L'Italia nella guerra mondiale (1940-1943)
Il patto d’acciaio e l’intervento in guerra
Con il Patto d'Acciaio, firmato il 22 maggio 1939, si sancì l’alleanza politica fra Italia fascista e Germania nazista. Inizialmente l’Italia aveva mantenuto un distacco prudente nei confronti della Germania, tanto che quando Hitler tentò per la prima volta l’annessione dell’Austria, nel 1934, Mussolini rispose schierando le truppe al Brennero. Ma l’isolamento internazionale italiano dovuto all’invasione dell’Etiopia, la solidarietà ideologica fra fascismo e nazismo con lo slogan dell’Asse Roma-Berlino, la comune partecipazione alla guerra civile spagnola e infine l’accettazione del secondo tentativo di annettere l’Austria da parte della Germania, nonostante nel 1935 l’Italia facesse ancora parte del fronte di Stresa contro la richiesta tedesca di rivedere i patti della pace del 1919, portarono le due dittature a collaborare.
L’Italia non era assolutamente preparata a una guerra, ma Mussolini e il suo ministro degli Esteri Galeazzo Ciano, nonché suo genero, si accontentarono delle dichiarazioni verbali del ministro tedesco Joachim Ribbentrop, secondo il quale anche la Germania necessitava di un paio di anni ancora per poter entrare in guerra; in realtà i piani per l’aggressione della Polonia erano già pronti. I due non presero nemmeno molto sul serio il vincolo del Patto d’Acciaio secondo cui non si distingueva fra guerra aggressiva o difensiva e bisognava intervenire comunque.
Vennero posti gli occhi invece su un’altra clausola, quella della consultazione permanente e preventiva delle due potenze, vincolo che venne continuamente aggirato. Infatti si comprese da subito che la Germania era già pronta per la guerra e che essa aveva stipulato un patto di non aggressione con l’URSS, il patto Molotov-Ribbentrop, senza consultare l’Italia. Tensioni erano date anche dalla questione dell’Alto Adige che sarà poi risolta il 21 ottobre 1939 con l’espatrio degli abitanti tedeschi e il diritto di opzione di tutti i cittadini.
Allo scoppio della guerra, il 1 settembre 1939, Mussolini dichiarò lo stato di “non belligeranza”, secondo cui l’Italia si confermava alleata alla Germania ma non avrebbe ricorso alle armi. Nel corso dell’inverno 1939-40, l’Italia continuò i suoi commerci con entrambe le parti.
I rapporti fra Italia e Germania diventarono più distesi: il 18 marzo 1940 si ebbe un incontro fra Mussolini e Hitler e quest’ultimo convinse il Duce che la guerra sarebbe stata breve e avrebbe portato a una vittoria facile della parte tedesca. La questione divenne per Mussolini non più il se entrare in guerra quanto il quando. La spinta decisiva fu data dalla rapidissima avanzata tedesca in Francia con la conquista di Parigi. Il 29 maggio 1940 Mussolini comunicò ai capi militari la decisione di intervenire. Il 10 giugno 1940 Ciano consegnò le dichiarazioni di guerra a Francia e Gran Bretagna e alle 18:00 dello stesso giorno Mussolini fece un discorso a Palazzo Venezia, annunciando agli italiani l’ingresso in guerra.
Questa decisione prendeva le mosse dalla convinzione che la guerra sarebbe finita prestissimo e che l’Italia si sarebbe potuta sedere al tavolo dei vincitori ottenendo molti vantaggi con un modesto impiego di risorse. In più si sarebbero evitate le ire tedesche. Per quanto riguarda il popolo, l’annuncio della guerra lasciò sgomenti ma portò anche un’ondata di ottimismo. Nonostante lo scetticismo nessuno agì contro la decisione del Duce.
Ma l’Italia non aveva la forza né le tecnologie necessarie per combattere una guerra del genere: il governo fascista non si preoccupò di istituire un programma di decentramento industriale per evitare i bombardamenti né di avviare una politica efficace per l’approvvigionamento di scorte, né di preparare un piano organico di sviluppo produttivo. L’Italia era impreparata pure sul piano militare sia per lo spreco di risorse in Etiopia, nella guerra civile spagnola, nell’occupazione dell’Albania nel 1939, sia per arretratezza tecnologica: si costruirono soltanto carri armati leggerissimi, credendo che la guerra si sarebbe svolta unicamente sulle Alpi; le artiglierie erano obsolete; l’Aeronautica non si era sviluppata; la Marina stava meglio ma non ci si era preoccupati della protezione aerea dei convogli né sviluppi si erano fatti per la costruzione di portaerei o per la costruzione del radar. Infine le direttive di Mussolini furono perlopiù generiche e determinate dalle singole circostanze.
