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Riassunto esame Storia contemporanea, prof. Coco, libro consigliato Il passato del nostro presente - Il lungo Ottocento, Lupo

Riassunto per l'esame di Storia Contemporanea, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Coco: Il passato del nostro presente, Lupo, dell'università degli Studi di Palermo - Unipa, facoltà di lettere e filosofia.

Esame di Storia Contemporanea docente Prof. V. Coco

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caratterizzazione compattamente contadina, per la mancanza di un elite propria e di identità

politica;

- I polacchi conosciuti per il loro spiccato spirito nazionale e per l’orgoglio della loro religione

cattolica;

- Gli ebrei infine possono essere proposti come quarto soggetto: restavano oggetto di pesanti

discriminazioni legali che li escludevano da gran parte del territorio imperiale. Si erano dunque

insediati nella fascia degli insediamenti, ossia quella occidentale, dal Baltico al Mar Nero. Il

pregiudizio delle popolazioni cristiane li rendeva vittime di violenze e massacri molto spesso.

La disomogeneità di cui abbiamo appena parlato ostacolava la formazione di idee ed orientamenti

collettivi analoghi a quelli che si stavano formando nelle società dell’Europa centro-occidentale.

intelligencija,

Unica eccezione era la cosiddetta gli intellettuali, un insieme di artisti e intellettuali

affascinati dalla cultura occidentale e per questo motivo detti occidentalisti oppure ancora coloro i

quali, d’altro canto, rivendicavano di essere invece slavofili.

Gli accenti di questi ultimi erano compatibili con la politica ufficiale dello zar perché si atteggiava a

protettore dei popoli che, al pari dei russi, erano di lingua slava e/o di religione cristiano-

ortodossa.

Lo zar continuava a richiamarsi ai remoti precedenti dell’impero bizantino o romani d’Oriente

autocrate

definendosi – cioè colui che trae il proprio potere da se stesso.

L’ostaggio. L’impero ottomano.

-

Possiamo definire quello ottomano come il terzo impero europeo dato che comprendeva le regioni

balcaniche con le popolazioni slave, romene, albanesi, greche. L’impero aveva poi una vesta

regione asiatica comprendente l’attuale Turchia, l’Iraq e la Siria. Di fatto indipendente anche se

sottoposta alla sua sovranità era il Nord Africa.

Il sultano si presentava da un lato come il protettore dei credenti nell’Islam, dall’altro come il buon

padre dei suoi sudditi di qualsiasi religione. Al pari di tanti monarchi europei dell’Antico regime

controllava direttamente con le sue armate e i suoi funzionari solo alcune parti giudicate cruciali

del suo dominio e per il resto si affidava ad intermediari locali. Difendeva le popolazioni contadine

dalle incursioni delle tribù nomadi. Metteva particolare attenzione nella tutela dei luoghi santi per

le diverse religioni in Palestina e dei percorsi del pellegrinaggio islamico verso La Mecca.

Era la sua logica tradizionalistica a rendere l’impero inadatto alla modernità: era anche divenuto

militarmente debole. Aveva perso le numerose guerre contro i russi e dovette cedere di fronte alle

grandi potenze intervenute in appoggio alla rivolta greca del 1821 in conseguenza della quale la

Grecia si costituì, prima dell’Europa orientale, regione indipendente e nazionale.

Agli occhi degli occidentali, da quel momento in poi, l’impero ottomano apparve come un grande

malato. Diciamo che si trattava di un ostaggio nelle mani delle grandi potenze.

Tentò di sfuggire a questa sorte il sultano Mahmud II con un’innovazione nella tradizione

ottomana in qualche modo analoga a quella dell’assolutismo illuminato europeo: egli contrastò

l’influenza degli ulema, cioè dei religiosi islamici, e demolì il potere dell’antica casta militare dei

giannizzeri.

L’impero ottomano era minacciato dai nazionalismi nella sua sezione europea, come dimostrano i

casi della Grecia e della Serbia seppure nelle loro diversità. Greci e servi definivano

sbrigativamente “turchi” i componenti delle minoranze islamiche presenti sul loro territorio. Per

quanto costoro parlassero anche la loro stessa lingua essi non ammettevano che potessero fare

parte della loro stessa nazione: così nei due paesi la guerra d’indipendenza assunse anche il

carattere di guerra civile e di religione. Va rilevato comunque che non tutti i serbi e non tutti i greci

entrarono a far parte della Grecia e della Serbia: infatti i serbi di Bosnia e i greci dell’Anatolia

restarono sudditi dell’impero.

Per quanto concerne in particolar modo la religione islamica molti studiosi ritengono che con il

suo carattere universalistico e con la sua capacità di collegare una quantità variegata di paesi e

popoli, abbia opposto un formidabile ostacolo al consolidarsi di identità particolaristiche come

quelle nazionali.

Il leone dei mari. L’impero britannico

-

La politica ottocentesca delle grandi potenze europee verso l’impero ottomano può esemplificare

informale,

la variante del colonialismo che definiamo per la quale il centro assume

progressivamente il potere delle periferie lasciando che queste conservino proprie istituzioni

statali, valendosi tuttavia di una sequenza di trattati ineguali sottoscritti dopo operazioni

intimidatorie che per questo motivo chiamiamo diplomazia del cannoniere.

La prima vera e propria colonia inglese in Europa fu l’Irlanda, cattolica e sovversiva cui non venne

mai concessa l’autonomia. C’erano poi la Nuova Zelanda, l’Australia, il Canada. Ma c’era

soprattutto l’India: in India gli inglesi erano giunti lungo l’asse dei commerci internazionali che

vedeva fin dal 500 le navi europee circumnavigare l’Africa e attraversare l’Oceano Indiano. L’india

era la porta dell’Asia, punto di giunzione con il grande impero cinese.

All’inizio del ‘700 comunque gli inglesi si erano ben guardati dallo scontrarsi con l’impero Moghul

e si erano limitati a creare una rete di basi portuali contemporaneamente di tipo commerciale e

militare e avevano creato una Compagnia delle Indie Orientali, una società privilegiata, cui era

stato concesso il monopolio dei commerci con l’India.

Nel nord-est l’imperatore Moghul aveva concesso alla Compagnia una base nel porto di Calcutta.

Ma nel corso del ‘700 con l’indebolimento dell’impero gli inglesi si lanciarono alla conquista: il

compito di amministrare i nuovi possedimenti fu lasciato alla stessa Compagnia, in particolare

nella vasta regione circostante Calcutta, il Bengala. La difesa era affidata ad un esercito

mercenario e le popolazioni locali erano obbligate a finanziare tutto attraverso tributi.

Con l’inizio dell’800 l’Inghilterra dominava gran parte dell’India ed essa era governata da inglesi o

retta da stati formalmente indipendenti ma operanti sotto la loro tutela.

Ma come riuscirono pochi europei ad assoggettare un paese di così antica civiltà come l’India? La

prima risposta rimanda alla superiorità britannica schiacciante sia via mare che via terra; la

seconda riguarda le debolezze indiane ossia:

- La disgregazione dell’impero Moghul e la seguente sequenza di guerre civili;

- Le divisioni religiose tra la maggioranza indù e la minoranza islamica;

- Le divisioni sociali rigide in una società articolata per caste, quindi per gruppi cui si apparteneva

per nascita;

- La disponibilità delle popolazioni locali a venire a patti con gli stranieri senza farne un problema

morale.

