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Riassunto esame Storia Contemporanea, prof. Formigoni, libro consigliato L'Italia Contemporanea. Un profilo storico, 1939 2008, Vecchio, Trionfini Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Italia Contemporanea: Un Profilo Storico, 1939-2008 di Vecchio e Trionfini.
Gli argomenti trattati: 1. L’Italia nella guerra mondiale (1940-1943)
1. il patto d’acciaio e l’intervento in guerra.
Con il Patto d’Acciaio, firmato il 22 maggio... Vedi di più

Esame di Storia contemporanea docente Prof. G. Formigoni

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ESTRATTO DOCUMENTO

L’anno decisivo per gli ebrei italiani fu il 1938 allorché fu avviata contro di loro una

feroce campagna di stampa, con la pubblicazione anche del Manifesto degli scienziati

razzisti che proclamava che gli ebrei non appartenevano alla razza italiana e che non

si erano mai assimilati agli italiani nel corso dei secoli. Seguì la Informazione

diplomatica n.18 inspirata direttamente da Mussolini con la quale si precisava che la

politica razzista sarebbe stata al centro dell’azione del fascismo. Venne istituita poi

all’interno del ministero degli Interni una direzione per la demografia e la razza e si

dispose al censimento degli ebrei.

Con settembre si avviò con la promulgazione di una raffica di decreti, circolari, norme

di ogni genere volte a instaurare in Italia un’effettiva legislazione antisemita. La

reazione italiana a tutto ciò non fu particolarmente significativa, fu diffuso il

conformismo timoroso ma non mancarono anche episodi di segno contrario e positivo.

La situazione non si modificò fino al 10 giugno 1940, con l’ingresso in guerra: vennero

prese direzioni per attuare l’arresto e l’internamento delle persone di nazionalità

straniera, tra cui molti ebrei, e a tale scopo furono utilizzati edifici situati soprattutto

nell’Italia centrosettentrionale. Fu aperto anche un vero e proprio grande campo,

quello di Ferramonti-Tarsia, non lontano da Cosenza.

Tra il 1941 e il 1943 l’Italia si rifiutò di deportare gli ebrei delle regioni occupate

militarmente, anzi le truppe italiane si operarono in difesa di essi.

La caduta di Mussolini fece sperare in un’abolizione delle leggi in vigore ma né il re né

Badoglio se ne curarono. La vera tragedia degli ebrei iniziò dopo l’8 settembre, in

quanto la RSI promulgò dei decreti per l’arresto, la confisca dei beni e l’apertura di

campi di detenzione. La maggior parte della popolazione italiana cercò di aiutare gli

ebrei.

8. La Resistenza

Gli esordi della Resistenza vanno collegati a quei gruppi di militari che dopo l’8

settembre salirono in montagna e iniziarono a ideare episodi di resistenza armata alla

situazione di occupazione tedesca. Aderirono non solo militari ma anche civili, e ciò

pone la questione su un pino molto eterogeneo in quanto va detto che come c’erano

gruppi di partigiani fermamente convinti altri erano invece trascinati dalla situazione o

desiderosi di scappare in un posto tranquillo.

Pochi dei gruppi che si formarono erano già caratterizzati politicamente proprio per il

carattere di spontaneità che li contraddistingueva.

Subito nacque il problema su come comportarsi sul paino politico e ancor più su quello

militare. La presenza di molti ufficiali tra le prime bande consentiva infatti di dare alla

Resistenza una base di competenze tecniche, ma rischiava di non far comprendere a

pieno le caratteristiche originali della guerriglia che si sarebbe dovuto sostenere. La

lotta partigiana doveva configurarsi invece in modo radicalmente diverso rispetto alle

operazioni militari tradizionali.

Si pose quindi il problema dell’attendismo, termine che definiva la prudenza e

addirittura la passività delle formazioni armate.

I comunisti diedero vita alle Brigate Garibaldi; ai Gruppi di Azione Patriottica GAP,

finalizzati alla guerriglia di città; alle Squadre di Azione Patriottica SAP, attive nelle

fabbriche e nelle campagne; ai Gruppi di Difesa della Donna con compiti di tutela alle

famiglie e di assistenza ai partigiani.

Sul finire del 1943 e l’inizio del 1944 anche gli altri partiti politici si organizzarono e

formarono gruppi di resistenza armata: Brigate di Giustizia e Libertà, Brigate Matteotti,

vicine al partito socialista, Brigate del Popolo, di ispirazione democristiana, e altre

mille formazioni autonome.

I rapporti fra tutte queste formazioni non furono sempre facili. Inoltre gli

angloamericani tendevano a privilegiare come interlocutori i gruppi di ispirazione

moderata o militare in senso stretto, mantenendo una forte diffidenza verso i

comunisti.

Diverse erano anche le concezioni della lotta armata.

Nel complesso tuttavia, si riuscì a mantenere un equilibrio sufficientemente stabile nei

rapporti tra le parti, in nome delle superiori necessità della lotta ai tedeschi e ai

repubblichini: la Resistenza si configurò davvero come un’esperienza unitaria.

L’efficienza complessiva della Resistenza ottenne ottimi risultati tanto che le forze

della polizia tedesca non bastarono più e si dovette ricorrere alla Wehrmacht e ai

mezzi corazzati pesanti.

La guida politica generale della Resistenza fu affidata al CLNAI, Comitato di

Liberazione Nazionale dell’Alta Italia, sorto formalmente agli inizi del 1944, come

trasformazione e ampliamento del CLN milanese. Il CLNAI riuscì a costruire una rete di

conoscenze personali e procurare alla Resistenza cospicui finanziamenti, che

costituivano un problema gravissimo: molti di essi venivano dai settori industriali.

Il 19 giugno 1944 fu costituito all’interno del CLNAI il Corpo Volontario della Libertà

CVL per coordinare sotto un comando unico le operazioni militari. Su disposizione

anche di Roma, ne fu nominato capo il generale Raffaele Cadorna. Il potere vero e

proprio fu però nelle mani dei due vicecomandanti Ferruccio Parri, democristiano, e

Luigi Longo, comunista.

Passato un difficile inverno tra il 1943-44, le forze partigiane si rimpolparono mentre,

con l’arrivo della bella stagione, i tedeschi tentarono di ripulire le zone più ricche di

partigiani, avviando massicci rastrellamenti. Intanto si formarono così significative

esperienze di repubbliche partigiane. Queste repubbliche ebbero vita effimera, in

quanto durarono poche settimane.

Laboriose trattative tra il CLNAI, il governo di Roma e gli alleati portarono infine alla

firma di un accordo complessivo, firmato il 7 dicembre 1944 da una missione del

CLNAI giunta clandestinamente a Roma e il gen. H Maitland Wilson, comandante in

capo degli alleati nel Mediterraneo. Esso stabilì il coordinamento militare tra gli alleati

e la Resistenza, nonché la concessione di armi e di finanziamenti ai partigiani in

cambio di un loro impegno a smantellare le bande alla fine della guerra e a

riconoscere il governo degli alleati e quello di Roma. Seguì il 26 dicembre 1944 un

accordo tra Bonomi e il CLNAI, che riconobbe il CLNAI come organo dei partiti

antifascisti nel territorio occupato dal nemico.

9. L’avanzata alleata e la Liberazione

Per gli alleati l’Italia rappresentava un obiettivo minore rispetto a Germania e

Giappone, soprattutto dopo la caduta del fascismo. Al contrario per i tedeschi il nostro

paese rappresentava invece un’imperdibile occasione di sfruttamento umano ed

economico.

Ciò fa capire perché la campagna d’Italia durò così tanto al di là di tutte le previsioni.

Mentre gli angloamericani credevano di conquistare Roma in poco tempo così non fu e

si assestarono sulla linea Gustav, dopo lo sbarco ad Anzio il 22 gennaio 1944. Intanto

si esaurirono i due attacchi sferrati a Cassino e gli angloamericani decisero di

bombardare massicciamente l’abbazia di Monte Cassino, che fu totalmente distrutta.

Si arrivò allo sfondamento decisivo e anche ad Anzio si riuscì ad avanzare. Roma fu

liberata il 4 giugno 1944. Esso costituì l’ultimo grande obbiettivo degli

angloamericani che dopo di ciò spostarono l’attenzione in Francia dove stava

avvenendo lo sbarco in Normandia. I tedeschi intanto batterono in ritirata stanziandosi

sulla linea Gotica, a cavallo dell’Appennino Tosco-Emiliano. Nel settembre 1944 si

iniziò a sfondare la linea, penetrando in Romagna, sempre più vicini a Bologna. Il

fronte si stanziò allora sulla linea del Tirreno.

La situazione era difficile e andava avanti con lentezza tanto che il generale Alexander

rivolse un appello alla Resistenza il 13 novembre 1944 dicendo di cessare le ostilità e

aspettare nuovi ordini per atri attacchi. Tale proclama suonava come un altro moto di

sfiducia nei confronti dei gruppi di resistenza e si verificarono episodi di

scoraggiamento e delusione.

L’offensiva finale iniziò fra 1-6 aprile 1945:

• Il 9 aprile scattò un attacco massiccio sul fronte dl Senio;

• Il 14 aprile attaccarono anche gli americani verso Bologna;

• Il 21 aprile avvenne lo sfondamento definitivo del settore inglese e fu raggiunta

Bologna dove già da due giorni i partigiani lottavano per la liberazione della

città;

• Il 21 aprile insorse Ferrara;

• Il 22 aprile insorse Modena;

• Il 23 aprile insorse Genova;

• Il 24 aprile insorse Parma;

• Il 25 aprile 1945 il CLNAI diede l’ordine dell’insurrezione generale e in quel

giorno assunse i pieni poteri militari e civili in rappresentanza del governo.

Mussolini cercò di trattare la resa con la Resistenza nell’edificio di Piazza

Fontana a Milano, ma non si arrivò a un nulla di fatto quando l’ex Duce scoprì

che i tedeschi stavano già patteggiando la resa senza averlo nemmeno

consultato.

• Il 29 aprile venne siglata la resa germanica a Caserta con l’impegno di renderla

operante a partire dal 2 maggio.

La stessa sera del 25 aprile, Mussolini lasciò Milano diretto a Como, da dove proseguì il

giorno dopo verso la Svizzera, travestito da soldato tedesco. Incappato in un posto di

blocco istituito dai partigiani, sulla strada costiera del Lago di Como, fu riconosciuto e

catturato presso Dongo il 27 aprile e il 28 aprile fucilato assieme alla sua amante

Claretta Petacci. Portati a Milano il 29 aprile i loro cadaveri assieme a quelli di alcuni

altri gerarchi fascisti fucilati con lui, furono esposti alla rabbia della gente a Piazzale

Loreto.

Nei giorni che seguirono alla liberazione si verificarono numerosi episodi di giustizia

sommaria in tutte le località del nord. Tutti gli sforzi di disciplinare gli eventi si

rivelarono deboli. Il governo e gli alleati si mossero velocemente per operare il disarmo

dei partigiani, ma tale operazione procedette molto a rilento, fino al 1946 inoltrato.

10. Il dramma della Venezia Giulia

Un capitolo particolare fu quello di Trieste. Qui esisteva da tempo una situazione

conflittuale tra il CLN locale e i comunisti mentre le formazioni comuniste erano

passate agli ordini delle formazioni jugoslave. Il 29 aprile si ebbe l’insurrezione

generale contro i tedeschi e il giorno dopo arrivarono i primi reparti jugoslavi seguiti il

2 maggio da truppe alleate. Si creò una difficilissima situazione di codominio

politico-militare su Trieste, risolto dopo settimane di crisi con l’imposizione

angloamericana agli slavi di abbandonare la città, cosa che si verificò l’11 giugno 1945

aprendo la strada ad una soluzione provvisoria.

Non mancarono in quei giorni gravi incidenti, ma il dramma più grande fu poi quello

delle foibe: una prima ondata di violenze antitaliane si ebbe dopo l’8 settembre 1943,

ma nel maggio-giugno 1945 le violenze furono ancora più gravi ed estese, riguardando

non più solo le zone dell’Istria, ma anche i dintorni di Gorizia e Trieste. Una situazione

tanto tragica aprì la strada all’esodo forzato di numerosi italiani dalla Venezia Giulia

già dal 1945.

11. L’Italia alla fine della guerra

Alla fine della guerra le condizioni dell’Italia erano catastrofiche. Gli anni 1944,’45 e

’46 furono i più terribili vissuti dagli italiani: la gente moriva di fame, non c’era cibo, i

bombardamenti avevano distrutto molte città, moltissimi erano gli sfollati, i

senzatetto, i feriti di guerra, le istituzioni non si reggevano in piedi, l’economia era al

tracollo. La guerra comportò anche un elevatissimo costo in vite umane calcolato

intorno alle 440-450.000 unità.

Una questione importante era quella dei prigionieri di guerra: deportati nei campi di

lavoro degli alleati, deportati nei lager nazisti, deportati nei gulag sovietici, trascinati

nelle foibe jugoslave, trascinati in guerra lontano da casa e da cui non fecero più

ritorno.

