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Riassunto esame Storia Contemporanea, prof Colombo, libro consigliato Storia dell'Italia Rupubblicana, Vecchio, Trionfini

Riassunto per l'esame di storia contemporanea e del prof. Colombo, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Storia dell'Italia Rupubblicana, Vecchio, Trionfini, dell'università degli Studi Cattolica del Sacro Cuore - Milano Unicatt. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia contemporanea docente Prof. P. Colombo

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per cui la zona A di Trieste passò dall’amministrazione alleata a quella italiana e Trieste

rimase porto franco, che delineo una situazione definitiva.

Il governo Scelba fece abrogare la legge elettorale con premio di maggioranza. Tratto

saliente del governo fu la decisa opposizione al comunismo, ad esempio vietando ai

giornalisti comunisti di entrare nelle sale della presidenza del consiglio. Questa forte

ondata di anticomunismo si collegava al maccartismo in atto negli Stati Uniti.

Entravano poi in gioco motivi di politica interna come l’esigenza di ricompattare la DC.

Intanto il nuovo segretario della Dc, Fanfani si era dato l’obiettivo di rafforzare il partito

per svincolarlo dalla pressione delle vecchie clientele meridionali e dalle continue

ingerenze della Chiesa. Già nel 55 nel meridione era concentrato il 45% degli iscritti

democristiani che raggiunse il 60% nel 60. Si era avviato un processo di

meridionalizzazione della DC che avrebbe significato un crescente peso delle regioni

del mezzogiorno all’interno del partito. Nel frattempo si andavano stringendo i legami

tra il principale partito di governo e le cosche per assicurarsi il controllo sui vari

apparti amministrativi locali e regionali. Il mafioso diventava un uomo d’affari legato ai

circoli politici.

Fanfani guidò la DC anche su altri percorsi volti ad attuare un crescente intervento

dello Stato nell’economia. Fanfani mostrò a tutti di essere capace di grande attivismo

e interventismo, nonché di imporre una rigida disciplina interna alla DC. Ciò provoco la

reazione degli altri dirigenti e parlamentari democristiani che decisero di non

sostenere il candidato alla presidenza della Repubblica imposto da Fanfani. Una

eterogenea coalizione elesse come nuovo capo di stato Gronchi, uomo della sinistra

democristiana (1955). Il nuovo presidente si impegnò per la piena attuazione della

Costituzione facendo entrare in funzione la Corte Costituzionale, il Consiglio nazionale

dell’Economia e del Lavoro e il Consiglio superiore della Magistratura.

Nel giugno 1955 Scelba si dimise in seguito a contrasti interni ai partiti della

maggioranza e il nuovo governo, formato da DC, PLI e PSDI, fu affidata a Segni. Il

governo Segni va ricordato per gli avvenimenti in politica estera. L’Italia entrò a far

parte dell’Onu e fu rilanciata la politica europeista ripartendo dalla CECA, ovvero

un’iniziativa limitata a singoli settori. Si arrivò alla firma dei Trattati di Roma nel 57 che

istituirono la Comunità europea per l’Energia nucleare e la Comunità Economia

Europea.

Socialisti e comunisti di fronte alla crisi del 56

Il problema principale del PSI restava quello dei rapporti con i comunisti, che causava

da una parte diffidenza, dall’altra una componente era ostile a ogni differenziazione

rispetto al PCI. Nenni nel 1955 decise di aprire ai cattolici dichiarandosi disposto ad

accettare il Patto Atlantico, e allo stesso tempo riprese i contatti con il PSDI, ponendo

le basi per portare i due partiti socialisti su una posizione alternativa rispetto alla DC e

di autonomia rispetto al PCI.

Nel 56 si svolse il congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica durante il

quale il segretario Kruscev affermò che era possibile per un partito comunista

giungere al potere anche tramite i sistemi della democrazia parlamentare e non

soltanto attraverso la rivoluzione, e attaccò il culto della personalità e i metodi contrari

alla legalità socialista usati da Stalin. Di fronte a questi avvenimenti, mantenendo un

comportamento ambiguo, Togliatti ammise che il movimento comunista italiano non

avrebbe più dovuto imitare quanto stabilito a Mosca dal partito guida, mentre di fronte

ai fatti polacchi e ungheresi invece interpretò quelle vicende come cospirazioni

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antisovietiche che andavano represse. Le posizioni assunte dal PCI ebbero gravissime

conseguenze per il partito. I fatti del 56 segnarono il decisivo ravvicinamento tra PSI e

PSDI e una netta frattura con i comunisti, in quanto Nenni non ebbe esitazioni nel

condannare il comportamento dei russi. Non mancarono nel partito socialista una

cospicua parte non disposta a rompere con i comunisti.

6. La difficile gestazione del centro-sinistra 1958-1963

Fu Fanfani che nel 1957 pose il problema della apertura a sinistra incontrando i rifiuti

di numerosi dirigenti cristiani, Confindustria e la gerarchia cattolica. Alle nuove

elezioni del 58 la DC ottenne circa il 40% dando ragione al dinamismo di Fanfani, il PCI

si mantenne stabile mostrando che i fatti di Ungheria avevano inciso più sugli iscritti

che sull’elettorato, il PSI fu premiato e ottenne circa il 15%, mentre le destre non

ripeterono l’avanzata del 53. Dopo il voto, il segretario Fanfani ottenne il consenso del

partito per un governo tra DC e socialdemocratici, presieduto proprio da lui stesso.

Decise di chiamare alla vicepresidenza del consiglio Segni, divenuto il punto di

riferimento politico di quei settori che osteggiavano l’apertura a sinistra. Fanfani

preparò un programma riformistico e volto a completare l’attuazione del dettato

costituzionale. Contro di lui si ebbero diversi colpi di mano promossi da uomini del suo

partito che intendevano limitarne il potere o addirittura provocarne la caduta. Egli

preferì giocare d’anticipo e nel 59 si dimise e lasciò anche la segreteria della DC. Si

cambiò completamente linea politica in quanto il governo passò a Segni, che formò un

governo monocolore democristiano con la fiducia di DC, PLI, MSI e monarchici. Alla

direzione della DC invece venne eletto Aldo Moro, che dovette subito far appello alle

proprie capacità di mediatore per tenere insieme un partito che rischiava di spaccarsi.

Al congresso nazionale del 59 Moro chiese al PSI di prendere con chiarezza il suo posto

nello schieramento politico democratico.

