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Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Novarino, libro consigliato Il secolo dei genocidi,Bruneteau Appunti scolastici Premium

Sunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il secolo dei Genocidi di Bernard Bruneteau. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Genocidio: origine, contenuto e problemi di una definizione giuridica; Alla ricerca di una definizione storica; Presupposto dell’approccio comparativo; Capitolo I –... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. M. Novarino

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4. Presupposto dell’approccio comparativo

Per alcuni studiosi, comparare i genocidi vuol dire sminuirne alcuni a discapito di altri. Ternon, a

questo proposito, diceva che «per fare delle camere a gas, ci è mancato il gas», non intendeva

dire in realtà che l’uno vale l’altro, bensì che si cercano punti in comune, prendendo in

considerazione anche genocidi lontani da noi.

Esquivel (Nobel per la pace 1980) li definisce “genocidi silenziosi” (riferiti all'America latina)

Charny ricorda quattro elementi per comparare i genocidi:

1. Definizione del gruppo vittima che l’autore del genocidio stesso da.

2. Grado/livello di intenzionalità (è questo che distingue genocidi da massacri di guerra)

3. Il profilo degli esecutori, a volte persone banali.

4. Varie forme di perpetrazione del genocidio: sistematica, sporadica, selettiva (deportazione,

carcerazione, torture, esecuzioni).

Capitolo I – Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo

1. I massacri dimenticati della conquista coloniale

Gli storici della colonizzazione distinguono 2 tipi di perdite: - perdite subite durante le guerre di

conquista e - perdite dovute alle conseguenze del dominio esercitato sulle società indigene.

Durante le guerre di colonizzazione, le vittime dei nativi sono sempre molte di più rispetto a quelle

dei colonizzatori , i quali hanno il progresso dalla loro parte. Anche la semplice importazione

dell’economia occidentale (in particolare il mercato dei cereali), ha portato a carestie con milioni di

decessi (a queste si aggiungono le epidemie importate dai colonizzatori). Per esempio, nel caso

dello spopolamento del Congo belga, si può parlare di genocidio? Ci vuole quello che Ferro

chiama «libro nero del colonialismo», ma comunque si può dedurre che non tutte le barbarie

dell’epoca coloniale possono essere etichettate come genocidio, perché questi furono perpetrati

con indifferenza, legati ad un ideologia universalistica.

2. L’immaginario omicida del darwinismo sociale

Darwin (1859 - L’origine della specie, 1871 - L’origine dell’uomo) era interessato a queste

conclusioni radicali, riprese poi da Spencer, chiamandolo «darwinismo sociale», egli riteneva che

la concorrenza europea avrebbe portato allo sterminio delle razze inferiori. Dopo il 1850 viene

progressivamente legittimato il razzismo fondato sulla teoria della selezione naturale. La legge

della conservazione delle razze conduce all'estinzione di tutte le razze inferiori. Marestang mostra

l'analogia tra l’individuo che invecchia e muore e le razze che subiscono la stessa sorte. Gli

scienziati spiegano che la scomparsa di queste popolazioni è dovuta ad una fatalità storica e

biologica. Heackel, addirittura, fa una classificazione delle razze in chiave evoluzionistica, dalle

razze nere le ultime agli indogermanici i primi). Gumplowicz sostiene che le razze sono alla base

dei processi sociali in una lotta che le oppone le une alle altre. Esse sono più simili ad una

comunità umana come risultato di fattori storici, sociali e nazionali, che a un'entità biologica in

senso stretto. Nel 1954, Lukàs sosteneva che le tesi di Gumplowicz sono l’anello mancante tra il

razzismo di Gobineau e la teoria razziale moderna di Hitler. Arendt sostiene che è con

l’imperialismo che la razza acquisisce importanza determinante. Si arriva ad un’antropologia

politica «applicata» cioè produrre una razza sempre più nobile, cercare dei “mezzi” per farlo e il

mezzo utilizzato da Hitler alcuni anni dopo, è quello dello sterminio diretto.

