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Capitolo I: L'inizio

Il ruolo marginale degli Stati Uniti e dell'Unione Sovietica

Gli Stati Uniti d'America e l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche svolsero un ruolo marginale nel quadro politico internazionale del periodo tra le due guerre, dal 1919 al 1939. I diplomatici americani sottolinearono la tradizionale separazione del nuovo mondo delle Americhe dal vecchio mondo dell’Europa e perseguirono una politica di astensione dal coinvolgimento politico e militare nei confronti di quest’ultima, che viene generalmente definita isolazionismo. L'Unione Sovietica confinava effettivamente con l'Europa; lo stato comunista, guidato da Stalin, mantenne un analogo atteggiamento di sospetto verso contatti troppo ravvicinati con i governi capitalisti: secondo la dottrina marxista-leninista, quei paesi costituivano un sistema internazionale ostile all’esistenza del comunismo.

Gli Stati Uniti e la politica di neutralità

Anche se gli Stati Uniti adottarono ufficialmente una politica di neutralità nel 1939, fra i funzionari governativi si diffuse una crescente preoccupazione di fronte alla possibilità che l’Europa cadesse sotto il dominio dei dittatori fascisti Adolf Hitler in Germania e Benito Mussolini in Italia. Il Presidente Roosevelt cercò di richiamare l'attenzione dell’opinione pubblica americana sui presenti pericoli quando ribadì la necessità urgente di difendere le quattro libertà: libertà di parola e di culto, libertà dal bisogno e dalla paura. "Noi americani nutriamo una preoccupazione vitale verso la vostra difesa della libertà," disse alle nazioni democratiche del mondo nel gennaio 1941. Parlando di quella che più avanti divenne nota come la politica affitti e prestiti, egli aggiunse: "Stiamo impiegando le nostre energie, le nostre risorse e la nostra partenza organizzativa per darvi la forza di conquistare e mantenere un mondo libero. Vi manderemo in numero sempre maggiore navi, aerei, carri armati e cannoni." Nonostante la promessa solenne apparentemente incondizionata di Roosevelt di venire in aiuto ai paesi che lottavano contro le potenze fasciste, gli Stati Uniti evitarono di entrare formalmente nel conflitto.

L'attacco a Pearl Harbor e l'entrata in guerra degli Stati Uniti

L’attacco a sorpresa giapponese contro la base navale di Pearl Harbor nel dicembre 1941 e la dichiarazione di guerra della Germania agli Stati Uniti solo pochi giorni dopo conclusero bruscamente il periodo di neutralità americana. Mentre Roosevelt fu apertamente critico per il regime nazista in Germania, Stalin adottò un atteggiamento più ambiguo e inizialmente vide la crisi polacca come un’opportunità per allargare i confini territoriali sovietici a ovest. Stalin, inoltre, non era affatto dispiaciuto di vedere le potenze capitaliste combattersi a vicenda: ciò non solo procurava guadagni territoriali immediati ma accelerava la prospettiva del crollo completo del capitalismo che avrebbe portato inevitabilmente, come prevedeva la dottrina marxista-leninista, alla vittoria del comunismo internazionale.

Le alleanze improbabili e le conseguenze della guerra

Gli Americani erano tradizionalmente ostili al comunismo, visto come un’ideologia straniera che calpestava spietatamente la libertà politica, economica e religiosa. Tuttavia, consideravano la Germania nazista il pericolo maggiore e di conseguenza insistettero per perseguire una strategia militare che privilegiava l’Europa, mentre contro il Giappone veniva condotta un’operazione di contenimento. Il terrore della Germania nazista aveva pertanto promosso un improbabile grande alleanza dei tre grandi che comprendeva le forze dell’imperialismo britannico, del capitalismo americano e del comunismo sovietico.

Il dopoguerra e le conferenze di pace

Nel 1945, la Germania e l’Italia erano nazioni sconfitte, le loro economie erano devastate e le loro popolazioni soggette a occupazione e amministrazione militare straniera. La Francia fu liberata, ma solo tardivamente ammessa nel gruppo delle grandi potenze. Dopo esserci opposta da sola alla schiacciante potenza della Germania nazista nel 1940-1941, la Gran Bretagna emerse dalla guerra con una considerevole dose di orgoglio per aver portato a compimento una grande missione. Churchill aveva disperatamente chiesto l’assistenza degli Stati Uniti nel 1940 perché era convinto fosse il solo modo per assicurare la sopravvivenza dell’impero britannico. L’intervento americano garantì effettivamente la vittoria finale sulle potenze fasciste.