Mentre Moro cercava di convincere la DC della necessità di collaborare con i socialisti,

la politica si muoveva su un piano opposto. Nel 1960 la visita nella capitale russa del

presidente della repubblica Gronchi accese le reazioni di tutto il fronte anticomunista

italiano e i liberali deciso di togliere il proprio appoggio al governo Segni. L’incarico per

un nuovo governo fu attribuito da Gronchi a un suo uomo di fiducia, Tambroni. Il nuovo

governo fu ancora un monocolore democristiano appoggiato solo dalla DC, monarchici

e MSI. Di fronte a questa situazione alcuni ministri appartenenti alla sinistra

democristiana si dimisero, mentre la direzione della DC affermò che il voto alla

Camera aveva dato al governo un significato politico non gradito. Tambroni dovette

dimettersi, Gronchi diede nuovamente l’incarico a Fanfani che dovette rinunciare al

suo tentativo e l’unica soluzione fu di rimandare Tambroni alle Camere

temporaneamente. Tuttavia il nuovo capo del governo annunciò misure populistiche,

tra cui consentì al MSI di tenere il proprio congresso nazionale a Genova. Nella città

ligure si ebbe un’imponente manifestazione di protesta, organizzata dai partiti della

sinistra, mentre scontri e violenze iniziavano a diffondersi in tutta Italia per tutta

l’estate del 1960. Un governo appoggiato all’estrema destra non poteva stare in piedi

e l’apertura della Dc al PSI diventava inevitabile, pena l’ingovernabilità.

Dimessosi Tambroni, Fanfani varò un nuovo governo monocolore DC.

Nel congresso della DC del 62 Aldo Moro riuscì a convincere il partito dell’inevitabilità

della svolta a sinistra. Moro fu rieletto segretario del partito, e Fanfani formò un nuovo

governo con la partecipazione di PSDI e PRI. I socialisti si astennero dal programma

presentato. Per rassicurare una parte degli oppositori del centro sinistra, Moro

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presentò con successo la candidatura di Segni che fu eletto capo dello stato anche con

i voti delle destre.

Capitolo 2

Anni di cambiamenti

1. Sviluppo economico, mondo del lavoro, miserie, migrazioni

Attorno al 1948-49 si era sostanzialmente conclusa la fase della ricostruzione e

dell’emergenza postbellica. Dagli inizi degli anni cinquanta fino al 1963 si assistette a

uno sviluppo rapidissimo dell’economia italiana. In poco più di un decennio gli italiani

avevano raddoppiato la spesa per i consumi privati, quasi quadruplicato quella per

spostarsi. Gli anni del vero boom economico furono quelli del quinquennio 1958-1963

nel quale il tasso di crescita fu superiore al 6% annuo. Settori trainanti dello sviluppo

furono quelli legati alla produzione di automobili, elettrodomestici, mobili e macchine

per ufficio. La FIAT indirizzò le proprie risorse verso la progettazione e la costruzione di

una utilitaria, la seicento, che anche gli operai avrebbero potuto comperare.

L’industria automobilistica italiana ebbe una crescita vertiginosa grazie anche a scelte

politiche che concentrarono le risorse pubbliche nella costruzione delle autostrade. Ciò

non fu accompagnato da un pari potenziamento della rete ferroviaria.

Le causa di un così grande sviluppo sono da ricondurre al quadro politico interno

stabile e che assicurava una continuità di indirizzo. Grazie all’intervento pubblico

furono varati provvedimenti atti a creare occupazione e rimettere in circolo ricchezze,

come il piano Fanfani e la Cassa per il Mezzogiorno.

Altri fattori determinanti dello sviluppo italiano fu la presenza di un folto gruppo di

imprenditori privati con un ampio mercato su cui vendere i propri prodotti, i bassi livelli

di salari. Inoltre lo scontro con il comunismo mantenevano in vigore abitudini

antisindacali: ad esempio la FIAT fu costretta a ridurre la presenza degli operai

comunisti della CGIL al proprio interno.

Enrico Mattei e l’ENI

All’indomani della liberazione, a Mattei fu affidato il compito di liquidare l’AGIP, una

delle istituzioni del fascismo, su pressione di emissari delle grandi compagnie

petrolifere americane. Resosi conto della situazione, riuscì a evitare la liquidazione e

anzi fece riprendere le trivellazioni in Pianura Padana scoprendo consistenti giacimenti

di metano. Mattei fu a capo dell’ENI che dal 1954 al 62 conobbe una crescita

dirompente. Mattei si mosse con spregiudicatezza e pochi scrupoli, pagando

giornalisti, personalità politiche e partiti; creò un sistema di potere che gli consentiva

di influire su più di un ministro. La sua attività contribuì a diffondere la corruzione e

creare perversi intrecci tra potere economico e potere politico. Inoltre stipulò crescenti

legami con i paesi arabi produttori di petrolio, Egitto e Iran, e firmò un accordo con

l’Urss che avrebbe fornito greggio e avrebbe acquistato prodotti italiani delle industrie

di stato. Se oltre a tutto ciò anche in Sicilia Mattei era entrato in rapporto con ambienti

politici e affaristici di dubbia moralità, possiamo individuare un ampio ventaglio di

nemici reali e potenziali dell’imprenditore. Infatti nell’ottobre del 62 il piccolo aereo

che portava Mattei dalla Sicilia a Milano si disintegrò nel cielo lombardo.

I movimenti migratori 9

La miseria e l’arretratezza comunque ancora presente in tante aree del nostro paese,

spinse la ripresa del movimento migratorio. Il fenomeno toccò soprattutto il

Mezzogiorno, ma anche alcune regioni del nord come il Veneto e il Friuli-Venezia Giulia.

Il fenomeno migratorio toccò il culmine nel 60-61 e si indirizzò principalmente in

Europa, in Svizzera e in Francia, ma buona parte di questa ondata fu interna al nostro

paese dal sud al nord.

2. La prima legislatura del centro-sinistra

Nelle elezioni del 1963 contro fanfani giovano fattori economici come la spirale

inflazionistica causata dal boom economico, e soprattutto motivi politici, in quanto gli

elettori di sinistra erano insoddisfatti delle sue cautele e quelle di Nenni, mentre i

conservatori erano spaventati dalle riforme. Dal voto fu avvantaggiato il PLI, sostenuto

da quanti rifiutavano ogni tipo di scivolamento a sinistra, e il PCI. Dopo le elezioni la

DC, uscita comunque vincitrice, designò alla guida del governo Moro con la

consapevolezza che il quadro complessivo uscito dalle urne non lascasse spazio ad

alternative rispetto all’allargamento della maggioranza al PSI. Le trattative per portare

i socialisti dentro il governo riscontrarono notevoli difficoltà a causa delle divergenze

sulle riforme: la DC intendeva annacquare il programma, al fine di recuperare

l’elettorato moderato, mentre il partito socialista voleva accentuare la politica

riformistica di Fanfani. Una volta raggiunto l’accordo con Moro, questo non venne

ratificato dal Comitato centrale del PSI. La frattura interna al partito socialista

costrinse Moro a rinunciare all’incarico e a giugno si formò un governo monocolore

democristiano guidato da Leone.

Solo ad ottobre durante il congresso socialista si ottenne il consenso della

maggioranza del partito all’apertura verso la DC. Anche all’interno della DC la destra

del partito dichiarò che non avrebbe votato un governo con la partecipazione

socialista, ma questo rischio fu annullato dal vaticano che invitò il partito alla

compattezza.

A novembre leone si dimise e l’incarico fu dato nuovamente a Moro che riuscì a dare

vita al primo governo di centro sinistra, con Nenni vicepresidente del consiglio e il

socialdemocratico Saragat agli esteri. Moro fu sostituito alla carica di segretario da

Rumor.

Tuttavia in occasione del voto di fiducia al governo, un gruppo di parlamentari della

sinistra socialista uscì dall’aula e attuò una nuova scissione dal PSI da cui nacque il

PSIUP.