Da un punto di vista economico, mentre l’India passava da grande esportatore di tessuti di cotone

a grande importatore di tessuti realizzati in madrepatria, ovviamente la Compagnia doveva

rinunciare ai propri antichi privilegi commerciali, che non avevano più alcun senso.

La celebrata perizia degli artigiani indiani non potè reggere alla concorrenza dell’industria

meccanizzata degli inglesi, mentre il governo coloniale non faceva nulla per frenare il processo di

deindustrializzazione.

Nel frattempo il leone britannico aveva bisogno di un nemico e lo trovò nell’impero zarista: il

contrario di se stesso. Mentre in chiave economica questa contrapposizione non avrebbe senso,

potrebbe averne invece uno in chiave geopolitica, riguardante infatti il controllo dei territori: come

molti imperi anche quello britannico diede un’interpretazione estensiva al concetto di difesa,

convincendosi della necessità di prevenire le eventuali minacce.

Nel 1841 senza un evidente motivo gli inglesi superarono le frontiere nord occidentali attraverso

l’Afghanistan ma subirono una pesante sconfitta.

La vera crisi si ebbe tra il 1857 e il 1858 con la grande rivolta dei soldati dell’esercito anglo-

indiano -sepoys- che nel nord misero sul trono l’ultimo discendente della dinastia Moghul. La

rivolta venne ovviamente repressa ma i britannici a quel punto dovevano dare una forma più

coerente al loro potere per cui abolirono la Compagnia delle Indie, proclamarono la regina Vittoria

regina delle Indie e il governatore venne nominato vicerè; misero inoltre più attenzione al controllo

dei soldati e presero a reclutarli tra le minoranze etniche in modo da evitare solidarietà proto-

nazionali con le popolazioni locali.

Il Celeste Impero

-

L’impero cinese era abitato a metà Ottocento da circa il 35% della popolazione mondiale. Usiamo

il termine “impero” parlando di uno stato enorme, molto antico che considerava se stesso il

protettore della civiltà contro la barbarie. Ma non possiamo non rilevarne il carattere proto-

nazionale: infatti la maggior parte della popolazione apparteneva ad un unico gruppo etnico detto

han, che possiamo considerare il fulcro della grande civilizzazione cinese.

mandarini,

A governare l’impero sotto la dinastia Qing erano dei funzionari, chiamati selezionati

mediante una serie di esami. Quindi di fatto era un sistema aperto a tutti anche se gran parte dei

mandarini di fatto proveniva da una classe di proprietari fondiari.

Il potere centrale era assoluto, ma solo fino ad un certo punto, perché restavano fuori dal suo

diretto controllo corporazioni, clan, associazioni religiose, società segrete e le periferie.

Vanno segnalati i problemi dell’impero nel primo ventennio del secolo: primo fra tutti il crescente

consumo di oppio da parte dei cinesi che va considerato indicativo di difficoltà sociali e culturali.

C’erano poi le numerose rivolte: le popolazioni insorte ritenevano che l’idea confuciana di buon

governo non venisse più rispettata. Anche in passato c’erano state crisi di questa natura ma in

quel periodo la dialettica era complicata dalla presenza degli occidentali.

Il governo cinese comunque non era del tutto ostile ai commerci e consentiva che i mercanti

britannici lavorassero nel porto meridionale di Canton da cui partiva il tè e in cui giungeva l’oppio.

Questa droga però creava gravi problemi sociali e il governo cinese ne proibì sia il consumo che il

commercio: al diritto dei cinesi di tutelarsi dal turpe commercio, gli inglesi contrapposero il diritto

di proprietà dei mercanti di droga. La guerra dell’oppio (1839/42) dimostrò che la Cina non era

sicuramente in grado di competere con la superiorità degli inglesi. Infatti il conflitto si concluse

con la stipulazione di un trattato ineguale che obbligò i cinesi a pagare una somma di denaro a

titolo di riparazione e ad aprire altri porti ai commerci occidentali, nonché a cedere l’isola di Hong

Kong dove gli inglesi edificarono una grande base navale e commerciale.

Nessuno comunque pensò ad una soluzione di tipo indiano, cioè a sottoporre la Cina ad un

dominio coloniale diretto: infatti la Cina aveva 400 mln di abitanti e una tradizione statale unitaria.

L’unica strada in questo caso era quella dell’imperialismo indiretto.

Ne derivò comunque una crisi dell’impero che portò alla grande rivolta dei Taiping, tra il 1850 e il

1864 che sconvolse la parte meridionale del paese. Fu un movimento religioso basato sulla

rielaborazione di temi cristiani: si ridistribuirono le terre, si emanciparono le donne.

Gli occidentali all’inizio guardarono con simpatia ai Taiping, ma temendo il caos appoggiarono il

governo per la repressione.

Ad ogni modo gli inglesi ed i francesi mossero contro l’impero nel 1860 una seconda guerra che

ebbe lo stesso risultato della prima: trattati ineguali, indennità di denaro, privilegi di

extraterritorialità. Soffermiamoci su quest’ultimo punto: essi erano imposti ai cinesi per garantire il

quadro giuridico ritenuto necessario all’esercizio di attività economiche moderne. Però la

sovrapposizione di differenti sistemi giuridici determinavano solo confusione.

Per quanto riguarda invece il Giappone possiamo dire che questo paese aveva un’economia

ancora più dinamica di quella cinese e per quanto il suo stato si chiamasse impero, si trattava più

che altro di un regno basato su antiche tradizioni culturali e statali e dotato di una spiccata

identità proto-nazionale.

L’imperatore non aveva potere reale, ma dominava nei fatti una forte aristocrazia, anche se a

shogun.

partire dal XVII secolo il governo era appannaggio per diritto ereditario di uno

shogun

Nel 1853 la flotta statunitense obbligò lo ad aprire i suoi porti e a sottoscrivere trattati

ineguali i cui vantaggi vennero estesi anche alle potenze europee. Si osservi la contraddizione

strutturale dell’imperialismo indiretto: sottomette le istituzioni locali, ma le delegittima di fronte ai

loro stessi sudditi ed impedisce che svolgano le tradizionali funzioni d’ordine.

L’impero americano

-

Risulta ardua l’applicazione della nozione di Stato-nazione agli Stati uUniti della prima metà

dell’Ottocento: a quel tempo molti pensavano che la legittimità e la sovranità fossero patrimonio

dei singoli stati che formavano l’unione, non del governo federale.

Inoltre vi erano profonde differenze tra il Nord, in cui la società era di tipo agricolo ma con una

forte componente urbana, marittima, mercantile ed industriale; e il Sud in cui l’agricoltura era

prevalente, soprattutto aveva un ruolo fondamentale la piantagione basata sulla schiavitù.

Saremmo portati a pensare alla schiavitù del primo Ottocento come ad un’istituzione superata

dopo la proibizione della tratta cioè del commercio transoceanico di esseri umani dall’Africa,

sancita nel 1815 dal congresso di Vienna. Ma essa restò invece ben viva grazie alla sua efficienza

produttiva.