Conseguenze per l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti

L’Unione Sovietica aveva subito perdite più pesanti di qualsiasi altro paese durante la guerra e nel 1945 era economicamente distrutta: le perdite umane erano state oltre 20 milioni, l’agricoltura e l’industria erano devastate. Si sarebbe potuto dire che gli Stati Uniti avevano effettivamente tratto un vantaggio dalla guerra. Gli Stati Uniti avevano preso il posto della Gran Bretagna nel ruolo di indiscussa superpotenza economica mondiale e di erogatrice di crediti finanziari; possedevano inoltre un ingente apparato militare che nel 1945 aveva acquisito il monopolio delle armi atomiche.

L'atmosfera amichevole nelle conferenze al vertice

Un’atmosfera amichevole pervase gli incontri al vertice tenuti a Teheran nel 1943 e a Yalta nel 1945. L’avanzata dell’Armata rossa in Polonia portò la questione in primo piano nel 1944: Churchill sottolineò l’importanza di ripristinare la libertà polacca e ricordò ai suoi alleati che la Gran Bretagna e la Francia erano entrati in guerra contro la Germania proprio per questo nel 1939. Ma la Polonia era anche storicamente la via d’accesso a Mosca per gli invasori stranieri e Stalin non era in vena di scendere a compromessi. Il leader sovietico insisteva per conservare le aree della Polonia orientale che aveva guadagnato col patto di non aggressione firmato con Hitler nel 1939. La Polonia avrebbe ricevuto compensazioni territoriali spingendo il suo confine occidentale in territorio tedesco fino alla linea dei fiumi Oder-Neisse.

Le decisioni di Yalta e Potsdam

Nonostante le proteste britanniche, gli americani non si mossero e consentirono tacitamente all’estensione del controllo comunista alla Polonia: evidentemente, Roosevelt desiderava evitare di trasformare il paese in una causa di discordia fra gli alleati. La questione parve essere stata risolta alla conferenza di Yalta che prevedeva elezioni libere e senza impedimenti nei territori della vecchia tirannia nazista. Due mesi dopo la fine dei combattimenti in Europa, gli alleati vittoriosi si incontrarono nel luglio 1945 a Potsdam. Dalla precedente conferenza di Yalta, comunque, c’era stato un significativo cambiamento nella composizione dei tre Grandi: un nuovo presidente americano era entrato in carica (Roosevelt era morto e gli era succeduto Truman), il risultato delle elezioni nazionali in Gran Bretagna portò durante la conferenza alla sostituzione di Churchill con il neoeletto Atlee; solo Stalin era rimasto ad assicurare una continuità col passato. Il compito di vincere la guerra era stato portato a termine, ma esisteva un desiderio comune di assicurare la pace e di evitare una terza guerra mondiale.

Il problema della Germania e la divisione in zone

Vincitori si trovarono a presiedere su una nazione in rovina e una popolazione alla disperazione. La Germania fu sottoposta a governo militare e divisa in zone geografiche che riflettevano a grandi linee le effettive posizioni occupate alla fine delle ostilità tra gli eserciti alleati. I russi occuparono l'est, gli americani il sud, mentre i britannici il nord-ovest. La città di Berlino venne analogamente divisa in quattro settori separati e divenne il quartiere generale del Consiglio alleato di controllo che venne istituito formalmente per governare la Germania. La divisione in zone di occupazione separate era una misura tanto pratica quanto ragionevole sul piano amministrativo, essa veniva considerata un dispositivo temporaneo in attesa dell’organizzazione di una grande conferenza internazionale per stipulare un trattato di pace definitivo.

La responsabilità delle superpotenze

Sui Tre grandi, e specialmente sulle due superpotenze, gravava la responsabilità di cooperare alla realizzazione di un assetto destinato ad avere un effetto cruciale sulla futura ricostruzione politica dell’Europa e sul mantenimento della pace mondiale. Nel 1945, la convinzione prevalente tra vincitori era che i tedeschi fossero stati trattati con eccessiva benevolenza alla fine della Prima guerra mondiale e che bisogna evitare di commettere lo stesso errore. Un comprensibile istinto di vendetta e la volontà di punire i colpevoli emersero con evidenza nei programmi di denazificazione rapidamente istituiti in ciascuna zona. Le condanne più severe vennero inflitte agli esponenti nazisti di rango più elevato mentre migliaia di piccoli funzionari governativi vennero trattati senza comprensione, al pari di criminali.