La prima fase della guerra: Francia e Mediterraneo
Subito dopo la dichiarazione di guerra la direttiva di Mussolini fu quella di mantenere una linea difensiva aspettando addirittura la reazione del nemico. Sul fronte occidentale l’iniziativa fu presa il 21 giugno 1940 sulle Alpi: i combattimenti furono mal condotti e i francesi ebbero facile gioco e cedettero solo pochi chilometri di terreno. Inoltre fu un attacco meschino perché i tedeschi stavano vessando il cuore della Francia fin dalla sua capitale.
Mussolini voleva stipulare una pace alquanto punitiva con la Francia, che chiese l’armistizio il 24 giugno 1940, ma Hitler rifiutò perché aveva altre intenzioni. L’Italia ottenne dai francesi solo la smilitarizzazione di una ristretta fascia di territorio lungo i confini in Europa e in Africa e la possibilità di usare il porto di Gibuti nella Somalia francese. Intanto gli inglesi iniziarono i bombardamenti su suolo italiano e si ebbero i primi morti tra i civili.
Intanto il 9 luglio 1940 si registrò uno scontro tra flotta italiana e flotta inglese. L’11 novembre 1940 avvenne un attacco durissimo con aerosiluranti al porto di Taranto che portarono al danneggiamento di importantissimi corazzate. Il 28-29 marzo 1941 si ebbe la battaglia di Capo Matapan, al largo della Grecia: contro la flotta italiana nel Mediterraneo orientale, inviata per bloccare i convogli inglesi che facevano la spola in Grecia per portare uomini e materiali, mosse la flotta inglese uscita di nascosto dal porto di Alessandria d’Egitto che riuscì a danneggiare e affondare molte corazzate, incrociatori e cacciatorpediniere. Da allora si cercarono di evitare gli scontri in mare aperto con i nemici perché si comprese l’impossibilità di rispondere efficacemente.
La guerra in Africa e la perdita dell’Impero
Anche qui si adottò la strategia difensiva. In Libia, il 9 dicembre 1940, gli inglesi scatenarono un’offensiva che travolse subito le posizioni italiane. Nel giro di poche settimane fu persa l’intera Cirenaica, oltre ad alcune oasi. Fu necessario chiedere aiuto alla Germania e nel febbraio iniziarono gli sbarchi in Libia di rinforzi tedeschi e italiani, grazie ai quali alla fine di marzo si poté lanciare un’offensiva guidata dal generale Erwin Rommel, che in breve fece raggiungere di nuovo la frontiera libico-egiziana.
Alla fine di gennaio si dovette ripiegare in condizioni disperate su Cheren, dove si riuscì a resistere a tre diverse offensive britanniche, prima della resa, il 27 marzo 1941. Nello stesso tempo si consumò anche la disfatta italiana in Africa Orientale, con la totale perdita delle colonie di Eritrea e Somalia e dell’Impero d’Etiopia: si perse il territorio dell’Oltregiuba; Mogadiscio fu occupata il 27 febbraio 1941; il 1 aprile fu occupata l’Asmara in Eritrea; il 6 gli inglesi entrarono ad Addis Abeba, l’8 cadde Massaua. Le truppe si arresero definitivamente il 27 novembre 1941.
Per le popolazioni di origine italiana stanziate in Africa la situazione divenne preoccupante se non di terrore. Lo stesso Negus Hailé Selassié, rimesso dagli inglesi sul trono, condannò ogni forma di violenza sugli italiani e anche gli inglesi si mossero per proteggere i civili. Si crearono convogli per rimpatriare queste persone tra il 1942 e il 1943.
L'attacco alla Grecia e la guerra dei Balcani
La decisione più gravida di conseguenze fu quella di Mussolini di attaccare la Grecia, per motivi riconducibili solo al prestigio e all’ambizione personale, nell’illusione che si trattasse di una sorta di passeggiata militare. L’Albania sarebbe stata la base di partenza per le azioni militari. L’attacco italiano della Grecia ebbe effetti disastrosi a catena: spinse gli inglesi a stanziarsi a Creta e in varie località greche; mise in moto l’intera situazione balcanica; contribuì all’evoluzione politica jugoslava; si ebbero cadute dei nostri soldati.
Il 28 ottobre 1940 iniziò l’offensiva italiana che non avanzò in modo significativo anzi fu costretta ad arretrare, fino ad attestarsi su fragili linee difensive entro il territorio albanese. Durante l’inverno si riuscì a stabilizzare il fronte. Con la primavera del 1941 si ebbe una nuova offensiva italiana in marzo con successi parziali e momentanei. In aprile, l’attacco tedesco alla Jugoslavia e alla Grecia ribaltò completamente la situazione, ma comportò l’apertura all’occupazione militare di ampie zone della penisola balcanica.