La schiavitù determinava un tipo di ineguaglianza tra gli esseri umani non rinvenibile negli stati-

nazione europei, comparabile solo forse con la situazione degli imperi coloniali.

La schiavitù nel Sud degli Stati Uniti veniva a segnare giuridicamente la condizione di libertà dei

bianchi.

Tra i nordisti invece si stava facendo largo un’altra idea, cioè relativa al lavoro salariato che non

veniva visto solo come un male necessario ma come condizione di una società moderna e

dunque libera.

Nel frattempo al Nord giungevano immigrati da tutti i paesi europei, soprattutto dalla Germania e

dall’Irlanda: erano destinati a mettere in discussione l’originaria identità del paese (piccolo

proprietaria e protestante) mentre gli irlandesi come sappiamo erano salariati e cattolici.

Comunque gli stati del nord abolirono la schiavitù mentre quelli del sud ne facevano il fulcro della

propria identità: i due gruppi individuarono come il 36esimo parallelo e mezzo il confine tra l’area

in cui la schiavitù era legale e quella in cui era proibita.

Il nord lamentava però il complotto contro la democrazia da parte dell’aristocrazia sudista, mentre

il sud temeva che un giorno i nordisti avrebbero abolito la schiavitù attraverso una legge federale.

La secessione dell’Unione fu per la prima volta minacciata da uno stato del Sud nel caso in cui il

governo federale si fosse rifiutato di abbassare le barriere doganali: infatti i sudisti chiedevano una

svolta in senso liberista pensando che così avrebbero esportato con più facilità il proprio cotone e

acquistato manufatti a prezzi più vantaggiosi.

Per quanto riguarda il rapporto con il colonialismo, in America non poteva che essere il governo

federale a farne i conti, con una successione di accordi:

- Acquisto dai francesi del territorio della Louisiana;

- Acquisto della Florida dagli Spagnoli;

- Accordo con i Britannici sui confini canadesi e sull’acquisizione dell’Oregon;

- Acquisto dell’Alaska dai Russi

E non poteva che essere il governo federale a realizzare l’occupazione di fatto: per esempio in

Florida venne promossa una guerra di sterminio delle popolazioni indigene.

LA DOTTRINA MONROE

La lotta per l’indipendenza dell’America Latina fornì agli Stati Uniti l’occasione per affermare il

proprio ruolo di potenza emergente e garante dell’equilibrio occidentale.

In un messaggio al congresso nel 1823, il presidente Monroe dichiarò che da quel momento in poi

il continente americano non doveva essere considerato oggetto di futura colonizzazione da parte

di nessuna potenza europea e che gli Stati Uniti consideravano come atto ostile nei loro confronti

ogni intervento europeo in America. dottrina di Monroe

La proclamazione di questi principi definita come ebbe immediato riscontro

nel 1824, quando la lotta di liberazione delle colonie latino americana si compì senza che nessuna

potenza europea venisse in appoggio della Spagna.

Gli Stati uniti, una volta stabiliti buoni rapporti con la Gran Bretagna si trovarono così nella

posizione di potenza egemone di un continente.

Ben presto il Messico dovette subire la pressione espansionistica del potente vicino: oggetto

principale del contrasto fu il Texas diventato meta di una forte immigrazione. Esso si staccò dal

Messico nel 1836 e nel ’45 diventò membro dell’Unione.

Ne seguì una guerra tra USA e Messico che durò tre anni (dal 1845 al 48) e si concluse con una

netta vittoria dei primi, che si impadronirono di tutti quei vastissimi territori che si estendevano dal

Golfo del Messico fino alla Costa del Pacifico.

Interludio: 1848

Tra il gennaio e il marzo 1848 un’ondata rivoluzionaria sconvolge l’Europa.

La prima insurrezione si realizza alla periferia del continente, Palermo, mentre la seconda nel suo

centro, a Parigi, a cui seguono Vienna, Berlino, Milano e Venezia. Il moto si trasmette da un luogo

all’altro quasi simultaneamente. La repubblica trionfa subito in Francia insieme alla democrazia,

all’idea del suffragio universale maschile. In Germania, nell’impero asburgico, in Italia, i governi

placano gli insorti promettendo libertà, cioè ordinamenti costituzionali liberali.

grande-tedesca

In Germania si riunisce la Dieta, dove emergono contrapposizioni: ipotesi che

piccolo-tedesca,

vuole comprendere l’Austria in una costituenda federazione; ipotesi con

l’iniziativa prussiana di costituire uno Stato nazionale che lasciasse fuori l’Austria.

Quanto al Lombardo-Veneto, le truppe austriache, scacciate da Milano e Venezia, si attestano agli

ordini del loro comandante Radetzky intorno a Verona. Nel resto d’Italia, i regnanti hanno già

concesso Costituzioni liberal-moderate con il limite censitario al diritto di voto: regno di Sardegna,

Graducato di Toscana, Stato della Chiesa, regno delle Due Sicilie. Il movimento patriottico invita i

vari Stati della penisola a formare una Lega. Il re Carlo Alberto potrebbe mobilitare il suo esercito,

non solo per acquisire meriti patriottici, ma anche per finalità dinastiche.

A Milano tra l’altro non tutti desiderano l’annessione al Piemonte. Carlo Alberto finisce per giocare

la carta della guerra: i piemontesi entrano a Milano, ma restano diffidenti verso i democratici locali

che pure hanno scacciato gli austriaci con l’insurrezione delle Cinque giornate, verso i volontari

che accorrono da tutta Italia, verso Garibaldi.

Ma la primavera sta finendo e l’ondata rivoluzionaria europea comincia a defluire da Parigi. Inizia

una seconda repubblica basata su una Costituzione democratica, un’unica assemblea

parlamentare eletta a suffragio universale e un presidente eletto anche lui dal popolo, Luigi

Napoleone Bonaparte. Nel Lombardo-Veneto Radetzky passa al contrattacco: sconfigge i

piemontesi. Sia Vienna che a Berlino la rivoluzione viene schiacciata. L’Ungheria, sulla strada per

l’indipendenza, crea un esercito nazionale che ottiene successi contro quello imperiale. Nel 1849

l’imperatore Francesco Giuseppe dichiara di credere in un’Austria unica e indivisibile, tramite al

Costituzione.

Il Papa Pio IX fugge da Roma mentre vi affluiscono un gran numero di patrioti, tra cui Mazzini e

Garibaldi. Viene proclamata la repubblica romana, e di fronte a questa iniziativa “rivoluzionaria” la

monarchia sabauda tenta di recuperare riaprendo le ostilità contro gli austriaci. Si mobilita intanto

contro i democratici italiani un nemico imprevisto: l’esercito francese, che tenta di restaurare il

potere temporale del papato. La resistenza a Roma è organizzata da Garibaldi, ma il nemico è

troppo forte e la repubblica viene travolta.

L’ondata rivoluzionaria si riassorbe con la stessa rapidità con cui è montata. Nulla di simile si

realizzerà mai più.

4. Unificazioni statali

Tra il 1859 e il 1871 l’Europa è attraversata da una radicale sequenza di guerre esterne e guerre

civili. Vecchi stati nazione si rafforzano (Gran Bretagna, Francia), nuovi se ne formano laddove non

esistevano (Italia, Germania), o superano una congenita fragilità (Usa).