Il dibattito sulla politica economica e le riparazioni

Legato alla questione della punizione c’era il desiderio comune ai tre Grandi di impedire il risorgere della Germania quale futura minaccia militare. Essi si mostrarono unanimi sulla necessità di sciogliere immediatamente le forze armate tedesche. Il dibattito sulla politica economica fu più controverso e si rivelò in ultima analisi un fattore di divisione fra le potenze alleate: benché concordi sulla necessità di mantenere la Germania in uno stato di debolezza, esse erano incerte su come arrivare a questo obiettivo. La Germania doveva essere deindustrializzata e ridotta brutalmente a una sorta di economia pastorale medievale (Piano Montgenthau). Le linee di una comune strategia economica emersero dalla decisione concorde dei tre Grandi di smantellare le industrie belliche della Germania e di limitare fortemente la produzione economica in modo tale da consentire solo un minimo vitale alla popolazione locale.

L'insistenza di Stalin e il compromesso sulle riparazioni

Ma l’applicazione di questa strategia venne ben presto ostacolata dall’insistenza di Stalin, che esigeva dalla Germania enormi riparazioni di guerra nella forma di un trasferimento di attrezzature industriali e materie prime all’Unione Sovietica per aiutarne la ricostruzione. Alla conferenza di Yalta nel febbraio 1945, il ministro degli Esteri sovietico, Molotov, propose di imporre alla Germania il pagamento di riparazioni di guerra per un importo di 20 miliardi di dollari, metà delle quali destinate all’Unione Sovietica. Non avendo subito bombardamenti e invasioni, gli americani non avvertivano l’esigenza di riparazioni.

La posizione americana e l'atteggiamento di Truman

Anche se gli Stati Uniti non esigevano riparazioni dalla Germania per se stessi, non potevano negarle all’Unione Sovietica dopo gli immensi sacrifici sopportati da quel paese in tempo di guerra. Roosevelt fece ammissioni in questo senso alla conferenza di Yalta, anche se la sua morte prematura nell’aprile 1945 fece sì che il compito effettivo di mettere a punto un formale accordo sulle riparazioni di guerra aspettasse al suo successore, Truman. Il nuovo presidente era inesperto in politica estera e non cercava di mascherare la sua ostilità personale nei confronti del comunismo. Alla conferenza di Potsdam, nel luglio 1945, evitò di precisare una cifra esatta totale per le riparazioni. Si optò invece per una soluzione di compromesso, in base alla quale i sovietici avrebbero tratto il grosso delle riparazioni dalla loro zona, ricevendo solo limitati quantitativi di materiale industriale dal settore occidentale.

L'atteggiamento delle autorità americane

In contrasto con la dura politica di riparazioni favorita dai sovietici, le autorità militari americane adottarono ben presto un atteggiamento umano e comprensivo verso il nemico sconfitto. Il dilemma venne reso più drammatico dall’inizio dell’inverno e dall’arrivo giornaliero di migliaia di rifugiati che fuggivano dall’est, in larga maggioranza feriti e affamati. Inoltre, la mancanza locale costringeva le autorità americane a ricorrere all’importazione di cibo e materie prime dagli Stati Uniti. Non solo la procedura era costosa ma, a meno di non prendere iniziative concrete per riportare in vita l’economia tedesca, minacciava di diventare un problema intollerabile per i contribuenti americani.

La crisi alimentare e la soluzione britannica

A giudizio del governatore militare americano in Germania, generale Lucius Clay, la crisi alimentare sarebbe solo peggiorata a meno di non istituire un’agenzia amministrativa centralizzata per garantire l’efficiente assegnazione e distribuzione per zona delle risorse economiche. Nella sua opinione, il maggiore ostacolo non erano tanto i sovietici quanto i francesi, che cercavano di mantenere la Germania permanentemente debole non solo aggiungendo la propria richiesta di pesanti riparazioni a quelle dei sovietici, ma resistendo anche a tutti i tentativi di rendere il Consiglio alleato di controllo di Berlino uno strumento efficace di governo centrale. Nel maggio 1946, il generale Clay, al colmo della frustrazione, cercò di imporre una discussione a livello governativo dell'intera questione bloccando il trasferimento delle riparazioni dalla zona americana. Mentre la Francia rimase silenziosa nella sua intransigenza, i sovietici protestarono contro l’illegalità dell'azione di Clay.