3. L’età di De Gasperi

1. Da Parri a De Gasperi

Dopo la fine della guerra era improrogabile la formazione di un governo che fosse

realmente nazionale e rappresentativo del paese. il CLNAI premeva affinchè venisse

posto a capo del nuovo governo una personalità non legata all’epoca del prefascismo,

mettendo così fuori gioco Ivanoe Bonomi. Questi si dimise il 12 giugno 1945 e nei

giorni seguenti emerse, per risolvere il braccio di ferro tra democristiani e sociali, il

nome di Ferruccio Parri. Egli accettò l’incarico però definendosi mandatario del CNL

al di fuori di qualsiasi partito. Il primo governo del dopoguerra si insediò il 21 giugno

1945.

Alla vicepresidenza del Consiglio furono assegnati Brosio, liberale, e Nenni, mentre De

Gasperi mantenne gli Esteri. Togliatti ebbe il ministero della Giustizia ed entrarono nel

governo l’azionista Ugo Malfa e il democristiano Mario Scelba.

La situazione era difficilissima. Il ritorno alla pace faceva emergere problemi ideologici

fra i vari partiti del CLN che già pensavano alle elezioni. Inoltre non si sapeva bene

nemmeno che poteri riconoscergli come organo.

Parri si impegnò a rendere la politica italiana il più possibile trasparente e lavorò senza

sosta per migliorare la situazione del paese, ma ciò non bastava per risolvere i

problemi drammatici che esistevano. Inoltre Parri non aveva le doti dell’uomo di Stato,

indispensabili per imporre una linea politica all’interno del governo, e ciò portò alla

maturazione di molte diffidenze nei confronti del presidente dle Consiglio.

Tra i risultati ottenuti ci fu però l’istituzione il 25 settembre 1945 della Consulta

nazionale, composta da 430 membri nominate tra le personalità antifasciste e

prefasciste, con il compito di esprimere pareri legislativi e controlli sul governo.

Furono presi provvedimenti anche per attenuare le tensioni crescenti nelle varie

regioni: alla Valle d’Aosta furono riconosciuto l’uso ufficiale della lingua francese e

diverse misure economiche; per l’Alto Adige si iniziò a cercare di risolvere

l’ingarbugliata questione etnico linguistica; per quanto riguarda la Sicilia, si posero in

atto misure volte a debellare il separatismo; anche in Sardegna vennero adottate

misure favorevoli all’economia.

Tuttavia di fronte al progressivo deterioramento della situazione e mosso dal desiderio

di spostare gli equilibri politici, il PLI decise di ritirare i propri ministri dal governo e

rivolse a Parri l’accusa di non aver saputo ben governare. La DC si accordò subito e

Parri diede le dimissioni il 24 novembre 1945.

Le trattative portarono per il nuovo governo a fare il nome di Alcide De Gasperi, il

primo cattolico militante a rivestire la carica di presidente de Consiglio. Il 10 dicembre

1925 entrò dunque in carica il primo governo De Gasperi e ciò portò solidità allo

stato tanto che la Borsa reagì positivamente con il rialzo dei titoli, mentre le regioni del

Nord, ancora in mano agli alleati, furono formalmente restituite all’Italia a partire dal 1

gennaio 1946. Sempre in gennaio furono stipulati nuovi accordi con gli Stati Uniti per

attuare un programma di aiuti posti sotto la sigla UNRRA.

La questione dell’ordine pubblico era un problema gravissimo che il governo dovette

affrontare, così come la questione del cambio della moneta: spinto soprattutto dal

ministro del Tesoro Corbino sostenuto dalla Banca d’Italia, il governo decise di rinviare

a tempo indeterminato la proposta del cambio di moneta. Fu necessario ricominciare

anche gli scambi con il resto del mondo istituendo un ministero per il Commercio con

l’estero.

2. La nascita della Repubblica

Sul piano politico arrivò finalmente al pettine il nodo della scelta istituzionale. Nel

corso del 1945 e nelle settimane del 1946 la discussione si fece vivace. La questione

era se scegliere fra monarchia e repubblica in sede di Assemblea Costituente o tramite

referendum. De Gasperi portò il governo a sostenere due decreti con i quali furono

stabilite le modalità di convocazione degli elettori, sia per effettuare il referendum

istituzionale, sia per eleggere con metodo proporzionale i 556 deputati della

Costituente; e la data fissata il 2 giugno.

Il referendum fu preceduto dalle elezioni amministrative che riguardavano gran parte

dei comuni italiani e si svolsero tra il 10 marzo e il 7 aprile ed esprimevano la forza

della DC.

Il clima verso il giorno del referendum era incerto e tutti si attendevano un testa a

testa fra monarchia e repubblica. Casa Savoia tentò allora il colpo d’astuzia, con

l’annuncio dell’abdicazione di Vittorio Emanuele III, avvenuta il 9 maggio, e la sua

partenza per l’esilio ad Alessandria d’Egitto dove morì l’anno seguente. La corona

andò al figlio Umberto che divenne re Umberto II, quarto re d’Italia unita.

Il 2 giugno 1946 il voto politico per la Costituente confermò la forza dei partiti di

massa e la prevalenza della DC che ottenne la maggioranza relativa dei suffragi,

mentre al secondo posto si piazzò il PSIUP e solo al terzo il PCI.

Sulla questione istituzionale le cose si fecero complicate. Le polemiche diventarono

incandescenti quando il 7 giugno un gruppo di giuristi padovani presentò ricorso per

negare la validità dei risultati parziali perché questi erano stati conteggiati senza

prendere in considerazione le schede nulle e quelle bianche, come invece era scritto

nel decreto che aveva indetto il referendum. Il 10 giugno la Corte di Cassazione

pubblicò i dati ancora senza il conteggio delle schede invalide. Ciò provocò forti

manifestazioni di piazza. Si avviarono frenetici contatti con De Gasperi e re Umberto,

che non voleva saperne di scendere a patti per passare i poteri, mentre i monarchici

iniziavano a parlare di frode.

A questo punto De Gasperi chiuse la partita proclamando il 12 giugno di assumere le

funzioni di Capo provvisorio dello Stato. Il 13 giugno Umberto decise di abbandonare

l’Italia recandosi in esilio in Portogallo. Il 18 giugno 1946 fu ufficialmente proclamata la

Repubblica. Il 22 giugno il guardasigilli Togliatti emanò un decreto che proclamava

l’amnistia generale per i reati politici. Il 25 giugno iniziò il suo lavoro l’Assemblea

Costituente che scelse come proprio presidente il socialista Giuseppe Saragat. Il 28

giugno venne proclamato Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, che può

considerarsi come il primo Presidente della Repubblica.

Importante è notare che lo scarto fra monarchici e repubblicani non fu enorme ma fu

netto, ne esso u inficiato da schede nulle o bianche. Nasceva comunque cos la

Repubblica, a fatica e alle prese con formidabili problemi politici, economici e sociali.

3. La questione siciliana

Un delle questioni cruciali di quegli anni era la condizione della Sicilia, che si inseriva

in una questione più ampia che era quella del Mezzogiorno. In tutto il Sud, infatti, già

dal 1944, si erano intensificate le rivolte contadine e le occupazioni dei latifondi.

Già nel 1944 il ministro dell’Agricoltura, Franco Gullo, aveva cercato di introdurre delle

riforme agrarie tramite una serie di decreti, che non avevano cambiato di molto la

situazione, quanto piuttosto ristretto il divario fra contadini e Stato. Ma ciò scatenò le

reazioni dei proprietari terrieri.

Nel 1946 divenne ministro dell’Agricoltura il democristiano Antonio Segni che modificò

e corresse la legislazione Gullo. La situazione nelle campagne rimase tuttavia tesa e

sarebbe esplosa poi dal 1949.-

Entro questa difficile situazione la Sicilia aveva pure delle sue particolarità: era la

prima regione italiana ad essere stata invasa dagli alleati e gli americani dovettero

appoggiarsi a personalità locali e influenti tra cui vescovi, politici del prefascismo,

notabili locali e anche capi mafiosi. Altri esponenti mafiosi potevano prendere respiro

dopo che il fascismo aveva esercitato su di loro una forte spinta repressiva e potevano

quindi entrare in politica come innocenti vittime o convinti antifascisti.

Un altro problema era la spinta indipendentista: nell’estate 1943 si affermò un

Movimento per l’Indipendenza Siciliana MIS, che chiedeva agli angloamericani di

consentire la nascita di un nuovo stato libero e indipendente di Sicilia a regime

repubblicano e di dichiarare decaduto ogni diritto dei Savoia sull’isola. Le idee

secessioniste ebbero subito un rapido successo.

Nel febbraio 1944 la Sicilia tornò sotto l’amministrazione italiana e fu istituito un Alto

Commissariato per l’isola, direttamente dipendente dalla Presidenza del Consiglio.

Intanto si venne a formare il primo nucleo di un esercito, l’EVIS, Esercito Volontario per

l’Indipendenza Siciliana, che ebbe scontri a fuoco con le forze dell’ordine. Nel

settembre 1945 esponenti secessionisti presero contatto con il bandito Salvatore

Giuliano. Parri fece poi arrestare molti capi del MIS, disponendone il confino, ma la

mossa fu controproducente.

La strada vincente invece si rivelò l’attuazione di progetti autonomistici come la

creazione di uno Statuto per la Sicilia. L’insieme delle misure portò rapidamente alla

sconfitta del MIS. Il 20 aprile 1947 si tennero le prime elezioni per l’Assemblea

Regionale Siciliana, che furono vinte dal Blocco Popolare.

Ma la situazione continuava ad essere tesa, con fenomeni di banditismo e di scontri

con la polizia, attentati, agguati, rapimenti, assassinii di uomini di sinistra e

sindacalisti. Il culmine dell’ondata stragista si ebbe il 1 maggio 1946 quando gli uomini

di Salvatore Giuliano attaccarono a Portella Ginestra la folla di contadini riunita per

celebrare la festa dei lavoratori. Ci furono 11 morti e 27 feriti.

Gli avvenimenti successivi misero in luce i perversi intrecci che intanto si erano creati

tra interessi materiali, clan mafiosi e pezzi delle istituzioni. Giuliano morì in circostanze

misteriose, lo Stato fornì ricostruzioni di comodo. Grazie al coraggio del giornalista

Tommaso Besozzi, si scoprì che Giuliano non era stato ucciso cadendo in uno scontro a

fuoco, bensì era stato tradito dal suo luogotenente Gaspare Pisciotta entrato in

contatto con il Comando Forze Repressione Banditismo. Quando poi si aprì il processo

Pisciotta fece diverse rivelazioni sui rapporti fra banditismo e politica e minacciò di

farne altre. La questione si concluse con la morte di Pisciotta nel carcere palermitano

per avvelenamento.

4. La coabitazione forzata e il trattato di pace

Dopo la votazione del 2 giugno De Gasperi si dimise e ricevette subito l’incarico di

formare il nuovo governo, il primo dell’Italia Repubblicana. Il secondo governo De

Gasperi nacque il 13 luglio 1946 con la partecipazione di DC, PCI, PSIUP E PRI.

Restarono fuori gli azionisti e i liberali tranne Corbino, ministro del Tesoro.

La situazione economica e sociale non era delle migliori. Corbino operò per ridare

fiducia ai mercati finanziari e. in accordo con il governatore della Banca d’Italia Luigi

Einaudi, puntò a eliminare le imposte sui sovrapprofitti di guerra e sul reddito delle

azioni, nonché la liberalizzazione del controllo sui cambi. Questa tattica tuttavia non si

rivelò efficacie perché non venne presa in considerazione la crisi sociale che

attraversava il paese e non mancarono tensioni anche con le stesse autorità

americane.

Corbino dovette prendere misure di emergenza e ai primi di settembre si dimise. Si

trovò una soluzione transitoria, affidando il suo ministero a un vecchio deputato

democristiano, Giovanni Battista Bertone, ma la cosa non fu sufficiente.

L’ordine pubblico era un altro grave problema. Al Nord i partigiani comunisti avevano

continuato a nascondere armi e materiali bellici. Nell’estate 1946 ci furono alcuni

avvenimenti inquietanti in provincia id Asti, dove alcune centinaia di uomini ripresero

addirittura la via della montagna. De Gasperi reagì con fermezza, ma per far rientrare

le agitazioni dovette varare alcuni provvedimenti urgenti che dessero soddisfazione ai

partigiani scontenti, riconoscendo il loro impegno e il loro valore nella partecipazione

alla lotta di liberazione.

Molte tensioni sociali, con scioperi e prosecuzione di violenze a sfondo più o meno

politico.

Un compromesso positivo fu raggiunto in politica estera: 5 settembre 1946 accordo tra

De Gasperi e il ministro degli esteri austriaco Karl Gruber per risolvere

amichevolmente la questione dell’Alto Adige-Sudtirol  riconoscimento del bilinguismo,

dell’autonomia regionale, dei titoli di studio ottenuti in Italia e in Austria e la revisione

delle opzioni di cittadinanza.

Intanto Togliatti decise di dedicarsi esclusivamente al suo partito creando un partito su

un doppio binario, al governo ma al tempo stesso all’opposizione. I nuovi

atteggiamenti del PCI irrigidivano De Gasperi: mentre per Togliatti era importante

collaborare con la DC, per De Gasperi la collaborazione con i comunisti appariva

fenomeno transitorio, legato alla situazione contingente della guerra. Le cose vennero

aggravate in seguito alle spregiudicate iniziative di Togliatti in politica estera: nel

novembre 1946 egli si recò a Belgrado in visita al maresciallo Tito e, tornato in Italia,

annunciò alla stampa la disponibilità della Jugoslavia a consentire che Trieste

rimanesse italiana in cambio della cessione di Gorizia e a patto di avere uno statuto

autonomo. Tale mosse scatenò reazioni dure e indignate, sia per il cinismo con cui si

chiedeva uno scambio tra due città entrambe italiane, sia perché Tito non prometteva

nulla di suo, in quanto Trieste era sotto il controllo alleato mentre Gorizia era in mano

italiana.

