un

timido aperturismo. Fu ad esempio promulgata una nuova legge sulla stampa che eliminava alcuni aspetti

della censura preventiva e nel 67 venne riconosciuta la libertà di culto. La classe politica era divisa tra

quanti erano favorevoli ad una graduale apertura che allargasse le basi della partecipazione politica e

quanti invece propendevano per l’immobilismo. Il 22 luglio 69, la designazione da parte di Franco del

principe Juan Carlos di Borbone come suo successore, dimostrò che la strada scelta era la seconda.

Jugoslavia di Tito: Sul territorio Jugoslavo la seconda guerra mondiale si chiuse ufficialmente il 15

maggio 45 con la resistenza al nazifascismo che assunse il carattere di un movimento di massa, come era

avvenuto in Croazia dove gli ustascia proclamarono uno stato indipendente nel 41. All’interno della

resistenza vi erano due correnti: quella dei cetnici serbi, con un’impronta marcatamente nazionalista, e

quella comunista di Tito; fu quest’ultima ad affermarsi e Tito, dopo il 45 si pose alla guida della

ricostruzione del paese. Nelle elezioni per la Costituente, l’11 novembre 45, venne riconfermata la

leadership comunista. La nuova Costituzione, approvata il 31 gennaio 46, si ispirava a quella sovietica del

36 e rendeva la Jugoslavia una federazione di 6 repubbliche: Croazia, Serbia, Slovenia, Bosnia-

Erzegovina, Montenegro e Macedonia. Al governo centrale erano riconosciuti ampi poteri e nel corso del

46 Tito procedette all’epurazione di coloro che riconosceva come interpreti dei nazionalismi, i processi più

eclatanti furono condotti contro il leader cetnico dei serbi Draza Mihailovic, che fu condannato a morte.

Trieste il 1° maggio 45 era stata occupata militarmente dalle forze partigiane e le forze militari vi rimasero

per 40 giorni fino a quando Tito ritirò le truppe e Trieste divenne Territorio libero e fu divisa in due zone: la

città di Trieste, che venne nuovamente assegnata all’Italia, e il territorio a sud della città che rimase

soggetto alla Jugoslavia. Con il trattato di Osimo del 75 furono sanciti i confini fra Italia e Jugoslavia.

Nell’assumere la guida della Federazione, Tito concentrò in una prima fase tutto il potere nel Fronte

Popolare. Tito procedette alla razionalizzazione delle imprese e ad un’ampia riforma agraria, ma

l’eccessiva autonomia manifestata dal leader jugoslavo, irritarono fortemente Stalin. I contrasti tra i due

leader vennero ricondotti all’interno del Cominform, dove nel 48 Stalin fece avanzare un’accusa formare di

“deviazionismo ideologico” nei confronti di Tito e ordinò di procedere all’espulsione del Partito comunista

jugoslavo. Lo scisma con Mosca venne premiato con aiuti economici, attraverso il Piano Marshall, e

assistenza militare come appoggio alla causa jugoslava e nel caso del problema di Trieste. La prima

mossa di Tito dopo la rottura con Stalin fu una radicale epurazione all’interno del partito dei cosiddetti

“cominformisti” , poi diede avvio alla piena collettivizzazione delle campagne, ma già nel 43 circa l’80%

delle terre era tornata in mano ai contadini, che si erano ribellati alla scelta di Tito. In Jugoslavia il partito

scelse la via del decentramento, che divenne evidente nel 52 quando il partito assunse la denominazione

di Lega dei comunisti di Jugoslavia. Nel 63 furono varati emendamenti alla Costituzione che accentuarono

il decentramento amministrativo ed economico; nello stesso anno però la carica di Tito alla presidenza

dello Stato divenne a vita. Tito partecipò alla conferenza di Bandung del 55 e fu tra i promotori del

movimento dei paesi non allineati, e per questo acquisì grande visibilità internazionale. Con la morte di

Stalin nel 53, ripresero anche i rapporti tra Belgrado e Mosca, soprattutto grazie alla visita di Chruscev a

Belgrado nel 55. Nel 68 Tito condannò duramente la decisione dell’URSS di intervenire in Cecoslovacchia

per mettere fine all’esperimento riformatore della leadership comunista locale, in quanto, a differenza di ciò

che accadde in Ungheria nel 56, la Cecoslovacchia non minacciò di uscire dal Patto di Varsavia.

Nonostante la decisione di rispondere alla frammentazione dell’area balcanica attraverso un

decentramento in qualche modo rispettoso dei diversi sentimenti nazionali. Nel 68 a sollevarsi furono gli

albanesi del Kosovo che rivendicavano maggiori autonomie; nel 71 furono i musulmani bosniaci che

ottennero di essere riconosciuti come gruppo nazionale autonomo. Tito cercò di far fronte a queste tensioni

ricorrendo non alla repressione ma alla “via jugoslava al socialismo”. Nel 74 venne promossa la redazione

di una nuova Carta costituzionale che portava a compimento l’idea federalista. I poteri delle singole

repubbliche venivano ampliati e le autonomie delle province della Vojvodina e del Kosovo furono

sensibilmente estese.

Cina: La repubblica cinese, fondata nel 1912 da Sun Yat-sen, ebbe vita breve a causa dei contrasti tra le

forze riunite nel Partito nazionale, il Guomindang, e i gruppi conservatori di Yan Shi-kai, che nel 1913 con

un colpo di mano inaugurò una dittatura personale. Nel primo conflitto mondiale la Cina aveva dato un

contributo minimo e per questo, alla conferenza di Versailles, pur sedendosi tra i vincitori, vide riconosciuto

al Giappone il controllo economico sulla regione cinese dello Shandong, in precedenza amministrata dalla

Germania; tale umiliazione favorì il riaccendersi del nazionalismo. Il Guomindang nel 1921 formò un

governo autonomo a Canton, raccogliendo l’appoggio del Partito comunista, fondato in quello stesso anno

e in cui si mise subito in luce Mao Zedong. Nel 25 alla morte di Sun Yat-sen, il suo successore alla guida

del Guomindang fu il generale Chiang Kai-shek, che modificò l’azione del partito attaccando, già nel 27, le

forze comuniste arroccate a Shanghai, che vennero sconfitte. L’anno seguente entrò con le sue truppe a

Pechino e istituì un governo di stampo autoritario in cui il Partito comunista venne dichiarato fuorilegge.

L’aggressione giapponese alla regione cinese della Manciuria nel 1931 portò le truppe del Sol Levante ad

instaurare un governo-fantoccio e ciò diede nuova luce al Partito comunista come baluardo

dell’indipendenza nazionale. Assunta la leadership del partito Mao avviò una capillare opera di proselitismo

presso i contadini e Chiang Kai-shek reagì, a partire dal 31, dando vita ad una dura campagna militare

contro di essi; tre anni dopo le truppe governative riuscirono a mettere in scacco le forze comuniste. Nel

37, di fronte all’intensificarsi dell’aggressione giapponese, le forze nazionaliste di Chiang e quelle

comuniste di Mao arrivarono alla firma di un accordo allo scopo di evitare la guerra civile e fare fronte unito

contro l’imperialismo straniero. L’intesa non portò gli effetti sperati e due anni dopo il Giappone controllava

ormai la quasi totalità delle coste cinesi e le principali regioni industriali. Nel 41 Chiang Kai-shek,

approfittando dell’attacco giapponese agli Stati Uniti, riprese l’offensiva contro i comunisti con l’intento di

arrivare alla resa dei conti definitiva. Chiang, convertitosi al cristianesimo e sposato con una donna

cresciuta negli Stati Uniti, era visto dall’amministrazione Truman come il possibile artefice di un regime

democratico e pluralista in Cina; fallita la mediazione, nel 47 il governo americano fece ritirare i soldati e

l’anno precedente anche l’Unione Sovietica aveva ordinato il ritiro delle truppe dell’Armata Rossa dalla

