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Bernard Bruneteau: Il secolo dei genocidi

Introduzione – Come pensare i genocidi?

I genocidi hanno profonde radici storiche. Infatti, l'antichità fu piena di massacri più o meno programmati dai poteri politici, dagli alleati di Agamennone, i quali avevano progettato di sterminare tutti i Troiani, ad Alessandro Magno che devasta le satrapie infedeli. La distruzione di Cartagine per opera dei romani, gli stermini perpetrati dai Mongoli nella steppa, ai Conquistadores nelle Americhe e sempre nel nuovo continente i massacri delle tribù indiane.

Genocidio: origine, contenuto e problemi di una definizione giuridica

Nel 1944 Churchill si riferisce agli orrori nazisti con «un crimine senza nome». Nello stesso anno il giurista Lemkin conia il neologismo «genocidio» a partire dal termine greco gènos (razza) e dal suffisso latino -cidium (cadere), usando questo termine nel libro "Axis Rules in Occupied Europe", che elencava tutte le misure pianificate dai nazisti per annientare l'identità di alcuni popoli, in primo luogo ebrei e polacchi. Per Lemkin, il genocidio era costituito da una molteplicità di azioni finalizzate a distruggere le basi di sopravvivenza di un gruppo in quanto gruppo; si tratta di «una sintesi dei vari atti di persecuzione e distruzione». Nel genocidio erano compresi tutti quegli atti che oggi rientrano nel concetto di «etnocidio» (caso dei nativi americani: la loro morte era la conseguenza e non il mezzo dell’obiettivo perseguito). Per Lemkin, gli orrori commessi durante il Terzo Reich sono l’apogeo delle barbarie medievali, «crimine in virtù del diritto internazionale».

Tuttavia, la nozione di genocidio non compare nella sentenza emessa durante il Processo di Norimberga; si parla, infatti, di «crimine contro l’umanità», sottolineando che le peggiori efferatezze hanno colpito gli ebrei. Nel 1946 l’ONU riconosce il crimine di genocidio come «negazione del diritto alla vita di gruppi umani», «gruppi razziali, religiosi, politici e altri, che siano stati destituiti in tutto o in parte», e quindi, esso è un crimine di diritto internazionale. In seguito si cercò una definizione che andò bene anche all'Unione Sovietica (colpevole di crimini internazionali), così il genocidio diventa con la Convenzione del 1948, tutti gli atti «commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». Essa entra in vigore nel 1951 e in seguito vi aderirono 130 paesi.

Ci sono, però, delle controversie sulla definizione: “intenzione” non va tanto bene, ci può essere anche genocidio senza massacro; questa definizione poi non parla di gruppo politico (che è una scelta voluta per il clima dell’epoca).

Alla ricerca di una definizione storica

Il giurista olandese Drost vuole correggere la definizione del 1948, dedicando molti studi al crimine di Stato e spiegando i concetti di umanicidio e genocidio, definendo quest’ultimo come «distruzione fisica intenzionale degli esseri umani in ragione della loro appartenenza a una qualunque collettività umana». Nel 1976, Horowitz sottolinea quanto sia fondamentale il contributo dell’apparato burocratico nell’avviare un genocidio per un’omogenizzazione forzata. In seguito, Fein classifica le tipologie di sviluppo (gruppi che ostacolano economicamente), dispotico (opposizione reale), ideologico (vs un nemico presentato come diabolico). Kuper dice che i genocidi hanno sempre una base ideologica o un conflitto. Bauer distingue il genocidio “classico” dall’Olocausto, dove ci sono ragioni ideologiche/pseudo religiose; questo è quindi una forma estrema di genocidio, perché è l’unico a presentare 3 elementi insieme: intenzionalità ideologica, universalità della Soluzione Finale e infine il perseguimento di uno sterminio totale. Rummel parla di democidi, e ci mette un po’ di tutto dentro. C’era la necessità di una definizione concisa che non includesse anche gli eccidi della guerra totale. Dunque abbiamo una definizione precisa ed elastica di Chalk e Jonasshon «Il genocidio è una forma di massacro di massa unilaterale con cui uno Stato o un’altra autorità ha intenzione di distruggere un gruppo, gruppo che è definito, così come i suoi membri, dall’aggressore».

Presupposto dell’approccio comparativo

Per alcuni studiosi, comparare i genocidi vuol dire sminuirne alcuni a discapito di altri. Ternon, a questo proposito, diceva che «per fare delle camere a gas, ci è mancato il gas», non intendeva dire in realtà che l’uno vale l’altro, bensì che si cercano punti in comune, prendendo in considerazione anche genocidi lontani da noi. Esquivel (Nobel per la pace 1980) li definisce “genocidi silenziosi” (riferiti all'America latina). Charny ricorda quattro elementi per comparare i genocidi:

  • Definizione del gruppo vittima che l’autore del genocidio stesso dà.
  • Grado/livello di intenzionalità (è questo che distingue genocidi da massacri di guerra).
  • Il profilo degli esecutori, a volte persone banali.
  • Varie forme di perpetrazione del genocidio: sistematica, sporadica, selettiva (deportazione, carcerazione, torture, esecuzioni).