La cooperazione anglo-americana e la Bizona

Una risposta costruttiva sarebbe venuta di lì a poco dalla Gran Bretagna, il cui governo condivideva il sospetto americano che i sovietici stessero usando la questione delle riparazioni per mantenere la Germania economicamente debole e di conseguenza vulnerabile alla sua versione e quindi al controllo comunista. Oltre a ciò, posta di fronte allo stesso dilemma degli Stati Uniti di dover alimentare la popolazione tedesca della sua zona, la Gran Bretagna considerò un'azione economica concentrata un mezzo più rapido per alleviare un crescente onere finanziario. La Gran Bretagna aveva anche disperatamente bisogno dei dollari americani per finanziare le importazioni, mentre gli Stati Uniti avevano bisogno di rifornimenti di carbone e materie prime dalla zona britannica. La cooperazione anglo-americana venne formalizzata a metà del 1946 con la decisione di combinare le due rispettive zone in un’unità economica separata. La nuova entità venne chiamata Bizona.

Le previsioni di Roosevelt e la decisione di Byrnes

In occasione della conferenza di Yalta nel febbraio 1945, il presidente Roosevelt aveva predetto che le truppe americane sarebbero state ritirate dall’Europa entro due anni dalla fine della guerra. Diciotto mesi più tardi, il segretario di Stato Byrnes ammoniva: "Non ripeteremo quell’errore. Intendiamo mantenere nostro interesse verso gli affari dell’Europa e del mondo." Le linee di demarcazione temporanea tracciate nel 1945 divennero confini stabili nel 1949, quando la zona francese si congiunse a quella anglo-americana. La successiva divisione della Germania in due paesi ostili e separati sottolineò lo stato di acuta rivalità fra due superpotenze, dimostrando che l’alleanza del tempo di guerra non era in grado di resistere al processo di transizione verso la pace.

Il contenimento del comunismo

Il conflitto tra le due superpotenze sulla Germania trovò riflesso in altre aree geografiche, specialmente in Europa orientale e nel Medio Oriente. Gli Stati Uniti furono tuttavia in grado di esercitare un’influenza più tangibile nella crisi che si delineò in Iran. Il paese era stato sotto occupazione militare congiunta anglo-sovietica fin dal 1941 e gli occupanti si erano accordati per ritirare le loro forze entro il marzo 1946. Le notizie della permanenza di truppe sovietiche nella provincia settentrionale dell’Azerbaigian per aiutare un movimento separatista contro il regime dello scià, tuttavia, suggerirono che Stalin intendesse violare l’accordo del periodo bellico. Ma la questione veramente scottante era il controllo delle preziose risorse petrolifere della regione. "La continuità del nostro accesso al petrolio nel Medio Oriente è particolarmente minacciata dalla penetrazione sovietica," osservò la Casa Bianca. La decisione dello scià di inviare truppe iraniane alla frontiera settentrionale e di sollevare inoltre la questione alle Nazioni Unite ricevette sostegno diplomatico da parte americana.

La risposta sovietica e la politica di contenimento

I Sovietici disinnescarono rapidamente la bomba della crisi accettando di rispettare l’accordo del tempo di guerra e di ritirare le loro forze militari dall’Iran nel maggio 1946. La ferma risposta americana agli eventi iraniani rifletteva la crescente convinzione di Washington che l’Unione Sovietica stava diventando un nemico degli Stati Uniti e che era necessario mettere un freno al suo insaziabile appetito espansionistico. La realistica conclusione di Clifford era che gli Stati Uniti dovevano evitare l’errore dell’appeasement ed essere perfino pronti a entrare in guerra, se necessario, per resistere all’ambizione di conquista mondiale di Stalin. Il termine contenimento venne ben presto adottato da più parti per descrivere l’obiettivo della politica americana nei suoi rapporti con l’Unione Sovietica.

La crisi del Mediterraneo orientale

L’attenzione del pubblico americano era in realtà già attirata verso la nuova strategia dal susseguirsi degli avvenimenti dell’Iran e in particolare del Mediterraneo orientale. Il mare era stato tradizionalmente considerato come parte della sfera d’influenza britannica, finché il governo britannico, il 21 febbraio 1947, informò segretamente il Dipartimento di Stato di non essere più in grado di mantenere un sostanziale ruolo economico e militare in Grecia e Turchia. Lo spettro dell’aggressione sovietica si affacciò minacciosamente nella guerra civile che stava allora infuriando in Grecia. Inoltre, i sospetti americani di una cospirazione segretamente guidata da Mosca venivano confermati dalle simultanee pressioni esercitate da Stalin sul governo turco per assicurare alle navi da guerra sovietiche diritti di accesso navale al Mediterraneo.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher rocky-3 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Novarino Marco.
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