1945: L’ITALIA TRA FASCISMO E DEMOCRAZIA – Mauro Forno
1. UN CONFLITTO AL SUO EPILOGO
L’ALBA DEL 1945
Nel 1945 c’erano le condizioni favorevoli per una rapida conclusione della guerra. In febbraio,
Stati Uniti, Unione Sovietica e Gran Bretagna – le tre potenze ormai prossime vincitrici del
conflitto – si riunirono a Yalta (Crimea) con l’obiettivo di decidere i futuri assetti geopolitici in
Europa e tracciare le conseguenti sfere di influenza.
Il 13 novembre 1945 un proclama del generale Alexander (Gran Bretagna) inviò ai patrioti
italiani un proclama in cui stabiliva la sospensione delle operazioni angloamericane lungo la
linea gotica (linea fortificata costruita dall’esercito tedesco nel nord Italia con lo scopo di
rallentare l’avanzata delle forze Alleate nella Penisola), con il conseguente invito ai partigiani
italiani a interrompere le azioni. Ciò determinò il progressivo abbandono delle basi in montagna
e la “pianurizzazione” delle azioni di guerriglia.
Si ridussero le azioni di repressione e rastrellamento dei tedeschi.
Si ebbe la sostituzione dell’inglese Alexander con l’americano Clark, al comando delle forze
Alleate in Italia: determinò risultati positivi.
LE SCELTE
8 settembre 1943: diffusione della notizia della firma (avvenuta cinque giorni prima)
dell’armistizio con le truppe alleate a Cassibile (Sicilia) per mano del generale Giuseppe
Castellano. Determinò la fuga dei membri del Governo guidato da Badoglio, del Re e della sua
corte verso Brindisi, dove stavano per arrivare gli angloamericani.
12 settembre: liberazione di Mussolini da parte dei tedeschi. Fonda la Repubblica sociale
italiana (RSI), anche conosciuta come Repubblica di Salò.
11 ottobre: Il Governo monarchico del Sud invia ai tedeschi la comunicazione che dal 13
settembre l’Italia si proclamava in guerra contro la Germania, con un proprio esercito. Tra la
popolazione si prospettava il prolungarsi delle sofferenze.
Due nuovi eserciti fanno la loro comparsa sulla scena militare, andando ad unirsi a quello
costituito dalle forze militari del cosiddetto Regno del Sud.
I tre eserciti erano:
esercito fascista repubblicano;
esercito monarchico del sud;
esercito partigiano antifascista – integralmente irregolare e composto da volontari;
Gli eserciti in lotta si attribuirono reciprocamente l’infamia del tradimento:
ai Savoia e a Badoglio perché avevano abdicato ai loro doveri ed erano fuggiti;
chi aveva deciso di aderire alla RSI e di collaborare con il tedesco occupante, rendendosi
moralmente responsabile di stragi, ritorsioni e rappresaglie che insanguinarono il Paese;
per i monarchici erano traditori coloro che si erano rifiutati di collaborare con il governo
costituzionalmente legittimo e tutti i militari che erano venuti meno al giuramento di
fedeltà al Re;
per i militari dell’RSI erano traditori i partigiani che avevano abdicato al senso di onore e
il sacrificio di tanti caduti, alimentando il rancore e il senso di rivalsa degli alleati
tedeschi;
LE FORZE IN CAMPO
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Esistono stime attendibili sulla consistenza numerica degli eserciti scesi in campo nel biennio
1943-45:
forze armate del governo monarchico – duecentomila uomini, impegnati nel
supporto logistico o per tutelare l’ordine pubblico;
Corpo italiano di liberazione (CIL) – costituito nel 1944, contava venticinquemila
uomini; cinquantamila nel 1945;
forze della Resistenza – ottantamila uomini nel marzo 1945; centotrentamila in aprile;
Tra i protagonisti della guerriglia antifascista e antinazista vi furono anche formazioni e gruppi
armati caratterizzati da tratti peculiari:
Gruppi d’azione patriottica (GAP) – organizzati clandestinamente, avevano un
legame di dipendenza dal Partito comunista da cui erano stati generati;
Squadre d’azione patriottica (SAP) – affiancarono la battaglia partigiana con
un’azione di preparazione, protezione e addestramento nei luoghi di lavoro; composte
da operai e contadini, svolsero un ruolo chiave in vista di una prossima insurrezione nel
Paese;
RSI – coesistenza di un esercito tradizionale (245.000 uomini) e di una Guardia
nazionale repubblicana (GNR), composta da elementi appartenuti alla Milizia fascista, ai
Carabinieri e alla Polizia dell’Africa italiana (135.000 uomini); era composta anche dalla
Legione autonoma “Ettore Muti” di Franco Colombo e la Decima Flottiglia Mas di Junio
Valerio Borghese;
30 giugno 1944: trasformazione del Partito fascista repubblicano (PFR) in organismo militare -
> nascono le Brigate Nere.