La frattura interna fra i vari partiti si andava accentuando in quella che era la

situazione di inizio guerra fredda e di divisione del mondo tra Stati Uniti e Unione

Sovietica. Sotto questo profilo era chiaro che non poteva sussistere una situazione in

cui la DC e i partiti di centro-destra intrattenevano rapporti con gli americani mentre i

partiti di sinistra si dichiaravano sempre più uniti all’URSS.

Nel novembre 1946 fu affrontato il secondo turno delle amministrative con la DC che

ebbe un tracollo vistoso. Il vero vincitore della tornata elettorale fu il movimento

dell’Uomo Qualunque, fondato da Guglielmo Giannini che sosteneva che tutta la storia

dell’umanità fosse marcata dai soprusi degli uomini politici di professione nei confronti

della folla e quindi dell’uomo qualunque torchiato dalle tasse e lasciato da solo di

fronte alle ingiustizie. Da qui la proposta di ridurre la politica a pura amministrazione,

dando ai politici un compito di semplice controllo del funzionamento dello Stato. La

polemica contro le imposte divenne il punto fondamentale del partito, a cui si

aggiungeva una protesta contro il CNL e il passaggio del potere ai partiti antifascisti,

con un livellamento della situazione a quella del fascismo. Il successo ditale partito fu

immediato.

Per la DC la minaccia risultò addirittura mortale perché il partito rischiava di perdere il

consenso di quei ceti medi che si erano rivolti ad esso in funzione anticomunista e,

peggio, il suffragio di ampi settori del mondo cattolico, già diffidenti e delusi dal voto

del 2 giugno. La DC si trovava quindi in una condizione difficile: continuare la

collaborazione con le sinistre significava rischiare di perdere molti voti, ma rompere

questa collaborazione comportava rischi ancora più elevati.

L’occasione di una clamorosa rottura tra DC e partiti di sinistra si verificò nel 1947,

quando dal 5 al 17 giugno, De Gasperi fece un viaggio negli USA con l’intento di

rafforzare i propri legami con i dirigenti americani. Mentre De Gasperi si trovava

oltreoceano si verificò la rottura del PSIUP, che a sua volta innescò la crisi di governo.

Il partito si era diviso tra una corrente più moderata, guidata da Saragat, fortemente

ostile ad un riavvicinamento con il PCI e una corrente più di sinistra che invece voleva

il contrario. In discussione era anche la collocazione del Partito Socialista, che Saragat

voleva spostare all’interno del blocco occidentale.

Quando il 9 gennaio 1947 si aprì a Roma il XXV Congresso del Partito Socialista, la

componente di destra si ritirò a Palazzo Barberini e annunciò la nascita del Partito

Socialista dei Lavoratori Italiani PSLI, che dal 1952 si chiamerò Partito Socialista

Democratico Italiano PSDI. Vanni furono i tentativi di Nenni e Pertini per evitare questo

esito. Il partito ufficiale riprese il vecchio nome di PSI.

Il 20 gennaio, De Gasperi di chiarò le dimissioni. Durante la crisi si pensò di chiudere

definitivamente con le sinistre oppure di portare momentaneamente la DC fuori da

ogni impegno governativo. Contro questa decisione si opposero in molti tra cui De

Gasperi. Si arrivò allora alla proclamazione del terzo governo De Gasperi il 2

febbraio 1947 con DC, PSI, PCI e indipendentisti. Si ebbe un ridimensionamento delle

sinistre che persero ministeri importanti come gli Esteri e le Finanze. Il ministero degli

Interni fu dato a Mario Scelba, destinato a restare per anni in carica e a gestire le forze

dell’ordine in termini estremamente duri e rigidi verso le sinistre.

La prima questione da chiudere era quella del trattato di pace e De Gasperi voleva

firmarla avendo ancora le sinistre nel governo. Il trattato fu firmato a Parigi il 10

febbraio 1947 e ratificato dall’Assemblea Costituente il 31 maggio 1947:

Sul confine occidentale si dovette cedere alla Francia i territori circostanti, i

 comuni di Briga e di Tenda, la zona del passo del Moncenisio e altre zone intorno

al Monginevro e al Piccolo S. Bernardo;

Sul fronte orientale la Jugoslavia si impossessò di gran parte della Venezia

 Giulia, della penisola istriana e di Fiume;

Si persero le città di Zara e di Dalmazia;

 L’Albania tornò indipendente;

 Le dodici isole del Dodecaneso che appartenevano all’Italia dalla guerra

 italo-turca del 1911-12, furono restituite alla Grecia;

Si perse l’Etiopia; la Libia avrebbe ricevuto al piena indipendenza nel 1952,

 dopo un periodo di amministrazione internazionale preparatoria; la Somalia fu

data per un decennio all’amministrazione fiduciaria dell’Italia, che avrebbe

dovuto avviare quel paese all’indipendenza; l’Eritrea fu unita all’Etiopia

scatenando un sanguinoso conflitto per l’indipendenza conquistata poi solo nel

1993;

L’Italia dovette versare 100 milioni all’URSS, 5 all’Albania, 25 all’Etiopia, 105

 alla Grecia e 125 alla Jugoslavia a titolo di riparazione per i danni provocati;

Fu fissato per l’esercito un tetto massimo di 185.000 unità oltre a 65.000

 carabinieri; la marina e l’aviazione non dovevano superare ciascuna le 25.000

unità; l’aviazione non avrebbe dovuto superare la cifra di 350 aerei; anche la

marina fu notevolmente aggravata;

Si dispose la formazione di un Territorio libero di Trieste TLT, il 16 settembre

 1947, da porsi sotto la guida di un governatore designato dell’ONU. Il territorio

venne diviso in due zone distinte, la Zona A, con amministrazione alleata, e la

Zona B, con amministrazione jugoslava;

De Gasperi riuscì anche a superare il problema delicatissimo della questione della

Chiesa cattolica e del suo peso sulle decisioni del Paese. Si dovette votare l’art.5 della

bozza della Costituzione secondo cui lo Stato e la Chiesa cattolica erano da

considerarsi due organi indipendenti e sovrani. Si votò tra il 25-26 marzo 1947 e ciò

che sorprese fu il voto favorevole dei comunisti. La decisione di Togliatti era dettata

dalla volontà di evitare in Italia una guerra di religione nella speranza di mantenere

vivo il legame con la DC.

Il 13 maggio 1947 De Gasperi si dimise dando vita a un crisi politica molto accesa. Il

31 maggio si giunse alla nascita del quarto governo De Gasperi costituito

esclusivamente da Democristiani, liberali e indipendenti, con esclusione totale delle

sinistre. Vicepresidente del Consiglio divenne Luigi Einaudi. Con il quarto governo De

Gasperi finiva un’era della storia politica italiana e ne iniziava una dominata dal

centrismo.

5. Costituente e Costituzione

L’assemblea Costituente si riunì per la prima volta il 25 giugno 1946, con Saragat alla

presidenza. Il voto finale si ebbe il 22 dicembre 1947, mentre la nuova Costituzione

entrava in vigore il 1 gennaio 1948.

Per procedere speditamente nell’elaborazione della nuova Costituzione si stabilì di

affidare il compito preparatorio e redazionale a una commissione composta da 75

membri, in cui entrò il meglio che l’Italia potesse offrire e che ebbe come presidente

Meuccio Ruini.

6. La campagna elettorale del 1948

Di fronte al nuovo governo De Gasperi stavano i problemi economici: il processo

inflattivo soprattutto. Vennero prese delle misure atte a stabilizzare la moneta e a

frenare le speculazioni sulla lira, restringendo le possibilità di chiedere prestiti bancari,

chiamate Linea Einaudi. Alle banche fu imposto di aumentare le riserve bancarie e

furono stabili dei criteri secondo i quali esse avrebbero dovuto investire in titoli di stato

o deposito in appositi conti correnti presso il Tesoro o la Banca d’Italia. Altre misure

riguardarono più direttamente il bilancio dello Stato; si alleggerì la spesa pubblica e si

presero decisioni volte a rendere più realistiche le imposte indirette e le tariffe di

numerosi prodotti. Vennero infine attuati severi controlli sulle scorte di beni di prima

necessità e si provvide alla massiccia distribuzione di alimenti, grazie agli aiuti

americani  gli effetti di tutta questa manovra furono positivi, ma ebbero anche degli

effetti collaterali come la contrazione della produzione industriale, la crisi conseguente

delle piccole e medie imprese, l’impossibilità di ricorrere con facilità ai prestiti delle

banche.

Cresceva intanto il flusso migratorio; tra il 1947-49 l’Italia fu attraversata da una sorta

di secondo Biennio Rosso con proteste, scioperi, agitazioni, scontri di piazza, feriti e

morti. Infine la situazione internazionale andava raffreddandosi creando il clima della

guerra fredda.

Il 5 giugno 1947 il Segretario di Stato americano George Marshall propose un piano

di aiuti per l’Europa, il piano Marshall, con l’intenzione di rintuzzare la minaccia

comunista attraverso un intenso programma di ricostruzione e sviluppo dell’economia

e del benessere del Vecchio Continente. Sempre in misura anticomunista venne varata

la politica del contenimento proposta dal diplomatico e politologo George Kennan che

influenzò i governi europei e li spinse alla rottura con le sinistre.

Intanto l’URSS premeva sull’Europa orientale. Venne fondato l’Ufficio di Informazione

dei Partiti Comunisti, il Cominform, alla conferenza polacca del 22-27 settembre 1947,

a cui non furono invitati tutti i partiti comunisti, ma solo quelli dei paesi europei

orientali e di Francia e Italia: l’URSS intendeva serrare le file e sollecitare il massimo di

coesione. Il PCI dovette così attuare un’inversione di rotta rendendo la propria politica

estera più succube e conforme a quella sovietica.

Le fratture internazionali costrinsero il PSI a un decisivo cambiamento politico: anche

il socialismo scelse con convinzione di sostenere la causa sovietica. Nacque il Fronte

Popolare per il lavoro, la pace, la libertà, la cui assemblea costitutiva si tenne a Roma il

28 dicembre 1947. Sotto questa etichetta il PSI e il PCI si sarebbero presentati insieme

davanti agli elettori. Ma a dispetto la battaglia elettorale per il Fronte Popolare si rivelò

alquanto difficile. In particolare risultò gravissima da parte del Fronte la

sottovalutazione dell’impatto politico ed emotivo delle notizie che provenivano

dall’Europa orientale: l’accettazione dei fatti di Praga nel febbraio 1948, ad esempio,

suono male a molti elettori, come anche le varie notizie di persecuzione antireligiosa e

misure quotidiane contro la Chiesa Cattolica in URSS.

La Chiesa Cattolica invece ripose tutte le energie nei confronti della DC, assieme a

Stati Uniti e governo, costituendo un blocco difficilmente battibile. Fu lo stesso papa

Pio XII a chiamare ripetutamente i cattolici all’impegno diretto. Anche il governo e gli

Stati Uniti cercarono di sintonizzare tutta la propaganda e il sostegno alla causa della

DC. Il governo americano arrivò addirittura alle minacce.

La situazione si inasprì così fortemente che si iniziò a pensare che si potesse arrivare a

uno scontro armato. In realtà nessuna delle due parti voleva muovere una mossa

azzardata e tutti cercarono di prendere le proprie precazioni.

Il 18 aprile 1848 si andò alle elezioni e la situazione fu tranquilla. La DC prese il 48,5%

dei consensi, mentre il Fronte Popolare ottenne il 31%. Tutte le altre formazioni

politiche furono risucchiate e sparirono nel gorgo provocato dallo scontro bipolare.

L’elettorato aveva individuato nella DC l’unica efficace diga contro il comunismo.

Nel panorama dei partiti presenti nel nuovo Parlamento spiccarono l’assenza del

Partito d’Azione, che andava sfaldandosi, e la nuova presenza del Movimento Sociale

Italiano, espressione della destra estrema legata ai ricordi della Repubblica di Salò,

fondato a Roma il 26 dicembre 1946. Il nuovo partito fece propria l’ideologia

antiborghese e anticapitalistica. La maggioranza dei voti tale partito la ebbe

contraddittoriamente dai paesi del Sud che non avevano vissuto la Repubblica Sociale.

Il nuovo Parlamento dovette procedere con l’elezione del Presidente della Repubblica:

la DC voleva Carlo Sforza, contro di lui però mossero molti esponenti politici e De

Gasperi decise per la candidatura di Luigi Einaudi che fu eletto l’11 maggio 1948. Il

nuovo capo di stato accolse le dimissioni di cortesia di De Gasperi e lo impegnò alla

formazione di un nuovo governo, con la partecipazione di PSLI, PLI e PRI.