Manciuria occidentale. Nel bienni 46-7 i nazionalisti sembrarono prendere il sopravvento, ma nel 48 le

truppe di Chiang iniziarono a sbandarsi e l’Armata popolare di liberazione riuscì ad occupare le principali

città. Nel febbraio 49 le truppe di Mao poterono quindi entrare a Pechino e i nazionalisti furono costretti alla

resa, ritirandosi nell’Isola di Formosa (Taiwan), protetto dalle navi statunitensi. Nonostante la sconfitta

Chiang continuò a reclamare la legittimità del suo governo e di fatto poté conservare fino al 1971 il seggio

della rappresentanza cinese all’ONU. Il regime di Mao, la Repubblica popolare cinese proclamata

ufficialmente il 1°ottobre 49, ricevette subito il riconoscimento di buona parte della comunità internale, tra

cui l’URSS, ma non gli Stati Uniti. Questa può essere considerata una delle poche “rivoluzioni totali” della

storia in quanto è avvenuta contemporaneamente in tutti gli ambiti; fu varata la socializzazione di tutti i

settori economici e la collettivizzazione delle terre. Nel 53, dopo la fine della guerra di Corea, fu impostato il

primo piano economico quinquennale che consentì un graduale avvio dello sviluppo industriale sostenuto

sempre dal settore agricolo. Di fronte alle tensioni, il governo di Mao ripose con la repressione (circa 50

milioni di morti). Con la campagna di rieducazione popolare, tutte le componenti della società erano

chiamate a far compiere al paese un gande “balzo in avanti” che portò all’accorpamento delle cooperative

agricole in unità maggiori, le comuni popolari, ciascuna delle quali avrebbe dovuto raggiungere la piena

autosufficienza economica. In politica estera la Cina di Mao, nonostante le affinità ideologica con l’Unione

Sovietica, non entrò a far parte della sfera d’influenza diretta di Mosca, in quanto, come nel caso di Tito,

Mao era giunto al potere senza significativi contributi di Stalin. Mao cominciò ad appoggiare i movimenti

rivoluzionari presenti nei paesi dell’Africa e dell’Asia di recente decolonizzazione e a farsi paladino della

lotta mondiale contro quello che lui definiva imperialismo, tanto statunitense quanto sovietico. Nel 59

Mosca decise di bloccare la prevista vendita di armi nucleari alla Cina e sospesa anche gli aiuti economici,

ma pur senza l’appoggio dell’URSS nel 64 la Cina fece esplodere la sua prima bomba atomica.

Giappone: Dopo la distruzione di Hiroshima e Nagasaki il Giappone era in condizione di totale

prostrazione. Come nel caso della Germania, gli originari piani statunitensi prevedevano l’imposizione di

condizioni di pace estremamente dure, si pensava di ridurre il Giappone ad uno stato di completa

inferiorità, con il potenziale bellico azzerato. Ma, esattamente come in Europa, le esigenze della nascente

Guerra Fredda e la sconfitta del regime nazionalista di Chiang Kai-shek da parte di Mao in Cina imposero

una drastica revisione dei piani originari. L’amministrazione occupante americana, affidata al generale

MacArthur, mise dunque in atto una prima epurazione contro i responsabili dei crimini di guerra, ma non

destituì l’imperatore Hirohito, imponendogli però l’adozione di un regime costituzionale democratico.

Hirohito fece un lungo viaggio all’interno del paese per invitare tutti i giapponesi a “sopportare

l’insopportabile” e a collaborare con gli occupanti. Nel 46, sotto l’egida americana, venne varata la nuova

Costituzione che trasformava la vecchia autocrazia imperiale in una monarchia costituzionale con un

Parlamento rappresentativo, espressione della sovranità popolare. Uno dei primi provvedimenti realizzati

dal nuovo Parlamento fu la riforma agraria che servì a consolidare la piccola proprietà terriera, vennero

anche sancite la libertà d’insegnamento e la gratuità della scuola fino a 13 anni. Con lo scoppio della

guerra di Corea il Giappone divenne una sorta di portaerei americana ancorata al largo della Corea,

nonché uno dei pilastri fondamentali del cosiddetto “perimetro difensivo” teorizzato dal segretario di Stato

americano Dean Acheson, il perimetro comprendeva tutti i territori dell’area del Pacifico. Le concentrazioni

industriali giapponesi non furono smembrate e poterono così essere il motore del boom economico a

partire dalla metà degli anni Cinquanta. Nel settembre 51, a San Francisco, venne firmato il trattato di pace

tra potenze alleate e Tokyo, che sancì la fine dell’occupazione militare del Giappone, anche se ciò

aumentò le tensioni perché la Cina comunista, che più di tutti aveva subito l’aggressione nipponica, non

essendo riconosciuta dall’ONU, non venne interpellata e al Giappone venne inoltre concesso di convertire

le riparazioni di guerra in accordi bilaterali commerciali. I governi di Tokyo e Washington firmarono un

trattato di sicurezza che permetteva agli Stati Uniti di mantenere truppe in Giappone e di installarvi alcune

basi militari per scopi difensivi; nel 53 Tokyo fu ammessa al Fondo monetario internazionale; nel 55 fu

inclusa nell’Accordo Generale sulle Teriffe e il Commercio e l’anno successivo fece il suo ingresso

nell’ONU. Nelle prime elezioni tenutesi dopo il varo della Costituzione, che si svolsero nell’aprile 46,

emersero i liberali del leader Yoshida Shigeru, protagonista indiscusso della ricostruzione del paese. Nel

54 dall’unione dei liberali con i democratici di Ichiro Hatoyama nacque il partito liberal-democratico, che

avrebbe controllato la politica giapponese fino alla fine del XX secolo. Il Giappone divenne leader mondiale

in settori come l’elettronica, la cantieristica e la produzione di automobili e motocicli.

Israele: Il sionismo, ovvero il sentimento politico nazionalista che tendeva alla costruzione di un autonomo

Stato ebraico, nacque e si diffuso nell’Europa centrorientale negli ultima anni del XIX secolo, alimentato

dalle dure condizioni di vita delle minoranze ebraiche, come i pogrom nella Russia zarista. Sull’onda della

“risalita al monte di Sion” iniziò nel 1881-2 la prima ondata migratoria di ebrei dai territori russi alla terra

promessa ossia la Palestina ottomana. Nel 1897 la fondazione dell’Organizzazione sionista mondiale, fu il

primo passo nel cammino verso la costruzione di uno Stato ebraico con alcuni pionieri che acquistarono le

terre dagli arabi per impiantare fattorie collettive. All’inizio del 900 ci fu un aumento dei flussi provenienti da

Russia e Polonia. Durante la Prima Guerra mondiale numerosi ebrei immigrati in Palestina, arruolati nella

Legione ebraica, combatterono a fianco degli inglesi contro gli ottomani. Proprio prima del conflitto,

l’Organizzazione sionista aveva adottato il “sionismo politico” ossia pressioni alla comunità internazionale

per ottenere il riconoscimento delle aspirazioni ebraiche in quell’area. Nel 1917, il ministro degli esteri

britannico con la Dichiarazione di Balfour affermava di guardare con favore alla creazione in Palestina di un

“focolare nazionale ebraico”. Contestualmente alle prime radicazioni ebraiche in Palestina, ci furono i primi

scontri con gli arabi che abitavano quelle terre; per sedare le tensioni, nel momento in cui la Società delle