Nel 63 si verificarono i primi segnali di un rallentamento economico, l’inflazione

crebbe, caddero gli investimenti. La principale causa furono gli aumenti salariali che

avevano indotto un eccesivo incremento della domanda interna, per cui si era dovuto

procedere all’importazione dall’estero, cosa che creò un deficit nella bilancia dei

pagamenti. Per riequilibrare i conti e contenere la svalutazione della lira, la Banca

d’Italia decise di procedere a una stretta creditizia, mentre il governo preferì ricorrere

a strumenti deflazionistici, che portò una moderazione dei prezzi e la diminuzione del

deficit commerciale ma anche il crollo degli investimenti.

La crisi dell’estate 64

I socialisti, una volta entrati al governo, si trovarono nella situazione di non poter fare

riforme. Nell’estate del 64 il parlamento bocciò un decreto del governo e Moro si

dimise ma ricevette nuovamente l’incarico. Nella tensione fra i due partiti in cerca di

un accordo, si ebbero diversi incontri tra il presidente della repubblica Segni e De

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Lorenzo, comandante generale dei carabinieri si suppone per predisporre un colpo di

stato con l’impiego dei carabinieri, oppure un semplice ricatto per spaventare il PSI. In

ogni caso a luglio si arrivò alla costituzione del secondo governo Moro di centro sinistra

grazie ai voti della DC, del PRI, del PSI e PSDI. Il partito socialista rinunciava a buona

parte delle sue riforme per aderire a un programma finalizzato a risolvere il problema

della recessione economica.

Sempre le 64 Segni fu colpito da una trombosi cerebrale e si dimise dalla sua carica.

Venne eletto presidente Saragat sostenuto da DC, PSI, PSDI, PRI e PCI. Nello stesso

anno morì Togliatti mentre si trovava a Yalta dove stava incontrando i massimi

dirigenti sovietici. Prima di morire stilò un documento in cui invitava Kruscev a

superare quel regime di limitazione e soppressione delle libertà democratiche e

personali che era stato instaurato da Stalin, rivendicando una maggiore autonomia da

parte del comunismo italiano nei confronti dell’Urss.

Dal 1965 l’economia italiana iniziò a migliorare ma l’aumento della produttività non fu

accompagnato da una parallela crescita dei salari. Inoltre la crisi vissuta dal sindacato

negli anni Cinquanta (scissione) rendeva difficile contrattare i livelli salariali, vista

anche la diminuzione dei lavoratori occupati e il surplus di offerta di manodopera

rispetto alla domanda. Nei primi anni Sessanta si ponevano alcune delle premesse per

la successiva esplosione rivendicativa della fine del decennio.

Durante il 66 una serie di disastri ambientali portarono il governo ad affrontare la

questione della regolamentazione dell’utilizzo del territorio, come disincentivare le

iniziative speculative.

Nel 1968 si diede finalmente completa attuazione al dettato costituzionale sulle

regioni a statuto ordinario.

Dopo il varo dei governi di centro-sinistra non c’erano più motivi nella divisione tra i

due partiti socialisti. Si giunse all’unificazione nell’ottobre del 66 sotto il nome di PSU.

Tuttavia fu un’unificazione voluta dai vertici ma entrambi i due segretari mantennero

la carica nel nuovo partito. Le urne nel 68 sancirono il fallimento dell’unificazione

mentre cresceva l’area della sinistra, dove si convogliavano i voti espressione del

malessere e dell’insoddisfazione ormai diffusi nel paese.

Il problema di fondo rimaneva quello di essere un paese ancora arretrato, in cui

servivano nuove leggi per frenare la speculazione, l’eccessivo privilegio. Anche la

scuola era da aggiornare e vi era la necessità di colmare il divario tra Nord e Sud.

I partiti di maggioranza tesero a radicarsi sempre di più nella società usando gli

strumenti del clientelismo nella gestione della spesa pubblica.

3. La chiesa tra Concilio e post-concilio

Tra gli anni cinquanta e sessanta tutti gli strumenti tradizionali della chiesa mostrarono

crepe e inadeguatezza. Dopo la morte di Pio XII fu eletto Giovanni XXIII. Con l’enciclica

Pacem in terris inaugurò un dialogo anche con i non credenti, fece riferimento alla

promozione economico-sociale delle classi lavoratrici e al positivo ingresso della donna

nella vita pubblica. Il Papa compì gesti distensivi perfino con il comunismo. Nel 1959

annunciò di voler promuovere un concilio ecumenico. Il concilio si aprì nell’ottobre 62 e

Giovanni XXIII ribadì che l’assemblea doveva far si che la dottrina cattolica fosse

insegnata in modo più efficace. Il concilio si chiuse nel 65 ma Giovanni XXIII morì nel

63 e il protagonista principale del Concilio divenne il suo successore Paolo VI. Egli era

convinto della necessità di dare un nuova risposta alle sfide del mondo moderno. Le

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questioni più dibattute furono quelle sulla liturgia e sul ruolo della chiesa. Fu

pubblicato il nuovo rito della Messa, si riscoprì il ruolo del laicato che favorì la

diffusione di consiglio pastorali in grado di raccogliere le istanze del laicato.

Preoccupato di mantenere l’unità della chiesa, il papa non abbandonò mai la linea di

prudenza e mediazione.

4. I giovani protagonisti

Agli inizi degli anni sessanta le generazioni dei quindicenni e dei sedicenni divennero

un nuovo soggetto sociale che si esprimeva con un’autonomia culturale, sociale e

politica. I modelli e le mode che si affermarono nel nostro paese in quel periodo

riecheggiavano motivi e comportamenti nati fra i teenagers anglo-americani.

L’esperienza dei teddy boys portò alla luce il disagio delle nuove generazioni

spaventando i genitori per la carica di violenza e di teppismo, risse e furti che la

caratterizzava.

La protesta degli universitari

Mentre i governi di centro sinistra manifestavano la propria debolezza e le speranza di

una stagione di riforme si rivelavano vane, nell’autunno 67 cominciò a manifestarsi il

fenomeno della contestazione giovanile che non si poneva solo come momento di

critica nei confronti del sistema capitalistico e consumistico ma anche come

contrapposizione alle culture imperanti nella società italiana, il marxismo, incarnato

dal PCI, e quella cattolica, rea di non compiere una definitiva scelta a favore dei

poveri.

Le prime cause della protesta giovanile dipesero dalle carenze del sistema scolastico.

La riforma varata dal governo fanfani nel 62 aveva introdotto la scuola media unica e

obbligatoria fino a 14 anni. Ciò in aggiunta alle migliori condizioni economiche indusse

molti giovani provenienti anche dal mondo operaio a prolungare i propri studi, provocò

la crescita tumultuosa delle iscrizioni negli atenei italiani. Inoltre la scuola aveva

sopravanzato con la sua offerta di diplomati e laureati la capacità di assorbimento del

mercato del lavoro. la situazione delle università italiane era già problematica prima

del 68. I primi episodi di contestazione risalgono a Pisa nel 64, nel 66 a Venezia e

Milano, mentre cominciava a diffondersi la protesta contro lo guerra in Vietnam.

