Come pensare ai genocidi
Introduzione
Molte iniziative politiche e ideologiche sono state indirizzate verso lo sterminio per pulire il pianeta, sia sul piano teorico sia su quello pratico. Inaugurate nel 1915, esse hanno continuato a ricorrere con una violenza distruttrice fino agli ultimi anni del 20o secolo, che gli uomini avevano immaginato invece come l'epoca del progresso indefinito. Le caratteristiche di queste politiche intenzionalmente omicide hanno legittimato l'istituzione del crimine di genocidio e l'incriminazione per tale reato, che il suo ideatore Lemkin considerava nel 1945 il punto di partenza per un nuovo diritto internazionale.
Lo sterminio: una pratica ancestrale dell'umanità?
Le pratiche di sterminio hanno una lunga storia. L'antichità fu piena di massacri più o meno programmati dai poteri politici. Queste violenze non cessano nemmeno nel Medioevo e nell'età moderna, anzi. La conquista delle Americhe offre una serie impressionante di casi di sterminio. La scomparsa totale, per esempio, di 3 milioni di arawak dei Caraibi. Numerosi furono i massacri deliberati compiuti dai conquistadores. La situazione dell'America settentrionale è ancora più grave. Il primo vero massacro lo subì la tribù degli indiani pequod della Nuova Inghilterra. La stessa cosa si ripeté nel XIX secolo, quando migliaia di indiani scomparvero, respinti sempre più a ovest oltre la frontiera degli USA. Per i sostenitori dei diritti dei nativi, il governo americano sarebbe colpevole quantomeno di etnocidio o di essere complice di tutti i massacratori locali. Il Dawes Act, che istituì la politica delle riserve, sconvolse la vita quotidiana e la cultura delle popolazioni indiane.
Genocidio: origine, contenuto e problemi di una definizione giuridica
Nel 1944 Churchill, riferendosi agli orrori del nazismo, parlava di un crimine senza nome. Lemkin gli rispose lo stesso anno, coniando la parola “genocidio”, dal greco genos (razza) e dal suffisso latino cidium (uccidere). Per Lemkin, il genocidio era costituito da una molteplicità di azioni finalizzate a distruggere le basi di sopravvivenza di un gruppo in quanto gruppo, sintesi dei vari atti di persecuzione e distruzione. Erano ricompresi tutti quegli atti che oggi sono nel concetto di etnocidio. Le barbarie del Terzo Reich erano la sintesi e l'apogeo delle barbarie dell'antichità e del Medioevo, cercando però di annientare culturalmente popoli interi.
La nozione di genocidio non fu presente nella sentenza del Tribunale militare internazionale di Norimberga. Nell'assemblea di fine 1946 dell'ONU venne riconosciuto il crimine di genocidio, come la negazione del diritto alla vita di gruppi umani, razziali, religiosi politici e altri, che siano distrutti in tutto o in parte, un crimine internazionale. Che non si contrappone a quello contro l'umanità, perché ne è in certa parte integrante. Con l'aggiunta “gruppi politici e altri” si andò oltre la proposta di Lemkin, ma ciò non piacque ad una potenza come l'URSS: necessario quindi un compromesso.
Nel 1948 si adottò la Convenzione per la prevenzione e la repressione del diritto di genocidio e nell'art. II si considera il genocidio come tutti gli atti commessi con l'intenzione di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso. Specificando atti come omicidio, lesioni integrità fisica e morale, misure per bloccare nascite in un determinato gruppo, trasferimento di bambini da un gruppo ad un altro. La Convenzione entrò formalmente in vigore nel 1951, ed oggi è adottata da 130 paesi. Una tappa fondamentale del diritto internazionale e inauguratrice di una nuova era per gli storici, perché impone una ricerca comparativa sui genocidi.
Alla ricerca di una definizione storica
Il primo a voler correggere la definizione del 1948 fu Pieter Drost, che dedicò due grossi volumi al crimine di Stato in cui spiega i concetti di umanicidio e genocidio. Per Drost, il genocidio è la distruzione fisica intenzionale degli esseri umani in ragione della loro appartenenza a una qualsiasi collettività umana. Negli anni '60, Fanon ricordò che il colonialismo fu un genocidio esangue che mise in disparte un miliardo e mezzo di uomini.
In "Accounting for Genocide" di Fein, l'approccio è decisamente sociologico e prevalgono le classificazioni per tipologia: genocidio di sviluppo (distruzione di gruppi che ostacolano un progetto economico); genocidio dispotico (eliminazione di opposizione reale o potenziale); genocidio ideologico (distruzione di un nemico “diabolico”).