Autoritarismo più modernizzazione

-

Nel 1851 il presidente della repubblica francese, Luigi Napoleone Bonaparte, sciolse il parlamento

promuovendo un colpo di Stato e chiedendo al popolo di approvare la sua azione con un

plebiscito a suffragio universale. Egli ottenne il consenso popolare e nel ’52 attribuì il titolo di

imperatore con il nome di Napoleone III. Si può ancora parlare di bonapartismo: il nuovo regime

prevedeva limitazione delle libertà politiche e di stampa, persecuzione degli oppositori,

incoraggiamento allo sviluppo economico.

Intanto nell’impero asburgico Francesco Giuseppe tornava all’assolutismo annullando la

Costituzione concessa nel marzo 1849, ma lasciando in vigore le riforme anti feudali.

I patrioti italiani consideravano superata sia l’ipotesi repubblicana che quella federalista: offrì loro

una valida sponda Vittorio Emanuele II, successo al trono al padre Carlo Alberto, conservando la

Costituzione emanata nel ’48 – lo Statuto albertino.

Capo del governo in questo periodo era Massimo D’Azeglio, a cui successe nel 1852 Camillo

Benso, conte di Cavour. Liberale moderato, sapeva bene quale arretratezza economica e culturale

affliggesse l’Italia. Fece dunque in modo che il Piemonte infittisse le relazioni commerciali con

l’Europa progredita. Rafforzò anche le relazioni diplomatiche e nel 1855 schierò un contingente

piemontese in sostegno all’armata anglo-francese in Crimea.

L’ideale politico di Cavour era quello di un liberalismo moderato: egli era infatti convinto che

l’ampliamento delle basi dello stato doveva essere attuato con gradualità nell’ambito di un

sistema monarchico costituzionale promotore di riforme e trasformazioni che, a suo giudizio,

costituivano l’unico antidoto alla rivoluzione e al disordine sociale.

Da un punto di vista politico Cavour entrò a far parte del governo D’Azeglio già nel 1850 come

ministro per l’Agricoltura e il Commercio.

Prima ancora di diventare presidente Cavour si era reso protagonista di una piccola rivoluzione

parlamentare, promuovendo un accordo tra l’ala più progressista della maggioranza moderata, di

cui egli stesso era leader e la componente più moderata della sinistra democratica, capeggiata da

Rattazzi. Dall’accordo che fu detto connubio nacque una nuova maggioranza di centro che

relegava all’opposizione sia i clericali conservatori, sia i democratici intransigenti.

In questo modo Cavour poté ampliare la base parlamentare del suo governo e spostarne l’asse

verso sinistra, il che gli consentì non solo di fare propria la politica patriottica e anti austriaca

sostenuta ma anche di rendere più incisiva la sua azione riformatrice in campo politico ed

economico.

Cavour si impegnò anche per sviluppare l’economia del suo paese e per integrarla nell’ampio

contesto europeo.

Premessa essenziale della sua politica fu l’adozione di una linea liberoscambista: furono stipulati

trattati commerciali con la Francia, con la GB e con l’Austria e fra il ’51 e il ’54 venne

gradualmente abolito il dazio sul grano.

Sul versante delle opere pubbliche vennero costruite strade e canali e vennero sviluppate le

ferrovie. Proprio a causa del progresso sia da un punto di vista politico che da un punto di vista

economico tra il 1849 e il 1860 molti esuli di altri stati italiani si trasferirono in Piemonte, nel regno

Sabaudo.

Per quanto riguarda la politica estera possiamo dire innanzitutto che Cavour non aveva tra i suoi

obiettivi l’unità italiana: la sua azione fu piuttosto orientata verso gli scopi tradizionali della

monarchia sabauda ossia allargare i confini del Piemonte a scapito dei domini austriaci e degli

stati minori del Centro Nord.

Lo zar Alessandro II promosse nel 1861 l’abolizione della servitù contadina. Provò anche lui, come

Napoleone III e Francesco Giuseppe, ad appoggiarsi sul tradizionalismo contadino per realizzare

mir)

una stabilizzazione neo-conservatrice. La gran parte delle comunità rurali (in russo adottò un

sistema di proprietà collettiva e redistribuzione periodica delle terre ai capi-famiglia. Gli oppositori

giudicarono eccessiva la parte delle terre toccata ai nobili e, seguendo una linea che diciamo

populista, protestarono contro la perdurante oppressione sociale. Altri invece guardarono con

favore al sistema dei mir, considerato come una sorta di proto-comunismo.

Il discorso letterario: i miserabili

-

L’autoritarismo del secondo impero napoleonico spiccava per vocazione demagogica ovvero per

la ricerca di un consenso di massa. Ne derivavano grandi contraddizioni per cogliere le quali ci

basiamo su un romanzo scritto nel 1862 da Victor Hugo: I miserabili.

La trama sinteticamente è la seguente: Jaen Valjean, un povero contadino, spinto dalla miseria

ruba un pezzo di pane. Viene arrestato e condannato a cinque anni di lavori forzati, che salgono a

diciannove per i continui tentativi di fuga. Quando torna libero dopo aver conosciuto in carcere

ogni sorta di abbrutimento, viene emarginato da una società chiusa e ostile. Perseguitato dal

perfido poliziotto Javert, è aiutato dal gesto pietoso del vescovo Myriel, che lo perdona di avergli

rubato due candelabri e lo induce a cambiare vita. Valjean si fa chiamare signor Madeleine e

diventa presto un ricco e stimato cittadino di Montreuil-sur-Mer. Divenendo addirittura sindaco

della cittadina si adopera in favore dei miserabili. Protegge da Javert Fantine, sedotta e

abbandonata da uno studente e diventata prostituta per nutrire la figlioletta Cosette. Il suo

intervento conferma Javert nel sospetto che Madeleine e Valjean siano la stessa persona. Un

giorno un pover'uomo di nome Champmathieu è arrestato per furto e accusato di essere l'ex

galeotto Valjean. Al termine di una profonda crisi di coscienza, Valjean, incapace di tollerare che

un innocente rischi il carcere a vita, decide di autodenunciarsi e viene arrestato. Riesce

nuovamente a fuggire. Strappa Cosette ai malvagi Thénardier, presso cui era a servizio, e si reca a

Parigi con lei, che adotta come propria figlia. Prende il nome di Fauchelevent e conosce Marius

de Pontmercy, figlio di un generale dell'impero, sostenitore della causa del popolo. Con lui e il

monello Gavroche partecipa all'insurrezione parigina del 1832, durante la quale ha l'occasione di

salvare la vita all'inflessibile Javert e allo stesso Marius. Il matrimonio tra Cosette e Marius e la

serena morte di Valjean concludono la vicenda.

Viene messo immediatamente alla luce come la condotta del secondo impero consenta che i

sospetti vengano messi nella condizione di non nuocere e che i loro movimenti siano controllati

attraverso istituti come il divieto di soggiorno, creando archivi per la loro schedatura sistematica.