L’Italia fascista nei confronti della Jugoslavia aveva mantenuto a lungo una politica ostile motivata sia da motivi irredentistici sia dai legami della Jugoslavia con la Francia. Negli anni Trenta comunque, il sostegno italiano all’estremismo croato degli ustascia (ribelli) di Ante Pavelic si era fatto deciso. Nel frattempo stavano però maturando gli appetiti tedeschi. L’Italia, alleata alla Germania e con rivendicazioni irredentiste varie, divenne un vicino scomodo da cui difendersi.
Allo scoppio della guerra, la Jugoslavia decise dopo molti tentennamenti di entrare a sostegno dell’Asse. Tale decisione fu fortemente contestata, portando nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1941 a un colpo di stato dei circoli militari filo-inglesi. Fu questa la causa dell’intervento tedesco che iniziò il 6 aprile con un duro bombardamento senza preavviso di Belgrado. Il 7 aprile entrarono le truppe italiane, il 18 aprile la Jugoslavia capitolò. Contemporaneamente iniziò l’offensiva in Grecia che capitolò il 20 aprile 1941, con l’armistizio chiesto ai tedeschi, ma non agli italiani.
La Jugoslavia fu smembrata, i suoi resti furono dati agli stati confinanti; la Slovenia fu divisa fra Italia e Germania; la Croazia divenne stato indipendente guidato dal fascista Pavelic e comprendente l’intera Bosnia – Erzegovina; il Montenegro divenne italiano così come la Dalmazia; la Serbia ritornò alle dimensioni del 1914 ma sotto l’occupazione tedesca.
La situazione si rivelò precaria già dopo poco tempo con ribellioni e movimenti resistenziali, tanto che le truppe italiane furono costrette a invadere anche l’entroterra dalmata, detto seconda zona e quindi a scontrarsi ancora più direttamente con i problemi della resistenza slava, degli scontri etnici e dell’orgoglio croato. Nel luglio 1941 si ebbe una forte ribellione in Montenegro che fu brutalmente stroncata dagli italiani.
Intanto si andava inasprendo il regime di Pavelic che iniziò una guerra di annientamento etnico verso le comunità serbe e musulmane e una politica di sterminio di ebrei e zingari. Le truppe italiane cercarono di contrastare tali sviluppi, salvando molte comunità, ma in tal modo crearono altri motivi di frizione. La situazione venne complicata dalla formazione di gruppi di resistenza partigiana armata, da ricordare in particolare sono i partigiani comunisti guidati dal croato Tito. Di fronte a tutto ciò i comandi italiani non riuscirono a inventare un’efficace risposta politica e finirono per oscillare fra due estremi: la mediazione e la violenza.
Nel corso del 1942 le azioni partigiane contro le truppe italiane in Albania, Montenegro, Croazia e Slovenia si intensificarono sempre più e talvolta gli italiani risposero con spietate rappresaglie. Malgrado tutto ciò, la guerriglia slava si estese in tutto il territorio occupato, superando i confini e avvicinandosi pericolosamente all’Istria e a Trieste e Gorizia. Anche in Grecia iniziarono a formarsi gruppi di resistenza. La questione greca mise in luce che per l’Italia era finita la possibilità di una guerra parallela con la Germania, perché incapace di prendere azioni autonomamente e divenne quindi un semplice vassallo al comando del più potente alleato tedesco; in secondo luogo tutto ciò causò l’incrinarsi iniziale della fiducia al Duce mentre maturava la convinzione che la guerra era lunga e costava molte fatiche.
La campagna di Russia
Fin dal dicembre 1940, Hitler aveva deciso di sferrare un attacco alla Russia, noncurante del patto Molotov-Ribbentrop e sicuro dell’effetto sorpresa che avrebbe suscitato. L’Italia venne informata solo alla vigilia dell’attacco, il 21 giugno 1941. A tale notizia il Duce reagì inviando un contingente italiano anche se Hitler stesso lo sconsigliò. Per Mussolini era invece importante perché rappresentava simbolicamente anche la lotta del fascismo al bolscevismo.