Nell’autunno 67 il movimento fece un salto considerevole diventando un fenomeno di

massa. Si mobilitarono gli studenti dell’Università di Trento dove fu fondata la facoltà

di Sociologia, voluta e finanziata dalla DC con l’obiettivo di creare nuove figure di

operatori sociali. Proprio contro questo progetto si ribellarono gli studenti che

organizzarono sit-in imponendo che venissero tenuti dibattiti e controcorsi sui problemi

d’attualità. Nello stesso mese ebbe inizio anche l’occupazione dell’Università Cattolica

di Milano per protesta contro l’aumento delle tasse di iscrizione e il rettore chiamò la

polizia e procedette alla chiusura dell’università.

Le cause di questa esplosione erano da rintracciare in una miscela tra nuovo

internazionalismo, i giovani erano mobilitati contro la guerra in Vietnam, e problemi

concreti, dovuti alle carenze della scuola italiana. La rigidità e l’ottusità delle risposte

accademiche e politiche accentuò la rabbia degli studenti. Così dalle rivendicazioni

specifiche su aule, esami o lezioni si passò alla messa in discussione dell’intera

struttura universitaria e dei suoi assetti autoritari. Nel mese di febbraio la Sapienza fu

occupata, il rettore chiese l’intervento della polizia e proprio per protestare contro lo

sgombero tremila giovani organizzarono un corteo che sfociò in una durissima

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battaglia contro la polizia. In questa circostanza si inserì la critica al movimento di

Pasolini nella quale egli contrappone gli studenti contestatori, giudicati come figli di

ricchi borghesi, ai poliziotti, poveri. Il mese di marzo vide l’estendersi delle occupazioni

in tutta Italia mentre tendevano a diventare sempre più frequenti gli scontri fisici con

le forze dell’ordine. Il movimento intanto si espandeva in direzione degli studenti medi

e verso il mondo del lavoro dove gli universitari cominciarono a unirsi agli operai nei

picchettaggi davanti ai cancelli delle industrie. La contestazione proseguì violenta per

tutta la primavera e si riaccese in autunno. La contestazione si spostò anche in luoghi

come manicomi e carceri, dove si denunciavano le condizioni di abbruttimento nelle

istituzioni totali con l’obiettivo di ottenere condizioni meno disumane di vita e la

riforma dei codici.

Gli episodi di contestazione studentesca trovavano le proprie ragioni in una più

generale critica nei confronti della società: i valori sostenuti dai padri venivano criticati

dalle nuove generazioni. A condizionare i moti studenteschi fu senz’altro la lettura

degli scritti del marxismo. I giovani non volevano liberarsi solo dall’alienazione che

imponeva il sistema capitalistico ma anche dalle imposizioni culturali conseguenti. Il

sessantotto fu anche largamente ispirato dalle realtà e dai miti del Terzo mondo, come

la guerriglia sudamericana, la rivoluzione culturale in atto nella Cina maoista.

Fortissimo era il riferimento alla guerra in Vietnam con l’esaltazione delle gesta dei

vietcong, esempio della capacità di liberazione di un popolo e di resistenza vittoriosa

contro una superpotenza come gli Stati Uniti.

Per quanto consistenti, le masse di contestatori erano comunque una minoranza.

Tuttavia anche chi non aveva compiuto una scelta politica di sinistra creava in questi

anni un proprio modo di comportarsi diverso e spesso in contrapposizione con quello

dei genitori: provocatoriamente portavano capelli lunghi e disordinati, vestiti dismessi,

ascoltavano le canzoni dei Beatles, Rolling Stones e Bob Dylan.

5. Novità politiche e sindacali

I sessantottini criticavano le posizioni moderate del PC che al suo interno esprimeva

valutazioni assai differenti rispetto al movimento degli studenti. Nel 69 il congresso del

PCI elesse come vicesegretario del partito Berlinguer, già di fatto il numero uno in

quanto il segretario Longo era gravemente ammalato.

La contestazione studentesca favorì e sostenne quella degli operai, anche se

quest’ultima aveva cause e ragioni proprie. Il primo significativo episodio si verificò

alla Pirelli di Milano in occasione della scadenza del contratto nazionale dei lavoratori

alla fine del 1967. Nel febbraio 1968 i sindacati avevano accettato aumenti salariali

giudicati troppo modesti. Da qui il malcontento dei lavoratori che si organizzarono

autonomamente nei CUB, organismi di coordinamento spontaneo in grado di

promuovere una reale partecipazione dei lavoratori alla lotta di fabbrica. Tra gli

obiettivi della mobilitazione operai vi era il controllo e la riduzione dei ritmi di

produzione. L’esperienza della Pirelli divenne un punto di riferimento anche per le altre

fabbriche e infatti l’esperienza dei CUB si diffuse a Milano e in molte città. Essa mise le

basi per un nuovo modo di concepire la mobilitazione operaia: CIGL, CISL e UIL non

erano state in grado di elaborare nuovi strumenti di intervento e pressione. Nascevano

cosi i consigli di fabbrica cioè organismi di rappresentanza operaia composti da

delegati di reparto, eletti dai lavoratori e con l’obiettivo del controllo della qualità della

vita sul luogo di lavoro e la contrattazione con gli imprenditori sulle modalità della

produzione. L’esperienza delle lotte di quei mesi rese insomma evidente che i metodi

degli studenti avevano fatto scuola, spontaneismo e iniziative promosse dal basso e

elevato grado di aggressività. 13

L’autunno caldo e lo statuto dei lavoratori

Grazie all’unificazione dei salari e la riforma delle pensioni, le confederazioni sindacali

riuscirono a riconfermarsi il punto di riferimento del movimento dei lavoratori. In

particolare la FIM-CISL, il sindacato dei metalmeccanici divenne il punto di riferimento

delle frange più combattive.

Si avvicinava intanto il rinnovo del contratto dei metalmeccanici e per la prima volta

CGIL, CISL e UIL riuscirono a presentare delle richieste comuni e condivise. Nel

settembre del 69 iniziò una raffica di scioperi che diedero inizio all’autunno caldo.

Confindustria non voleva accettare che fosse legittimata la contrattazione aziendale. Il

ministro del lavoro si schierò a favore delle richieste sindacali e si arrivò ad un accordo

che prevedeva l’accoglimento quasi completo delle richieste dei lavoratori. Vista la

debolezza del centro sinistra il movimento dei lavoratori diventò il soggetto propulsore

delle riforme che il mondo politico non riusciva ad attuare. Nel 1970 a coronamento

delle lotte di quegli anni venne approvato in Parlamento lo statuto dei lavoratori:

vietava ogni forma di controllo sul lavoratore, vennero regolamentati i casi di

licenziamento, le rappresentanze sindacali vennero pienamente riconosciute senza

alcuna forma di discriminazione e parimenti fu sancito il diritto a costituire

rappresentanze sindacali di azienda e a svolgere assemblee anche entro l’orario di

lavoro.