La critica più radicale fu quella di Leo Kuper; per l'autore i genocidi vengono commessi contro gruppi razziali, etnici o religiosi sempre in seguito a conflitti e a partire da considerazioni politico-ideologiche. Egli mette insieme casi di massacri genocidari con caratteristiche diverse fra loro senza soluzione di continuità. Bauer chiese di ridefinire la categoria dei genocidi escludendo quello degli Ebrei in quanto ha delle peculiarità che lo rendono unico. Per Bauer, l'olocausto è una forma estrema di genocidi, per la combinazione di tre elementi che non si trovano mai insieme negli altri: intenzionalità ideologica, potenziale universalità della soluzione finale, perseguimento di uno sterminio di massa.
Il genocidio è una forma di massacro di massa unilaterale con cui uno Stato o un'altra autorità ha intenzione di distruggere un gruppo, che è definito tale, come i suoi membri, dall'aggressore. Questa definizione è precisa e elastica, esclude violenze asimmetriche e ci permette di confrontare Stati totalitari o meno o le autorità che hanno perpetrato un genocidio.
Il presupposto dell'approccio comparativo
Per alcuni, paragonare i genocidi significa compensare i crimini gli uni con gli altri. In realtà, l'analisi comparata tenta semplicemente di dare un significato storico ad avvenimenti spesso indipendenti gli uni dagli altri, facendo emergere differenze e analogie, e non intende assolutamente dimostrare che l'uno vale l'altro.
Sono necessari quattro elementi, evidenziati da Charny, per procedere: la definizione del gruppo vittima, livello di intenzionalità, il profilo degli esecutori e le varie forme di perpetrazione del genocidio. Nella definizione di gruppo vittima, ciò che conta è l'insieme delle giustificazioni ideologiche. Il grado di intenzionalità è una variabile decisiva, distingue il genocidio dal massacro in tempo di guerra o insurrezione. La definizione e l'intenzione conducono agli esecutori, sia l'élite del terrore che la gente comune, al loro universo sociale e culturale. La perpetrazione può essere sistematica o sporadica, totale o selettiva, moderna o primitiva. Le quattro variabili assumono significato nell'ambito di una concezione dinamica dell'evento, che è concepito come un processo.
Alle radici del comportamento genocidario contemporaneo
Il secolo XX e la violenza parossistica
Il secolo XX può essere assimilato al regno della violenza parossistica. Massacro, pulizia etnica, genocidio sono prove del fallimento di una certa idea dell'uomo.
I massacri dimenticati della conquista coloniale
Il dominio dell'Europa nel 19o secolo è passato attraverso i massacri delle popolazioni indigene, giustificati dagli scienziati dell'epoca. Gli storici distinguono 2 tipi di perdite: quelle subite durante la guerra di conquista e quelle conseguenza del dominio esercitato sulle società indigene. Il massacro è quasi sempre unilaterale. La prima generazione delle popolazioni colonizzate non tenta neanche più di sopravvivere a causa del sistema di sfruttamento della manodopera nell'agricoltura o nei cantieri ferroviari, la diffusione su vasta scala di malattie nuove o endogene.
Anche la resistenza alla colonizzazione e la conseguente fase repressiva possono avere conseguenze drammatiche su popolazioni già in calo, come i Baulè in Costa d'Avorio. È legittimo paragonare il colonialismo alle catastrofi del 20o secolo? Nonostante numerose guerre impari e massacri punitivi di massa, esistono casi che dipendono da concezioni e pratiche diverse. Bisogna considerare, per Palmer, tre aspetti. Come nella distruzione degli herero dell'Africa sudoccidentale da parte dei tedeschi tra il 1904 e il 1906. Qui venne portata avanti politica di preparazione al genocidio, di discriminazione e di segregazione razziale. Intenzionalità di sterminio, bisognava trovare una soluzione. I coloni vivono presenza degli herero come una minaccia per considerazione di economia pratica, ma in Germania si aggiungevano anche motivazioni ideologiche. La maggior parte dei massacri coloniali non rientra nella categoria del genocidio, ma furono perpetrati nella totale differenza.
L'immaginario omicida del darwinismo sociale
Darwin aveva lasciato il compito di trarre delle conclusioni sociali e storiche alla sua teoria. Spencer, nel suo darwinismo sociale, riteneva che la scomparsa delle razze inferiori colonizzate dagli europei fosse il risultato di una concorrenza spietata. Dopo il 1850 venne legittimato il razzismo fondato sulla teoria della selezione naturale. Lo sterminio diventa corollario del progresso. Gli europei iniziarono a osservare i casi di sterminio più evidenti con distacco dovuto alle certezze della scienza evoluzionistica. Biologi e sociologi hanno banalizzato il razzismo da punto di vista scientifico, fino a creare volguta da applicare concretamente in ambito politico e sociale.