7. L’attentato a Togliatti e la scissione sindacale

Il 14 luglio 1948, mentre usciva da Montecitorio Togliatti fu fatto oggetto di diversi

colpi di rivoltella e fu ferito. L’attentatore era un estremista di destra, Antonio Pallante,

che fu subito arrestato e condannato a 13 anni in primo grado.

La notizia dell’attentato provocò uno sciopero spontaneo di grandissime dimensioni.

Alla guida delle manifestazioni, anche violente, c’erano molti esponenti della CGIL,

anche se la linea ufficiale espressa dal PCI era di moderazione. Lo stesso Togliatti dal

letto d’ospedale invitò in ogni modo a mantenere la calma. Anche la CGIL, in cui le

tensioni fra comunisti e socialisti con i cattolici andavano aggravandosi, diede

disposizioni per far cessare entro il mezzogiorno del 16 ogni forma di sciopero. Il clima

rimase tuttavia tesissimo.

Il rientro alla situazione normale fu opera delle scelte realistiche del PCI e dell’energia

delle forze dell’ordine.

L’esito più importante dell’attentato a Togliatti fu però la spaccatura del sindacato

unitario CGIL. Fin dal Patto di Roma del 3 giugno 1944 la situazione paritetica

individuata per consentire la convivenza delle tre componenti sindacali, comunisti,

socialisti e cattolici, conteneva in sé un inevitabile carattere di provvisorietà. Va

aggiunto anche che. Per superare le resistenze da parte cattolica a questa convivenza,

si era dato vita alle ACLI, Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani con lo scopo di

mantenere soprattutto i lavoratori di matrice cattolica.

Il 22 luglio 1948 il Consiglio nazionale delle ACLI affermò che l’unità sindacale era

ormai stata annientata e che la CGIL non esisteva più. Si aprì così una fase transitoria,

destinata a portare alla nascita di una nuova confederazione dei lavoratori. Il 15

settembre le ACLI si pronunciarono a favore della nuova organizzazione che nacque

ufficialmente il 17 ottobre 1948 e assunse il nome di LCGIL. , Libera CGIL.

Nel corso del 1949 il nuovo sindacato attraversò una fase di consolidamento e di

chiarimento interno e programmatico, destinato infine a sfociare, il 1 maggio 1950,

alla fondazione della CISL, Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori, nella quale

confluirono anche esponenti socialdemocratici e repubblicani usciti a loro volta dalla

CGIL.

Nello stesso periodo nacque anche la UIL, Unione Italiana Lavoratori, di orientamento

socialdemocratico e repubblicano, e la CISNAL, Confederazione Italiana Sindacati

Nazionali dei Lavoratori, di orientamento neofascista.

8. La scelta occidentale

La vittoria democristiana del 18 aprile ebbe come effetto anche la definizione della

collocazione internazionale dell’Italia. Si trattava ora di determinare i modi e le

conseguenze di una tale collocazione.

Il primo passo significativo fu l’inserimento concreto dell’Italia nelle logiche del piano

Marshall. Truman firmò la legge istitutiva per l’European Recovery Program ERP che

sarebbe stato concretamente gestito dall’ECA, Economic Cooperation Administration

diretto da Paul g. Hoffmann; il 16 aprile 1948 sorse l’OECE, Organizzazione Europea

per la Cooperazione Economica e infine in luglio si ebbe la ratifica dell’Accordo di

cooperazione economica fra Italia e Stati Uniti da parte del nostro Parlamento.

Gli investimenti americani permisero di tornare a una produzione industriale

nettamente superiori all’anteguerra. Ciò favorì a sua volta il consolidamento dei regimi

liberal-democratici in tutta Europa, mentre gli USA smaltirono senza traumi gli eccessi

della produzione. Il piano Marshall ebbe significato sia sul piano pratico che su quello

politico e psicologico.

Tutto ciò non fu però esente da tensioni.

Il piano Marshall funzionò dal 3 aprile 1948 al 30 giugno 1952, ma nell’ultima fase

della sua esistenza subì importanti modifiche perché dopo lo scoppio della Guerra di

Corea nel 1950 e l’acutizzarsi della guerra fredda, il governo americano era giunto alla

decisione di avviare un imponente fase di riarmo proprio e dei propri alleati.

Gli italiani ricevettero complessivamente aiuti per 1.400 milioni di dollari e riuscì a

costituire un Fondo Lire. Tra italiani e americani si registrarono più volte tensioni

provocate da una diversa valutazione su come investire i fondi.

Nello stesso si stavano avviando importanti decisioni sul piano politico e militare per

dare il via a un’ alleanza occidentale capace di opporsi validamente a eventuali

minace sovietiche. In questa fase l’orientamento prevalente fu quello di escludere

l’Italia perché ritenuta poco affidabile. Incertezze esistevano anche all’interno dello

stesso governo italiano e i partiti che lo sostenevano. Alcuni uomini, tra cui De

Gasperi, sostenevano la necessità di entrar a far parte dell’alleanza. Alla fine del 1948

la DC era alquanto divisa al proprio interno, De Gasperi era consapevole della

debolezza della posizione italiana. Intervenne anche il Vaticano.

Rimaneva da convincere gli altri paesi occidentali. Le discussioni presero una piega

definitiva fra febbraio e marzo 1949, anche a causa dell’interesse francese a inserire

l’Italia nell’alleanza, in modo da spostare più a oriente i confini difensivi.

L’Italia venne così invitata come membro fondatore alla nascita del Patto Atlantico,

che avvenne formalmente a Washington, il 4 aprile 1949. De Gasperi chiese

un’autorizzazione preventiva in Parlamento a firmare il patto di alleanza. La DC lo

sosteneva, mentre la sinistra fu estremamente dura, il PCI denunciò pubblicamente la

situazione. Ma al Parlamento passo il consenso.

Si apriva intanto anche la prospettiva europea. a partire dal 1950 il cammino europeo

prese vigore, dopo che il 9 maggio 1950, il ministro degli Esteri francese Robert

Schuman, propose di mettere in comune le risorse di carbone e acciaio di Francia e

Germania, creando un’apposita organizzazione. Lo stesso anni il governo francese

propose un piano per istituire una Comunità Europea di Difesa CED. La CECA,

Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio venne istituita con il trattato del 18 aprile

1951, con la partecipazione di Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e

Lussemburgo. Molto più accidentato e alla fine impossibile fu la realizzazione della

CED. Contro tali decisioni si pose la decisione del PCI.

9. Il centrismo di De Gasperi e le riforme

Una polemica particolarmente vivace attraverso la DC che si divise tra la maggioranza

degasperiana e le componenti di sinistra, sia quella riunita attorno al presidente della

Camera Gronchi, sia soprattutto quella vicina a Dossetti. Le divisioni erano dovute a

una diversa concezione del ruolo internazionale dell’Italia, del partito stesso e della

politica economica a seguire:

per De Gasperi, il partito era essenzialmente uno strumento di raccolta di

 consenso e di sostegno di un’azione di governo predominante; egli faceva

quindi riferimento al vecchio nobilitato prefascista e ai funzionari dello Stato;

per Dossetti occorreva invece rilanciare la DC anche come sede di elaborazione

 di progetti originali di riforme; vedeva quindi la necessità di valorizzare l’energia

die giovani, formati nell’associazionismo cattolico e nella temperie resistenziale.

Inoltre era fondamentale il rapporto della DC con l’Azione Cattolica.

Uno dei momenti più fecondi del dibattito interno alla DC si ebbe al III Congresso

Nazionale, tenutosi a Venezia dal 2 al 5 giugno 1949 in cui Dossetti parlo di una terza

fase sociale da inaugurare e di una democrazia sostanziale da costruire in Italia. Ma

non avvennero svolte significative con il quarto governo De Gasperi. Una svolta molto

significativa fu quando la segreteria del partito andò a Guido Gonnella che chiamò

come suo vicesegretario proprio Dossetti.

Il clima sociale intanto in Italia rimaneva gravissimo, con azioni durissime delle forze di

polizia nei confronti dei manifestanti. Era necessario cambiare politica, non potendo

più fare affidamento solo sulla durezza delle misure di mantenimento dell’ordine

pubblico ordinate da Scelba. Negli anni ’50 si ebbero allora alcune riforme sociali,

come il Piano Fanfani che mirava ad alleviare la persistente crisi edilizia, riassorbendo

parte della disoccupazione e favorendo la costruzione di alloggi popolari o la legge 3

agosto 1949 voluta dal ministro dei Lavori Pubblici Tupini, che concedeva contributi

dello Stato per eseguire opere pubbliche di interesse degli enti locali.

Nel 1949 ripresero i problemi nel Mezzogiorno. Malgrado la resistenza dei proprietari

terrieri, il governo De Gasperi e il ministro dell’Agricoltura Segni, vararono dei

provvedimenti significativi attraverso una riforma agraria efficacie ma che non poteva

contenere tutti i problemi. Tuttavia essa può essere considerata la più significativa

riforma svolta in Italia in materia. Intanto era nata la Coldiretti, la Federazione

generale dei Coltivatori Diretti, già nell’ottobre 1944, presieduta da Paolo Bonomi. Nel

1949 Bonomi divenne presidente anche della Federazione italiana dei Consorzi agrari,

Federconsorzi, creando così una vasta rete di controllo sociale, a cui qualche anno

dopo, nel 1955 si unirono anche le Casse Mutue per la gestione delle pensioni

concesse ai coltivatori. Egli divenne così uomo di enorme potere nella DC.

Il 10 agosto 1950 venne istituita la Cassa per il Mezzogiorno, ma non furono compiuti

atti efficaci di modernizzazione e di industrializzazione.

Nel gennaio 1951 vennero poste delle nuove norme per combattere l’evasione fiscale.

Il congresso dei sindacati promosse poi nel febbraio 1950, il Piano per la rinascita

economica e sociale del Paese che non ebbe però effetti immediati ma fu la prima

proposta organica da parte sindacale di un progetto che puntasse a riforme strutturali

e investimenti.

Con le amministrative del 27-28 maggio 1951 gli elettori mostrarono una disaffezione

per la DC, mentre le sinistre mantenevano o aumentavano i propri voti, e soprattutto

crescevano i partiti di destra.

Intanto Dossetti decise di lasciare il sottosegretariato del partito e assieme ai

dossettiani attaccò la politica estera ed economica del governo. Pella si dimise facendo

cadere il governo il 16 luglio 1949.

Il 27 luglio 1949 si aprì il settimo governo De Gasperi, destinato a durare fino alle

elezioni del 1953.

Dossetti intanto si convinse dell’impossibilità di modificare entro un periodo

ragionevolmente breve il partito e la politica governativa e si dimise anche da

deputato.

Intanto si stavano avendo dei mutamenti politici in atto:

il PCI, che già nel 1948 era stato colpito, dopo la sconfitta elettorale, dal trauma

→ della rottura tra Stalin e Tito. Tra il 1950 e il 1951 ci furono vari problemi interni.

Togliatti ebbe un grave incidente stradale e la sua lunga convalescenza fu

trascorsa in URSS, dove Stalin lo ricevette con onori e gli fece la proposta di

lasciare la direzione del PCI e di assumersi quella del Cominform. Togliatti non

sapeva che fare, anche perché nel PCI lo spingevano a rimanere a Mosca.

Decise di rifiutare l’offerta e tornò in Italia in modo quasi clandestino.

Un altro problema fu l’espulsione dal partito di Valdo Magnani, importante

esponente che fece delle dichiarazioni antisovietiche.

Il PSI rivedeva la conferma della sinistra interna, fu riconfermato Nenni a capo

→ del partito, affiancato da Rodolfo Morandi che attuò una ferrea politica di

riorganizzazione del partito secondo il modello leninista e comunista.

Il PSLI era uscito soddisfatto dal voto del 1948. Giuseppe Romita fondò un

→ nuovo organismo, il Partito Socialista Unitario PSU e con questo si era giunti

all’esistenza di ben tre partiti socialisti. Da questa situazione si uscì nel marzo

1951 con la nascita del partito di ispirazione socialdemocratica dal nome

impossibile: Partito Socialista (Sezione Italiana dell’Internazionale Socialista),

che venne cambiato nel 1952 con Partito Socialista Democratico Italiano

PSDI.

Il MIS era in pieno sviluppo, che creò un patto con gli altri partiti di destra, cosa

→ che fu accolta con entusiasmo dai monarchici, ma non dalla DC e dai

democratici che fecero di tutto per allontanare la minaccia: da un lato venne

vietato al MIS si tenere nel 1950 il proprio congresso nazionale e s preparò la

legge Scelba contro la ricostituzione del partito fascista, dall’altro si

introdussero misure volte a rassicurare i reduci di Salò.

10. La fine del centrismo degasperiano e la democrazia protetta

Avvicinandosi alla fine della legislatura esistevano dunque molti motivi di

preoccupazione per la DC. Ciò che appariva a De Gasperi come particolarmente

insidioso erano soprattutto le pressioni della gerarchia e di ampi settori del mondo

cattolico che chiedevano con insistenza misure sempre più dure verso le sinistre.

L’obiettivo era quello di spingere la DC verso destra, aprendola a un rapporto di

collaborazione almeno con i monarchici, se non addirittura con il MIS.

I problemi sorsero con la tornata elettorale amministrativa che riguardava anche

Roma. Il timore di una vittoria comunista nella città del papa era inammissibile e fu

quindi usato per caldeggiare la nascita di un forte raggruppamento anticomunista:

l’operazione Sturzo. Il vecchio fondatore del PPI sembrava la personalità giusta per

comporre una lista civica aperta a democristiani, liberali, monarchici e missini, mentre

Gedda, presidente dell’AC, minacciava di mettere in campo una lista cattolica pura.