Capitolo I – Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo

I massacri dimenticati della conquista coloniale

Gli storici della colonizzazione distinguono 2 tipi di perdite: perdite subite durante le guerre di conquista e perdite dovute alle conseguenze del dominio esercitato sulle società indigene. Durante le guerre di colonizzazione, le vittime dei nativi sono sempre molte di più rispetto a quelle dei colonizzatori, i quali hanno il progresso dalla loro parte. Anche la semplice importazione dell’economia occidentale (in particolare il mercato dei cereali), ha portato a carestie con milioni di decessi (a queste si aggiungono le epidemie importate dai colonizzatori). Per esempio, nel caso dello spopolamento del Congo belga, si può parlare di genocidio? Ci vuole quello che Ferro chiama «libro nero del colonialismo», ma comunque si può dedurre che non tutte le barbarie dell’epoca coloniale possono essere etichettate come genocidio, perché questi furono perpetrati con indifferenza, legati a un’ideologia universalistica.

L’immaginario omicida del darwinismo sociale

Darwin (1859 - L’origine della specie, 1871 - L’origine dell’uomo) era interessato a queste conclusioni radicali, riprese poi da Spencer, chiamandolo «darwinismo sociale». Egli riteneva che la concorrenza europea avrebbe portato allo sterminio delle razze inferiori. Dopo il 1850 viene progressivamente legittimato il razzismo fondato sulla teoria della selezione naturale. La legge della conservazione delle razze conduce all'estinzione di tutte le razze inferiori. Marestang mostra l'analogia tra l’individuo che invecchia e muore e le razze che subiscono la stessa sorte. Gli scienziati spiegano che la scomparsa di queste popolazioni è dovuta a una fatalità storica e biologica. Heackel, addirittura, fa una classificazione delle razze in chiave evoluzionistica, dalle razze nere le ultime agli indogermanici i primi. Gumplowicz sostiene che le razze sono alla base dei processi sociali in una lotta che le oppone le une alle altre. Esse sono più simili a una comunità umana come risultato di fattori storici, sociali e nazionali, che a un'entità biologica in senso stretto. Nel 1954, Lukàs sosteneva che le tesi di Gumplowicz sono l’anello mancante tra il razzismo di Gobineau e la teoria razziale moderna di Hitler. Arendt sostiene che è con l’imperialismo che la razza acquisisce importanza determinante. Si arriva a un’antropologia politica «applicata», cioè produrre una razza sempre più nobile, cercare dei “mezzi” per farlo e il mezzo utilizzato da Hitler alcuni anni dopo, è quello dello sterminio diretto.

La guerra del 1914 come educazione alla violenza estrema

La prima Guerra Mondiale è stata molto violenta, una rivoluzione, per i seguenti aspetti: fu una guerra totale, con sterminio di civili, nemici interni/popoli sospetti, nacque la cultura di guerra. La sublimazione ideologica del Fronterlebnis, conseguenza dell'opinione comune secondo cui la Germania è stata sconfitta, avviene in modo aggressivo, cercando la figura del traditore, considerato la causa del fallimento. Questo è il punto d'incontro tra la cultura di guerra tedesca e l'antisemitismo, il «vissuto di fronte» e il «bolscevismo di trincea», dove le masse si politicizzano e nascono due forti identità: di classe (socialismo) e nazionale (nazionalismo).

Capitolo II – Armenia, 1915: il primo genocidio moderno

L’acquisizione di una mentalità omicida all’epoca di ‘Abd ul Hamid

Tra gli anni '40 e '60, si crea un clima di anarchia amministrativa nelle province orientali dell’impero (con il 70% degli armeni), a causa della centralizzazione iniziata con il Tanzimat, del potere illimitato alle tribù curde, si dà più importanza agli ordini religiosi, vi è un afflusso di musulmani rifugiati (post crisi dei Balcani). Nel 1876 sale al trono Adb ul Hamid e l’islamismo diventa l’ideologia ufficiale, a fronte di ciò, nessuno fa niente, il trattato di Berlino si rivela poco efficace, quindi nascono i primi partiti politici armeni e questi vengono considerati traditori. Così Abd ul Hamid fa massacrare i contadini armeni della regione montuosa del Sasun, i quali rifiutavano la duplice pressione fiscale, dello Stato e dei feudatari.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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