Wehrmacht – forza militare tedesca che operava nel centro-nord occupato; in Italia
disponeva di 410.000 uomini ; nel 1945 arrivò a 440.000 uomini; a cui si aggiungevano
gli appartenenti alle forze di polizia, alle SS e alle organizzazioni civili; fu determinante
nella lotta contro i partigiani;
Alleati – sbarcano in Sicilia il 10 luglio 1943 con 150.000 uomini, suddivisi in Settima
americana guidata dal generale Patton e ottava britannica guidata dal generale
Montgomery; divennero 480.000; ebbero un ruolo primario e fondamentale nella
liberazione del Paese sia in termini di apporto diretto, sia sotto il profilo dell’appoggio
materiale, finanziario e logistico alle forze partigiane;
IL GOVERNO DI ROMA
4 giugno 1944: angloamericani entrano a Roma e la liberano.
5 giugno: Vittorio Emanuele III abdica in favore del figlio Umberto, nominato luogotenente
generale del Regno; il generale Badoglio lascia la guida del Governo a Bonomi.
Fondato sulla coalizione di sei partiti (Democrazia Cristiana – DC, Partito Comunista italiano –
PCI, Partito Socialista italiano di Unità Proletaria – PSIUP, Partito d’Azione – PDA, Partito Liberale
italiano – PLI, Democrazia del Lavoro – DL), il governo fu trasferito a Roma il 15 luglio, dopo il
passaggio della Capitale dall’amministrazione militare alleata a quella italiana.
10 febbraio: la sua sede ufficiale era stata trasferita da Brindisi a Salerno.
Questo governo, legittimato dalla monarchia, si mosse sulla base della formula della
cobelligeranza, adeguata ad attenuare la politica punitiva degli Alleati e a permettere una
graduale ricostruzione del vecchio apparato statale prima della Liberazione del nord. Fu anche
perseguita una strategia di rafforzamento, avallato dall’amministrazione angloamericana, dei
vecchi notabilati prefascisti - > ciò ripropose in alcune regioni del sud le vecchie caste dei
notabili.
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Sotto il profilo politico, l’obiettivo perseguito dagli Alleati nei territori progressivamente liberati
fu quello di garantire condizioni stabili per non intralciare le operazioni belliche e sussistenza.
La monarchia cercò di autolegittimarsi, tentando di scindere le proprie colpe da quelle del
fascismo, in modo da garantirsi la sopravvivenza dopo la fine della guerra. Parziale recupero
del prestigio dei Savoia, anche come conseguenza del crollo del consenso al governo di Roma,
ritenuto privo di autorevolezza.
23 settembre 1944: circolare del Ministero della Guerra del Governo Bonomi decreta la
ripresentazione alle armi degli uomini nati dal 1914 al 1924.
Inverno 1944-45: rivolta esplosa in Sicilia contro la circolare del governo Bonomi; rivolta
effettuata dal movimento ‘nonsiparte’ composta da molte donne contro la chiamata alle armi
dei propri uomini.
Analoghi fenomeni di ribellione si registrarono in Calabria, Sardegna, Puglia, Lazio, Umbria.
Nella porzione di Paese ancora posta sotto la dominazione della Wehrmacht e della RSI i partiti
clandestini antifascisti si legittimarono progressivamente anche attraverso la lotta
resistenziale.
Le speranze del governo di Roma di suscitare una mobilitazione e partecipazione alla guerra
contro i tedeschi conobbero dei fallimenti, perché vastissimi strati di cittadini del sud, alle prese
con una condizione di vita precaria, avevano deciso da tempo di delegare agli Alleati il compito
di vincere per loro la guerra contro i tedeschi.
L’OCCUPAZIONE TEDESCA AL NORD
Nelle settimane successive all’armistizio del settembre 1943, l’apparato di occupazione
tedesco in Italia conobbe un rapido processo di consolidamento e ramificazione. I tedeschi
erano interessati sia a sostenere la guerra antipartigiana al nord e quella contro gli Alleati sul
fronte meridionale, sia ad uno sfruttamento economico dei territori invasi – la cosiddetta
Strategia von Rahn. Per coprire i costi dell’occupazione e come contributo agli oneri di guerra,
tra il settembre del 1943 e l’aprile 1945 gli amministratori della RSI versarono ai tedeschi 189
miliardi di lire.
Per conseguire i suoi obiettivi von Rahn sostenne l’esigenza di garantire la presenza di una
struttura italiana parzialmente autonoma, per sollevare i tedeschi da incombenze
amministrative, e di concedere una qualche soddisfazione a Mussolini.