Capitolo 3

Anni di piombo

1. La strage di Piazza Fontana e le sue conseguenze

Dalle elezioni del maggio 68 il PSU uscì ridimensionato e decise di disimpegnarsi dal

governo per risolvere i problemi interni al partito. La conseguenza fu la costituzione di

un governo monocolore democristiano guidato da Leone. Tutte le correnti interne al

PSU, che ridiede al partito la vecchia sigla PSI, convergevano nella prospettiva di un

ritorno alla formula del centro sinistra e perciò a dicembre nacque il primo governo

Rumor sostenuto da DC, PRI e PSI. Nel pieno della crisi provocata dalla contestazione

studentesca e operaia, l’Italia si ritrovava con governi deboli e incapaci di darle delle

risposte incisive. Tra i socialisti tuttavia la minoranza di sinistra organizzò un

programma di dialogo con il PCI provocando la reazione dei socialdemocratici che

decisero di abbandonare il partito ponendo fine all’unificazione. Conseguenza di

questa nuova spaccatura fu la fine del governo Rumor, che fu incaricato di formare un

nuovo governo con solo democristiani ma in parlamento ottenne la fiducia anche dei

partiti socialisti.

Dopo l’estate ripresero i violenti scontri di piazza che coinvolsero le forze dell’ordine e

i giovani di estrema sinistra. In questo contesto il 12 dicembre 69 scoppiò una bomba

nella Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano. Dopo la strage di

Piazza Fontana la polizia diresse subito per proprie indagini verso gli ambienti

dell’estrema sinistra e in effetti venne fermato un anarchico. La strage segnò uno

spartiacque nella storia italiana inaugurando quella che viene definita la strategia

della tensione, portata aventi da uomini dell’estrema destra neofascista ed eversiva,

MSI, pezzi della destra della DC, alti vertici militari e delle forze dell’ordine, destra

extraparlamentare. Ci si riferisce a quell’insieme di trame, di attentati e di stragi il cui

scopo appariva ed era quello di creare un clima di insicurezza e di paura, di tensione,

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per spingere verso l’instaurazione di uno Stato forte, autoritario, in grado di mettere

fuori gioco i partiti di sinistra e di porre fine all’ondata contestatrice di studenti e

operai. Questo tipo di terrorismo è diverso dal terrorismo nero e ancora da quello

rosso. Una migliore definizione è lotta armata, non esattamente coincidente con

terrorismo.

Nel 69 la segreteria del MSI fu assunta da Almirante, rappresentate dell’area

propriamente fascista di Salò. La contestazione studentesca e operai della fine degli

anni Sessanta lo fece divenire punto di riferimento di quell’opinione pubblica non solo

di destra ma anche moderata, preoccupata che le agitazioni potessero portare a esiti

rivoluzionari.

Il 28 maggio 1974 una bomba esplose a Piazza della Loggia a Brescia proprio mentre si

stava svolgendo una manifestazione indetta dai sindacati per tenere alta l’attenzione

sui pericoli dell’eversione di destra. Il 4 agosto successivo un altro ordigno collocato

sul treno Italicus provocò una strage. Quel che apparve sicuro fin da subito fu la pista

nera. Nel 1980 si ebbe un gravissimo attentato alla stazione di Bologna con il più alto

numero di vittime mai registrato in Italia. Anche in questo caso l’accertamento dei

mandanti e degli esecutori si protrasse nel tempo in un polverone di depistaggi e di

coinvolgimenti di esponenti dei servizi segreti e della loggia massonica P2. La storia

giudiziaria per la strage di Bologna risultò più rapida rispetto alle precedenti: le

indagini si indirizzarono quasi subito verso gli ambienti della destra eversiva. Nel 95 la

Cassazione confermò la sentenza secondo cui Fioravanti e Mambro, membri dei NAR,

furono gli esecutori dell’attentato. Ma sono rimasti in ombra sia i mandanti sia le

finalità dell’attentato.

Tra i protagonisti degli intrighi di quegli anni fu in primo piano la Loggia massonica P2

che si finanziava con operazioni che oltrepassavano i limiti della legalità (tangenti,

controllo del credito bancario, esportazioni di valuta) e che riusciva sistematicamente

a collocare i propri uomini ai vertici delle istituzioni e degli apparati statali. La

Commissione parlamentare d’inchiesta del 84 individuò suoi membri in quasi tutti i

settori, lo stesso Parlamento, pubblica amministrazione, media, finanzia, magistratura

ma soprattutto servizi segreti e forze armate, tramite cui falsificava prove per dirottare

le indagini verso estremisti estranei ai fatti.

2. Crisi economica e crisi politica 1969-1974

Negli anni 70 la crescita economica crollò al 1,4%. La crisi era legata al contesto

internazionale e in particolare alla decisione del Presidente americano Nixon nel 71 di

dichiarare l’inconvertibilità del dollaro. In Italia la lira perse valore, ciò portò

all’aumento del prezzo delle materie prime mentre diminuirono gli investimenti, i

consumi privati e cadde la produzione industriale. A ciò si aggiunse, in seguito alla

guerra del Kippur, la crisi petrolifera del 73-74 che causò l’aumento del 70% dei prezzi

del greggio. La bilancia commerciale italiana era in rosso e si decise di adottare misure

per frenare il disavanzo. Gli industriali ritenevano che le cause delle difficoltà fossero

da individuarsi nell’alto costo del lavoro e nella scala mobile.

Il compromesso storico

Di fronte alla gravità dei problemi de paese, anche se le forze di sinistra fossero riusciti

a raggiungere il 51% dei voti, ciò non avrebbe garantito la sopravvivenza di un

governo che ne fosse stata espressione. Per questo il segretario del PCI Berlinguer

accantonava l’alternativa di sinistra e proponeva una alternativa democratica, un

compromesso storico, ossia la prospettiva politica di una intesa e di una collaborazione

15

delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di

ispirazione cattolica. Bisognava evidenziare il fatto che la DC raccoglieva intorno ad

essa settori di strati popolari, contadini, giovani, donne e anche operai. Le riflessioni di

Berlinguer trovarono ascolto da parte di Moro convinto che si dovesse giungere a una

fase di democrazia compiuta, nella quale la DC e la sinistra potessero alternarsi alla

guida del governo.

3. Cambiamenti inattesi 1974-1976

La legge sul divorzio fu approvata nel novembre del 69 con il voto contrario di DC e

MSI. I cattolici più intransigenti individuarono nella nuova legge che istituiva il

referendum lo strumento per contrastare l’egemonia laica che si stava affermando in

Italia. Il referendum si svolse solo nel 74 essendo intervenuto nel frattempo lo

scioglimento delle camere. La maggioranza degli italiani votò per il no all’abrogazione

mettendo in evidenza che gli elettori democristiani non avevano seguito in blocco le

indicazioni del loro partito. L’estio referendario rafforzò quei settori che prospettavano

la formazione di uno schieramento alternativo alla DC e in quest’ottica nel 74 i

socialisti strinsero un patto con i radicali.