De Gasperi si trovava in una condizione di grande imbarazzo, perché non poteva

andare contro il Papa, ma capiva che la situazione a Roma si sarebbe estesa anche

fuori. Si aprirono una serie di contatti e di pressioni e alla fine le elezioni si svolsero

con le liste e le alleanze ormai tradizionali, e le sinistre non vinsero. tutta la faccenda

ebbe comunque uno strascico doloroso per De Gasperi.

Intanto si radicava in Italia la convinzione che, con la situazione politica in atto, non

era possibile realizzare compiutamente tutta la Costituzione e quindi molti istituti da

essa previsti non si realizzarono, come le regioni e la Corte Costituzionale.

Tra il 1951 e il 1952 il governo propose una serie di misure che mettevano in luce la

gravità della situazione sociale: legge sulla difesa civile, misure contro i partiti contrari

alle istituzioni, contro l’apologia alla violenza come strumento di lotta politica, contro i

sabotaggi militari ed economico, contro l’incitamento alla diserzione e al disfattismo;

legge Scelba contro la riorganizzazione di partiti e gruppi neofascisti.

Con il timore di non essere rieletti, la maggioranza degasperiana decise di adottare

strumenti di autotutela, introducendo una nuova legge elettorale alla Camera che fu

bollata dall’opposizione come legge truffa. Ci furono varie sedute in Parlamento per far

passare la legge, mentre le sinistre facevano ostruzionismo. Infine la legge elettorale

di maggioranza divenne la legge 31 marzo 1953 n.148, con la quale si andò alle urne il

7-8 giugno 1953. La legge elettorale non giovò né danneggiò nessuno perché non si

arrivò al quorum previsto.

Malgrado la sconfitta subita, De Gasperi ottenne ancora una volta l’incarico e creò un

monocolore con soli ministri della DC il 16 luglio 1953. Presentandosi alla Camera

per la fiducia la vide negata e si dimise definitivamente. Fu tuttavia eletto segretario

nazionale della DC, carica che mantenne fino al 16luglio 1954 quando fu investito il

suo successore Fanfani. De Gasperi morì poco dopo, il 19 agosto 1954.

4. Gli anni Cinquanta: il miracolo (1953-1963)

1. Il centrismo da Pella a Scelba

Il 17 agosto 1953 si giunse alla nascita di un governo di affari, un monocolore

democristiano affidato a Pella, che aveva chiaramente lo scopo di gestire la situazione

in attesa che dalle forze politiche venissero indicazioni per alleanze più robuste ed

efficaci. Pella ottenne il sostegno di DC, PLI, PRI e dei monarchici del PNM, ma PSDI e

MSI si astennero.

Il governo molto debole, cercò di rafforzarsi e trovò nella questione di Trieste un punto

per farlo. Il clima internazionale era di attesa nei confronti di quanto avrebbe fatto

l’URSS, in quanto era morto Stalin il 5 marzo 1953. Trieste era ancora divisa tra zona A

e zona B e le trattative erano proseguite tra 1949 e 1953. Un passo avanti si fece il 21

dicembre 1951 quando Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti consentirono formalmente

alla revisione del trattato di pace del 1947, modificando i limiti sul riarmo imposti

all’Italia. La strada poteva considerarsi aperta verso altre correzioni: si cominciò a

discutere quindi un piano di spartizione del TLT e tra il 1951 e il 1952 si ebbero diversi

colloqui bilaterali italo-jugoslavi, per il momento privi di successo.

Pella prese infine spunto dalla diffusione di una nota di stampa jugoslava antitaliana e

minacciosa per alzare i toni della polemica e inviando reparti militari per sventare una

presunta annessione della zona B del TLT. Il 8 ottobre 1953 USA e Gran Bretagna

annunciarono il proprio ritiro dalla zona A e la cessione dei poteri provvisori all’Italia,

nonostante le proteste di Jugoslavia e URSS. Tito considerò atto di guerra l’ingresso di

truppe italiane a Trieste e fece nuove proposte di accomodamento. Ma la situazione

rimaneva tesissima tanto che si ebbero scontro il 3-6 novembre.

Bisognava riprendere le trattative diplomatiche prima che la situazione degenerasse.

De Gasperi riprese l’iniziativa e annunciò che il governo Pella era solo “amico della

DC”. Il 5 gennaio 1954 Pella si dimise aprendo una crisi di governo molto complicata.

Il nuovo governo monocolore democristiano, guidato da Fanfani durò solamente dal

18 gennaio al 10 febbraio 1954, non avendo ottenuto la fiducia del Parlamento.

Il 10 febbraio 1954 entrò in carica il governo di Mario Scelba, a cui parteciparono

PSDI e PLI, con la vicepresidenza a Saragat. Scelba si affrettò a sdrammatizzare la

situazione di Trieste: dal 2 febbraio al 5 ottobre 1954 si svolse a Londra una

conferenza dapprima con la presenza di Gran Bretagna, USA e Jugoslavia, poi con

l’Italia al posto della Jugoslavia e infine con Italia e Jugoslavia insieme. Le trattative

portarono alla firma di un memorandum d’intesa il 5 ottobre 1954:

La zona A passava in mano italiana e alcuni suoi territori andavano alla zona B;

 Trieste sarebbe rimasta porto franco.

Una soluzione definitiva venne poi introdotta con il trattato di Osimo il 10 novembre

1975.

Il governo Scelba fece abrogare la legge elettorale con premio di maggioranza; si

oppose con decisione al comunismo; si inasprì l’abitudine di usare la forza di fronte ad

ogni tipo di dissenso e di manifestazione di piazza.

Intanto il Tribunale militare supremo assolveva degli ex militi di Salò responsabili di un

eccidio, perché avrebbero eseguito le consegne di un governo “legittimo”,

scavalcando tutte le considerazioni secondo cui il governo legittimo italiano fosse

stato il Regno del Sud. Era in atto inoltre una forte offensiva contro la Resistenza e

anche situazioni forti di intimidazione nei confronti di sindacati e militanti

d’opposizione.

Tutto ciò era dato sia dalla forte influenza degli Stati Uniti, del maccartismo, sia dalla

necessità di rafforzare la DC. Nel novembre 1956 avvenne la firma tra la CIA e il nostro

Servizio Informazione Forze Armate di un accordo per riformulare e riorganizzare

l’organizzazione Gladio. Ciò fece parlare di “Doppio Stato” o di “Stato Parallelo”.

Per quanto riguarda la questione europea, dopo il fallimento della CED, nacque

l’Unione Europea Occidentale UEO, nell’ottobre 1954, che consisteva nel recupero dle

vecchio trattato di Bruxelles del 1948, ampliato ora con la partecipazione dell’Italia e

della Germania. La ratifica parlamentare di questo accordo fu vivace e si svolse tra il

dicembre 1954 e il marzo 1955.

Intanto la cronaca nera si mescolava con la politica aprendo scenari inquietanti.

2. La DC e i partiti dell’area di governo

Il nuovo segretario della DC divenne Amintore Fanfani. Egli si era dato l’obiettivo di

rafforzare il partito per svincolarlo dalla pressione delle vecchie clientele meridionali e

delle continue ingerenze della Chiesa. Si era assistito in questi anni a una crescente

meridionalizzazione del partito.

In Sicilia la situazione era tranquilla anche se le cosche mafiose iniziavano a

riorganizzarsi per il futuro e nell’ottobre 1957 tennero persino un convegno

internazionale a Palermo. Intanto andavano stringendosi i legami tra la DC e le cosche.

La mafia entrò quindi in politica legandosi a Fanfani e poi successivamente a Andreotti.

L’entità della ricchezza da controllare e suddividere fece scoppiare dei conflitti

sanguinosi noti come la prima guerra di mafia: attentati, uccisioni, rapimenti che

culminarono con la strage di Ciaculli, quando un auto imbottita di esplosivo provocò la

morte di sette appartenenti alle forze dell’ordine.

Nel giro di poco tempo Fanfani mostrò a tutti di essere capace di grande attivismo e

interventismo, nonché di essere capace di grande attivismo e interventismo, nonché di

saper imporre una rigida disciplina interna alla DC. Tutto ciò provocò la reazione degli

altri dirigenti e parlamentari democristiani e un primo vittorioso episodio di rivolta al

momento delle elezioni del Presidente della Repubblica con l’elezione di Giovanni

Gronchi, democristiano ma con una propria personalità e indipendenza rispetto a

Fanfani. Il nuovo Presidente si impegnò per a piena attuazione della Carta

Costituzionale, tanto che negli anni seguenti entrarono in vigore la Corte

Costituzionale, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro e il Consiglio

Superiore della Magistratura.

Nel giugno 1955 il governo si dimise per contrasti interni ai partiti della maggioranza e

il 6 luglio 1955 entrò in carica il governo di Antonio Segni composto da DC, PLI e

PSDI.

Tale governo va ricordato per gli eventi positivi in politica estera. Il 14 dicembre 1955

vide l’ingresso dell’Italia nell’ONU. Il 25 marzo 1957 si arrivò alla firma dei Trattati di

Roma che istituirono la Comunità Europea per l’Energia nucleare, EURATOM, e la

Comunità Economica Europea CEE.

Segni si dimise il 6 maggio 1957, aprendo una crisi confusa e incerta che portò al

governo il presidente della DC Adone Zoli, che però ottenne la fiducia solo grazie ai

voti del MSI. Zola si dimise e Gronchi decise di rimandare il governo alle Camere in

attesa delle nuove elezioni.

Intanto la destra avanzava verso il governo. La svolta avvenne nel 1954 quando

divenne segretario di partito Arturo Michelini. All’interno del partito permaneva

tuttavia insanabile la contesa tra la componente propriamente neofascista e

settentrionale e quella più vicina ai notabili del Sud.

Per quanto riguarda i monarchici, il leader più rappresentativo continuò ad essere

Achille Lauro, indaco di Napoli, noto per i modi popolareschi e clientelari usati per

governare la città. Egli favorì anche la speculazione edilizia, l’uso personalistico dei

fondi pubblici e l’assunzione indiscriminata di dipendenti. Pur di mantenere il suo

posto, egli non esitò a patteggiare con la DC e favorì la scissione nel partito

monarchico facendo nascere nel 1954 il Partito Monarchico Popolare PMP, rivale del

Partito Nazionale Monarchico PNM. Tutto durò fino a quando non si seppe del dissesto

economico di Napoli e Lauro e i suoi collaboratori furono arrestati e Lauri fu

definitivamente liquidato.

Il Partito Liberale aveva eletto a segretario Giovanni Malagodi, con una visione molto

rigida del liberismo. Egli si collocava pertanto tra i più accaniti avversari

dell’intervento dello Stato in economia e su ciò ebbe molti appoggi. Ma egli trovò

all’interno del partito un’opposizione di chi vedeva il liberismo in modo più dinamico.

Così nel dicembre 1955 un folto gruppo di prestigiosi esponenti decise di abbandonare

il partito e di creare il nuovo Partito Radicale.

3. La sinistra di fronte al 1956

Nel PSI, Nenni si era dedicato con impegno a riflettere sulle prospettive del socialismo

italiano. Il problema di fondo era il rapporto con i comunisti. Nenni cercò di aprire ai

cattolici e alla DC e riprese i contatti altresì con il PSDI, cosa testimoniata dallo storico

incontro con Saragat con cui si accordò per porre le prime basi per una collaborazione

che avrebbe alla fine portare i due partiti socialisti su una posizione alternativa

rispetto alla DC e di autonomia rispetto al PCI.

Intanto le amministrative del 27 maggio 1956 videro l’impossibilità di creare in molte

città delle giunte centriste, in seguito a un certo aumento die voti socialisti. Si aprirono

così numerosi casi locali, per risolvere i quali si ricorse ora al sostegno determinante

delle sinistre o delle destre.

Intanto sul piano internazionale, dal 14 al 25 febbraio 1956 si svolse a Mosca il XX

Congresso del PCUS, durante il quale il segretario Nikita Chruscev presento dei

dirompenti rapporti attaccando la figura di Stalin. Intanto l’URSS stroncava sollevazioni

in Polonia e in Ungheria. Davanti a ciò il PCI si trovava in un clima di incertezza dovuto

anche a problemi al vertice. Il partito sembrava indeciso sulla strategia da seguire

verso la DC. Di fronte agli avvenimenti internazionali, Togliatti tenne un

comportamento ambiguo e di reticenza, finalizzato all’unità del partito. Egli aveva

presieduto al XX Congresso del PCUS e aveva letto i rapporti, ma non ne parlò fin

quando non fu costretto quando il New York Times diffuse il rapporto segreto, ma cercò

di sdrammatizzare.

Di fronte ai fatti polacchi Togliatti parlò di cospirazioni antisovietiche, mentre la CGIL di

De Vittorio condannò i fatti. La situazione stava precipitando e molti intellettuali

avevano lo stesso parere di De Vittorio e in seguito lasciarono il partito. Ma Togliatti

diede vita a una requisitoria contro De Vittorio, dicendo che si sta con la propria parte

anche quando essa sbaglia. Togliatti fece pressioni affinchè cessassero le repressioni in

Ungheria mentre De Vittorio dovette accontentarsi di sfoghi privati.

