GERARDO BERENGA, UN NOTABILE MERIDIONALE NELL’ITALIA
LIBERALE – Carmelita Della Penna
1. NOTABILI, PROFESSIONISTI E POLITICI NELLO STATO POST UNITARIO
I grandi processi di cambiamento della classe politica cominciano a presentarsi dopo che
l’unificazione fu portata a termine. Nelle aree periferiche si manifestò un mutamento
nell’approccio alla politica da parte delle élite locali.
Costante processo di trasformazione che porta al declino dei ceti aristocratici: avanzamento dei
notabilato (professionisti, intellettuali, burocrati). L’avanzare di questa nuova classe va a
discapito dei nobili, dei grandi proprietari terrieri e dei militari. In Parlamento, invece, questo
ribasso si registrerà quindici anni dopo l’Unità d’Italia.
Mancava un piano nazionale di sviluppo del settore primario: la grande aristocrazia non fece
nulla per tentare un cambio di rotta nella gestione capitalistica del patrimonio, rinunciando
quasi del tutto all’introduzione di nuove tecniche e adeguati macchinari, basandosi ancora sullo
sfruttamento del fattore umano (la manodopera era abbondante e a buon mercato).
L’industria non attraversava un momento favorevole: iniziava, però, ad avviare un importante
processo di sviluppo in modo da programmare un futuro promettente. Nacquero importanti
impianti di metallurgica, cantieristica, meccanica e chimica.
1876: la Sinistra storica diviene la nuova maggioranza parlamentare. Diviene presidente del
Consiglio Depretis.
Negli anni che vanno dall’Unità d’Italia al 1882 si delineava una certa conformazione ideologica
tra coloro i quali si erano prefissati di seguire gli insegnamenti cavouriani (Destra storica) e
coloro i quali provenivano dalla democrazia risorgimentale e che avevano accettato le istanze
delle istituzioni monarchiche nel nuovo Stato (Sinistra costituzionale). Non assumeranno mai le
caratteristiche di formazioni politiche chiaramente strutturate: le differenze si ridurranno nel
1870 (anno in cui viene portata a compimento la maggior parte dell’Unità della penisola). Si
formarono alleanze che prescindevano dall’appartenenza ideale alla Destra o alla Sinistra. Il
gioco politico ruotava attorno al carisma di un leader. Vi era la tendenza a formare sempre
nuove maggioranze governative che potessero facilitare ai deputati l’iter di particolari richieste,
oltre che a garantire agli stessi un sostegno operativo da parte dei funzionari statali (i prefetti)
nel corso delle elezioni. Per questo si manifestò un’accentuata instabilità dei governi.
Il decennio dagli anni Ottanta ai Novanta, vide la necessità di garantire la stabilità governativa:
ottenuta attraverso la formazione di una coalizione più allargata, in modo da rispondere alle
richieste di maggiore rappresentatività da parte dei gruppi emergenti nella società italiana.
Queste maggioranze più solide garantivano una sorta di sbarramento nei confronti delle forze
antisistema appartenenti all’opposizione della sinistra radicale, repubblicana e socialista, oltre
che cattolica.
Gennaio 1882: il Parlamento abbassa il limite d’età degli elettori (da 25 a 21); dimezza la quota
d’imposta necessaria per avere diritto al voto.
Alle elezioni di quell’anno viene eletto Giolitti (liberale di sinistra).
Era presente l’esigenza di voler far convergere il più possibile in un’area centrista le forze che
riconoscevano di avere uno spirito moderato (viene coniato il termine “trasformismo”; venne
avvalorata una posizione di slittamento all’interno dell’aula parlamentare di voti che dalla
Destra confluirono alla Sinistra). Occorreva, però, difendere il sistema dalle ali estreme, definite
i “rossi”. Oltre al pericolo dell’estremismo rosso, la paura veniva anche dal movimento clericale
più radicale. In questa prospettiva, l’allargamento del suffragio e la partecipazione alle elezioni
di una nuova classe, quella dei ceti popolari, preoccupava i liberali governativi, soprattutto per
l’influenza che il clero esercitava sulla popolazione cattolica. Se da parte della gerarchia
ecclesiastica l’apertura all’impegno politico sarebbe arrivato solo all’inizio del XX secolo, i
movimenti intellettuali del quarantennio post unitario ne avevano fatto tema costante di
dibattiti e confronti. I liberali si schierarono contro la possibilità dell’allargamento del suffragio,
considerato pericoloso.
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Aspetto rilevante della politica di Depretis riguardava la scelta protezionistica che sarà
operativa nel 1887. Le misure prese dalla Camera riguardavano le materie prime utili
all’industria e colpivano le importazioni di frumento, zucchero, alcolici, caffè e altri prodotti
coloniali. Il provvedimento riguardava quasi tutta la produzione, sopratutto quella tessile e
siderurgica. Il presidente del Consiglio mirava a rafforzare l’alleanza tra agrari e borghesia del
Nord. Il giudizio di economisti e storici fu positivo. Aspetti negativi di questa misura: vennero
sacrificate le colture specializzate dell’Italia meridionale. L’idea che si diffuse fu che vennero
poste in vantaggio le industrie a scapito dell’agricoltura.
Il protezionismo favorì i politici, gli industriali e le camere di commercio dell’Italia del Nord,
abbandonando al proprio destino il Sud.