Nazioni assegnò formalmente il mandato sulla Palestina alla Gran Bretagna, si pensò di dichiarare

esplicitamente che non si mirava alla costruzione di uno Stato ebraico. Ciò nonostante con una nuova

ondata migratoria nel 1924, giunsero in Palestina molti ebrei polacchi che impiantarono piccole fabbriche e

negozi, tale flusso aumentò con l’affermarsi del nazismo. A causa delle regole della comunità ebraica, che

permettevano solo ai loro membri di lavorare sulle terre “redente” si creò una forte disoccupazione tra la

popolazione araba; e ciò condusse gli arabi a compiere atti ostili sempre più violenti sia verso la comunità

ebraica sia contro le autorità inglesi, fino a dar vita nel 36 alla Grande Rivolta araba che proseguì fino a

marzo 39. Alla fine della seconda Guerra mondiale, l’orrore della soluzione finale perpetrata dal regime

nazista legittimò l’spirazione del popolo ebraico alla costruzione di un “focolare nazionale”; ciò portò a nuovi

scontri e nell’aprile 47 la Gran Bretagna annunciò che entro un anno avrebbe rimesso il proprio mandato in

seno all’ONU. Con una risoluzione 181 del novembre 47 l’ONU abbracciò la proposta di dividere la

Palestina in due Stati, uno ebraico e l’altro arabo, ponendo l’area di Gerusalemme sotto amministrazione

internazionale. I due stati avrebbero dovuto aderire ad un’Unione economica palestinese col computo di

gestire in un clima di parità ed amicizia la moneta unica, le risorse e le infrastrutture: tale proposta venne

accettata dagli ebrei, ma rifiutata dagli arabi. La Lega dei paesi arabi iniziò a inviare formazioni volontarie e

tagliarono le vie di comunicazione ebraiche tra Tel Aviv e Gerusalemme. Il 13 maggio 48, alla formale

scadenza del mandato britannico, la Lega araba inviò truppe regolai sul territorio, ma il giorno seguente i

comandi ebraici dichiararono l’indipendenza dello Stato d’Israele, che venne immediatamente riconosciuto

da Unione Sovietica, Stati uniti e quasi tutti i paesi ONU. Nei giorni seguenti gli eserciti arabi attaccarono

Israele con l’intento di procedere alla creazione di uno Stato arabo unitario; la reazione dell’Israeli Defense

Force fu assai rapida e, dispiegando un esercito molto più coeso e forte di quello arabo riuscì a ribaltare le

sorti del conflitto. Al momento dell’armistizio, definitivamente chiuso nel luglio 49, i confini d’Israele

racchiudevano una porzione di territorio palestinese più estesa rispetto al piano di ripartizione previsto

dall’ONU. Oltre 700 mila palestinesi lasciarono i territori del nuovo Stato d’Israele, aprendo così la

questione del “diritto al ritorno” sancito dall’ONU con la risoluzione del dicembre 1984, ma mai applicato. Lo

Stato d’Israele si costruì secondo il modello delle democrazie occidentali dotandosi di strutture politiche e

sociali molto avanzate e il socialista Gurion fu primo ministro a lungo.

Decolonizzazione: Le esperienze della guerra combattuta a fianco delle rispettive potenze coloniali

sembrava legittimare ulteriormente le richieste di indipendenza, ma le potenze coloniali opposero una netta

resistenza . la sordità delle nazioni europee a queste richiese si era già manifestata quando, al crollo

dell’Impero ottomano, Francia e Gran Bretagna se ne spartirono i territori ottenendo, la prima, Siria e

Libano, la seconda, Mesopotamia e Palestina. Mentre in Medio Oriente il sistema del mandato, che

implicava quindi una futura indipendenza, venne applicato anche a Francia e Gran Bretagna, in Africa ciò

avvenne solo per le colonie tedesche. Nell’area dell’antica Mesopotamia vennero creati nel 21 gli Stati

dell’Iraq e della Transgiordania che divennero indipendenti rispettivamente nel 32 e nel 46. Nel 22 anche

l’Egitto intraprese la strada dell’indipendenza, che raggiunse pienamente nel 36. Nel 26 la Conferenza

imperiale svoltasi a Londra riconobbe, attraverso la costituzione del Commonwealth, lo status di “comunità

autonome ed eguali in seno all’Impero” a Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica; l’unica nazione

che, negli anni fra le due guerre aveva lottato per conquistare l’indipendenza dalla Gran Bretagna, senza

riuscirvi, era l’India. Il Government of India Act del 1919 concesse larghi settori dell’amministrazione ai

nativi, e questi poteri furono estesi nel 35 con un successivo Government of India Act che configurava un

regime di autonomia quasi completa. Alla guida del movimento indipendentista dell’India si pose fin dal

1919 il Mahatma Gandhi che, con la sua predicazione fondata sulla non violenza ottenne un largo seguito;

venne poi ucciso in un attentato ad opera di un fanatico indù nel gennaio 48, ma riuscì comunque a vedere

la conquista dell’indipendenza da parte del suo paese, sancita dall’Indian Independence Act del 47. La

decisione della Gran Bretagna di acconsentire alle pressioni della popolazione musulmana favorevole alla

costruzione di due Stati indipendenti, uno di musulmani e uno di indù, muse fine al sogno di Gandhi di

creare uno Stato unitario: nel 47, vennero così costituiti il Pakistan musulmano e l’India a maggioranza

induista, ed entrarono entrambi a far parte del Commonwealth. La Carta Atlantica del 41 prevedeva il

principio di autodeterminazione dei popoli, ma nel 45 nella Carta delle Nazioni Unite si preferì tornare

all’istituto del mandato. La Gran Bretagna aveva da tempo scelto un modello di colonialismo gradualista e

la costituzione del Commonwealth le permise di mantenere un rapporto privilegiato soprattutto a livello

economico; la Francia invece continuava a mantenere saldamente il potere politico nelle colonie. Avendo

perso, durante la guerra mondiale, il controllo dell’Indocina, la Francia non accettò che alla fine del conflitto

venisse proclamata la Repubblica democratica del Vietnam. Ne scaturì quindi, a partire dal 46, un

sanguinoso conflitto che la Francia non fu in grado di controllare, nonostante gli aiuti dagli americani i quali

temevano che l’indipendenza vietnamita potesse favorire l’espansionismo sovietico; i francesi furono

definitivamente sconfitti nella battaglia di Dien Bien Phu nel maggio 54 e fu costretta ad abbandonare il

Laos e la Cambogia. All’inizio degli anni Cinquanta, furono le colonie nordafricane dell’Algeria, del Marocco

e della Tunisia a chiedere l’indipendenza; Marocco e Tunisia arrivarono nel 56, dopo dure lotte e

repressioni, ad ottenere la piena indipendenza. In Algeria le posizioni radicali del Fronte di liberazione

nazionale, dovettero fare i conti con i governi francesi decisi a non concedere l’autonomia. La battaglia di

Algeri del 57, che durò ben nove mesi durante i quali i soldati francesi fecero ampio ricorso alla tortura, la

guerra divise l’opinione pubblica francese portando al crollo della Quarta Repubblica e solo il ritorno nel 58

del generale De Gaulle condusse all’avvio dei negoziati con gli algerini. L’Algeria ottenne la piena

indipendenza nel 62. Non volendo ripetere la guerra appena concluda De Gaulle, fin dal 58, mise le

rimanenti colonie francesi dell’Africa dinanzi alla scelta se restare o meno all’interno della nuova comunità

francese, pensata come una sorta di federazione fra territori d’oltremare e Parigi. Le colonie francesi

avrebbero continuato a ricevere aiuti economici e militari e per questo tutti i territori africani, tranne la

Guinea Conakry, accettarono il nuovo progetto. Il caso di decolonizzazione più drammatico fu quello

dell’ex Congo belga, emancipato all’improvviso nel 1960 (come altri 16 paesi), si trovò preso in una guerra

civile date le gravi condizioni economiche e l’arretratezza strutturale. L’ultimo paese europeo a rinunciare

alle proprie colonie fu il Portogallo che concesse ai suoi possedimenti dell’Angola, di Capo Verde, della

Guinea Bissau e del Mozambico l’indipendenza solo tra 1974 e 1975.