Ma tutto ciò fece una pessima pubblicità al partito. I fatti del 1956 fecero avvicinare

PSI e PSDI, provocando anche una netta frattura fra socialisti e comunisti. Nenni

considerò conclusa la collaborazione col PCI e si collocò nell’area del socialismo

occidentale, ma nella sostanza ancora non si ruppe veramente con i comunisti.

4. Da Fanfani a Tambroni a Fanfani

Fanfani intanto, al consiglio nazionale della DC, cercò di proporre un’apertura a sinistra

ma l’idea aprì molti rifiuti e polemiche.

Intanto si andò alle urne il 25-26 maggio 1958 a cui i partiti arrivarono tutti in uno

stato di incertezza. Il voto dei cittadini accontentò un po’ tutti i partiti maggiori e ci si

accorse che non molti passi avanti erano stati fatti rispetto a cinque anni prima e che

la questione dell’apertura a sinistra andava risolta.

Il 1 luglio 1958 si insediò il secondo governo Fanfani creando un bicolore DC-PSDI.

Egli mantenne però anche le cariche di segretario della DC e di ministro degli Esteri,

avendo fra le mani un potere enorme.

Il suo piano di governo prevedeva un denso programma riformistico, nel quale entrava

l’impegno di completare l’attuazione del dettato costituzionale, di istituire un unico

ente nel settore della ricerca, produzione e distribuzione dell’energia, di promuovere

interventi per la casa, la scuola, l’agricoltura, la sanità. Ma contro i suoi progetti si

ebbero diversi colpi di mano: scoppiò una complessa questione nell’assemblea

regionale siciliana; il dissesto finanziario del finanziere Giovanni Battista Giuffrè

divenne un fatto anche politico che coinvolgeva varie personalità della DC.

Sul piano internazionale, per quanto Fanfani avviasse trattative con gli USA per

l’installazione in Italia di basi missilistiche a media gittata con testate atomiche, la

stampa americana non lesinò attacchi alla sua politica. Inoltre, sul finire del 1958, il

governo fu messo in minoranza più volte a causa di franchi tiratori.

Il 26 gennaio 1959 Fanfani si dimise e il 31 gennaio 1959 egli lasciò anche

clamorosamente la segreteria della DC. Il risultato fu che si cambiò completamente

linea politica passando a un monocolore democristiano guidato da Segni e orientato a

destra, il 15 febbraio 1959 che ottenne la fiducia di DC, PLI, MSI e monarchici e il

voto contrario di tutti gli altri partiti.

Il 14 marzo 1959 si aprirono a Roma i lavori del Consiglio nazionale della Democrazia

Cristiana, con il compito di discutere le dimissioni di Fanfani e di eleggere il

successore. Un folto gruppo di aderenti a Iniziativa Democristiana stabilì di riunirsi

separatamente per esaminare la situazione con l’intenzione di lasciare Fanfani al

proprio destino. Essi chiesero ospitalità a un convento di suore di Santa Dorotea a

Roma e da ciò nacque la definizione di “dorotei” per designare la componente più

forte della DC. Il 16 marzo 1959 il gruppo doroteo portò alla segreteria id partito

Aldo Moro che dovette far subito appello alle proprie capacità di mediatore per

tenere in piedi il partito. Egli dimostrò subito di poter gestire con efficacia un partito

che ormai si configurava come una federazione di partiti uniti insieme

dall’anticomunismo e dalla gestione di potere.

Al VII Congresso della DC, che si tenne a Firenze dal 23 al 27 ottobre 1959, egli fece un

discorso con cui chiese esplicitamente al PSI di prendere con coraggio e chiarezza il

proprio posto nello schieramento politico democratico. Parimenti egli chiese alla DC di

mantenere aperta la questione dell’apertura al PSI.

Intanto il governo Segni attirò su di sé il malvolere dei liberali non d’accordo con

alcune sue scelte come l’attuazione delle regioni e l’apertura all’Unione Sovietica, che

venne sancito dal viaggio a Mosca del Presidente della Repubblica Gronchi nel febbraio

1960. Il 16 febbraio 1960 i liberali tolsero la fiducia al governo che nei giorni

successivi si dimise. Segni fu incaricato di formare un nuovo governo ma non accettò.

Il 21 marzo 1961 nacque il primo governo di Ferdinando Tambroni. Il 4 aprile

1960 il Parlamento fu chiamato a dare la fiducia al governo, ma il discorso di Tambroni

irritò in molti, tanto che ebbe il favore della DC, di quattro deputati ex monarchici e di

24 esponenti del MIS. Di fronte a questa situazione alcuni ministri appartenenti alla

sinistra democristiana si dimisero. Tambroni diede le dimissioni e il 12 aprile 1960

Gronchi diede a Fanfani il compito di costituire un nuovo governo che voleva

riproporre l’apertura a sinistra. Contro di lui si scatenò una feroce opera di stampa

tanto che Fanfani lasciò perdere e l’unica soluzione sembrava quella di rimandare

Tambroni alle Camere e impegnare il suo governo solo all’ordinaria amministrazione.

Così non fu perché Tambroni si mosse con uno stile dle tutto personale e sprezzante

verso il Parlamento.

Tambroni fece un’ulteriore mossa permettendo al MIS si tenere il proprio congresso a

Genova e annunciando che alla presidenza del congresso ci sarebbe stato Carlo

Emanuele Basile, già capo della provincia ai tempi della RIS e ritenuto responsabile di

arresti e torture ai danni dei partigiani. Tutto ciò fu molto provocatorio, anche perché

Genova era una città partigiana per eccellenza. Il 28 giugno 1960 si ebbe a Genova

una imponente manifestazione di protesta e due giorni dopo fu proclamato lo sciopero

generale. Si verificarono scontri e situazioni di violenza che si diffusero in tutta Italia.

La situazione stava degenerando e poteva portare anche alla guerra civile. Per questo

la DC iniziò a pensare che bisognasse liberarsi di Tambroni. Il 19 luglio 1960

Tambroni si dimise.

Il 26 luglio 1960 si avviò il terzo governo Fanfani, un monocolore DC che ebbe il

sostegno dei partiti centristi e l’astensione di socialisti e monarchici.

Il 6-7 novembre 1960 si entrò in campagna elettorale per il rinnovo dei consigli

comunali e provinciali: il voto evidenziò la tenuta della DC, il calo del PSI e l’avanzata

del PCI.

Intanto il 28 ottobre 1958 venne eletto Papa Giovanni XXIII e da lui in poi si spense

via via la resistenza ecclesiastica verso il centro-sinistra: la Chiesa ora intendeva

adeguarsi all’ineluttabile e tuttavia non intendeva rinunciare al suo ruolo di vigile

garante dell’unità politica della DC. Importante fu l’incontro fa il Papa buono e Fanfani

l’11 aprile 1961.

Si riaprì anche la questione dell’Alto Adige-Sudtirol. Gli accordi De Gasperi-Gruber del

1946 avevano garantito il rispetto della minoranza etnica di lingua tedesca e

dell’autonomia regionale, cosa ce era stata confermata con la legge costituzionale 26

febbraio 1948, con cui era stato adottato lo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige.

Ma negli anni successivi gli altoatesini avevano manifestato il loro malcontento per la

poca autonomia concessa. Negli anni ’50 le proteste si intensificarono con il sorgere di

movimenti di carattere estremistico che iniziarono azioni di terrorismo. L’Austria portò

la questione all’ONU che spinse per aprire delle trattative che portassero a una

soluzione pacifica. Esse registrarono numerosi fallimenti e difficoltà. Il 30 novembre

1969 si giunse alla firma di un accordo complessivo tra i due ministri degli Esteri Aldo

Moro e Kurt Waldheim: la regione fu svuotata di competenze a favore delle province di

Trento e Bolzano che godevano di poteri particolari.

Al VIII Congresso della DC, tenutosi dal 26 gennaio al 1 febbraio 1962, Moro tenne

un’importante e decisiva relazione volta a convincere definitivamente dell’inevitabilità

della svolta a sinistra. Moro fu rieletto a segretario del partito, a conferma del suo

ruolo ormai insostituibile.

Il 21 febbraio 1962 Fanfani si dimise e diede vita al quarto governo Fanfani con la

partecipazione di PSDI e PRI, e con l’astensione dei socialisti. Fanfani presentò un

vasto piano di riforme: attuazione delle regioni, piano per la scuola, nazionalizzazione

dell’energia elettrica, riforma della pubblica amministrazione, legislazione urbanistica,

programmazione economica. Molte delle sue iniziative furono create, in particolare la

nazionalizzazione dell’energia con la costituzione dell’ente pubblico ENEL, il 27

novembre 1962.

Togliatti mantenne una notevole cautela, perché sentiva che tale manovra era volta a

emarginare il PCI, ma non chiuse a riccio il suo partito, discutendo anzi se astenersi

sulla fiducia al nuovo governo. Alla fine il PCI votò no ma senza condurre una battaglia

politica troppo dura.

Il 29 dicembre 1962 fu approvata la nuova legge sulla tassazione delle azioni quotate

in Borsa. Non passo invece la riforma edilizia proposta dal ministro Sullo: la

speculazione edilizia non ebbe più ostacoli da allora.

Il 6 maggio 1962 fu eletto come nuovo Capo dello Stato Antonio Segni.

5. Speranze e illusioni degli anni Sessanta (1963-1969)

1. La nascita del centro-sinistra e la crisi del 1964

Alle elezioni del 28 aprile 1963, Fanfani si presentava forte di risultati concreti e di

importanti realizzazioni. Contro Fanfani giocarono però le contraddizioni create dalla

crescita tumultuosa, la spirale inflazionistica causata dal boom economico, il

rallentamento della crescita della produzione e soprattutto le motivazioni politiche.

Così il voto punì la DC, incremento il PSDI e giovò soprattutto alle opposizioni. Il

governo fu affidato ad Aldo Moro, al fine di limitare il potere di Fanfani e di poter

eleggere a segretario del partito un vero doroteo, Mariano Rumor. La situazione non

lasciava dubbi sulla necessità di aprirsi alle sinistre, ma le trattative per portare i

socialisti al governo riscontrarono notevoli difficoltà a causa delle divergenze sulle

riforme da fare: la DC voleva annacquare il programma in modo da non perdere i voti

dei moderati, mentre i socialisti volevano accentuare la politica riformista promossa da

Fanfani.

Intanto il PSI si stava sfaldando dall’interno e si spaccò durante la famosa notte di S.

Gregorio il 16-17 giugno 1946, quando l’accordo fra Moro e PSI non ottenne la

ratifica del Comitato centrale. Moro si dimise e nacque il governo di Giovanni Leone,

chiamato governo balneare in quanto rimase in carica solo l’estate. Il nuovo esecutivo

si trovò a dover affrontare una tragedia nazionale come quella del Vajont, avvenuta il

9 ottobre 1963.

Il 25-29 ottobre 1963 si tenne il congresso socialista con cui Nenni e De Martino

riottennero il favore della maggioranza del partito.

Le tensioni attraversarono anche la DC, perché la destra del partito guidata da Scelba,

dichiarò che non avrebbe votato un governo che avesse visto la partecipazione

socialista, cosa che non voleva nemmeno il Vaticano.

Nel novembre Leone si dimise e l’incarico fu dato di nuovo a Moro che riuscì il 5

dicembre 1963 a dar vita al primo governo di centro-sinistra con Nenni

vicepresidente del Consiglio e Saragat al ministero degli Esteri.

Il 13 gennaio 1964 avvenne l’ennesima scissione del PSI, con la nascita del PSIUP,

Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, collocato nella sinistra estrema a volte più

estremo del PCI. Nel luglio 1972 morirà e molti suoi esponenti confluiranno nel PCI.

Il governo Moro aveva molte difficoltà da superare: l’inflazione cresceva, cadevano gli

investimenti, aumentavano i prezzi. Gli italiano domandavano più beni di quanti

fossero a disposizione in quel momento. La Banca d’Italia decise di procedere con una

stretta creditizia che diminuì la possibilità delle imprese di accedere ai prestiti. Si

operò poi con processi deflazionistici che portò sì a una moderazione dei prestiti e a

una diminuzione del deficit commerciale, ma anche al crollo degli investimenti, con

conseguenti ripercussioni sulla produzione industriale e sull’occupazione.

Il governo chiese anche dei prestiti alla Banca americana e al Fondo Monetario e lanciò

un piano per aumentare le esportazioni e in effetti queste misure ebbero successo.

Il 25 giugno 1964 la Camera bocciò lo stanziamento di 149 milioni alle scuole private.

Moro non fece nulla per salvare il provvedimento, preferendo puntare sulla crisi di

governo e sul chiarimento politico. Si dimise il giorno dopo e Segni gli assegnò

nuovamente il governo. La formazione di un nuovo esecutivo si rivelò ardua.