Haeckel fu importante nella diffusione di un immaginario razzista alla fine del 19o secolo. Propose precisa classificazione delle razze umane, stabilendo gerarchi in chiave evoluzionistica. Dai neri fino agli indogermani in cima. Mescolava convinzioni pangermananistiche e odio nei confronti del cristianesimo. Bisognava ora passare alla spiegazione dinamica della scala gerarchica. Ci si dedicò Gumplowicz. Per lui, le razze sono alla base di tutti i processi sociali, in una lotta che le contrappone e che costituisce il motore della storia. Nel suo libro "La lotta delle razze" afferma che la storia è una serie di lotte spietate in cui l'odio razziale collega le diverse epoche. Nella storia umana è in gioco il dominio e lo sfruttamento della razza più debole da parte di quella più forte, un processo all'origine di ogni civiltà. La lotta di cui parla è un processo permanente che di continuo mette in questione la supremazia conquista. La razza vinta può mescolarsi a quella dominante, creando nuova razza. La razza di Gumplowicz è più una comunità umana come risultato di fattori storici e sociali, e infatti il suo darwinismo sociale si unisce alla lotta di classe marxista. La tesi di Gumplowicz può persino legittimare alcune scomparse, perché spiega storia umana come processo di morte necessario e quindi freddo.
Le classi dirigenti europee osservarono estinzione delle razze selvagge e nella più totale indifferenza. La dottrina che considera omicidio collettivo come causa del progresso del genere umano pone dunque fine a un secolo di umanesimo liberale. Su queste basi venne istituito un nuovo diritto internazionale, che sanciva il diritto della razza più forte di annientare la più debole.
La guerra del 1914 come educazione alla violenza estrema
La prima guerra mondiale fa capire ai contemporanei che un certo tipo di guerra non esiste più. Gli storici possono a buon diritto definire la violenza che si scatena in Europa estrema. Il conflitto del 1914, prima della vera e propria guerra totale, pone dall'inizio il problema della distruzione del nemico. Il consenso della morte di massa anonima, con l'aggiunta del piacere di dare la morte. Tutto è permesso, per regola. Nella guerra totale il conflitto mortale coinvolge tutte le forme sociali, con una conseguenza troppo spesso dimenticata sulla concezione stessa della morte. Nella gamma di violenze occorre sottolineare il carattere unilaterale, ma bisogna ricordare come il civile è considerato un nemico oggettivo, che costituisce minaccia solo perché esiste.
Le atrocità commesse nei primi tempi della guerra vennero mitizzate, ma furono tristemente reali. Nei racconti e nei rapporti delle commissioni d'inchiesta si è vista la creazione di una realtà distorta, un nemico assoluto e barbaro, sul quale tutto l'odio possibile poteva esserne riversato. La realtà allucinata ha permesso di capire come potesse essere accettata una guerra così lunga nonostante le sofferenze indicibili. Freud affermò che con il sostegno degli intellettuali, gli europei hanno dichiarato il loro nemico inferiore e degenerato, affetto da malattia mentale e spirituale. La cultura del nemico è responsabile dello scoppio della guerra e del suo svolgimento. Il nemico totale, già barbaro, diventa animale nocivo. L'alta mortalità durante gli anni di guerra è dovuta non solo alle innovazioni tecniche ma alla creazione di una cultura di guerra imperniata sull'odio per il nemico. La fase di decivilizzazione del 14-18 ha portato altre conseguenze, che annunciano le future decivilizzazioni. La guerra ha condotto all'indifferenza per la morte. Fa così la sua comparsa l'ampia gamma di parole chiave della disumanizzazione dell'avversario.
La Germania riteneva di non essere stata sconfitta, e questo rappresenta il punto di incontro tra la cultura di guerra tedesca e l'esplosione di antisemitismo popolare che accompagnava l'annuncio della sconfitta. L'antisemitismo è sintomo del processo di brutalizzazione indotto dalla guerra, l'ebreo dalla fisionomia criminale. Tra il 18 e il 19 l'ebreo venne dipinto come protagonista della rivoluzione di novembre. La guerra per molti tedeschi, come Hitler, non era finita e bisognava vendicare il paese e prendersi una rivincita, sterminando il traditore giudeo-bolscevico.