Unione Indiana e Pakistan: Durante la seconda guerra mondiale la necessità di venire incontro alle

richieste indiane aveva eroso quasi tutti i margini di manovra dell’amministrazione britannica. Il territorio

dello Stato pakistano non era continuo, ma risultava diviso in due tronconi posti a nord-ovest e nord-est.

Non si erano ancora definiti gli impianti istituzionali dei due Stati che, nel 48, iniziò un conflitto per il

controllo del Kashmir, confinante con l’Unione e con il Pakistan occidentale. La regione era governata da

un sovrano indù, ma la popolazione era a maggioranza musulmana; nel 49 l’ONU ordinò la sospensione

delle ostilità e divise il territorio del Kashmir assegnandone due terzi all’Unione e la parte settentrionale

rimanente al Pakistan. Nel 49 l’Unione Indiana si costituì come una Repubblica federale con un forte

accentramento di poteri nelle mani del governo centrale, e con suffragio universale; nel 50 venne

promulgata la Costituzione con il Partito del congresso che si confermò il partito di maggioranza e la

leadership venne assunta da Nehru che fu primo ministro dal 47 al 64, quando morì. Nehru abolì il sistema

delle caste, promuovendo la parità tra i sessi e una maggiore giustizia sociale; impose il rispetto delle

forme parlamentari e garantì la più ampia libertà d’espressione. Dal punto di vista economico tentò di

conciliare gli ideali di un socialismo gradualista con la libertà d’impresa, nazionalizzando i servizi pubblici e

i settori economici strategici come quello energetico e dal 51 promosse una programmazione dello sviluppo

in piani quinquennali. Il primo ministro promosse la politica neutralista e anticolonialista che lo portò ad

opporsi tra 54 e 55 sia alla SEATO che al Patto di Baghdad (rientrava nel sistema di sicurezza americano).

Non allineandosi Nehru ottenne aiuti economici sia dell’Unione Sovietica sia dagli Stati Uniti. Dopo

l’occupazione cinese del Tibet, nel 50, Nehru prese posizione a favore del Dalai Lama, in quanto temeva la

presenza cinese al confine settentrionale e ciò fece scoppiare il conflitto sino-indiano lungo la frontiera

himalaiana alla fine del 62. Nel 66 la direzione del Partito del congresso e del paese furono assunti dalla

figlia, Indira Gandhi, che governò salvo un breve intervallo sino all’84 quando morì in un attentato ad opera

di militanti sikh, il movimento separatista radicale presente nella regione del Punjab. La costituzione, che

faceva del Pakistan una Repubblica islamica, fu prodotta solo nel 56, ma le drammatiche condizioni

economiche e una classe politica corrotta lasciarono spazio all’Esercito che ciclicamente assunse la guida

del paese. Nel 71 il Pakistan orientale si ribellò definitivamente e, nella guerra mossa contro il governo

centrale di Islamabad, ottenne l’appoggio dell’Unione Indiana, il conflitto di concluse con la separazione dal

resto del Pakistan della regione orientale, che si costituì Stato indipendente con il nome di Bangladesh.

Paesi non allineati: Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano d’accordo su un punto: quello di non essere

potenze coloniali; ritenevano che i paesi colonizzati sarebbero dovuti passare sotto l’amministrazione di

mandati internazionali temporanei oppure ottenere subito l’indipendenza. Non potendo modificare le

proprie strategie geopolitiche di fronte al nuovo scenario, USA e URSS finirono in molti casi per intervenire,

direttamente o indirettamente, nei paesi di recente indipendenza. Nel 54 i cinque stati del gruppo Colombo,

dal nome dalla capitale del Ceylon (attuale Sri Lanka), ovvero India, Pakistan, Ceylon, Birmania e

Indonesia, decisero di invitare ad una conferenza afroasiatica i paese che avevano in comune il passato di

ex colonie e i popoli che stavano ancora lottando per l’indipendenza. Risposero all’invito 29 Stati di Africa e

Asia, a cui si aggiungevano le rappresentanze dei movimenti di liberazione di Algeria, Marocco e Tunisia.

Alla conferenza di Bandung prevalsero toni di moderazione per impedire che l’ideologia indicasse la strada,

ma seguire con calma l’obbiettivo di porre fine al colonialismo. Con riferimento alla Conferenza del 55 il

demografo Alfred Sauvy coniò l’espressione “Terzo Mondo” per indicare l’insieme di quelle nazioni che,

non essendo parte né dell’America né dell’Europa non avevano mai avuto un ruolo politico ed economico di

primo piano. Nel 56 Tito, anche se non era il leader di una ex colonia, aveva sempre cercato di seguire una

strategia politica di equidistanza tra Est e Ovest ed invitò quindi Nehru e il leader egiziano Nasser per

proporre loro un progetto di ristrutturazione complessiva dello scacchiere internazionale: quello del non

allineamento, ovvero l’adozione di una chiara politica di neutralità rispetto ai blocchi della guerra fredda.

Nel settembre 61 si svolse a Belgrado la prima Conferenza dei paesi non allineati a cui parteciparono 25

Stati, in maggioranza africani e asiatici; la presenza di Cuba sembrò aprire all’eventualità di poter

estendere il neutralismo anche all’America Latina, mentre la Jugoslavia fu l’unico paese europeo a

partecipare. La risoluzione finale della conferenza espresse un rifiuto della politica di guerra fredda, e fece

propria la logica della coesistenza pacifica. Nonostante diversi orientamenti il movimento riuscì a

mantenersi fedele all’idea di neutralismo equidistante.

XX Congresso PCUS: Nel marzo 53 morì Stalin, e nel corso della lotta alla successione: Lavertij Berija,

che aveva a lungo guidato il ministero responsabile della sicurezza di Stato e della polizia politica, fu

giustiziato alla fine del 53; Malenkov nel 54 fu costretto a cedere il passo a Nikita Chruscev, che sin da

settembre 53 era stato nominato segretario del partito. Chruscev si batté per continuare a potenziare

l’industria pesante, in modo però che venisse indirizzata non più solo verso il settore bellico, ma anche

verso la produzione di nuovi macchinari che avrebbero dovuto svecchiare i sistemi di produzione agricola.

Fin dal 55 promosse un riavvicinamento con la democrazia popolare di Tito in Jugoslavia recandosi di

persona a Belgrado per incontrarlo e ritirò anche le truppe di occupazione dall’Austria, in cambio

dell’assicurazione da parte occidentale della neutralità del paese. In vista del XX Congresso del Partito

Comunista nel febbraio 56, Chruscev preparò un dettagliato rapporto in cui condannava la gestione

accentrata del potere da parte di Stalin. Chrusev stesso lesse il rapporto al termine del Congresso, ma

prima di leggere la sua condanna a Stalin cercò in Lenin una legittimazione dell’operazione che stava per

compiere, facendo riferimento al cosiddetto testamento politico di Lenin. Benché il rapporto dovesse

rimanere segreto, già a marzo il leader stesso decise di farlo divulgare all’interno del paese. Nel 56 furono

liberati molti prigionieri politici detenuti nei gulag grazie ad una serie di amnistie; nell’aprile dello stesso

anno la dirigenza sovietica decise lo scioglimento del Cominform. Chruscev sostenne la possibilità di

imboccare la strada della coesistenza pacifica se il mondo fosse rimasto diviso in due sfere d’influenza ben

precise ed entrambe le superpotenze avessero potuto disporre di un potenziale militare non troppo

dissimile.