In pratica per tenere a freno i miserabili, sia i conservatori che i liberali moderati contano sulle

misure preventive di Javert, il poliziotto, più che sui magistrati, cui toccherebbe stando alla

divisione dei poteri. Javert disprezza la compassione e applica alle masse una pedagogia dura e

senza sconti: al pari dei liberisti più intransigenti pensa che la filantropia statale finisca con

l’incoraggiare la pigrizia e con il premiare il vizio. Dalla prospettiva del 1862 e dalla sua posizione

di oppositore del secondo impero, l’autore guarda alla storia francese accusando i conservatori e i

moderati di avere visto nelle classi laboriose null’altro che classi pericolose.

Hugo vuole convincere il pubblico che non necessariamente l’abiezione rappresenta la

conseguenza di colpe individuali e denuncia la contraddizione tra la durezza con cui vengono

stigmatizzati dall’occhio sociale i vizi dei poveri e l’indulgenza verso quelli dei ricchi.

Guerra patriottica e guerra civile in Italia

-

Cavour puntò sull’alleanza con Napoleone III in quella che i patrioti definirono una “seconda

guerra d’indipendenza” scoppiata nel 1859, combattuta in Lombardia dai piemontesi. Arrivò la

battaglia di Solferino che segnò il loro trionfo, ma subito dopo venne anche l’improvvisa decisione

francese di porre fine alla guerra con un accordo che consegnava la Lombardia ai piemontesi e

lasciava il Veneto agli Austriaci. Nel 1860 avvenne dunque l’unificazione del’Italia centro-

settentrionale sotto i Savoia.

L’Italia era come divisa in tre Stati indipendenti: centro-settentrionale, centrale e meridionale. Il

primo era monarchico costituzionale; il secondo assolutista e teocratico, un fossile storico in

grado di sopravvivere solo grazie al sostegno di Napoleone; il terzo che, sotto i Borbone,

rappresentava per i liberali l’idea stessa della tirannide. La sua impopolarità era massima in Sicilia,

contro il detestato centralismo “napoletano”. Al diffondersi di notizie su una nuova insurrezione

siciliana, mille patrioti in armi guidati da Garibaldi partirono dalla Liguria e sbarcarono nell’isola nel

maggio 1860, ottenendo travolgenti successi militari. Sbarcarono poi in Calabaria, potendo

facilmente puntare verso Nord contando su un grande afflusso di nuove reclute. Garibaldi giunse

a Napoli, ma Cavour decise a questo punto di non lasciargli ulteriormente spazio e ordinò

all’esercito piemontese di puntare a sua volta verso Sud, travolgendo la resistenza pontificia in

Umbria e nelle Marche. Nell’ex regno borbonico il potere viene assunto dai delegati del governo di

Torino, che sciolsero bruscamente l’esercito “meridionale” garibaldino e liquidarono senza

complimenti lo stesso Garibaldi. Nel febbraio 1861 si riunì nella nuova capitale Torino un

parlamento che proclamò il regno d’Italia. Ne restavano fuori il Lazio sotto governo pontificio e il

Veneto sotto governo asburgico.

Subito si diffusero voci su un prossimo intervento austriaco in sostegno della caduta dinastia, e

nutrite bande di guerriglieri filo-borbonici misero a ferro e fuoco le campagne dell’Abruzzo. I

liberali si rifiutarono di riconoscere ai guerriglieri lo status di parte combattente, ma piuttosto di

briganti. Nel 1863 viene emanata una legge “straordinaria” che inserisce la loro repressione in un

contesto di legalità.

La guerra civile americana

-

Nel 1861 gli Usa si spaccavano. Gli Stati del Sud proclamarono la secessione e crearono una

propria confederazione, quelli del Nord restarono nell’Unione. È l’esito di controversie tra i singoli

Stati e il governo federale, sul protezionismo doganale del Nord e il libero-scambismo del Sud,

ma soprattutto l’abolizione o il mantenimento della schiavitù.

Vennero le elezioni presidenziali del 1860 e i democratici si spaccarono sulla linea Nord-Sud. I

repubblicani presentarono Abraham Lincoln, contrario alla proibizione della schiavitù con legge

federale. Ma la sua elezione provocò la frattura: 11 stati dichiararono la secessione come

Confederazione, mentre gli altri 21 rimasero nell’Unione. Enorme era la superiorità di quest’ultima

nel campo economico e industriale. Eppure l’andamento della guerra fu nel primo biennio

equilibrato. I sudisti si mobilitarono in armi subito e con tutte le loro forze, mentre l’opinione

pubblica nordista, finché l’obiettivo restava solo quello di sottomettere i “ribelli”, non poteva

mobilitarsi con la stessa passionalità e coerenza. Lincoln si risolse nel 1863, emanando un

“Proclama di emancipazione degli schiavi”. Il conflitto si risolse con la resa dei confederati nel

1865. Mentre un emendamento costituzionale proibiva la schiavitù ovunque nel territorio degli

Stati Uniti, Lincoln fu assassinato da un sudista in cerca di vendetta.

Imperi di nuovo conio

-

Un anno dopo la fine della guerra civile americana si mise in moto la Germania. Al cancelliere

prussiano Otto von Bismarck toccò un ruolo in qualche modo analogo a quello svolto in Italia da

Cavour. Non era liberale, ma conservatore, che si guadagnò i consensi dei patrioti sostenendo il

sovrano Guglielmo I nella guerra che nel 1866 vide l’alleanza tedesca settentrionale, guidata dalla

Prussia, trionfare sull’alleanza tedesca meridionale guidata dall’impero asburgico. Accanto ai

prussiani si schierarono gli italiani che riuscirono a acquisire il Veneto grazie alla mediazione di

Napoleone III. Dopo questa “terza guerra d’indipendenza”, rimasero sotto sovranità asburgica le

popolazioni di lingua italiana del Trentino e quelle della regione circostante Trieste e Udine e

dell’Istria.

L’ostilità dei francesi fornì uno stimolo alla riconciliazione tra Germania filoprussiana e

antiprussiana, quindi nel 1870 la Prussia guidò una coalizione di Stati tedeschi contro la Francia,

sconfiggendola. Il regime napoleonico non sopportò lo shock, e venne proclamata la repubblica.

Come nel 1793, i repubblicani radicali invocarono la resistenza a oltranza contro lo straniero

accusando monarchici e repubblicani moderati di tradimento. I radicali assunsero il controllo della

Comune di Parigi, ma i moderati conquistarono la maggioranza dell’Assemblea costituente.

Fu dunque un governo controllato dai secondi a sottoscrivere l’armistizio coi prussiani.

Nel 1871 i “comunardi” vengono massacrati dall’esercito.

Nel 1871 nacque l’impero tedesco, come federazione in cui confluirono, insieme alla Prussia e a

esclusione dell’Austria, gli Stati dell’antica Confederazione germanica. Nel Reich, i prussiani

mantennero un ruolo dominante nell’alta burocrazia. Bismarck fu confermato alla guida del

Bundesrat,

governo. Nacquero nuove assemblee federali: Senato rappresentativo dei diversi Stati;

Reichstag, Camera dei deputati eletta a suffragio universale maschile. Era un parlamento dai

poteri alquanto limitati, il governo dipendeva in tutto dal monarca e non aveva bisogno per

funzionare della fiducia parlamentare. La nuova Germania si conferma il paese militarmente più

forte.