Bartov afferma che nonostante le differenze tra genocidio degli ebrei e le violenze del fronte tra il 14-18, la Soluzione finale sarebbe stata inconcepibile senza la Grande Guerra. E anche il bolscevismo affonda le proprie radici nell'uomo nuovo nato dalla G.Guerra. Emersero un vero potere soldato, alla base del futuro bolscevismo di trincea. Il bolscevismo sociologico si basa sulla stessa cultura, sullo stesso odio nella rappresentazione del nemico dei fascisti. E ciò spiega la violenza inaudita della repressione bolscevica all'inizio del 1918. E questa violenza multiforme getta le basi del terrore istituzionalizzato da Lenin a partire dal settembre 1918.
Durante la Grande guerra Lenin ridefinì una strategia e una pratica rivoluzionaria in cui qualsiasi contestazione è destinata a risolversi nell'ambito di una guerra civile. La cultura di guerra nata dal conflitto del 1914-18 rappresenta una delle cause certe della violenza totalitaria degli anni Trenta-Quaranta, ma bisogna soffermarsi sulle conseguenze umane e giuridiche della conclusione della Grande guerra, che fece emergere alla sua fine un nuovo fenomeno in Europa, quello degli apolidi e dei rifugiati. Tanti Stati europei emanaronoleggi che permisero di privare del diritto di cittadinanza coloro che durante il conflitto sono stati giudicati antinazionali. Subito dopo la guerra in Europa una moltitudine di persone non gode più della tutela dei diritti umani. Solo i cittadini che costituiscono il gruppo dominante in una nazione godevano dei diritti istituzionali. Le minoranze dovevano attendere la loro totale assimilazione, cioè l'annullamento della loro identità sociale e culturale.
Armenia 1915: il primo genocidio moderno
Capitolo 2
Due tipi di analisi degli eventi del 1915: il primo attribuisce a questi eventi alla recrudescenza in chiave moderna di una vecchia tradizione ottomana → il ricorso ai massacri come strumento della politica di Stato per risolvere i conflitti con le minoranze sottomesse. Il secondo tipo li considera come l'apice di tutta una serie di atrocità commesse contro i civili durante la Grande guerra, cioè come un crimine di guerra e un crimine nella guerra al tempo stesso.
L'eradicazione programmata degli armeni dall'altopiano anatolico è stata pianificata dall'autorità dello Stato, che agiva in nome di un progetto ideologico globale. Avviata il 24 aprile 1915, condotta efficacemente e velocemente, non è solo il prodotto della cultura del massacro cominciata sotto il regno di Abdul Hamid, ma inaugurò l'era moderna del genocidio.
L'acquisizione di una mentalità omicida all'epoca di Abdul Hamid
La questione armena diventò parte integrante della questione d'oriente alla fine del XIX secolo. I conflitti tra l'impero ottomano e le sue minoranze vennero affrontati con il trattato di Berlino del 1878, e inserì tra le preoccupazioni della diplomazia internazionale la situazione dei macedoni e degli armeni. La questione armena è un problema regionale in primis, le cui origini risalgono agli anni 1840-60. Le province orientali dell'impero entrano in crisi per molteplici cause, portando ad un deterioramento delle condizioni di vita degli armeni. Le riforme rimarranno lettera morta, e il nuovo regnante Abdul Hamid fece dell'islamismo ideologia ufficiale, che portava ad affermare la supremazia musulmana nei territori dell'impero. Vista la paralisi degli Stati europei verso la questione armena, le popolazioni oppresse si organizzarono in partiti politici, che lavoravano prettamente per l'autodifesa, ma che fecero precipitare gli avvenimenti, visto che i turchi cercavano una giustificazione per la politica repressiva verso un popolo considerato potenziale traditore.
Il governo di Hamid escogitò una soluzione modello: massacrare i contadini armeni nella regione del Sasun, all'inizio dell'estate 1894. Tali azioni punitive provocarono un fenomeno di reazione a catena e le atrocità culminarono e si conclusero nel 1896. In tre anni, decine di migliaia di armeni furono massacrati, con l'intenzione di estirpare il problema armeno una volta per tutte.
-
Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Novarino, libro consigliato Il secolo dei genocidi,Bruneteau
-
Riassunto esame Internet e social media studies, Prof. Toscano Emanuele, libro consigliato Social Media Studies, Ni…
-
Riassunto esame Analisi I, Prof. Toscano Mario, libro consigliato Testo nuovo, Testo nuovo 2
-
Riassunto esame Internet e social media studies, Prof. Toscano Emanuele, libro consigliato Social media studies , N…