In questa situazione si inserì anche la figura del generale Giovanni De Lorenzo,

comandante generale dei carabinieri, che, alla guida dei servizi segreti, aveva fatto

un’opera di schedatura di politici, parlamentari, sindacalisti, industriali, funzionari,

preti. Inoltre egli aveva forti legami pure con gli Stati Uniti e con la CIA. In quei giorni si

ebbero molti incontri privati fra Segni e De Lorenzo per dare il via a un piano, il piano

Solo, predisposto già all’epoca di De Gasperi finalizzato per arginare il radicamento

delle sinistre in Italia. De Lorenzo fu protagonista di un tentativo di colpo di stato che

fu fermato solo perché Nenni cedette ancora. A seguito di tale scoop giornalistico nel

1969 fu nominata una Commissione parlamentare d’inchiesta.

Il 22 luglio 1964 si arrivò al secondo governo Moro di centro-sinistra, con i voti di

DC, PRI, PSI e PSDI, e con un indirizzo programmatico ancora più cauto di quello

precedente. De Lorenzo fu eletto Capo di Stato Maggiore dell’esercito, ma nel 1967

quando ci fu lo scandalo fu rimosso anche se non vennero presi provvedimenti nei suoi

confronti. Divenne deputato fra e file dei monarchici e poi passò al MSI fino alla sua

morte avvenuta nel 1973.

L’esecutivo adottò una serie di provvedimenti legislativi di un certo rilievo, ma non

trovò un accordo su come indirizzare l’economia italiano nel medio e lungo periodo.

Uno dei pochi obiettivi realizzati fu la nascita della SIP.

Il 7 agosto 1964 Segni fu colpito da trombosi cerebrale; quasi si riprese si dimise e si

dovette votare per il successore: venne eletto il 28 dicembre 1964 Saragat.

2. Il centro-sinistra verso il ‘68

Dal 1965 l’economia italiana cominciò a migliorare, perché si verificò un aumento della

produzione industriale. Ma a ciò non corrispose un aumento degli investimenti che

continuarono a calare. Inoltre i salari non erano cresciuti e riuscivano a mala pena a

bilanciare l’incremento del costo della vita.

Il 21 gennaio 1966 Moro presentò di nuovo le dimissioni e varo il terzo governo con

Nenni vicepresidente del Consiglio e Fanfani come ministro degli Esteri. Il programma

del nuovo esecutivo prevedeva la riforma della burocrazia, l’istituzione delle regioni a

statuto ordinario, l’approvazione di un piano quinquennale di sviluppo, la riforma

ospedaliera e una legge urbanistica. Ma la speculazione edilizia e la mancata difesa

dei suoli provocò varie catastrofi in tutta Italia. Il governo cercò di emanare alcuni

decreto contro le iniziative speculative e nuove normative urbanistiche.

Venne attuata finalmente il decreto sulle regioni e nel 197 si sarebbero tenute le

elezioni del primo consiglio regionale.

Il 30 ottobre 1966 il partito socialista decise di riunificarsi dando vita al Partito

Socialista Unificato PSU, con segretari nazionali i due segretari in carica di PSI e

PSDI, De Martino e Tanassi. Il PSU si configurò subito come un partito debole e infatti

gli elettori sancirono il fallimento dell’unificazione durante le elezioni del 19-20

maggio 1968. Avanzarono invece PCI e DC.

3. La Chiesa tra Concilio e post-Concilio

Durante gli anni Cinquanta e Sessanta la Chiesa cattolica si era ritrovata con diverse

crepe e difficoltà interne, dovute anche alla presenza di nuove forme di concorrenza

come la tv, di mentalità e di abitudini diffuse. Inoltre anche gli strumenti tradizionali

della Chiesa si mostrarono inadeguati.

Fu in questo contesto che venne eletto Papa Angelo Giuseppe Roncalli, Papa Giovanni

XXIII. Egli nel 1959 annunciò clamorosamente di voler promuovere un Concilio

ecumenico che si aprì ufficialmente l’11 ottobre 1962 e si articolò i quattro sessioni

raggruppate ciascuna negli ultimi mesi di ogni anni, dal 1962 al 1965 e fu chiuso

solennemente l’8 dicembre. Per il resto del tempo furono al lavoro moltissime

commissioni. Il Papa morì il 3 giugno 1963 così che poté seguire solo la prima delle

quattro sessioni. Il suo successore fu Giovanni Battista Montini, Papa Paolo VI,

eletto il 21 giugno 1963.

Le vicende del Concilio furono tutt’altro che tranquille. Esso però fece riscoprire il ruolo

del laicato entro il popolo di Dio, e ciò favorì la diffusione di un’inedita voglia di

partecipazione e di rinnovamento con la creazione ovunque di consigli pastorali. Le

esperienze concrete si rivelarono per deludenti e frustranti, data la resistenza dei preti

che non volevano vedere intaccata la loro autorità. Proprio per questo Paolo VI si

impegnò ad ammodernare la Chiesa italiana attraverso un graduale ricambio di uomini

e di strutture. Avvenne così ad esempio la riorganizzazione della Conferenza

Episcopale Italiana CEI.

Egli favorì anche l’associazionismo cattolico.

5. Il Sessantotto degli studenti

Agli inizi degli anni Sessanta la gioventù italiana intraprese un viaggio verso un

profondo cambiamento di gusti, modi di vita e ideali. Questi ragazzi costituirono la

prima generazione nella storia italiana che possedeva tratti di omogeneità nelle

espressioni verbali , nei gusti e negli atteggiamenti.

Dalla seconda metà degli anni Sessanta prese corpo un nuovo protagonismo di base

che si poneva come obiettivo un radicale cambiamento della società.

Le prime cause di protesta giovanile dipesero dalle carenze del sistema scolastico. La

riforma varata dal governo Fanfani nel 1962 prevedeva la scuola media unica e

obbligatoria fino ai 14 anni. Ciò, unito al boom economico, indusse molti giovani

provenienti dalla piccola borghesia e spesso anche dal mondo operaio a prolungare i

propri studi e talvolta a tentare la laurea.

La crescita tumultuosa dell’iscrizione agli atenei italiani presentava grandi problemi: le

strutture, i messi a disposizione e i programmi continuavano a rimanere quelli di

decenni prima. L’arretratezza del sistema universitario finiva per danneggiare chi

aveva meno risorse in partenza. Inoltre il clima di entusiasmo dovuto al boom aveva

illuso in molti, ma in realtà non c’era così disponibilità né di posti accademici né di

lavori finiti gli studi.

Il 4 maggio 1965 fu presentata alla Camera dal ministro della Pubblica Istruzione Luigi

Gui la proposta di legge 2314 su Modifiche dell’ordinamento universitario, che

prevedeva l’istituzione facoltativa dei dipartimenti a fianco delle facoltà e la presenza

di tre livelli di studio (diploma, laurea e dottorato). Il progetto fu giudicato troppo

debole e limitato sia dai giovani sia dai sindacati che dalla DC. La legge Gui non entrò

in vigore ma vennero approvati dei provvedimenti universitari che prevedevano la

totale liberalizzazione degli accessi per i diplomati.

Già prima del 1968 si ebbero quindi problemi nelle università e ci furono le prime

occupazioni già dal 1964. Nel febbraio 1967, quando i rettori delle università italiane si

riunirono a Pisa per discutere la riforma di Gui, essi trovarono l’università occupata

dagli studenti. Durante le assemblee di quei giorni i giovani elaborarono le Tesi della

Sapienza, un testo ideologico-programmatico di ispirazione marxista con connotazioni

economiche e operistiche.

Ma fu dall’autunno 1967 che il movimento fece un salto di qualità e divenne un

fenomeno di massa: si fecero dei sit-in all’università di Trento contro l’Istituto

Superiore di Scienze Sociali; venne occupata l’università Cattolica di Milano, per

protesta contro l’aumento delle tasse universitarie; venne occupato Palazzo Campana,

sede delle facoltà umanistiche dell’università di Torino.

Il ’68 iniziò quindi con gli atenei già in fiamme e con un movimento studentesco dotato

ormai di carattere di massa. Quando ai primi dell’anno iniziò in Parlamento il dibattito

sul progetto di riforma di Gui, la rivolta si estese nella maggior parte della penisola con

occupazioni, sgomberi, rioccupazioni, assemblee, sit-in e manifestazioni. La rigidità

delle autorità accademiche e politiche alimentò la rabbia degli studenti e tolse

rapidamente spazio a proposte meno eversive e più riformistiche.

Da tutto ciò si passò alla messa in discussione da parte degli studenti di tutta l’intera

struttura universitaria e dei suoi sistemi autoritari. In febbraio si mosse la Sapienza di

Roma, la più popolosa università italiana. Il 1 marzo 1968 circa tremila giovani si

diressero in corteo da Piazza di Spagna a Valle Giulia, dove si accese una durissima

battaglia tra studenti e poliziotti.

Da marzo si intensificarono le occupazioni e in questo clima si inserirono anche le

forze dell’estrema destra.

La contestazione continuò anche per tutto l’autunno e l’inverno, e sembrava che nel

movimento fosse necessario ampliare l’orizzonte di lotta dei giovani e dunque i leader

del movimento tentarono di trovare nuovi obiettivi per la loro mobilitazione.

6. La cultura degli studenti e l’ampliarsi della contestazione

Gli episodi di contestazione studentesca criticavano, oltre che il sistema universitario,

anche in generale la società. Molti di questi giovani erano stati ispirati dalla lettura di

scritti classici del marxismo.

I giovani contestatori non volevano liberarsi solo dall’alienazione del sistema

capitalistico, ma anche dalle imposizioni culturali che erano conseguenti del tipo di

struttura economica.

Il Sessantotto fu ispirato anche largamente dalla realtà e dai miti del Terzo Mondo

come la Cina di Mao e la rivoluzione culturale o l’esperienza dei giovani di Praga.

Presentissimo era il riferimento alla Guerra del Vietnam e alla rivoluzione cubana.

Cominciava a comparire anche l’immagine di Yasser Arafat. Molto meno attraenti

risultavano invece i grandi personaggi della storia nordamericana come Kennedy o

Martin Luther King.

7. Sinistra vecchia e nuova

Il rapporto fra il vecchio partito del PCI e il nuovo movimento studentesco, nonostante

tutti li considerassero un’unica cosa, non era affatto lineare, anzi, molto spesso era

caratterizzato da incomprensioni e contrapposizioni.

Le varie anime del PCI, dal canto loro, esprimevano valutazioni assai differenti di

fronte all’affermazione del movimento studentesco. L’atteggiamento più duro fu quello

di Giorgio Amendola, mentre Luigi Longo si caratterizzò come pacato e disponibile al

confronto e lontano dall’animosità della destra del partito.

L’8 febbraio 1969 si aprì a Bologna il XII Congresso del partito che si svolse con toni

aspri e per la prima volta i dibattiti erano aperti al pubblico. Alla fine il congresso

elesse come vicepresidente del partito Enrico Berlinguer che era di fatto già il numero

uno del PCI.

Nel giugno 1969 ci furono dei problemi interni al partito, in quanto una frangia che

aveva dato vita alla rivista Il Manifesto era più vicina alla visione maoista che a quella

sovietica che invece contestava. Molti esponenti di questa frangia vennero espulsi dal

partito. Questa frangia andava a unirsi con le varie nate alla sinistra del partito. Tra

questi i gruppi filocinesi che fondarono a Livorno nel 1966 il Partito Comunista d’Italia

marxista-leninista con la parola d’ordine “ritorno al ‘21”. I gruppi filocinesi restarono

comunque piuttosto marginali entro il panorama politico dell’estrema sinistra

collegandosi alle lotte operaie e tentando di costruire un’organizzazione autonoma

esaltando l’antagonismo di classe e combattendo ogni forma di riformismo.

A settembre 1969 nacque a Torino Lotta Continua, fondato da gruppi studenteschi

radicati nelle università del Nord. Esso fu un movimento libertario ma caotico, attento

ai fermenti della società nel suo complesso, che si impegnò per la propaganda nelle

caserme e nelle carceri, guardando ai settori più emarginati della società. Si sciolse nel

1976.

8. La contestazione operaia e l’autunno caldo

La contestazione studentesca favorì e sostenne quella operaia, anche se quest’ultima

aveva cause e ragioni proprie. Venivano ora al pettine i problemi non risolti del periodo

del boom e poi dalle difficoltà del 1964 e dalle misure prese dagli industriali.

Il primo episodio di rilievo avvenne nella primavera del 1968, alla Marzotto di

Valdagno. Intanto montava a Sud la protesta dei braccianti, le cui richieste erano

essenziali: scontri duri avvennero in Puglia e in Sicilia.

Nell’autunno del 1968 la protesta passò alla Pirelli Bicocca di Milano dove iniziò una

lunga serie di vertenze fra maestranze e proprietà. L’accettazione da parte dei

sindacati di aumenti salariali modesti aveva provocato il malcontento dei lavoratori

che si organizzarono autonomamente ne CUB, Comitati Unitari di Base., organismi di

coordinamento spontaneo in grado di promuovere una reale partecipazione attiva dei

lavoratori alla lotta di fabbrica. La vertenza della Pirelli, coronata da una serie di

vittorie dei lavoratori, come il diritto di assemblea, la presenza del delegato sindacale

di reparto e la concessione del premio di produzione, divenne punto di riferimento pe

tutte le altre contestazioni operarie. Essa mise le basi per un nuovo modo di intendere

la mobilitazione operaia: gli obiettivi degli operai non furono più solo economici ma

anche di cambiamento dei rapporti di potere fra capitale e lavoro.

Di fronte ai problemi dei lavoratori i sindacati non avevano fatto nulla di efficace.