Per quanto riguarda l’impero degli Asburgo, nel 1867 un accordo con l’Ungheria andò a dividere il

territorio in due Stati, austriaco e ungherese, che conservavano però esercito comune e un solo

monarca di casa Asburgo.

Quanto all’impero zarista, si attuò un processo di “russificazione” attraverso l’imposizione della

lingua e della cultura russa nell’amministrazione, nei luoghi di mercato, nelle scuole inferiori e

superiori. Ne derivò un peggioramento della condizione di alcuni gruppi etnici, così come un

aumento delle persecuzioni contro gli ebrei.

Il discorso politico: che cos’è una nazione

-

Vinta la guerra del 1870, i tedeschi pretesero di inglobare nel loro nuovo Stato l’Alsazia-Lorena,

regione francese di frontiera in passato appartenuta allo spazio politico tedesco. I vincitori si

guardarono però dal consentire che costoro si esprimessero con un plebiscito: era infatti

largamente previsto che in tal caso avrebbero optato per la Francia.

Nella realtà storica, il legame tra popolo, lingua e territorio non è affatto così ferreo come vogliono

far credere i nazionalisti. Non ogni gruppo umano può essere definito nazione, né tanto meno la

Che cos’è una nazione).

popolazione di ogni Stato forma una nazione (Renan, Una nazione è

un’anima, un principio spirituale. Due cose, che nella realtà sono una cosa sola, costituiscono

quest’anima e questo principio: una è nel passato e l’altra nel presente. Una è il comune

possesso di una ricca eredità di ricordi, l’altra il consenso attuale, il desiderio di continuare

insieme. La nazione viene quindi considerata come una creatura storica complessa, non come

mero sottoprodotto di pre-condizioni razziali, linguistiche, religiose, geografiche.

5. L’Italia liberale

Emblematico il motto “fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani” attribuito a Massimo D’Azeglio. Questo

motto vorrebbe prospettare un paradosso tipicamente italiano. Tutti gli Stati dell’Europa si

assumono nel secondo ‘800 il compito di nazionalizzare le masse, cioè di coinvolgere tutti i

cittadini nella vita nazionale. Tale missione si prospetta ardua in Italia, ma non è diversa da quella

intrapresa altrove.

Il volto della nazione risorta

-

L’Italia era debole perché mancavano le risorse che fanno la forza gli Stati: l’economia e

l’organizzazione sociale. Ma le risorse che più mancavano erano quelle culturali perché

l’analfabetismo nel 1861 riguardava il 75% della popolazione.

Il nuovo Stato optò per l’accentramento amministrativo. Lo Statuto albertino nel complesso dava

allo Stato carattere liberale e laico, sancendo l’eguaglianza civile tra i cittadini, le libertà di

pensiero e di espressione, e la divisione dei poteri. La scomparsa di Cavour lasciò spazio a

Vittorio Emanuele II e al cosiddetto “partito di corte”, formato da aristocratici e militari. Accadde

negli anni seguenti che il capo del governo fosse scelto sulla base di un mero rapporto fiduciario

col re. È il caso del piemontese Urbano Rattazzi. I deputati alla Camera erano eletti a suffragio

maschile ristretto (2% della popolazione totale). Il Senato era invece di nomina regia.

self-government

Il paese, sul modello del inglese, venne diviso in province, ciascuna delle quali

affidata ai prefetti. Si crearono due partiti derivati da quello ex cavouriano e da quello democratico

destra e sinistra.

già mazziniano e garibaldino: Non avevano strutture permanenti.

La destra si identificava maggiormente in quell’idea oligarchica della vita pubblica. Per quanto

liberista, si convinse della necessità di un intervento dello Stato nell’economia, soprattutto per

costruire infrastrutture. Tassò pesantemente sia la proprietà fondiaria che i consumi popolari e

vendette beni pubblici o demaniali, compresi quelli ecclesiastici. All’inizio degli anni ’70 il bilancio

pubblico era risanato.

La sinistra chiedeva però più impegno sulla costruzione “morale” della nazione, con

l’allargamento del suffragio “con prudenza”, un minore controllo governativo sugli enti locali e una

generale minore autorità in tutto il sistema, caratterizzata da uno squilibrio nelle distribuzione

territoriale degli incarichi di potere. Si formò una sinistra cosiddetta “giovane”, vicina ai moderati,

ma che confluì con la sinistra “storica” per le elezioni del 1874.

Le due opposizioni ebbero grande successo soprattutto al Sud. Il re vide la necessità della svolta

e nominò alla guida del governo il leader dell’opposizione Depretis. Non fu una rottura brusca: si

trasformismo,

parla di per indicare la trasformazione dei due partiti, il loro riavvicinamento, la loro

scomposizione in sottogruppi. Egli vinse le elezioni politiche del ’76 appoggiato sia dagli uomini di

sinistra che dal consenso degli uomini di destra.

Nord e Sud

-

La frammentazione politica corrispondeva a una frammentazione economica. La voce maggiore

dell’esportazione italiana era quella della seta grezza, mentre le capacità di esportazione dell’Italia

meridionale erano legate alle coltivazioni arboree, come l’olivo, che però era di pessima qualità. Al

prezzo di grandi sforzi venne completata una linea ferroviaria Nord-Sud. Per le esportazioni il

Mezzogiorno utilizzava comunque la via del mare, dato che sulle aree costiere si concentrava la

sezione più redditizia della sua agricoltura. Ma c’erano evidenti svantaggi rispetto al Nord, che era

più vicino a mercati importanti, con comunicazioni stradali e ferroviarie più agevoli.

Insomma il dualismo tra Nord e Sud c’era, ma c’era anche la distanza di tutta l’Italia dagli

standard dell’Europa più progredita. Sbagliata è la tesi di un contrasto tra Nord “borghese” e Sud

“feudale”. La borghesia era infatti onnipresente in Italia, con una comune fede nel progresso. Il

feudalesimo invece non esisteva, ma si deve piuttosto fare riferimento al latifondo che imperava in

certe aree interne e collinari del Sud. Questi possedenti si limitavano a far fruttare le terre e vivere

mezzadria,

delle rendite, piuttosto che investire. Diffusa nell’Italia centrale era invece la cioè un

contatto agrario così detto perché imperniato su una divisione “a metà” del raccolto tra un

proprietario e un contadino che impiegava il lavoro della sua famiglia.

Idee di progresso

-

I leader della sinistra erano in fondo liberisti, al pari di quelli della destra. Al massimo ci si

dichiarava contro il latifondo. I governi post-unitari avevano cercato di creare un ceto di medi o

piccoli proprietari contadini distribuendo terreni demaniali. Sotto il profilo economico-agrario, ciò

portò a risultati ambivalenti: cattivi per le terre di scarso valore produttivo, positivi per quelle

trasformabili in colture ad alto reddito.

Nel 1870 si era giunti alla presa di Roma. Seguendo però il motto di Cavour “libera Chiesa in

libero Stato”, l’Italia rinunciò a ogni pretesa di controllo dell’organizzazione ecclesiale. Garantì

totale autonomia al magistero papale già subito dopo la presa di Roma, con la legge “delle

guarentigie” che riconosceva l’extraterritorialità dei palazzi vaticani nonché un congruo

finanziamento annuo alla Chiesa.