Nel 76 gli elettori furono chiamati alle urne per lo scioglimento anticipato delle

Camere. La DC rimase stabile grazie alla rinnovata leadership di Zaccagnini, il PCI

toccò il suo massimo storico con quasi il 35% dei voti. Il nuovo governo guidato da

Andreotti fu composto solamente da democristiani e passò in parlamento solo perché

PSI, PSDI, PRI, PLI e PCI si astennero, il cosiddetto governo della non sfiducia. Si apriva

una nuova fase politica definita della solidarietà nazionale con cui si avviavi una

collaborazione tra DC e PCI anche se i comunisti continuava ad essere esclusi dal

governo vero e proprio. Nel 78 Andreotti formò un nuovo governo sempre monocolore

DC ma che avrebbe dovuto ottenere questa volta la fiducia anche dei comunisti, in

quanto era stato trovato un accordo sulle linee del programma da attuare. Il 16 marzo

era previso che il Presidente del Consiglio riferisse alla Camera sulle linee

programmatiche del nuovo governo ma quella stessa mattina Aldo Moro venne rapito

dalle Brigate Rosse mentre la scorta di cinque uomini fu assassinata. Sull’onda

dell’emotiva dell’attentato, entrambi i rami del Parlamento votarono immediatamente

la fiducia.

4. Il terrorismo rosso

Le Brigate Rosse nascono nel 70 con l’incontro a Milano tra un nucleo di giovani già

protagonisti della contestazione studentesca a Trento, cattolici militanti (Curcio e

Cagol), e una componente emiliana di tradizione comunista. A loro si aggiunsero

persone provenienti da ambienti diversi come Moretti, tecnico alla Siemens a Milano.

La nuova organizzazione diresse la propria attenzione al mondo delle fabbriche: buona

parte del gruppo era stato delegato sindacale di reparto e di fabbrica alla Siemens di

Milano durante l’autunno caldo. In una prima fase il gruppo procedette con azioni

esemplari tra cui il sabotaggio alla pista collaudo della Pirelli nel 71. Nel 72 eseguirono

il primo sequestro di persona, durato poche ore, colpendo il dirigente della Siemens, a

cui seguì nel 73 il sequestro del direttore del personale della FIAT che durò otto giorni.

Il 74 rappresentò uno spartiacque perché le BR rapirono a Genova il giudice Sossi, che

era stato pubblico ministero al processo contro il gruppo terroristico XXII Ottobre. I

brigatisti chiedevano in cambio della liberazione del giudice, la scarcerazione dei

militanti di tale gruppo. Alla fine Sossi fu liberato dopo che la Corte d’Assise d’appello

16

aveva espresso parere favorevole alla liberazione provvisorio dei condannati. Il

procuratore generale Coco rifiutò di controfirmare il provvedimento così che i terroristi

rimasero in carcere. Il rapimento Sossi fruttò ulteriore prestigio e simpatie alle BR. Nel

1974 le forze dell’ordine arrestarono i principali leader della brigate rosse.

Tutto il nucleo storico brigatista si trovava ormai in carcere con la sola eccezione di

Moretti. Le nuove BR da lui ora guidate si caratterizzarono per azioni più cruente. Le

figure sociali a cui i brigatisti facevano adesso riferimento erano i giovani e gli studenti

e il luogo di intervento si spostò dalla fabbrica alla società. Nel 76 alzarono il tiro

uccidendo il procuratore generale Coco.

Il 16 marzo 1978 mentre si stava recando alla Camera per la discussione sula sfiducia

al governo presieduto da Andreotti, con una azione organizzata dalle BR, a Roma fu

rapito il presidente della DC Aldo Moro. Le BR avevano rapito proprio Moro in quanto la

personalità di collegamento e coesione tra la DC e il PCI, mentre secondo altre

testimonianze Moro fu scelto come bersaglio perché praticamente più vulnerabile

rispetto ad altri leader democristiani. Nonostante l’ingente mobilitazione degli apparati

di sicurezza che venne predisposta, lo Stato mostrò tutta la sua impotenza. Attraverso

i comunicati le BR sostenevano di voler colpire il cuore della Stato che a loro dire la DC

rappresentava. Pochi giorni dopo il sequestro, Moro cominciò a ipotizzare nelle lettere

recapitate sia alla famiglia che a esponenti della DC una sua possibile liberazione

raggiungibile anche attraverso uno scambio di prigionieri. Le forze politiche si

spaccarono tra i sostenitori della linea della fermezza, che ritenevano che non si

potesse patteggiare, tra cui la stessa DC e i fautori della linea della trattativa, che

sostenevano invece il dovere delle istituzioni di salvare la vita a Moro. Fanfani voleva

portare la questione della concessione della grazia a un brigatista in cambio di Moro

davanti alla direzione della DC fissata per la mattina del 9 maggio. Mentre erano in

corso i lavori, i brigatisti fecero ritrovare la salma di Moro in un bagagliaio di un auto

posteggiata tra la sede della DC e quella del PCI.

Con l’assassinio di Moro, gli attentati di matrice terroristi non si arrestarono, ma

l’opinione pubblica creò un vuoto intorno alle frange della lotta armata. Inoltre la

morte di Moro segnò la fine della solidarietà nazionale, ogni ipotesi di collaborazione

tra DC e PCI venne meno e si giunse a una fase politica del tutto diversa. Dall’altra

parte il delitto Moro e la contestazione delle insufficienze dell’azione repressiva

spinsero a un generale ripensamento da parte dello Stato, tanto che malgrado

l’intensificazione delle azioni terroristiche fino al 81, si poté arrivare a uno

smantellamento delle BR.

5. La liquidazione della politica della solidarietà nazionale 1978-1981

Dopo un’accesa campagna di stampa sulle voci di un suo coinvolgimento nello

scandalo Lockheed e per il silenzio mantenuto durante il sequestro Moro, il presidente

della Repubblica Leone rassegnò le dimissioni. Con un ampio consenso venne eletto il

socialista Pertini, che inaugurò un nuovo stile nel ruolo fatto di frequenti interventi

pubblici.

Nel 79 l’adesione dell’Italia allo SME divise in Palamento i partiti della maggioranza e

costituì il motivo su cui si ruppe la solidarietà nazionale e portò il paese alle urne. Il

democristiano Cossiga riuscì a costituire un governo ma il dibattito politico si iscrisse

più nella logica di potere interna ai partiti che non in quella del confronto con le

17

trasformazioni della società. Il governo Cossiga si trovò a dover fare i conti con

l’emergenza terrorismo la cui azione risultò efficace nella sconfitta del terrorismo.

Il rapimento e l’omicidio di Moro furono seguiti da altri attacchi omicidi ad agenti,

magistrati, dirigenti industriali, docenti universitari. Nel 79 le BR uccisero Rossa,

militante del PCI e delegato sindacale della FIOM-CGIL, che aveva denunciato un

operaio dell’Italsider come fiancheggiatore dell’organizzazione terroristica. Il

coraggioso gesto di Rossa rese evidente la spaccatura che si andava creando tra i

terroristi e gli ambienti operai e anzi contribuì a far diminuire le simpatie ancora

esistenti verso i brigatisti e i loro emuli. La risposta dello Stato attraverso il varo della

legislazione speciale contribuì ad accelerare la dissociazione di numerosi militanti.