Il fenomeno del trasformismo e il protezionismo furono due misure adottate da Depretis per
rendere coesi i governi da lui presieduti e per creare il collante tra la classe imprenditoriale e
quella dirigente.
Inoltre, nelle Camere vi era una scarsa rappresentatività dei diversi strati sociali: per questo le
Camere non potevano esprimere la molteplicità delle istanze provenienti dal mondo civile.
L’instabilità derivava dal fatto che tale esigua rappresentanza non era per niente coesa al suo
interno, rendendo il Parlamento difficilmente governabile. Finì per prevalere il carattere
municipalistico.
La legislazione risultava frammentaria proprio nel momento in cui occorreva più coesione e
maggiore incisività nelle politiche economiche e nella programmazione territoriale.
I contrasti non erano legati solo allo sviluppo economico, ma anche i processi culturali e il
radicamento dell’ordinamento giuridico. Prevaleva lo spirito localistico e municipalistico, proprio
nel momento in cui la coesione si sarebbe dovuta concretizzare per rappresentare il progresso
in modo più uniforme possibile.
Non sempre i vari processi di slittamento consentivano ai parlamentari di assicurarsi una
permanenza politica: per loro era indispensabile intervenire sul territorio e affidarsi al sostegno
dei prefetti.
Il grande progetto di Depretis mirava a creare stabilità e a eliminare gli estremismi, ma aveva
prodotto anche una condizione di immobilismo e di accomodamento ideologico.
Il cambiamento sociale procedeva a rilento perché non vi erano le spinte necessarie a ricercare
un progetto unitario sull’intero territorio nazionale. Il protezionismo produceva un buon risultato
nell’immediato, ma non spingeva i grandi imprenditori ad una “autoanalisi”, rinviando il
confronto con un mercato internazionale in forte espansione. Considerata la relativa debolezza
della borghesia, il progetto di Depretis non poteva non fallire.
In questa prospettiva, il notabilato era rimasto in disparte, rafforzando la propria posizione
sociale.
Questa nuova classe sociale, che dagli anni Ottanta del XIX secolo fino agli anni Venti del
secolo successivo inciderà in modo determinante nel tessuto connettivo della società italiana
in netta trasformazione, fungerà da unione tra le varie leadership.
Più la rete del notabilato era capillare, più il controllo sul territorio sarebbe risultato efficiente,
anche perché mancava una vera e propria educazione politica e lo stesso senso dello Stato era
ancora in formazione.
La periferia aveva un peso specifico notevole e nelle scelte dei parlamentari l’influenza
dell’elettorato rurale era determinante. Questa caratteristica appariva più evidente nelle zone
in cui l’urbanizzazione procedeva a rilento.
La classe notabilare mirava a consolidarsi per realizzare quelle strategie di controllo e di
regolamentazione, al fine di ottenere un potere durevole. Il notabilato appariva come il
collegamento diretto tra la periferia e il centro del potere.
2. GLI STUDI E LA FORMAZIONE POLITICA
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Gerardo Berenga nasce a Lanciano il 29 gennaio 1860 da una famiglia di avvocati e di
amministratori. Appartiene ad una famiglia economicamente facoltosa (che godeva anche di
rendite agrarie), politicamente liberale e di lunga tradizione forense.
1871: compie gli studi liceali a Chieti.
1882: laurea in giurisprudenza a Napoli.
Ritorna nella sua città natale, inizia la sua attività professionale e si avvicina alla politica. Entra
nel Partito liberale. Nel 1882 il Partito, con a capo Berenga, conquista la minoranza al Consiglio
comunale di Lanciano. A livello internazionale, nello stesso anno, viene allargato il suffragio che
porta alla rappresentanza politica una classe più eterogenea.
1888: diviene socio della Cassa Operaio-Agricola di Lanciano e del Banco di Lanciano; fonda il
suo giornale “I tre Abruzzi” con la finalità principale di unire prima l’Abruzzo e poi l’Italia (il
giornale resta operativo fino al 1921).
1895: viene eletto sindaco di Lanciano, carica che conserverà fino al 1910.
Sottolineò l’importanza che la partecipazione politica e l’organizzazione del consenso
avrebbero avuto sia per il sistema politico nel suo complesso sia per ottenere maggiore
stabilità e garanzie nei rapporti tra società civile e Stato.
Promosse il liberismo sociale e politico, inteso a favorire l’ascesa delle classi lavoratrici e ad
agevolarne l’immissione nella vita attiva dello Stato, in linea con la politica giolittiana.
Il suo impegno si c0ncretizzava nell’epoca giolittiana, considerata portatrice di benessere,
industrializzazione e cambiamento; nella pratica si trovava ad operare in un contesto segnato
da scarsità di risorse e di mezzi di educazione civile e intellettuale.
Gli articoli su I tre Abruzzi si possono considerare come veri e propri manifesti politici,
espressione delle sue idee in campo economico, sociale e amministrativo. Considerava i
giornali sempre importanti per gli equilibri interni al sistema politico: I tre Abruzzi finiva per
essere quasi un partito, una forma di collegamento per le forze che si rifacevano alle idee del
gruppo liberale. Dal giornale traspare la lotta politica per conquistare l’appoggio di pochi
elettori. Successivamente, la comparsa di un più maturo impianto ideologico, con pagine di
informazione, di cultura e di
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