Polonia e Ungheria: Il processo di destalinizzazione avviato da Chruscev alimentò all’interno dei paesi del

blocco comunista la speranza di poter allentare, se non abbattere del tutto, il ferreo controllo che li legava a

Mosca. Nel giugno 56 furono gli operai e i contadini polacchi a dar avvio alle manifestazioni contro il

regime, l’apice della protesta si raggiunse il 28 giugno nella città di Poznan quando, tra le fila dei

manifestanti apparvero striscioni “basta col partito, basta con i bolscevichi”; tale sciopero fu represso dalla

polizia, ma le manifestazioni continuarono fino ad ottobre quando la nuova ondata di proteste spinse a

chiedere libere elezioni e il ritiro delle truppe di Mosca dal territorio nazionale. Alla guida del partito fu

nominato Wladislaw Gomulka, finito in carcere nel periodo staliniano con l’accusa di simpatizzare per la

scelta autonomista di Tito e reintegrato nel partito da Chruscev. La leadership di Gomulka trovò seguito sia

nella dirigenza comunista che tra i lavoratori. Il nuovo segretario riconobbe subito la necessità per la

Polonia di rimanere unita all’URSS all’interno del Patto di Varsavia e ottenne il definitivo abbandono dei

territori polacchi da parte dell’Armata Rossa. Gli Ungheresi, non avevano mai metabolizzato la forzata

sottomissione al regime di Mosca. Nel luglio 53 alla guida del governo venne chiamato Imre Nagy che

avviò un programma di riforme e promosse un’amnistia per i prigionieri politici. La ferrea opposizione del

segretario del Partito comunista ungherese, Rakosi, lo costrinse ad abbandonare la guida del governo, ma

anche la politica di Rakosi, sorda al processo di destalinizzazione, non fece altro che aumentare la

tensione sociale. Nell’estate del 56, in concomitanza con le prime manifestazioni polacche, le strade di

Budapest si riempirono di manifestanti e a luglio fu lo stesso Chruscev ad imporre a Rakosi le dimissioni

dalla segreteria del partito, facendo nominare al suo posto Gero, che decise il 23 ottobre di reprimere

brutalmente un’imponente manifestazione studentesca, scatenando un’insurrezione. Su pressione dei

manifestanti la guida del governo fu di nuovo affidata a Nagy, che aderì alle pressioni degli insorti che

chiedevano: la fine del monopartitismo e il ritorno a libere elezion, ma anche di potte il destino

dell’Ungheria fuori dal controllo sovietico mediante l’uscita dal patto di Varsavua. Le truppe sovietiche,

chiamate dallo stesso Partito comunista ungherese occuparono la capitale nel novembre del 56 e

repressero la rivolta nel sangue; Nagy venne arrestato e condannato a morte.

Egitto: Nel luglio 52 un comitato di Liberi Ufficiali egiziani depose il re Faruk, proclamando la Repubblica,

di cui diventò presidente e primo ministro il generale Muhammad Neghib, che fu sostituito nel 54 nella

carica di capo del governo dal suo vice,il colonnello Gamal Nasser. Nasser varò una riforma agraria con

l’obbiettivo di eliminare le proprietà di tipo latifondistico e al contempo aumentare la superficie coltivabile;

per realizzare ciò si pensò all’ampliamento della diga di Assuan. Sul piano internazionale l’Egitto si fece

promotore del movimento dei paesi non allineati, emerso in occasione della Conferenza di Bandung del 55.

Gli Stati Uniti si proposero di finanziare il progetto della diga di Assuan, ma quando Nasser propose un

accordo per operare uno scambio fra cotone egiziano e armi, la posizione di Washington cambiò; il rais

egiziano iniziò le trattative per un accordo analogo con L0unione Sovietica, arrivando alla commessa di una

partita di armi per tramite della Cecoslovacchia. Come ritorsione dinanzi al mancato finanziamento

americano Nasser annunciò l’intenzione di nazionalizzare la Compagnia del canale di Suez, tale

prospettiva confliggeva con gli interessi della Gran Bretagna e visto che la compagnia che amministrava i

traffici in quella zona era anglo-francese anche la Francia si schierò contro l’iniziativa di Nasser. Su

consiglio del segretario di stato americano John Foster in una conferenza a Londra si propose a Nasser un

nuovo sistema per la libera navigazione attraverso il canale, ma egli rifiutò. Francia e Gran Bretagna

cominciarono a pianificare l’attacco militare e alle due potenze si aggiunse Israele, che mosse attacco

all’Egitto il 29 ottobre e il giorno successivo Londra e Parigi ingiunsero alle due parti di ritirarsi a non meno

di 16 chilometri dalle rive del canale. Respinto l’ultimatum il 31 ottobre le aviazioni delle due potenze

bombardarono basi militari in territorio egiziano e cinque giorni dopo le truppe venivano paracadutate su

Port Said in Egitto. L’offensiva di Francia, Gran Bretagna e Israele si concluse rapidamente con un brillante

successo militare; l’Unione Sovietica intimò agli USA di richiamare gli alleati, minacciando un intervento a

fianco dell’Egitto, e anche le Nazioni Unite approvarono una mozione di condanna. Di fronte alla velata

minaccia di vendere tutte le riserve americane di valuta britannica, Gran Bretagna e Francia iniziarono le

operazioni di ritiro da Suez all’inizio di dicembre. In quest’occasione l’ONU decise di istituire una Fora di

emergenza delle Nazioni Unite (UNEF). Sconfitto militarmente, Nasser divenne l’idolo delle popolazioni

arabe e l’Unione Sovietica promise finanziamenti per la costruzione della diga di Assuan. Nel 58 Egitto e

Siria arrivarono a fondersi nelle Repubblica araba unita, esperimento naufragato dopo soli tre anni. Gli Stati

Uniti con la “dottrina Eisenhower” dichiararono di sostenere la piena sovranità e l’indipendenza di ciascuna

nazione del Medio Oriente, aiutando le nazioni aggredite dal comunismo internazionale; in quest’ottica Stati

Uniti e Gran Bretagna inviarono le proprie truppe rispettivamente in Libano e Giordania per soffocare i

nascenti movimenti di ribellino dell’estremismo arabo.

Concilio Vaticano II: La Chiesa e il mondo cattolico si rapportavano alla realtà circostante come a un

nemico da combattere e sconfiggere, colpendo con nuove censure chi cercava di portare innovamento. Nel

58 venne eletto al soglio pontificio papa Roncalli che assunse il nome di Giovanni 23°, che iniziò un dialogo

con realtà esterne alla Chiesa e scrisse due encicliche in cui invitava ad uno sviluppo economico condotto

secondo il principio di equità e ad un dialogo e collaborazione reciproci. Giovanni 23 convocò un concilio,

che iniziò nel 62 e il papa chiarì che non si sarebbero dovute comminare nuove condanne, nemmeno al

comunismo, ma ci sarebbe dovuti preoccupare dell’aggiornamento della Chiesa. Alla morte di Giovanni 23,

la sua opera venne continuata da Paolo 6; il Concilio si concluse con la decisione di accantonare il latino,

aprire un dialogo interreligioso e avvicinarsi alla popolazione.