Furono conferiti poteri speciali al generale dei carabinieri Dalla Chiesa. Nel 80 fu

arrestato Peci, membro della direzione strategica delle BR, che pentitosi accettò di

collaborare con Dalla Chiesa fornendo informazioni di primaria importanza. L’ultimo

caso clamoroso fu costituito dal rapimento del generale americano della NATO . Un

colpo pressoché definitivo al terrorismo venne dato dall’approvazione di una legge sul

pentitismo: i terroristi avrebbero dovuto confessare i reati commessi e collaborare per

il recupero di armi e per l’indicazione dei propri complici e avrebbero ricevuto benefici

di pena.

Fu una questione di politica estera a determinare la costituzione materiale del paese: il

governo decise a favore dell’istallazione sul territorio italiano dei missili a medio raggio

NATO per controbilanciare i missili che i sovietici avevano installato alle frontiere dei

paesi del Patto di Varsavia. Su tale questione venne a formarsi in Parlamento una

maggioranza composta da DC, PRI, PSDI, PLI, e la maggioranza del PSI. Tale

pentapartito sarà la coalizione che reggerà il governo fino al 1992.

Capitolo 4

Anni di illusioni e tracolli

1. I governi Spadolini 1981-1983

Il repubblicano Spadolini nel 1981 formò un esecutivo con DC, PSI, PRI, PSDI e PLI. Per

la prima volta un laico al governo dopo Parri nel 45. Egli tentò di rimarcare in modo più

netto il ruolo del Presidente del Consiglio nella formazione dei ministeri. Il suo

programma fu incentrato sull’emergenza economica e civile. Il governo riuscì a ridurre

l’inflazione. Dopo il terremoto della P2 Spadolini si incaricò di rinnovare radicalmente i

vertici militari e dei servizi segreti. In politica estera si preoccupò di rafforzare i legami

europeisti e atlantisti. La scelta più significativa di questa direzione fu il permesso di

utilizzare la base siciliana di Comiso per gli euromissili della NATO e l’invio di un

contingente italiano in Libano, per rassicurare gli alleati dopo il rischio di uno scivolone

a sinistra durante gli anni 70.

Nell’agosto 82 il governo cadde ma fu accordato a Spadolini ancora l’incarico di

formare un esecutivo che ricalcava il precedente nella composizione tanto da essere

definito governo fotocopia.

Quando il debole collante che teneva insieme la maggioranza cedette, Spadolini si

dimise e Pertini affidò l’incarico di formare un nuovo governo a Fanfani ma quando il

Partito socialista decise di ritirare la delegazione, le Camere furono sciolte. I risultati

delle urne del 83 mostrarono un crollo della DC a poco più del 30%, il PCI sotto il 30%,

mentre il PSI vide aumentare i suoi consensi al di sopra del 10%, e un’ancora più

18

corposa risalita dei partiti laici, come PRI. I flussi di voto si erano attestati comunque

all’interno della precedente maggioranza a cinque ma erano mutati i rapporti di forza

tra le componenti.

De Mita divenne il nuovo segretario della DC. Egli insistette per una gestione unitaria

della DC di fronte alle accresciute preoccupazioni per la cristallizzazione che stava

subendo il partito sempre più incapace di collegarsi alla società civile. Questa

proposta si fondava su una più netta distinzione tra partiti e stato garantita dalla

possibilità dell’alternanza e per cui si doveva riaprire al dialogo con il PCI. Al partito

nuovo di De Mita fece da contrappunto il nuovo Psi di Craxi che doveva riabbracciare

un metodo riformista, realistico, moderno, con concretezza di problemi e con chiarezza

di linguaggio, ricerca della stabilità di governo, forza di reazione ai problemi degli anni

70. 2. Il potere di Craxi 1983-1987

Il sensibile smacco subito dalla DC nelle elezioni anticipate del giugno 1983

spianò la strada a Craxi, che formò un governo di Pentapartito comprendente,

oltre a lui, anche i segretari del PRI Spadolini e del PSDI Longo e il presidente DC

Forlani. Si registrava una maggiore convergenza tra partiti e governo. Dopo quattro

anni, il faticoso percorso di consolidamento del Pentapartito si poteva

definitivamente dire concluso. La duplice clausola di esclusione dall’area di governo

tra DC e PCI aveva finito per favorire i partiti intermedi, che ora potevano

giocare con maggiore determinazione la posizione di rendita all’interno del sistema

politico, spostandosi, o minacciando di spostarsi, da un lato all’altro.

Il segretario democristiano De Mita si prese una rivincita nel 85 quando la sua

proposta di candidare alle Presidenza della Repubblica Cossiga riuscì a coagulare una

larghissima maggioranza oltre che all’area di Pentapartito anche al PCI.

I risultati del primo governo a guida socialista, comunque, non corrisposero

pienamente alle impegnative enunciazioni programmatiche. Il tasso di inflazione subì

effettivamente un riduzione e anche la spirale recessiva venne arrestata, consentendo

un costante recupero del prodotto interno lordo. Più discutibili e incerti furono gli altri

aspetti chiave della politica economica governativa. In particolare, sul fronte del debito

pubblico si registrò una tendenza vertiginosa al rialzo.

A una maggioranza che in più di un’occasione si mostrava scollata, dando fiato in

parlamento al fenomeno dei “franchi tiratori” che votavano contro provvedimenti

de governo, Craxi rispondeva forzando in termini personalistici la dinamica politica.

Questo processo trovò efficaci sponde da un lato nella progressiva marginalizzazione

del PCI, dall’altro nello stretto controllo esercitato all’interno dello stesso PSI. Il

contrasto tra i due partiti si allargò irrimediabilmente a metà del decennio in

occasione della battaglia sulla scala mobile, introdotto nel 1975, che prevedeva

l’adeguamento automatico dei salari al costo della vita. La materia necessitava

indubbiamente di una revisione ma l’ostruzionismo parlamentare del PCI fece

decadere il provvedimento, che tuttavia fu reiterato e convertito in legge tramite il

voto di fiducia. La battaglia comunista fu appoggiata da una serie di manifestazioni

promosse dalla CGIL. Essi appoggiarono la scelta del referendum contro i tagli della

scala mobile: l’esito del voto decretò la sconfitta comunista con i no al 54%. Alla fine, il

decisionismo di Craxi prevalse e diede una grande legittimazione al leader. Lo stato di

incertezza del PCI fu aggravato con la morte di Berlinguer (11/06/84 a Padova).

L’imponente partecipazione ai suoi funerali segnò anche simbolicamente il saluto

19

d’addio ad una stagione. La successione alla segreteria fu affidata ad Alessandro

Natta, il quale, pur incarnano le qualità tradizionali della “vecchia guardia” comunista,

non possedeva tuttavia la stoffa di leader.

Il presidente del Consiglio riuscì inizialmente ad incassare alcuni significativi

risultati su terreni che in passato non solo avevano originato un’aspra dialettica

a sinistra, ma si erano anche rivelati insidiosi per le stesse maggioranza di

governo.

Nel 1984 fu siglato il nuovo concordato tra Stato e Chiesa a dieci anni dalla ferita

del referendum sul divorzio. L’accordo sembrò perdere le ambiguità del

precedente testo, recuperando i rapporti tra le due istituzioni ai principi

democratici della Costituzione e allo spirito del Concilio Vaticano II. La

collaborazione Stato-Chiesa assicurò un credito d’immagine considerevole a Craxi,

soprattutto in alcuni settori del mondo cattolico.