Nascevano ora i Consigli di Fabbrica, organismi di rappresentanza operaia, composti

da delegati di reparto, di squadra e di linea che venivano eletti dai lavorato e da essi

potevano essere revocati se non portavano a termine il programma prefissato.

Tra le richieste degli operai anche l’abolizione delle gabbie salariali che prevedevano

nel nostro paese minimi salariali diversi.

Inoltre venne aperta un’altra vertenza per la riforma dei sistema pensionistico, che

portò a un accordo con il governo sempre nel febbraio 1969.

Iniziò l’autunno caldo, la vertenza dei metalmeccanici risultò particolarmente dura

perché né Confindustria né l’Intersind volevano accettare che, oltre alla contrattazione

del livello nazionale, fosse legittima anche la contrattazione aziendale. Grazie alla

mediazione del ministro del Lavoro, che si schierò a favore delle richieste sindacali, si

arrivò a un accordo che prevedeva l’accoglimento quasi completo delle richieste dei

lavoratori.

Un altro elemento di questo periodo fu il tentativo da parte del sindacato, vista la

debolezza del centro-sinistra, di dare alle vertenze un carattere politico generale: il

movimento operaio divenne il propulsore delle riforme che il mondo politico non

riusciva ad attuare. Il sindacato era dunque portato ad assumere sempre più anche un

ruolo politico diretto.

Nel maggio 1970 venne approvato in Parlamento lo Statuto dei lavoratori che si

poneva l’obiettivo di tutelare i diritti costituzionali dei lavoratori.

6. Anni Settanta, anni di piombo (1969 – 1978)

1.Piazza Fontana

Dopo le elezioni del 19-20 maggio 1968 risultò difficile tornare a una maggioranza di

centro-sinistra: si costituì un governo monocolore democristiano guidato da Giovanni

Leone, ricreando la situazione del 1963 quando Leone creo il governo balneare.

Ma i vari partiti non riuscirono a trovare un accordo e Leone si dimise il 13 dicembre

1968, e gli succedette il primo governo Rumor, sostenuto da DC, PRI e PSI. La vita

del governo Rumor fu sempre condizionato dalle divisioni interne ed esso si dimise il 5

giugno 1969.

Nacque il secondo governo Rumor composto solo da democristiani che ottenne la

fiducia in Parlamento. Tuttavia questi governi misero in luce in fatto che la classe

politica era molto debole e impotente davanti ai forti stravolgimenti sociali del paese.

Il 25 aprile 1969 allo stand della FIAT alla Fiera Campionaria e alla stazione Centrale di

Milano esplosero due ordigni; in agosto si erano poi verificati altri otto attentati

esplosivi su treni per lo più circolanti in Veneto. L’apice fu raggiunto il 19 novembre

1969 in occasione dello sciopero generale per la casa indetto da CGIL, CISL e UIL. A

Milano si ebbe una vera e propria guerriglia tra polizia e manifestanti di estrema

sinistra, e un agente perse la vita. I poliziotti considerarono responsabili di questa

morte i contestatori, tanto che quella notte gli uomini dei reparti delle caserme di S.

Ambrogio insorsero, pretendendo di avere mano libera contro i manifestanti.

Il 12 dicembre 1969, alle h16.37, nel salone centrale della Banca Nazionale

dell’Agricoltura in piazza Fontana a Milano, scoppiò una bomba mentre gli sportelli

erano aperti e molti clienti si accalcavano per le operazioni bancarie. Nello stesso

giorno venne trovato un ordigno alla Banca Commerciale Italiana a Milano che

fortunatamente non scoppiò. Sempre lo stesso giorno si ebbero altre tre deflagrazioni

a Roma, alla sede nazionale della Banca Nazionale del Lavoro e presso l’Altare della

Patria.

La polizia diresse subito le indagini verso gli ambienti di estrema sinistra. La versione

della polizia divenne però insostenibile e le indagini proseguirono anche in altre

direzioni e nell’aprile 1971 furono arrestati due neofascisti veneti. Cominciarono così a

venire alla luce oscuri e inquietanti legami tra ambienti eversivi di estrema destra ed

elementi dei servizi segreti. Si arrivò all’apertura del primo processo sulla strage, nel

1972, tenuto dapprima a Roma, poi a Milano e infine a Catanzaro. Il processo si

concluse dopo sette anni, nel 1979, con la condanna all’ergastolo dei sospetti. Tuttavia

i tre condannati principali vennero assolti per insufficienza di prove. La Corte di

Cassazione annullò questa sentenza d’appello e fece svolgere a Bari un nuovo

processo, che confermò le assoluzioni. A vent’anni di distanza dalla strage si arrivò alla

conclusione che non esisteva alcun colpevole per Piazza Fontana.

La tragedia del 12 dicembre 1969 ebbe conseguenze devastanti per l’Italia: essa

mostrò tutta la fragilità dello Stato e del governo e aprì la strada a nuovi violenti

attacchi.

Almeno altri due nuovi episodi di sangue furono così direttamente provocati dalla

bomba di Piazza Fontana:

Il 17 maggio 1972 il commissario Luigi Calabresi venne ucciso da sconosciuti

→ sotto casa sua a Milano.

Il 17 maggio 1973, sempre a Milano, un sedicente anarchico, Gianfranco

→ Bertoli, lanciò una bomba all’esterno della questura di Milano, mentre era in

corso una manifestazione per ricordare proprio il commissario Calabresi

nell’anniversario della morte. Quattro persone rimasero uccise.

Dal 12 dicembre 1969 si inaugurò la strage della tensione, con il pesante intervento di

uomini dell’estrema destra neofascista ed eversiva.

2. La strategia della tensione e la destra eversiva

La strategia della tensione era caratterizzata da un insieme di trame, di attentati e di

stragi il cui scopo era quello di creare nel paese un clima di tensione. Questo clima

sarebbe stata la condizione necessaria per spingere verso l’istaurazione di uno Stato

forte.

Tra i protagonisti della strategia della tensione ci furono di sicuro le forze dell’estrema

destra e lo stesso MIS. Alla morte di Michelini nel 1969, come segretario del MIS di era

insediato Giorgio Almirante, già capo del gabinetto del ministero della Cultura Popolare

della RSI e rappresentante di un’area propriamente fascista che fino a quel momento

Michelini aveva tenuto ai margini del partito. Almirante intendeva recuperare la

tradizione socialrivoluzionaria del fascismo. La contestazione giovanile e operaia lo

aveva fato divenire punto di riferimento dell’opinione pubblica non solo di destra, ma

anche moderata.

Tutto ciò permise un rilancio dell’azione missina, che trovò sbocco anche in ricorrenti

azioni squadriste. Lo stesso Almirante aveva capitanato l’assalto all’università di Roma

del marzo 1968. Tra il 1969 e il 1975 vennero compiuti in Italia moltissimi atti di

violenza contro persone e cose.

L’estremismo di destra, forte dei legami nazionali e internazionali con ambienti militari

e dei servizi segreti, promosse anche veri e propri tentativi di golpe, come l’operazione

tentata fra la notte del 7-8 dicembre 1970 da Junio Valerio Borghese, con l’appoggio

di settori dell’esercito e del SID, di Militanti di Ordine Nuovo e di Avanguardia

Nazionale. Gruppi di uomini armati riuscirono a penetrare nella sede del ministero

degli Interni, al Viminale sostenuti da evidenti complicità, ma furono bruscamente

richiamati dallo stesso Borghese e la motivazione di ciò rimase misteriosa.

Si susseguirono una serie di stragi molto gravi, tra le quali quella alla Loggia a Brescia,

al treno Italicus espresso Roma-Monaco, scontri a Gorizia, a Milano. L’attentato più

grave si ebbe il 2 agosto 1980, quando alla stazione di Bologna una bomba collocata

nella sala d’aspetto provocò la morte di 85 persone e il ferimento di altre 200. Si trattò

del più grave atto terroristico mai avvenuto in Italia. Solo nel 1995 vennero

definitivamente condannati all’ergastolo i due terroristi di destra accusati

dell’accaduto.

La stagione delle stragi indiscriminate si concluse il 23 dicembre 1984, quando

un’altra bomba, collocata sul rapido 904 Milano-Roma causò 17morti e 130 feriti.

Un’altra grave vicenda di questo periodo fu l’insurrezione che si ebbe nel luglio 1970 a

Reggio Calabria, a seguito della decisione d scegliere Catanzaro come capoluogo della

neonata regione. Le dimostrazioni furono presto egemonizzate dall’estrema destra. Si

ebbero nel giro di pochi mesi incidenti, ferimenti, omicidi, sabotaggi e attentati

dinamitardi. La rivolta vide una straordinaria partecipazione popolare e l’erezione di

barricate in strada, tanto che servirono migliaia di uomini per riportare l’ordine, grazie

anche al compromesso raggiunto: Reggio Calabria sarebbe stata la sede del consiglio

regionale.

Tra i protagonisti degli intrighi di quegli anni ci fu anche la Loggia massonica P2 che

agiva fondamentalmente in quattro campi:

1. Tangenti prelevate su affari conclusi da enti e industrie pubbliche

2. Controllo dle credito bancario

3. Illecite esportazioni di valuta

4. Collocamento degli adepti al vertice delle rispettive carriere

Sono emerse evidenti responsabilità di aderenti alla Loggia massonica, e soprattutto

del suo capo Licio Gelli, nella strategia della tensione.

3. Crisi economica e crisi politica

Gli anni Settanta furono caratterizzati da una crescita economica lenta. La crisi era

legata al contesto internazionale e in particolare alla decisione del presidente Nixon

del dicembre 1971 di dichiarare l’inconvertibilità del dollaro, e svalutare così la moneta

per far fronte al forte disavanzo della bilancia dei pagamenti , dovuto alla perdita di

competitività dell’industria americana. Tale decisione era indotta dalle difficoltà in cui

si trovava il dollaro a causa della guerra del Vietnam e della sempre maggiore

concorrenza che gli USA incontravano.

Si assistette a una bufera monetaria che investì tutte le economie mondiali. In Italia le

ripercussioni della crisi furono particolarmente pesanti: la lira perse il 15% del suo

valore, e ciò portò a un aumento die prezzi delle materie prime, mentre diminuirono gli

investimenti, i consumi privati e cadde la produzione industriale.

A questa situazione si aggiunse, a seguito della guerra arabo-israeliana del Kippur, la

crisi petrolifera del 1973-74 indotta dalla diminuzione del 10% della produzione e

dall’aumento del 70% del prezzo del greggio: queste decisioni prese dall’OPEC

innescarono la recessione del 1974 in cui la produzione industriale subì una vistosa

contrazione, aumentò il prezzo di energia, materie prime, del lavoro con livelli

insopportabili.

Il governo italiano decise di adottare misure fortemente criticate dalla CEE, per frenare

il disavanzo:

• Tutte le importazioni, ad eccezione di quelle di materie prime, energia e beni

strumentali, furono sottoposte al vincolo del deposito del 50% del loro valore

presso la Banca d’Italia.

• Vennero imposte restrizioni valutarie per gli italiani che si recavano all’estero

per turismo.

• Vennero varate misure finanziarie finalizzate a ridimensionare l’uso di energia.

• Durante i giorni festivi le auto non avrebbero dovuto circolare e

successivamente potevano circolare a targhe alterne.

• Vennero aumentate generalmente le tariffe e istituita una imposta una tantum

sugli immobili, sulle automobili, sulle moto e sui natanti.

• Si stabilì l’anticipo del 10% delle imposte per i lavoratori autonomi e venne

aumentato il contributo delle imprese per le malattie.

Gli industriali inaspriti dalle difficoltà, radicalizzarono la polemica contro il movimento

sindacale. Un escamotage degli imprenditori in questa situazione di crisi fu quella di

scaricare i costi degli aumenti salariali sui prezzi.

Tra il 1974 e l 1980 l’Italia si caratterizzò per il più alto livello di inflazione tra i paesi

europei e per i tassi più elevati di disoccupazione e di disavanzo pubblico. Le politiche

restrittive introdotte per contenere l’inflazione portarono a una caduta degli

investimenti. In questo contesto prese corpo il fenomeno della stagflazione,

consistente in un connubio tra inflazione e stagnazione. Inoltre aumento moltissimo la

spesa pubblica.

Il secondo governo Rumor non resse e il 7 febbraio 1970 egli si dimise. Si apri

l’ennesima lunga e complicata crisi che si risolse il 29 marzo 1970 con la nascita del

terzo governo Rumor, a cui facevano parte anche i socialisti e i repubblicani. Il 6

luglio 1970 all’annuncio di uno sciopero generale indotto dalle confederazioni sindacali


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente L'Italia Contemporanea: Un Profilo Storico, 1939-2008 di Vecchio e Trionfini.
Gli argomenti trattati: 1. L’Italia nella guerra mondiale (1940-1943)
1. il patto d’acciaio e l’intervento in guerra.
Con il Patto d’Acciaio, firmato il 22 maggio 1939, si sancì l’alleanza politica fra
Italia fascista e Germania nazista. Inizialmente l’Italia aveva mantenuto un distacco prudente nei confronti della Germania, tanto che quando Hitler tentò per la prima volta l’annessione dell’Austria, nel 1934, Mussolini rispose schierando le truppe al Brennero.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Comunicazione, Media e pubblicità
SSD:

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