La riforma elettorale venne varata da Depretis nel 1882, con l’ammissione al voto di tutti i maschi

che avessero compiuto 21 anni che fossero in grado di leggere e scrivere. Per combattere

l’analfabetismo arrivò la legge Coppino del 1877, che prevedeva due anni di scuola pubblica,

gratuita e obbligatoria per tutti. La percentuale dei votanti però non superò mai il 9%.

Garibaldi morì nel 1882, a segnare simbolicamente il passaggio da un’epoca vecchia a una

nuova. In quello stesso anno il leader del Partito socialista rivoluzionario di Romagna, Andrea

Costa, si fece eleggere alla Camera grazie ai voti di radicali e repubblicani. Erano le prime

votazioni fatte col sistema a suffragio allargato, che portarono al primo deputato a dirsi socialista.

Il discorso letterario: Cuore

-

Edmondo de Amicis fu sottufficiale, giornalista e scrittore del libro Cuore (1886). Il testo è

ambientato in una scuola elementare, pubblica, laica, in una classe di terzo anno (di cui la legge

Coppino del ’77 non aveva reso obbligatorio). La scuola sorge a Torino, fulcro dell’iniziativa

Risorgimentale nonché grande centro moderno, all’avanguardia del progresso economico e civile

cui tende il paese. La memoria del Risorgimento è molto forte nelle tre parti che vanno a

comporre Cuore: in primo luogo, ci sono i brani in cui Enrico Bottini, rampollo di famiglia

borghese, rievoca la sua esperienza quotidiana in classe; in secondo luogo, i testi delle lettere che

i suoi genitori gli indirizzano per spingerlo all’impegno; in terzo luogo i testi delle novelle che

mensilmente il maestro propone agli alunni. Si tratta di brani molto edificanti e retorici.

De Amicis da un contributo a una opera di falsificazione perpetrata in quel periodo, per cui

l’azione di Cavour, Mazzini e Garibaldi viene dipinta come concorde mentre nella realtà i tre erano

divisi da contrasti.

- Si parla dell’amor di patria, patriottismo: si vede quando il padre spiega al figlio (Enrico) che

l’amore di patria non si dimostra solo armi alla mano, né la conoscenza consiste solo nella

rievocazione di glorie patriottiche. Gli mostra un’umanità impegnata a costruire la modernità

attraverso lo studio (come gli operai che vanno a scuola la sera dopo aver faticato tutta la

giornata; alle ragazze che vanno a scuola la domenica; i soldati che fanno esercizi sui libri ecc..).

Patriottismo significa sacrificarsi per la comunità, grande o piccola; vuol dire far fronte

coraggiosamente alla miseria.

Un particolare interessante è che De Amicis l’Italia delle tante differenze regionali si unifichi in una

nuova etica pubblica, e lo fa attraverso i protagonisti delle novelle mensili. Il maestro presenta ai

suoi allievi un nuovo compagno proveniente dalla Calabria, traendone l’occasione per spiegare

l’italianità di quella terra remota: chi lo offende in quanto diverso sarebbe “indegno” di alzare la

testa al passaggio del tricolore. Patriottismo vuol dire civismo. Capiamo qui in che senso Cuore

metta in connessione la formazione (scolastica) dei giovani italiani con la formazione (politica e

morale) di quella nazione giovane che è l’Italia.

Presente anche la metafora del “popolo bambino” bisognoso della guida paterna della borghesia.

La lezione della nuova scuola patriottica è affidata anche alla “borghesia bambina”, cui la patria

(genitore e maestro) insegna il rispetto dei lavoratori, di modo che l’una o l’altra classe si sentano

partecipi di un’unica identità nazionale. La comunità immaginaria di De Amicis è composta da

classi sociali diverse, da individui che non si conoscono ma hanno l’occasione di farlo crescendo

insieme. Cuore non fu il miglior lavoro di De Amicis dal punto di vista letterario. Quanto alla

raffigurazione della società italiana del tempo, molti altri libri ne diedero più robuste e

artisticamente valide (Daledda e Verga). Nonostante ciò, De Amicis ci ha consegnato con Cuore il

senso della più importante e condivisa delle idee di progresso del tempo, non a caso il successo

fu straordinario.

6. Internazionalismo e nazionalismo

Il mondo di fine ‘800 vede contemporaneamente:

- il trionfo degli imperi coloniali e degli Stati-nazione;

- la creazione di un sistema mondializzato di scambi e la nascita di forti economie nazionali;

- l’idea di eguaglianza di tutti gli esseri umani contrapposta all’idea di ineguaglianza tra i diversi

popoli, tra uomini e donne e tra le diverse razze.

Il discorso storiografico: la nascita del mondo moderno

-

Partiamo con il parlare del libro dello storico inglese Bayly, “La nascita del mondo moderno” del

globalizzazione,

2004. A parere di questo studioso già nell’800 possiamo effettivamente parlare di

termine che indica la creazione contemporanea di uniformità e squilibri su scala planetaria.

- UNIFORMITA’: navi, merci, capitali idee circolavano molto più velocemente e di questo tutti

parteciparono. La modernità coinvolse tutti, chi più chi meno e tutti speravano di migliorare la

propria condizione individuale o collettiva.

- SQUILIBRI: la distribuzione della ricchezza e del potere mondiale si fece diseguale come mai in

precedenza. Il PIL pro capite in Europa occidentale e negli Stati Uniti era nell’800 doppio rispetto

a quello dell’Asia meridionale.

In particolar modo il nostro autore si concentra sulla tematica della religione: gli stati europei

promossero spesso la religione come proprio marchio identitario anche quando parlavano il

linguaggio della scienza. Le religioni rafforzarono la propria identità, standardizzarono credenze e

culti e invasero zone della vita sociale prima presidiate dalle consuetudini sociali.

Attraverso questi strumenti la Chiesa cattolica si riorganizzò impegnandosi nell’Europa

meridionale nella riconquista post rivoluzionaria del suo popolo che rischiava di smarrirsi.

Tutte le confessioni cristiane inondarono il mondo di missionari e l’Islam, sentendosi minacciato,

accentuò a sua volta la compattezza e il rigore.

Per quanto riguarda l’economia secondo Bayly non è più possibile guardare alla rivoluzione

industriale come motore immoto da cui derivano la democrazia e le rivoluzioni in generale.

Infatti nell’800 l’industrializzazione era agli inizi e circoscritta a poche aree del mondo e anche lì

influiva solo su alcune parti della società.

Quindi lo studioso propone di sostituire il concetto di rivoluzione industriale con quello di

rivoluzioni industriose, cioè furono piccole innovazioni tecnologiche che si accompagnarono ad

altri fattori come i mutamenti della distribuzione delle merci.

Solo nella seconda metà del secolo accanto all’industria tessile si affiancarono quella siderurgica

e quella meccanica nonché quella chimica e l’innovazione ebbe sempre più bisogno della scienza.

Alcuni studiosi parlano di seconda rivoluzione industriale, ma forse è meglio dire che fu l’era

dell’industrializzazione vera e propria, quando il sistema di fabbrica con la catena di montaggio

-ricordiamo per esempio Ford- divennero la norma.