Importante per il PSI fu anche l’approccio alla politica estera. Le prime mosse

dovevano rassicurare gli alleati della piena affidabilità atlantica di un partito che

aveva alle spalle un’antica vocazione neutralista. Il governo aveva favorito la

decisione di installare euromissili sul territorio nazionale. La politica estera italiana

registrò un rinnovato interesse per lo scacchiere mediorientale e per le aree africane,

ponendosi come intermediaria fra le varie forze del mediterraneo. Due eventi

connotarono la strategia in politica estera di Craxi. Nell’ottobre del 85 un commando

palestinese sequestrò la nave da crociera italiana Achille Lauro uccidendo un cittadino

statunitense di religione ebraica, in risposta al bombardamento israeliano su Tunisi,

dove si era trasferito il quartier generale dell’OLP. Grazie al ponte diplomatico

instaurato tra Italia, Egitto e OLP, i prigionieri furono rilasciati. I quattro dirottatori

furono presi in consegna dalle autorità italiane, nonostante l’opposizione

dell’amministrazione di Washington che voleva imporre l’atterraggio nella base NATO

di Sigonella in Sicilia. Il ministro della difesa Spadolini si sentiva scavalcato da Craxi e

Andreotti uscì dall’esecutivo. Il governo venne rinviato alle Camere ottenne la fiducia

facendo rientrare la crisi. Sempre in quell’anno un gruppo estremista palestinese

effettuò un sanguinoso attentato all’aeroporto di Fiumicino contro i banchi di uno

compagnia israeliana e uno statunitense. In risposta l’amministrazione statunitense

nell’86 ordinò un bombardamento aereo in Libia, accusata di fornire sostegno al

terrorismo palestinese. Gheddafi fece lanciare due missili verso l’isola di Lampedusa,

dove era installata una stazione radio americana, che tuttavia non raggiunsero

l’obiettivo. Il governo italiano inviò una dura nota di protesta nei confronti della Libia e

condannò la rappresaglia americana. Queste vicende evidenziarono la ricerca di

un’alternativa al neutralismo e all’atlantismo oltranzista e la riscoperta di una

dimensione nazionale. Se le modalità di intervento misero ancora una volta in luce il

decisionismo di Craxi, le motivazioni di fondo rimandavano al sostegno degli interessi

specifici italiani in aree cruciali dello scacchiere internazionale.

3. La competizione al centro

Il governo Craxi ricorreva alla prassi di governare per decreto perché più volte fu

tentato di metterlo in minoranza e cercare di salvarlo dovendo ricorrere alla tattica di

far mancare il numero legale. Alla fine nell’86 il governo fu messo in minoranza e Craxi

si dimise. L’appello alla governabilità del sistema permetteva al leader socialista di

partire da posizioni di vantaggio nelle trattative per il varo del nuovo governo. La

rivalità tra De Mita e Craxi fu ammorbidita con il cosiddetto patto della staffetta, che

prevedeva il reincarico al segretario socialista secondo un programma di governo della

20

durata di venti mesi, naturale scadenza della legislatura, a metà dei quali la guida

dell’esecutivo sarebbe passata ad un democristiano. L’ipotesi di De Mita di offrire

respiro strategico al Pentapartito per la successiva legislatura fu definitivamente

liquidata da Craxi, che si sarebbe visto ridurre il potere di condizionamento. Si aprì una

crisi sfociata in un monocolore democristiano presieduto da Fanfani col compito di

condurre il paese a nuove elezioni.

Durante la campagna elettorale Craxi riuscì a far emergere le incrinature presenti

all’interno della DC accusando De Mita di voler intralciare il rapporto con il PSI per

tentare un aggancio con il PCI. Dalle elezioni dell’87 uscirono comunque vincitori il PSI

e la DC, ma sconfitti il PCI, nel pieno della rivoluzione di Gorbaciov, e i partiti minori

laici. Emergeva la frammentazione del sistema con l’ingresso in Parlamento dei Verdi e

la proliferazione delle liste regionali. Cresceva inoltre il partito Radicale. Il calo del MSI

portò al ricambio della segretaria, dove fu eletto Gianfranco Fini. Dentro al PCI dopo le

dimissioni di Natta nell’88 fu Occhetto a guidare il partito.

Dopo le elezioni la maggioranza rimase all’interno del pentapartito, l’unica formula

politica praticabile. L’avanzata socialista servì per far pesare il veto di Craxi sulla

candidatura di De Mita che fu costretto a lasciare la presidenza del consiglio a Goria.

Ma a nemmeno un anno dall’insediamento il governo dovette rassegnare le dimissioni

aprendo la strada a De Mita. Egli delineò un percorso che mirava a coinvolgere il PCI

sul tavolo delle riforme istituzionali. Dopo che il consulente in materie fu ucciso dalle

BR questa prospettiva venne chiusa. Inoltre nell’89 De Mita fu sostituito alla segreteria

da Forlani e di conseguenza il PSI ritirò la fiducia al governo aprendo una crisi.

A presiede il nuovo esecutivo fu chiamato Andreotti il quale dette vita ad una

riedizione del Pentapartito.

Nel corso del congresso del partito comunista nell’89 Occhetto liquidò definitivamente

ogni traccia di prospettiva rivoluzionaria per incanalarsi nel riformismo.

4. La crisi della Repubblica e Tangentopoli 1989-1992

Tra il 1989 e il 1992 alla guida del governo sedeva Andreotti e la coalizione del

Pentapartito non mostrava l’irrequietezza del periodo precedente. Un primo elemento

che contribuì a far emergere lo stato di crisi in cui versava il sistema politico italiano

furono le ripetute esternazioni del Presidente della Repubblica Cossiga. Cossiga

smetteva i panni di arbitro istituzionale del sistema politico, diventando giocatore

nella stessa contesa in corso con un protagonismo notevolmente amplificato dai

mezzi di comunicazione. Sempre nel 1990 tornarono a galla alcuni dei misteri della

Repubblica. Vennero rinvenute copie di documenti relativi al sequestro Moro in cui il

leader DC esprimeva giudizi critici su diversi compagni di partito tra cui Cossiga.

Scoppiò il caso Gladio, una struttura segreta che aveva agito in Italia durante la guerra

fredda per sbarrare il passo alle forze di sinistra. Tra i responsabili delle censure un

ruolo era stato svolto da Cossiga. Di fronte ai possibili sviluppi del caso, il Capo dello

Stato minacciò di autosospendersi dalla carica istituzionale bloccando per il momento

ulteriori accertamenti.

Gli interventi di Cossiga, picconate, si inserivano all’interno di un progetto che

intendeva riscrivere l’intero ordinamento giudiziario per limitare l’autonomia e

l’indipendenza della magistratura. Di fronte al tentativo in senso presidenzialistico

l’ordinamento repubblicano i partiti si divisero. Il 25 aprile 1992 Cossiga annunciava le

proprie dimissioni. 21


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Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e delle relazioni internazionali
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