3. La guerra del 1914 come educazione alla violenza estrema

La prima Guerra Mondiale è stata molto violenta, una rivoluzione, per i seguenti aspetti: fu una

guerra totale, con sterminio di civili, nemici interni/popoli sospetti, nacque la cultura di guerra. La

sublimazione ideologica del Fronterlebnis, conseguenza dell'opinione comune secondo cui la

Germania è stata sconfitta, avviene in modo aggressivo, cercando la figura del traditore,

considerato la causa del fallimento. Questo è il punto d'incontro tra la cultura di guerra tedesca e

l'antisemitismo, il «vissuto di fronte» e il «bolscevismo di trincea», dove le masse si politicizzano e

nascono due forti identità: di classe (socialismo) e nazionale (nazionalismo).

Capitolo II – Armenia, 1915: il primo genocidio moderno

1. L’acquisizione di una mentalità omicida all’epoca di ‘Abd ul Hamid

Tra gli anni '40 e '60, si crea un clima di anarchia amministrativa nelle province orientali dell’impero

(con il 70% degli armeni), a causa della centralizzazione iniziata con il Tanzimat, del potere

illimitato alle tribù curde, si da più importanza agli ordini religiosi, vi é un afflusso di musulmani

rifugiati (post crisi dei Balcani). Nel 1876 sale al trono Adb ul Hamid e l’islamismo diventa

l’ideologia ufficiale, a fronte di ciò, nessuno fa niente, il trattato di Berlino si rivela poco efficace,

quindi nascono i primi partiti politici armeni e questi vengono considerati traditori. Così Abd ul

Hamid fa massacrare i contadini armeni della regione montuosa del Sasun, i quali rifiutavano la

duplice pressione fiscale, dello Stato e dei feudatari curdi. Il culmine di questi stermini lo si

raggiunge, però, nel 1984, nella regione del Van, dove 350 villaggi spariscono letteralmente, da li

la cosa degenera e si arriva a 250.000 vittime. Il tutto è fomentato da un senso d'impunità che

alimenta la logica della violenza, esasperare una situazione di crisi già esistente scatenando la

resistenza degli armeni e la strumentalizzazione della religione (armeni cristiani-ortodossi vs

musulmani).

2. La novità radicale dell’avvenimento del 1915

Una particolarità del genocidio del 1915 è di essere stato sotto l’occhio di osservatori neutrali

(svizzeri, americani, ecc) che rappresentavano la comunità internazionale. Ciò agevolò sia le

associazioni umanistiche che prestarono soccorso i rifugiati sia alla stampa di far conoscere al

mondo che si tratta di un vero e proprio omicidio di massa esteso al paese intero. Ci furono arresti

e deportazioni, istituzionalizzati dalla Legge temporanea di deportazione, in realtà il nome era

fittizio, perché i deportati venivano uccisi. La deportazione avveniva in 2 fasi: la deportazione vera

e propria con i massacri e il successivo internamento dei superstiti nei campi di concentramento

della Siria settentrionale e Mesopotamia. Queste deportazioni erano affidate ad un'organizzazione

speciale, formata da criminali ed ex detenuti. Nell’aprile del 1916 vennero massacrate 40.000

persone e lasciati in vita solo i deboli, destinati ad una morte naturale. Aleppo diventò una sorta di

capitale della deportazione.

Toynbee, storico e ufficiale dell'intelligence britannica in Anatolia, sosteneva che il governo

centrale dei ministri Giovani turchi e i loro complici di Costantinopoli sono gli unici responsabili (i

subordinati, se non seguivano gli ordini avrebbero fatto una brutta fine).