Economie internazionali e nuovo imperialismo

-

Dopo il 1871 anno della comune di Parigi (La Comune di Parigi è stata una breve esperienza

insurrezionale parigina. Tradizionalmente, il termine fa riferimento al governo socialista che diresse

Parigi dal 18 marzo (più formalmente dal 26 marzo) al 28 maggio 1871. In senso proprio, la

"Comune di Parigi" era l'autorità locale (il consiglio cittadino o distrettuale - in francese commune)

che esercitò il potere a Parigi per appena due mesi nella primavera del 1871. Ma le condizioni in

cui si venne a formare, i suoi controversi decreti e la sua fine tormentata, rendono la Comune uno

dei più importanti avvenimenti politici dell'epoca) e dopo Roma capitale del regno d’Italia gli Stati-

nazione cercarono il modo di risolvere i loro contrasti senza ricorrere alla guerra.

Nel 1878 vi fu il Congresso di Berlino che all’indomani dell’ennesima guerra turco-russa (i russi

volevano uno sbocco nel mediterraneo) fissò la carta politica europea:

- L’impero ottomano si salvò pagando un prezzo molto caro cioè il principio nazionale venne

applicato a sue spese nei Balcani e serbi, bulgari e romeni ottennero l’indipendenza mentre la

Bosnia venne assegnata al protettorato dell’Impero austro-ungarico.

- Il resto dello spazio est europeo restava nelle mani dell’impero zarista, di quello austro ungarico

e di quello tedesco.

Bismarck inizialmente impegnò la Germania in alleanze con russi e austriaci, creando però nel

1882 una triplice alleanza con l’Italia e con l’Austria-Ungheria

- Fu proprio in quel periodo che iniziò la spartizione dell’Africa: a dare il via fu l’occupazione della

Tunisia da parte dei francesi nel 1881: i francesi arrivarono ad occupare vastissime aree delle

regioni centro occidentali mentre gli inglesi si espansero nel nord est fino all’Egitto.

La spartizione dell’Africa venne provocata da motivazioni politiche o geopolitiche legate alla

concorrenza tra gli Stati-nazione europei, con l’aggiunta della usuale paranoia della difesa

preventiva. Per esempio i britannici si convinsero che fosse necessario occupare l’Egitto per

controllare il canale di Suez attraverso il quale si era creata una via di comunicazione con l’India

per evitare che lo facessero prima i francesi.

In ogni caso la componente economica fu importante ma non primaria, infatti dobbiamo

considerare alcuni fattori: le materie prime provenienti dal mondo delle colonie non furono

particolarmente importanti per l’industrializzazione; i prodotti delle industrie moderne non

trovarono sbocchi importanti nei miseri mercati coloniali; gli investimenti di capitale si

indirizzarono in misura più sostenuta verso le aree di popolamento europeo che verso il mondo

coloniale.

Comunque ne esce smentita la tesi secondo la quale l’imperialismo rappresenterebbe

un’automatica conseguenza di quella fase di sviluppo capitalistico.

Si aprì nel 1879 una congiuntura di calo generale, sia nel settore agricolo che in quello industriale

grande depressione,

comunemente detto anche se in realtà questo periodo è anche quello della

seconda rivoluzione industriale.

cosiddetta Il calo dei prezzi infatti derivò dallo stesso sviluppo

essendo dovuto all’inasprirsi della concorrenza per il grande miglioramento dei trasporti e alla

generalizzazione del sistema di fabbrica che determinò aumenti della produttività.

depressione

La portò un po’ dappertutto ad un cambio di rotta nel campo delle politiche

commerciali che erano state basate negli anni ’60 – ’70 sul concetto di libero scambio. Infatti i

governi si risolsero a sostenere i prezzi interni dei prodotti tassando i prodotti stranieri, quindi

introducendo tariffe protezionistiche. Gli imprenditori effettivamente si sentirono incoraggiati dal

fatto di potere operare al riparo dei dazi doganali, in mercati protetti e con prospettive di ricavi

elevati e relativamente sicuri.

In questo contesto crebbero le industrie di diversi paesi: Italia, Russia e soprattutto la Germania.

La tariffa protezionistica del 1887 e i trattati commerciali furono entrambi essenziali per

l’industrializzazione dell’Italia: questo paese ancora di più del passato aveva bisogno di esportare

vino, agrumi per ottenere la valuta pregiata del carbone e dei metalli senza i quali le nuove

industrie non avrebbero potuto funzionare.

Migranti

- transnazionale

Possiamo definire la dimensione di chi si spostava da un paese all’altro o

addirittura da un continente all’altro per trovare lavoro: un caso particolare fu il legame creato

dall’emigrazione tra Italia e Stati Uniti a cavallo tra ‘800 e ‘900.

Possiamo scomporre il fenomeno in due periodi:

- 1879-1896 relativo alla fase della depressione;

- 1896-1913 relativo alla fase dell’espansione; espulsivo,

Gli studiosi evidenziano due diversi motivi che spingono ad emigrare: quello cioè si

attrattivo,

parte perché nel proprio paese non si riesce più a vivere; quello per cui si parte

contando su opportunità disponibili altrove.

Nel primo periodo partirono più numerosi i settentrionali soprattutto per il sud America mentre nel

secondo più meridionali verso gli Stati Uniti.

Inizialmente si mossero coloro i quali avevano capitale e spirito d’iniziativa, solo dopo si diede il

via alla catena migratoria. Gli italiani in America cominciarono ad affollare, sentendosi ovviamente

Little Italy.

più protetti, i quartieri che vennero in seguito denominati Non sembravano interessati

comunque ad integrarsi e ad imparare la lingua. Ma nel frattempo si erano moltiplicate le reazioni

xenofobe. Una corrente dell’opinione pubblica americana detta “nativista” sosteneva di dovere

difendere il paese da influssi etnico-religiosi considerati incompatibili con la civiltà Wasp – White

Anglo Saxon Protestant – e su questo versante si pensava che gli italiani, soprattutto quelli del

sud non fossero neanche da considerare del tutto bianchi.

Ad ogni modo il nativismo era minoritario e la maggior parte delle persone era convinta dell’idea

melting pot

del cioè del grande pentolone in cui tutti di qualsiasi etnia di mescolavano fino a

diventare americani.

La grande migrazione era dovuta a un’economia transnazionalizzata e creò a sua volta

un’economia transnazionale. Vanno anche valutati gli effetti sulla società di partenza. L’opinione

pubblica italiana aveva guardato con alterni sentimenti al fenomeno della migrazione. I proprietari

fondiari temevano che la rarefazione della manodopera potesse far diminuire la rendita fondiaria. I

nazionalisti constatavano la perdita che la madrepatria subiva con l’allontanamento dei suoi figli.

rimesse

- Le degli emigrati, ovvero i loro invii di denaro in patria, andarono a sostenere i bilanci

delle famiglie, consentendo l’acquisto di case e terreni determinando miglioramenti nei consumi.

Internazionalismo proletario

-

Non mancavano negli Stati Uniti i movimenti sindacali e le lotte di classe. Molti immigrati europei

vi portarono le idee socialiste ma non attecchirono nel nuovo mondo. Le spiegazioni sono due:


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher hardrockmetallover97 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Coco Vittorio.

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