Oltre alla perdita del controllo sui territori dell’Adriatisches Kustenlande (tra cui Trieste, Gorizia,
Udine) e su quelli compresi nell’Operationszone Alpenvorland (Belluno, Trento, Bolzano), un
motivo di profondo avvilimento per Mussolini fu la questione dei soldati italiani catturati dai
tedeschi dopo l’armistizio e internati nei campi del Reich. Mussolini voleva recuperare nel
proprio esercito tali uomini, ma i prigionieri si rifiutarono di riprendere le armi al fianco delle
truppe del Reich.
Lo Stato guidato da Mussolini fu costretto a convivere con le pressanti esigenze economiche e
militari della Germania, i cui principali rappresentanti in Italia furono von Rahn, il
rappresentante della Wehrmacht presso il governo della RSI Kesselring e il comandante
supremo delle SS e della polizia in Italia Wolf. L’amministrazione militare tedesca fu
ristrutturata in 19 comandi territoriali e una direzione generale degli armamenti e della
produzione bellica; furono predisposte una rappresentanza del ministero del Reich per
l’Alimentazione e l’Agricoltura e una delegazione generale per l’impiego della manodopera
responsabile dell’arruolamento dei lavoratori.
L’OCCUPAZIONE ALLEATA AL CENTRO-SUD
Nel Regno del Sud gli Alleati si preoccuparono di consolidare la propria struttura operativa.
Inglesi e americani, però, manifestarono orientamenti politici abbastanza differenti:
Inglesi – sostenevano i gruppi conservatori;
Americani – non osteggiarono a priori l’affermarsi di gruppi capaci di imprimere al
Paese una svolta in campo politico e sociale;
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Con il procedere della liberazione del territorio italiano e l’emergere dell’esigenza di evitare
qualsiasi rischio di deriva rivoluzionaria, molte delle differenze tra gli Alleati si appianarono: gli
Stati Uniti si convinsero dell’esigenza di allineare la propria politica a quella inglese.
Gli Alleati si riservarono piena autonomia decisionale, sia in campo militare che politico. A tale
scopo venne creato, nel 1943, l’AMGOT (Allied Military Government of Occupied Territories –
Amministrazione militare alleata dei territori occupati) e l’Italia fu il primo Paese a sperimentare
il governo dell’AMGOT. Questo Governo assicurava il funzionamento di tutti gli aspetti
dell’amministrazione pubblica (trasporti, giustizia, moneta).
L’AGONIA DEL GOVERNO DELLA RSI
Mentre il duce tentava con insistenza di rivendicare un peso decisionale effettivo, i tedeschi
sembravano proiettati verso la ricerca di una soluzione in grado di garantire loro una resa
onorevole, senza minimamente coinvolgere il governo fascista.
Sia tra i tedeschi che tra i fedeli a Mussolini si stava facendo strada la speranza di trovare una
soluzione diplomatica alla guerra.
Mentre le SS tentarono di prendere contatti per trattare con gli Alleati una resa dignitosa delle
truppe tedesche in Italia, nel marzo 1945 Mussolini, tramite l’arcivescovo di Milano, fece
pervenire ai comandi alleati una proposta di capitolazione in cui era auspicata la concessione di
garanzie personali per lui e per tutti coloro che avevano servito la RSI. Gli Alleati e i partigiani
ritenevano che l’unica soluzione per le truppe di Mussolini fosse la resa senza condizioni,
mentre Mussolini voleva realizzare un’ultima estrema resistenza per perpetuare l’immagine del
mito di un fascismo fiero, ribelle e indomabile.
Al fascismo nella sua versione repubblicana aderirono non solo gruppi di irriducibili assetati di
sangue e di vendetta, ma anche persone di estrazione e cultura molto diverse, unite da un
comune vincolo di dedizione al fascismo e al suo capo.
Si distinse dall’inizio tra militanza fascista politicizzata e un apparato amministrativo e civile
che si fece carico del quotidiano, di fatto accettato dalla grande maggioranza della
popolazione.
Accanto ai fanatici del primo fascismo, ai gruppi in rivolta contro il malcostume politico del
ventennio, ai gerarchi preoccupati di conservare il loro status, aderì alla RSI una moltitudine di
giovani nati ed educati nel clima retorico del fascismo, la quale non ebbe piena consapevolezza
di cosa significasse in quel momento proseguire la guerra al fianco della Germania di Hitler. Si
trovarono a combattere non nelle file dell’esercito repubblicano, ma in quelle delle Brigate
nere, il partito armato.
I VELLEITARI SFORZI DELLA PROPAGANDA MUSSOLINIANA
Con il ritorno al potere del fascismo nella sua versione repubblicana, la stampa e la propaganda
si sforzarono di attuare un piano capace di mantenere inalterato, rispetto al ventennio, il grado
di manipolazione dell’opinione pubblica. La popolazione era poco incline a concedere ancora
credito al fascismo o a credere in una possibile vittoria delle forze dell’Asse.