Nell’estate 1941 fu rapidamente formato in Italia il CSIR, Corpo di Spedizione Italiano in Russia, che partì il 10 luglio 1941, senza raggiungere mai la destinazione finale. Con la primavera del 1942, si stabilì di aumentare il contingente italiano in Russia istituendo la VIII Armata, chiamata ARMIR, ARMata Italiana in Russia. I difetti del CSIR non furono risolti, anzi semmai aumentati, considerando che il corpo ARMIR doveva muoversi a piedi. Alla metà di agosto fu completato lo schieramento sul Don; da allora si ebbero diverse incursioni sovietiche e duri combattimenti. Avvicinandosi l’inverno, i russi furono favoriti dal congelamento dei fiumi e quando, alla metà di dicembre i russi attaccarono duramente il fronte italiano, questo si ruppe, ripiegando e sbandando senza trovare rinforzi. La mancanza di coordinamento fece sì che il Corpo d’Armata Alpino, stanziato più a nord, venisse lasciato al suo destino. Oltre ai moltissimi morti per congelamento e per gli scontri armati, si aprì la questione dei prigionieri, che venivano rinchiusi nei campi di lavoro, i Gulag, dove morivano di fame, di freddo e di stenti.
La sconfitta finale in Africa
La nuova offensiva britannica in Africa Orientale, avvenne il 18 novembre 1941, con l’ingresso in Libia e la fuga delle truppe italo-tedesche che si stanziarono a Marsa el Brega. Intanto il 7 dicembre 1941, gli USA venivano attaccati dai giapponesi a Pearl Harbor. Ciò provocò l’entrata in guerra degli USA a favore degli alleati: si dichiarò prima guerra al Giappone e di seguito, l’11 dicembre 1941, Germania e Italia dichiararono guerra agli USA. Da questo momento in poi bisognava tenere a mente la presenza anche delle truppe americane su suolo europeo e africano.
Intanto in Africa Settentrionale la guerra divenne anche una guerra dei convogli, dovuti agli approvvigionamenti di cui le forze dell’Asse avevano bisogno, ma la situazione venne complicata dagli interventi britannici e dalla scarsa capacità italiana di coordinamento. Malta giocò un ruolo importante a favore degli alleati, tanto che Germania e Italia dovettero correre ai ripari bombardando pesantemente l’isola, ottenendo buoni successi che permisero di riaprire i traffici via mare. Ma Malta non si arrese e continuarono aspre battaglie aeree.
Tutto cambiò nel maggio 1942, quando le truppe italo-tedesche furono impegnate in una nuova controffensiva: Rommel ideò un fantasioso e gigantesco attacco contro le posizioni inglesi in Libia che permise di guadagnare terreno. Egli arrivò fino a El-Alamein ma le sue forze erano ridotte all’osso. Nel luglio 1942 l’avanzata era ormai frenata e si aprì un nuovo periodo di stasi permettendo alle forze inglesi di riorganizzarsi: il generale Bernard Montgomery scelse una tattica efficace, tanto che l’offensiva inglese avviata ad El-Alamein il 23 ottobre 1942, si concluse con la decisione dell’Asse di ritirarsi, il 4 novembre 1942.
L’8 novembre 1942 le truppe americane sbarcarono in Marocco e Algeria, nell’ambito dell’operazione Torch. Si apriva così un secondo fronte africano, destinato a stringere in una morsa le forze dell’Asse. Il 23 gennaio 1943 l’armata britannica entrò a Tripoli, mentre gli italo-tedeschi si attestavano lungo la linea di Mareth, in Tunisia, per organizzare un’estrema difesa. Iniziarono settimane di resistenza con anche alcuni successi, ma il 13 maggio 1943 anche le ultime resistenze italiane furono stroncate.
Il crollo del fascismo e il 25 luglio
Nei primi mesi del 1943 la situazione in Italia era ormai disastrosa. La crisi di fiducia nel fascismo era ormai radicata nella gente e si cominciava a pensare concretamente alla salvezza personale piuttosto che a quella della patria. Anche da parte della Chiesa erano intanto cresciuti i segnali di distacco dal fascismo e dalla causa della guerra tanto che ci furono molte manifestazioni popolari per il malcontento. La religione sembrava un rifugio dove poter trovare conforto.
Il 2 dicembre 1942 gli italiani erano stati chiamati a sentire un discorso di Mussolini che sembrava molto importante. Egli annunciò che la guerra sarebbe proseguita e invitava i cittadini a lasciare le città e a trovare rifugio. La reazione fu di indignazione e sconforto. Nel marzo 1943 si ebbero i primi significativi scioperi di protesta, che coinvolsero gli operai del triangolo industriale: tali manifestazioni si legavano alla condizione in cui il popolo vessava ma anche al crescente entusiasmo per le vittorie dell’Armata Rossa. Il fascismo preferì scendere a compromessi, acconsentendo alle principali richieste degli scioperanti.
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