Storia contemporanea - Riassunto "Il passato del nostro presente - Il lungo '800", S. Lupo
Fuori dall'antico regime
Il lungo Ottocento si apre con il tema della rivoluzione, una grandiosa discontinuità storico-politica in due atti:
- La rivoluzione americana del 1776
- La rivoluzione francese del 1789
Cercheremo dunque di capire la situazione politica, giuridica, economica e sociale all'origine dell'età contemporanea.
Il discorso politico: lo spirito delle leggi
Conviene dunque iniziare con alcune questioni base della politica moderna, partendo dalla celebre opera di Montesquieu: "Lo spirito delle leggi". In quest’opera è spiegato che un uomo libero è quello che si sente sicuro facendo quello che le leggi permettono, mentre uno stato libero è quello in cui il potere è sottoposto prima che ai governanti alle leggi, quello in cui i singoli non sono oggetto di giudizi arbitrari e la gravità delle pene è proporzionata a quella dei reati.
Montesquieu colloca in Europa il concetto di "monarchia moderata", cioè vincolata al rispetto delle norme e della libertà dei sudditi e ad essa contrappone il modello dispotico asiatico, caratterizzato dall’arbitrio dei governanti.
Ogni stato, secondo Montesquieu, ha tre poteri:
- Quello di fare leggi (legislativo)
- Quello che garantisce la sua autoconservazione in guerra e in pace (esecutivo)
- Quello che applica le leggi e sancisce le pene (giudiziario)
La tirannide deriva proprio dalla concentrazione dei tre poteri in un’unica persona o in un unico corpo o assemblea, mentre il governo moderato si caratterizza per la divisione dei poteri. La variante politica che egli preferisce è quella inglese, per quanto riguarda soprattutto il potere legislativo, affidato a due camere, una dei Comuni, che è elettiva e rappresentativa dei vari territori del regno e la Camera dei Lord o dei Pari in cui siedono di diritto i rappresentanti della nobiltà.
La storia pregressa dell'Inghilterra
A questo punto conviene fornire qualche informazione sulla storia precedente dell’Inghilterra, partendo dalla Riforma protestante, rappresentata dalla Chiesa Anglicana Moderata e dalle chiese calviniste o puritane più radicali: la prima si limitò a sostituire il re al papa, mentre le seconde insistevano sul diritto dei singoli fedeli di effettuare un libero esame dei testi sacri.
Nel 1714, al termine di una serie di conflitti sanguinosi, la dinastia cattolica degli Stuart venne sostituita con quella protestante degli Hannover. Il parlamento in quel momento aveva assunto un ruolo centrale giustificando l’atto della deposizione di Giacomo II Stuart con una motivazione che potremmo definire rivoluzionaria: cioè il re aveva violato il contratto che lo legava al popolo.
Siamo dunque alla recezione dei principi di contrattualismo e giusnaturalismo affermati in campo teorico intorno al 1690 da Locke, secondo cui la società si crea, ponendo fine allo stato di natura, mediante un contratto tra popolo e sovrano, ma comunque i diritti dei sudditi essendo naturali restano inviolabili, anche dopo la sottoscrizione del contratto. Ne deriva dunque il diritto alla resistenza qualora il sovrano violasse i diritti dei sudditi e il contratto.
Queste concezioni si appoggiavano su alcune peculiarità politico–istituzionali del modello inglese:
- Self–government: L’amministrazione e la giustizia erano affidati a una classe dirigente locale dai confini fluidi, comprendente membri della gentry, ossia della piccola nobiltà, e yeomen ossia proprietari terrieri di condizione civile.
- Common law: Il sistema giuridico basato sulla consuetudine che non si piegava facilmente alle imposizioni regie.
- Habeas corpus: La proibizione di incarcerare qualcuno senza prove.
Limiti del modello inglese
Ma il modello inglese aveva senza dubbio anche dei forti limiti: di fatto, nonostante la separazione delle camere, l’aristocrazia governava anche la Camera dei Comuni, perché in occasione delle elezioni i suoi esponenti riuscivano ad ottenere sistematicamente i consensi della gentry e dei rappresentanti delle città. La struttura dei collegi elettorali attribuiva alle città più popolose lo stesso numero di rappresentanti dei borghi cosiddetti “putridi”, in cui i votanti erano poche decine.
Situazione della Francia
Nella Francia di metà '700 c’erano 13 importanti parlamenti, situati in diverse città, il più importante dei quali era situato a Parigi. Non erano però degli organismi legislativi, ma delle corti di giustizia. Il diritto ad accedervi veniva inizialmente comprato, successivamente si trasmetteva per via ereditaria, dando vita a una sezione particolare della nobiltà ossia la nobiltà parlamentare.