Francia: Al termine della Seconda Guerra mondiale il generale Charles De Gaulle era l’eroe nazionale e il

riconoscimento da parte degli alleati del governo della Francia Libera gli consentì di dichiarare la non

esistenza del regime di Vichy, in quanto pura emanazione della Germania nazista. Nominato capo del

governo provvisorio, il Generale indisse un referendum, nell’ottobre 45, sulla possibilità di dotare il paese di

una nuova costituzione e la proposta fu accolta e alle contestuali elezioni della Costituente il Partito

comunista ottenne il 26%, quello socialista il 24% il movimento repubblicano il 24%; spiazzato dal

successo delle sinistre il generale si dimise nel gennaio 46. La Costituente varò un testo improntato su un

sistema parlamentare monocamerale, che però fu respinto in sede di referendum. Nel giugno 46 venne

eletta una seconda Costituente che elaborò un testo approvato dall’elettorato il 13 ottobre 46. Nasceva così

la Quarta Repubblica , dotata di Parlamento bicamerale che deteneva il monopolio dell’iniziativa legislativa,

con un presidente eletto ogni sette anni dalle Camere riunite e dotato solo di poteri di rappresentanza e con

un governo che doveva avere la fiducia della maggioranza del Parlamento. Nel 47, con l’adesione al piano

Marshall il patto di collaborazione tra comunisti, socialisti e repubblicani si sciolse e iniziò una fase di

instabilità politica, nonostante la quale si ebbero importanti risultati nella ricostruzione economica, grazie al

piano riformatore di Jean Monnet. Monnet, insieme al ministro degli esteri Robert Schuman propose il

superamento delle ostilità tra Francia e Germania, gettando le basi del processo di unificazione economica

dell’Europa occidentale. Alla sconfitta in Indocina nel 54 si accompagnò lo scoppio di insurrezioni

nazionaliste in Algeria e questo, unito alle misure di contro-terrorismo attuate dall’esercito francese

soprattutto dopo la battaglia di Algeri del 57, resero la situazione insostenibile. Venne richiamato al potere

dal presidente della Repubblica, il general De Gaulle a cui l’Assemblea nazionale votò i pieni poteri per

riformare la Costituzione; la nuova Costituzione venne approvata da un referendum il 28 settembre 58 con

il 79% dei voti a favore e questo sancì l’inizio della Quinta Repubblica. La centralità del presidente della

Repubblica era garantita dal suo potere di indire referendum, sciogliere il Parlamento e nominare i ministri,

dietro parere del primo ministro. Una riforma costituzionale del 62 stabilì che il presidente fosse eletto a

suffragio universale diretto. De Gaulle fu eletto presidente della Repubblica nel 58 e nel marzo 62

sottoscrisse gli accordi di Evian con il Fronte di liberazione nazionale grazie ai quali l’Algeria divenne

indipendente e nello stesso anno divenne primo ministro il suo collaboratore Georges Pompidou. Nel 60 fu

esplosa la prima bomba atomica e nel 63 De Gaulle pose il veto all’ingresso della Gran Bretagna nella CEE

in quanto legata ad una relazione speciale con gli Stati Uniti, da cui sognava di riuscire a svincolare

l’Europa. Nel 67 reiterò il voto contrario all’ingresso di Londra nella CEE, ma la sua idea di Europa

svincolata dagli stati uniti rimase di fatto irrealizzata. Nel 64 la Francia riconobbe la Cina comunista; nel 66

vennero ritirate le truppe francesi dalla NATO e De Gaulle si recò in visita a Mosca condannando

l’intervento americano in Vietnam, revocando anche la concessione d’uso di 30 basi militari francesi agli

Stati Uniti; nel 67 condannò l’attacco israeliano nella guerra dei Sei Giorni, schierandosi all’ONU al fianco

dell’URSS. Alle elezioni presidenziali del dicembre 65 il generale fu riconfermato. In occasione delle

manifestazioni del 68 degli studenti che contestavano il progetto di ristrutturare il sistema universitario, a

cui si aggiunsero anche proteste di operai, De Gaulle affidò a Pompidou le trattative con i sindacati, che si

conclusero positivamente con gli accordi di Grenelle, sciolse le Camere e indisse nuove elezioni, facendo

appello i francesi perché si esprimessero a favore della stabilità. Fu così perché il partito gollista ottenne il

43,6% dei voti. Nell’aprile del 69, indetto un referendum per approvare un piano di riforma del sistema

regionale preparato dal suo governo, De Gaulle fu sconfitto e la sera stessa annunciò le sue dimissioni.

Pompidou diventato presidente della Repubblica, nel comunicare al paese la morte di de Gaulle, il 9

novembre 70, disse che da quel momento la Francia era vedova.

Italia: Nell’aprile 45 a guidare il governo che doveva avviare la ricostruzione fu chiamato Ferruccio Parri,

uno dei leader del Partito d’azione, che volle subito dare forti segnali di rottura con il passato fascista,

procedendo all’epurazione dei quadri della pubblica amministrazione e di tutti i dirigenti pubblici e privati

compromessi con la dittatura e una e alla tassazione sui profitti di guerra. Questi provvedimenti

incontrarono l’opposizione delle forze moderate che, nel dicembre 45, costrinsero Parri alle dimissioni. Il

nuovo esecutivo, ancora composto dai sei partiti di coalizione antifascista (PCI, PSIUP, DC, PLI,

Democrazia del Lavoro, PdA) venne affidato al leader della DC Alcide De Gasperi, che ridusse le

epurazioni anche in virtù dell’amnistia Togliatti del giugno 46. Con decreto luogotenenziale vennero

convocati i comizi elettorali per il 2 giugno 46, estendendo alle donne il suffragio passivo, mentre un

precedente decreto del febbraio 45 aveva già concesso loro il diritto di voto. Il 9 maggio Vittorio Emanuele

3 abdicò in favore del figlio Umberto, che dal 44 ricopriva la carica di luogotenente. Nel referendum la

repubblica ottenne 2 milioni di voti in più rispetto alla monarchia e Umberto 2 dovette lasciare l’Italia per

l’esilio. Le elezioni della Costituente videro l’affermarsi della DC con il 35%, il PSIUP (partito socialista di

unità proletaria) con il 20% e il PC con il 19%; tra le forze minori spiccava il Fronte dell’uomo qualunque,

partito fondato da Guglielmo Giannini alla fine del 45 e che ottenne il 5%. La nuova Costituzione

repubblicana entrò in vigore il 1° gennaio 48 e fu l’opera di un “compromesso costituzionale” che

prevedeva un sistema di tipo parlamentare, con un governo responsabile di fronte alle due Camere, titolari

del potere legislativo e della facoltà di eleggere, ogni sette anni, il presidente della Repubblica. Camera dei

deputati e Senato, dotati di identiche funzioni legislative, si differenziavano solo per i requisiti di elettorato

attivo e passivo. La Costituente prevedeva inoltre un Consiglio superiore della magistratura, una Corte

Costituzionale e un forte decentramento amministrativo mediante istituzione delle regioni e del referendum

abrogativo, tuttavia questi ultimi provvedimenti non furono attuati subito. Nel luglio 46 De Gasperi si dimise,

ma ottenne nuovamente l’incarico da parte del capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola e costituì,

sempre nel 46, un nuovo esecutivo formato da DC, PSIUP e PCI; in occasione delle amministrative di

novembre 46 la DC vide ridimensionato il proprio consenso a favore della destra del movimento dell’Uomo

Qualunque e fu proprio in virtù di questi risultati che nel dicembre dello stesso anno per iniziativa di

esponenti del passato regime fascista, Giorgio Almirante, Arturo Michelini e Pino Romualdi venne fondato il

Movimento Sociale Italiano. In occasione del 25 Congresso, nel 47, socialista il gruppo “autonomista” di

Saragat abbandonò il partito e, riunitosi a palazzo Barberini, fondò il Partito socialista dei lavoratori italiani

(PSLI) che successivamente avrebbe assunto la denominazione di Partito socialdemocratico italiano