3. Il progetto dei Giovani turchi

Un ministro turco giustificò la cosa dicendo che gli armeni si sono arricchiti sulle spalle dei turchi, i

quali volevano creare uno stato indipendente, hanno aiutato i russi nel Caucaso, provocando la

sconfitte dei turchi. In realtà gli Armeni si sono opposti concretamente dopo gli eccessi di Abd ul

Hamid, essi volevano una riforma pacifica e moderata del sistema, per questo “appoggiarono” la

Russia. L’identificazione degli armeni come pericolo concreto, nasce in seguito alle sconfitto

subite, persero tanti territori, così gli armeni costituirono l’ultima grande minoranza non musulmana

a carattere nazionale. I Giovani turchi vogliono importare il modello giacobino europeo, ma nella

sua versione deteriore, quella in cui dominano i modelli dittatoriali. L’accostarsi dei turchi agli

imperi di Attila e Gengis Khan, lascia trapelare un determinismo biologico, in seguito si

affiancarono alla Germania nel conflitto anche per il progetto genocidario.

4. Il genocidio armeno tra oblio, negazione e riconoscimento tardivo

Il sultano istituì un processo contro le autorità che avevano trascinato il paese in guerra e i Giovani

Turchi scapparono. Nel '21 ci fu la vittoria dei kemalisti e il ritorno dei nazionalisti portò ad

un’amnistia generale, di conseguenza il genocidio venne negato. Finché nel 1973 si riconosce

questo come primo genocidio del secolo. Negli anni successivi anche l’U.E. lo riconobbe, e

riconobbe che il mancato riconoscimento da parte della Turchia costituì un «ostacolo

insormontabile». Gli U.S.A. (per non inimicarsi il loro alleato in medio oriente) parlarono di «stragi

deliberate». La Turchia negò che ci fu stato un popolo vittima, un’azione unilaterale e

un’intenzionalità dello Stato.

Capitolo III – Politiche genocidarie nella Russia sovietica

1. L’inizio del terrore di massa sotto Lenin

Con Lenin, il concetto di terrore di massa, diventa fondamentale, formula che appare fin dal 1905,

quando le masse sono incitate a compiere azioni terroristiche in grado di combattere il regime di

terrore instaurato dagli zar. Il 5 settembre del 1918 (per pura coincidenza anche il terrore francese

inizia il 5 settembre ma del 1793) nasce, per difendere la Repubblica sovietica dai suoi nemici di

classe, isolandoli in campi di concentramento, il Terrore Rosso/Sovietico. La classe nemica viene

vista come responsabile dei disordini. Nel 1920, in Crimea vennero ammassati migliaia di borghesi

nell’istmo di Perepok, questi vennero uccisi, deportati o risparmiati, in quest'ultimo caso venivano

muniti di tessera gialla, in modo che tutto il popolo le potesse sorvegliare.

L’opposizione è forte contro i cosacchi, che appoggiavano i Bianchi, insieme a loro i borghesi e i

contadini ricchi. Riprendevano il Marxisimo e il Darwinismo, e ciò li autorizzava a compiere

determinate scelte. Questi echi verranno, in seguito, colti da Stalin nel 1929, con la grande svolta.

2. «La liquidazione dei kulaki in quanto classe»

Dal 1918 iniziò la politica delle requisizioni, a questa si oppongono i contadini e ci furono le

cosiddette «rivolte dei kulak (il pugno: colui che presta il denaro)» nonostante la maggior parte

erano contadini poveri. Stalin mirava ad una collettivizzazione di massa fondata sulla

dekulakizzazione. La causa scatenante fu la crisi dei raccolti del 1928, il contadino era visto come

borghese, quindi come classe nemica, questi venivano deportati nel Grande Nord (di proposito,

infatti un quinto di questi moriva durante il viaggio).

Le ragioni che ci permettono di definire quest’azione un genocidio:

- I bolscevichi definirono il gruppo vittima a partire da un’ideologia.

- Azione violenta unilaterale con massimo effetto coercitivo, frutto di direttive centrali impartite

dalla trojka (“triumvirato”: uomini al comando).