Furono soprattutto i limitati margini operativi concessi inizialmente dai tedeschi al governo
repubblicano, per via del trasferimento di tutti i settori realmente strategici sotto il proprio
controllo, a indurre Mussolini a puntare proprio sulla stampa e sulla propaganda.
Gli obiettivi che Mussolini intendeva assegnare a questi strumenti furono quelli di creare
consenso intorno a un gruppo dirigente in gran parte screditato di fronte all’opinione pubblica e
di favorire il sorgere di sentimenti ostili verso i “nemici della patria”.
Subito dopo la nascita della RSI il ministero della Cultura popolare fu ricostruito e riorganizzato
dal ministro Mezzasoma, mediante una serie di decreti, emananti nel novembre 1943, tesi a
centralizzare e snellire la vecchia struttura. L’ispettorato per la radiodiffusione fu unificato con
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le vecchie direzioni generali per la stampa; cinema e teatro furono riuniti in un’unica Direzione
generale, quella dello spettacolo; molte delle funzioni di controllo precedentemente svolte dai
prefetti furono trasferite agli addetti alla stampa.
22 dicembre 1943: formale abolizione delle norme sulla censura preventiva, decretata il 22
dicembre 1943 in applicazione dei principi sanciti dal Manifesto di Verona.
Agosto 1944: apparato propagandistico della RSI fu completato attraverso la costituzione di un
comitato consultivo per la propaganda, formato da cinque giornalisti d’esperienza.
Tra i giornalisti rimasti fedeli a Mussolini si espresse una contrapposizione tra chi riteneva di
dover proseguire sulla falsariga dei metodi adottati prima del crollo del regime e chi si faceva
portavoce dell’esigenza di un certo rinnovamento, anche nel senso di una maggiore
indipendenza di informazione.
Dicembre 1943: Mussolini censura in un telegramma ai capi delle province gli sfrontati
atteggiamenti di molti giornali.
Maggio 1944: traendo spunto dalle ripetute e pubbliche polemiche giornalistiche tra direttori,
Mussolini ripristina la censura preventiva su tutte le pubblicazioni quotidiane e periodiche.
Anche il settore della stampa e della propaganda non fu immune dai pesanti controlli attuati
dai tedeschi. L’azione invasiva dei tedeschi divenne il problema principale per il ministero della
Cultura popolare
Febbraio 1944: l’Agenzia Stefani (organismo a cui durante il ventennio, Mussolini aveva
riservato il monopolio della raccolta e diffusione delle informazioni) fu costretta a stipulare un
accordo-capestro con il servizio informazioni tedesco DNB (Deutsches Nachrichtenburo), il
quale si impegnava a diramare un servizio di informazioni italiano per tutti i grandi giornali e
per la stessa Stefani, che a sua volta lo avrebbe dovuto diffondere ai periodici minori attraverso
le sue redazioni regionali.
I tedeschi attivarono anche un’azione autonoma di propaganda, attraverso tre canali principali:
i reparti organizzati territorialmente dalla Propaganda Staffel; l’ufficio stampa dell’ambasciata
tedesca, con sede presso i consolati di Milano, Torino, Genova, Firenze, Trieste e con compiti di
controllo sulla stampa italiana; una rete di fiduciari e di informatori alle dirette dipendenze
dell’ambasciatore tedesco von Rahn.
Il neofascismo repubblicano non raggiunse mai le condizioni indispensabili per realizzare un
controllo pienamente efficace, a causa delle troppe inefficienze tecnico-organizzative, troppe
invadenze dall’esterno, contrasti che divisero i giornalisti moderati ed intransigenti,
atteggiamenti estremamente cauti di molti altri giornalisti.
2. RESISTENZE E GUERRA PARTIGIANA
LE COMPONENTI
L’esercito partigiano fu un esercito irregolare, in cui confluirono persone con radici politiche,
sociali e culturali molto differenti (combattenti antifascisti della guerra civile spagnola,
prigionieri alleati fuggiti dai campi di internamento, militanti antifascisti clandestini, gente
comune che aveva maturato un distacco dalla dittatura fascista, giovani che si erano sottratti
all’arruolamento nella RSI).
Sul piano politico, l’esercito partigiano era composto dai principali partiti politici antifascisti:
Partito d’Azione (PDA), Partito Socialista (PSIUP) e Partito Comunista (PCI), a cui fecero
riferimento le brigate “Giustizia e libertà”, “Matteotti” e “Garibaldi”. Non trascurabile fu anche
la presenza dei cattolici. A queste forze si affiancarono le Brigate Autonome (generalmente di
fede monarchica)
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