(PSDI). La scissione di Palazzo Barberini produsse l’uscita dei rappresentanti del PSLI dal governo e la

nascita di un nuovo esecutivo tripartito, sempre presieduto da De Gasperi con DC, PCI e PSI. Convinto

della necessità di collocare l’Italia nel campo occidentale, De Gasperi, si recò nel gennaio 47 in visita

ufficiale negli Stati Uniti. A seguito di una strage perpetrata dagli uomini del mafioso Salvatore Giuliano in

occasione della festa dei lavoratori la CGIL proclamò uno sciopero generale come accusa ai latifondisti

siciliani, alla mafia e agli esponenti conservatori dell’Isola; De Gasperi decise di mettere fine al governo

tripartito. Dopo una crisi politica, il 24 maggio De Gasperi ottenne un nuovo incarico e formò un esecutivo

composto da DC e da esponenti del PLI, come Luigi Einaudi al ministero delle Finanze, e del Partito

repubblicano come Carlo Sfora a quello degli esteri. Per una regola non scritta né la destra dell’MSI né la

sinistra marxista avrebbero avuto accesso all’area di governo. De Gasperi inaugurò pertanto il “centrismo”,

che era fondato sull’alleanza tra DC e i partiti minori di centro. Il 18 aprile 48 si tennero elezioni per la prima

legislatura repubblicana, in campagna elettorale Vaticano e amministrazione americana si schierarono a

fianco della DC; PCI e PSI si presentarono uniti nel Fronte Popolare. La DC ottenne oltre il 48% dei voti

mentre il Fronte Popolare arrivò solo al 31% e De Gasperi tra 48 e 53 varò tre governi incentrati

sull’alleanza tra DC e i partiti laici di centro ovvero PLI, PSDI e PRI. Nel luglio 48, quando Togliatti rimase

ferito in un attentato ad opera di un estremista di destra milioni di lavoratori scesero in piazza e per alcuni

giorni il paese sembrò sull’orlo di un’insurrezione generale, ma lo stesso Togliatti invitò ad un

comportamento responsabile. Nel 48 ci fu la rottura del sindacato unico da cui uscì la orrente cattolica che

formò la Confederazione italiana sindacati lavoratori (CISL) e nel 50 repubblicani e socialdemocratici

fondarono l’Unione italiana del lavoro (UIL). In ambito economico il governo continuò a portare avanti una

politica liberista e deflativa e De Gasperi varò nel 50 una riforma agraria che prevedeva l’esproprio e il

frazionamento di parte delle terre dei latifondisti da distribuire ai braccianti agricoli, in modo da creare un

ceto di piccoli proprietari contadini autonomi; fu inoltre istituita l Cassa per il Mezzogiorno. Il governo decise

di rispondere alla mobilitazione delle piazze intensificando i poteri del corpo di polizia e le misure

repressive. Nel 49 la Chiesa emanò un decreto di scomunica per tutti coloro che mostravano simpatie o

tendenze comuniste; e nello stesso anno ci fu un aspro scontro parlamentare circa l’adesione al Patto

Atlantico, poi approvata a marzo. La DC, dopo la predita di consensi nelle amministrative del 51 e 52,

presentò un progetto di modifica della legge elettorale introducendo nel sistema proporzionale, adottato nel

48, una correzione di tipo maggioritario, che avrebbe assegnato il 65% dei seggi al partito o alla coalizione

che avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta dei voti. Tale proposta, presentata dal ministro degli interni

Mario Scelba, venne bollata come “legge truffa” dalle sinistre, ma fu comunque approvata a marzo 53. Alle

elezioni di giugno dello stesso anno, per poche migliaia di voti l’alleanza elettorale tra DC e partiti di centro

non raggiunse la maggioranza assoluta, soprattutto a causa della perdita di consensi dei partiti di centro

confluiti invece nel PCI e nel PSI, stavolta candidati separatamente. Il tentativo di De Gasperi di riproporre

la formula centrista per il nuovo governo fu rifiutato dai partiti minori e la proposta di un esecutivo

monocolore venne bocciata in alla Camera; De Gasperi morì nell’estate successiva. La morte di Stalin e il

nuovo corso di Chruscev, ma soprattutto la tragica repressione sovietica in Ungheria nel 56, produssero

effetti all’interno del PCI, dove alcuni dirigenti uscirono dal partito non condividendo la scelta di Togliatti di

approvare l’intervento dell’URSS a Budapest. Dopo i fatti d’Ungheria il partito di Nenni denunciò il patto

d’unione con il PCI, rivendicando la propria autonomia e rendendosi disponibile a collaborare con la DC.

Amintore Fanfani, esponente della sinistra democristiana, eletto alla segreteria del partito nel luglio 54,

cercò di rafforzare le strutture del partito a livello periferico. Nel 55 il ministro del bilancio Ezio Vanoni

presentò un piano di programmazione economica decennale con tre obbiettivi: riassorbimento della

disoccupazione, attenuazione del divario nord-sud, pareggio di bilancio, questo piano rimase

sostanzialmente inattuato. L’anno successivo venni istituito il Ministero delle Partecipazioni statali che

avrebbe dovuto coordinare le aziende pubbliche; già nel 53 esisteva l’ente nazionale idrocarburi che, fin

dall’inizio, era sotto la guida di Enrico Mattei ed attirava molte risorse. La nuova amministrazione Kennedy

(eletto nel 60) si rese conto che solo la fattiva collaborazione tra DC e PSI avrebbe sbloccato la situazione

politica italiana, e pertanto non la ostacolò. Le elezioni del 58 confermarono sostanzialmente il quadro

politico precedente, con una lieve avanzata della DC e delle sinistre, ma nel 60 l’uscita del PLI dalla

coalizione governativa parve costringere la DC alla resa dei conti. La successiva formazione di un

esecutivo monocolore democristiano guidato da Fernando Tambroni, che ottenne la fiducia in Parlamento

del MSI, rese evidente la possibilità di uno spostamento a destra degli equilibri di governo. Tambroni

autorizzò lo svolgimento del Congresso MSI a Genova, dove era previsto che a presiederlo fosse Carlo

Basile, già prefetto della città durante la Repubblica sociale italiana, tale decisione venne interpretata come

il prezzo da pagare per la fiducia in Parlamento e scatenò manifestazioni in tutto il paese, al punto che il

Congresso missino fu rinviato. La crisi determinata dal governo Tambroni condusse ad un nuovo governo

monocolore guidato da Fanfani che, al momento dell’insediamento, ebbe il voto dei repubblicani e

socialdemocratici, ma anche l’astensione del PSI e dei monarchici. Il nuovo esecutivo dimostrò che ormai

anche la DC era disponibile a quell’apertura a sinistra che Nenni, dal 56, aveva caldeggiato. Solo il governo

formato da Moro nel dicembre 63 vide l’ingresso dei socialisti nell’esecutivo. Nei primi anni dell’alleanza di

centro sinistra, quando ancora l’apertura al PSI si reggeva solo sulla sua astensione in Parlamento, furono

realizzate le più importanti riforme: nazionalizzazione dell’energia elettrica nel 62, con la creazione

dell’ENEL, e la riforma della scuola con l’istituzione della scuola media unificata. Le elezioni del marzo 63

videro il calo del consenso alla DC e il successo del Partito liberale che toccò il 7% e ciò sottolineò che

l’alleanza di centro-sinistra per reggere doveva essere svuotata dalla carica riformatrice. Nel 64 venne

predisposto dal generale dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo il cosiddetto Piano Solo, che prevedeva, in

caso di disordini e grave crisi politica, un intervento dell’Arma per arrestare gli oppositori ed occupare i

centri nevralgici dello Stato. Benché non attuato, il Piano Solo, la cui esistenza venne confermata nel 68 da

una commissione parlamentare, dimostrò che l’Italia non era ancora del tutto immune dal rischio di

un’involuzione autoritaria

Inghilterra: I vent’anni che seguirono la fine della Seconda Guerra mondiale furono caratterizzati da

un’intensa attività riformatrice. La cosiddetta consensu policy, ovvero il consenso fra il Partito conservatore

e quello laburista, aveva alla base la condivisione di ideali e punti programmatici come l’accettazione

dell’economia mista, la costruzione del Welfare State e il perseguimento della piena occupazione; in

politica estera, invece, i punti condivisi erano la decolonizzazione , l’appoggio al Commonwealth,

l’appartenenza alla NATO e la dotazione di un deterrente nucleare autonomo. Tale programma vide la luce

con il governo di Clement Attlee che si formò dopo le elezioni del 45 vinte dal partito laburista. Tra 46 e 49

furono nazionalizzati la Banca d’Inghilterra, il settore carbonifero, l’elettricità e il gas, i trasporti statali, il