- «Essenza di classe» condannare le classi inferiori, quindi i kulaki, considerandoli dannosi

- Deportazioni: (600.000 morti)

Si fa il paragone con la shoa. Una differenza è che mentre gli ebrei erano posti tutti su un piano, i

kulaki erano divisi in tre gruppi: i controrivoluzionari (da eliminare subito e famiglie deportate) i

semplici sfruttatori (da deportare insieme alle famiglie) e quelli leali (trasferiti ai margini dei

distretti). Lo sterminio dei kulak non costituisce un fine di per se stesso, ma un mezzo per arrivare

alla società socialista collettivizzata. I kulaki non sono ben determinati (diventano un calderone in

cui ci si butta dentro di tutto) e non sono un gruppo stabile, quindi non si può definire propriamente

un genocidio.

3.La carestia-genocidio del 1932-33 in Ucraina

Essa riguarda solo gli ucraini e non è dovuta ai pessimi raccolti, ma al fatto che la classe politica

non tenne conto delle variazioni della produzione, mantenendo alte le percentuali di requisizioni. Il

7 agosto del 1932 ci fu la «legge delle spighe» cioè la pena di morte per chiunque attenti alla

proprietà dello Stato, quindi i contadini affamati che rubano il grano non ancora mietuto. Venne

stilata anche una lista nera di 400 kolhoz, chi non aveva il passaporto veniva ucciso. Nel frattempo

si diffondevano carestie, pestilenze e in alcuni casi il cannibalismo. Raggiunto l’obiettivo

economico dell’esportazione del grano, cessarono le requisizioni, parallelamente anche la

sovramortalità. In realtà era una carestia pilotata, volta ad annientare uno stato – l ‘Ucraina – che

stava per diventare indipendente, c’era un processo di ucrainizzazione (i giornali avevano

abbandonato il russo, gli ucraini furono in maggioranza nelle industrie), per Stalin questa era una

deviazione Nazionalistica. Fu difficile per la comunità internazionale riconoscere questo

“genocidio” anche a causa della propaganda sovietica. La svolta ci fu con il governo Gorbacev,

l’Associazione Memoriale organizzò il primo convegno sull’Holodomor (carestia-genocidio). Il tema

venne trattato sempre di più negli anni successivi, si richiese all’ONU il riconoscimento del

genocidio, riconosciuto dal Parlamento europeo nel 2008 come Crimine contro l’umanità.

4. La politica di deportazione etnica tra il 1937 e 1949

Gli specposelency (deportati) continuarono ad esserci anche dopo la dekulakizzazione, erano

soggetti appartenenti a nazioni occupate dai sovietici e accusate di antisocialismo (popoli del

Caucaso, Crimea, i quali vennero totalmente deportati, mentre in Polonia e nei paesi baltici la

deportazione fu parziale), non si può parlare di genocidio perché i sovietici non volevano

annientare totalmente questi popoli, anzi potevano essere reinseriti nella società.

Weitz parla di politica razziale senza concetto di razza. In tal caso si può parlare di atti con

caratteri genocidari, in seguito vedremo i genocidi veri propri (Shoa e Cambogia).

Capitolo IV – Il genocidio estremo: lo sterminio degli ebrei d’Europa

L’Olocausto ha tre interpretazioni:

- Il momento culminante della tradizione antisemita europea

- Il momento della storia tedesca, con accento sull’ossessione delle strutture Naziste

- Esso pone l’accento sul contesto in cui è maturata la decisione genocidaria

1. Le fasi del genocidio

Il genocidio ha provocato la scomparsa di 5 milioni di Ebrei tra il 1941 e il 1945. Sebbene

l’antisemitismo militante prima dell’Olocausto era un fenomeno marginale, l’antisemitismo passivo

che si diffuse dopo la prima guerra mondiale (vedeva gli ebrei come corpo estraneo legati agli

occidentali vincitori) era molto più importante. L’esigenze dovute alla guerra hanno fatto fare un

balzo in avanti al processo genocidario; su ciò ci sono due tesi: intenzionalista (Hitler era

intenzionato fin dall’inizio a distruggere gli ebrei con un soluzione finale) e funzionalista (le misure

contro gli ebrei derivano da più iniziative della policrazia nazista, una soluzione burocratica). Con il

tempo queste due tesi si sono affiancate, ponendo la seconda come un passaggio successivo

della prima.

Abbiamo quattro fasi del genocidio (i momenti dell’escalation del genocidio):

1. Giu - Nov '41: avviene la fucilazione di circa un milione di persone.

2. Dic - Feb '42: si matura la scelta di genocidio e sono le autorità berlinesi a gestire i massacri

che si trasformano in sterminio sistematico degli ebrei.

3. Mar - Giu '42: vennero costruite le fabbriche della morte – Operazione Reinhard

4. Estate '42: si avvia il processo di deportazione (dai ghetti ai lager) e a capo di questa

organizzazione c’è Eichmann.

I campi di concentramento erano ben organizzati, sfruttarono i cadaveri (denti, capelli), questo

banalizzava la morte. Le popolazioni orientali acconsentirono al genocidio e si era diffusa l’idea

dell’ebreo-bolscevico, ma comunque i suoi effetti si sentirono sulla memoria della nuova Europa

dei 25 e più Stati.

2. La globalità della politica nazista di sterminio

La politica nazista non si ridusse solo all’antisemitismo. Si parla, infatti, di utopia dell’«unificazione

etnica» dell’Europa centrale e orientale: la preoccupazione per la vita si tradusse nel

miglioramento della razza, che porta ad una religione della natura, con un mondo governato solo

da leggi naturali. La politica nazista ha 2 obiettivi: rafforzare la salute del popolo ed eliminare le

influenze nocive al gruppo biologico della nazione. Ci fu uno viluppo della sanità, la nutrizione ma

anche poi eugenetica e si iniziò a parlare di vite non degne di essere vissute. Gli zingari, in quanto

nomadi, venivano visti come criminali asociali, e venivano sterminati, anche se questo non può

essere paragonato al genocidio degli ebrei, infatti, gli zingari con origini ariane venivano salvati. Le

regioni orientali arretrate andavano ripulite, andavano colonizzate le aree slave, in modo da creare

un muro di germanicità, nacque così il «piano generale per l’Est» che prevedeva la morte di 30

milioni d russi per fame, grazie alle requisizioni effettuate dai tedeschi. Tutto ciò – questi

spostamenti mal gestiti – avrebbero portato al bisogno di una soluzione globale (c’era una

particolare iniziativa – mai attuata - di voler trasferire tutti i tedeschi in Madagascar).

3. Cultura di guerra e fantasmi genocidari di una generazione SS

I generali delle SS erano una vera elite del terrore, questi non apparirono né come assassini

psicopatici né come burocrati, bensì ricordano lo stereotipo del giovane universitario estremista

(stessa generazione, figli della guerra, classi medie emergenti, alcuni avevano un titolo di studio

superiore, un po’ meno avevano studiato all’università e alcuni anche con dottorato (erano più colti

dei dirigenti del partito nazista). Negli anni della Repubblica di Weimar, questi figli della grande


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Sunto per l'esame di Storia contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Il secolo dei Genocidi di Bernard Bruneteau. Gli argomenti trattati sono i seguenti: Genocidio: origine, contenuto e problemi di una definizione giuridica; Alla ricerca di una definizione storica; Presupposto dell’approccio comparativo; Capitolo I – Alle radici del comportamento genocidio contemporaneo; Capitolo II – Armenia, 1915: il primo genocidio moderno; Capitolo III – Politiche genocidarie nella Russia sovietica; Capitolo IV – Il genocidio estremo: lo sterminio degli ebrei d’Europa; Capitolo V – Il genocidio impunito della Cambogia; Capitolo VI – L’etnismo genocidario del dopo guerra fredda e la nascita di una giurisdizione internazionale permanente; Conclusione – Perché il secolo dei genocidi?


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher MrsGessleItalien di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Novarino Marco.

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