sistema ferroviario e i settori del ferro e dell’acciaio; il governo laburista innalzò i sussidi settimanali di

disoccupazione e malattia. La nazionalizzazione del servizio sanitario fu operativa dal luglio 48 e fu il

simbolo del Welfare State, che passò anche attraverso l’estensione fino a 15 anni dell’obbligatorietà

scolastica. L’inverno 47 fu drammatico per la crisi dei rifornimenti alimentari e combustibili; il governo pose

una dura stratta economica e una politica di austerità che coinvolse l’intera popolazione e nel settembre 49

arrivò anche la svalutazione della sterlina. Questi provvedimenti contribuirono a far superare la crisi della

ricostruzione post bellica. Alle elezioni del 51 il Partito conservatore tornò a vincere e Churchill, a 77 anni,

tornò ad essere il primo ministro; il suo governo non modificò le scelte dell’esecutivo laburista con il

potenziamento del. Nel febbraio 52 venne incoronata la nuova regina Elisabetta 2 e nel 54 furono tolte le

ultime misure di razionamento alimentare. Nell’aprile 55 Churchill si dimise lasciando il posto a Anthony

Eden che, il mese successivo, convocò le elezioni generali dove i conservatori ottennero la maggioranza

relativa. Eden si dimise nel 57 per la cattiva gestione della crisi di Suez, fu sostituito da Harold Macmillan

che riuscì, sfruttando l’amicizia con Eisenhower, a rafforzare l’alleanza con gli Stati Uniti e nel 61 presentò

per la prima volta la domanda d’ingresso della Gran Bretagna alla Comunità economica europea. In politica

interna Macmillan puntò a salari migliori, crediti agevolati ed in generale un tenore di vita migliore con la

conseguente moltiplicazione del numero di case di proprietà. Forte dello slogan “non vi è mai andata così

bene” Macmillan vinse le elezioni del 59. Il colpo di grazia per il governo conservatore venne, nel 63, dal

veto del presidente De Gaulle all’ingresso nella CEE; alle elezioni del 64 il Partito laburista tornò a vincere

e divenne primo ministro Harold Wilson che riuscì nella difficile impresa di infondere tranquillità e ottimismo,

ma ciò nonostante nella seconda metà degli anni Sessanta ci fu un’impennata delle proteste

nazionalistiche in Galles e Scozia. La politica estera di Wilson, tesa a supportare il governo americano

nella guerra in Vietnam, produsse una profonda frattura con l’ala sinistra del Partito laburista. Nel 67 il

nuovo veto di De Gaulle e l’incapacità di portare a termine le riforme programmate, segnarono il fallimento

dell’amministrazione laburista. Il partito venne battuto dai conservatori alle elezioni del 70 aprendo un

quinquennio di governo presieduto dal Edward Heat, che ottenne l’ingresso della Gran Bretagna nella CEE,

ratificato nel 73 e confermato da un referendum due anni dopo.

America latina: La crisi del 29 aveva messo a nudo le debolezze strutturali dei sistemi politici e delle

economie dell’America Latina e sul piano politico aveva messo fine alla lunga stagione liberale. Il nuovo

modello economico sarebbe stato definito “industrializzazione per sostituzione delle importazioni”; in

sostanza i governi puntavano a favorire la crescita dell’industria nazionale e fabbricare i prodotti in

precedenza acquistati all’estero. Dopo il 45 agli interessi economici si aggiunsero da parte degli Stati Uniti

quelli politico-strategici. Gli USA promossero quindi, nel 48, l’istituzione dell’Organizzazione degli Stati

americani al fine di incentivare la cooperazione economica e politica e impedire la penetrazione comunista.

Chiesa e esercito divennero spesso le istituzioni tutelari dell’identità nazionale. I populismi latinoamericani

tendevano ad imporre una logica manichea a tutti i conflitti politici o ideologici. Il più importante regime fu

quello instaurato in Argentina nel 46 dal colonnello Juan Domingo Peròn che governò il paese fino al 55,

quando venne rovesciato dalla cosiddetta revoluciòn libertadora e fu costretto ad abbandonare il paese.

Ritornatovi da trionfatore nel 73 rimare al potere fino all’anno successivo quando morì. Peròn governò a

lungo con il sostegno della Chiesa e dei militari, ma soprattutto dei lavoratori; in economia nazionalizzò

importanti settori dell’economia, adottò piani quinquennali di sviluppo per l’industrializzazione e utilizzò la

ricchezza prodotta dalle esportazioni agricole per far lievitare i salari dei lavoratori con l’obbiettivo di

rendere il suo paese un polo d’attrazione per tutte le nazioni ispaniche e cattoliche latinoamericane. In

Brasile nel 30 i militari avevano portato al potere Getulio Vargas che, nel 37 impose una dittatura dai tratti

populisti chiamata Estado Novo; deposto nel 45, Vargas tornò al potere cinque anni dopo libere elezioni,

riproponendo una politica antiliberale e nazionalista. Schiacciato dagli scandali e dalle pressioni militari, si

suicidò nel 54 lasciando un eredità politica di cui si fece carico Joao Goulart nel 61, ma nel 64 i militari

ripresero il potere e imposero un regime repressivo, cercando, per il successivo ventennio, di prevenire le

tensioni sociali e incoraggiando lo sviluppo economico attraverso l’afflusso di capitali stranieri. In Messico

durante la presidenza di Lazaro Cardenas tra il 34 e il 40 venne varata una radicale riforma agraria, furono

nazionalizzate le compagnie petrolifere statunitensi e fu creato il Partito rivoluzionario istituzionale,

destinato ad essere il perno del sistema a partito unico. A Cuba la dittatura reazionaria di Fulgencio Betista

fu abbattuta nel 59, dopo tre anni di guerrigli, dal movimento rivoluzionario guidato da Fidel Castro, al cui

interno un ruolo di primo piano fu svolto dal guerrigliero Ernesto “Che” Guevara. Giunto al potere, Casto

procedette immediatamente alla nazionalizzazione dei principali settori produttivi; come risposta gli Stati

Uniti, che non avevano ostacolato la rivoluzione castrista ma ora ne temevano un’evoluzione in senso

socialista, imposero all’isola numerose sanzioni, fino al completo embargo commerciale. Castro s’era

rivolto all’Unione Sovietica, dove Chruscev si impegnò a diventare il principale acquirente di zucchero

cubano e a fornirgli sostegno politico e militare. L’avvicinamento del regime cubano a Mosca indusse gli

Stati Uniti a concepire e finanziare un intervento militare di esculi anticastristi a Cuba. La spedizione degli

esuli, che nell’aprile 61 sbarcarono presso la baia dei Porci, si risolse però in un totale fallimento: non portò


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Teo.GR

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DESCRIZIONE APPUNTO

Il presente riassunto, basato su appunti personali e studio autonomo, riporta con accuratezza i contenuti del corso di Storia Contemporanea, relativi all'insegnamento dei prof. Ziglioli ed Arisi Rota.

Costruita sulla base di un'assidua frequenza alle lezioni, tale dispensa segue fedelmente lo schema del libro di testo di riferimento (“Storia contemporanea dal XIX al XXI secolo”, di Cammarano, Guazzaloca, Piretti), e contiene gli approfondimenti e le particolarità analizzate in aula.

Rielaborati e rivisti con cura, tali appunti risultano particolarmente importanti per avere un quadro chiaro e puntuale della materia: la completezza del lavoro, il richiamo alle questioni citate in precedenza, ed i numerosi collegamenti permettono di individuare, anche con sole poche letture, gli aspetti più volte richiamati dai docenti, consentendo una preparazione dell'esame rapida e non dispersiva.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
SSD:
Università: Pavia - Unipv
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Teo.GR di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Pavia - Unipv o del prof Ziglioli Bruno.

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