- Essi difendevano quella che gli storici definiscono una “costituzione cetuale” (costituzione qui vuole ancora indicare l’insieme degli ordinamenti giuridici che avevano per oggetto i ceti).
Nella seconda metà del XVII secolo, Luigi XIV di Borbone, il re Sole, si era creato uno spazio di potere personale senza precedenti, una vera e propria monarchia assoluta e aveva proposto come soggetto unico della produzione del diritto il re, aveva perseguitato inoltre la minoranza protestante, convinto che il pluralismo religioso rappresentasse una minaccia alla compattezza politica del regno.
Nel corso del '700 l’illuminismo con i suoi philosophes sostenne la necessità di sottoporre gli ordinamenti politici e sociali all’unico criterio della ragione propugnando una logica universalistica dei diritti, contro quella particolaristica dei privilegi. Comunque possiamo dire che gli illuministi guardarono con favore al potere sovrano statale e le due parti si impegnarono nella fase politica che definiamo: assolutismo illuminato.
La rivoluzione americana
La prima rottura rivoluzionaria settecentesca si registrò in un dominio marginale della corona britannica, le colonie del Nord America. Gli inglesi di fatto colonizzarono i propri possedimenti americani, ossia vi insediarono immigrati provenienti dall’Europa: laddove il clima lo consentiva, come nell’attuale Virginia, i proprietari crearono piantagioni di tabacco e cotone coltivate da schiavi provenienti dall’Africa.
Le 13 colonie anglo-americane si auto-amministravano entro certi limiti attraverso delle proprie assemblee rappresentative: i coloni si sentivano pari agli inglesi e condividevano molto della cultura politica della madrepatria. Ma sicuramente la società americana era più egualitaria rispetto a quella della madrepatria: infatti più della metà della popolazione maschile era composta da agricoltori proprietari, gente che rappresentava materiale umano favorevole per creare i cittadini di una repubblica.
Allo scopo di far contribuire alle spese dell'impero anche i coloni, il Parlamento inglese, nel marzo del 1765, impose una tassa di bollo su tutti i documenti legali, i contratti, le licenze, anche giornali, opuscoli, carte da gioco ecc., stampati in terra americana. L'imposta provocò una forte opposizione tra i coloni. Normalmente, infatti, erano le assemblee locali ad emanare leggi fiscali e di organizzazione della sicurezza interna; tale legge venne quindi percepita dai coloni come un tentativo di limitare i loro piani di autogoverno.
La situazione precipitò, e così il governo ritirò ogni altra imposizione, fuorché una lieve tassa sul tè, la cui importazione in America venne data alla Compagnia delle Indie, per favorire questo potente gruppo capitalistico. La prima nave della Compagnia delle Indie che si presentò al porto di Boston venne assalita da un gruppo di cittadini travestiti da indiani, che ne rovesciarono il carico in mare. Dunque gli Americani si rifiutarono di pagare le imposte votate dal parlamento britannico, nel quale non erano rappresentati ed invocarono il principio del “no taxation without representation”.
Cadde in un momento di importanza cruciale la pubblicazione del “Senso Comune” di Thomas Paine, un democratico inglese che non aderisce al coro degli apologeti della Costituzione inglese, spiegando che essa è per due terzi di tipo tirannico e solo per un terzo controbilanciata dalle virtù repubblicane.
L’indipendenza venne proclamata nel 1776 con una solenne dichiarazione e un insieme di principi definiti secondo una logica “auto evidente”: gli uomini sono eguali e godono dei diritti alla libertà e alla ricerca della felicità che vanno difesi anche a costo di usare le armi. Dunque le singole colonie si trasformarono in Repubbliche, e tra loro venne creata una Confederazione, ossia gli USA destinati ad occuparsi degli affari comuni, della difesa e della politica estera mentre ai singoli stati toccava la competenza su tutto il resto.
Nel 1787 un’assemblea confederale, la Convenzione, stilò in nome del popolo una legge fondamentale chiamata Costituzione:
- Il compito di elaborare le leggi federali venne affidato ad un parlamento diviso in due rami, il Senato rappresentante degli Stati e la Camera Rappresentativa dei cittadini di sesso maschile.
- Un presidente, eletto da apposite assemblee i cui membri erano a loro volta eletti dal popolo (elezione indiretta quindi) avrebbe guidato il governo federale.
Un’Ordinanza del Nord Ovest del 1787 venne a regolamentare il continuo spostamento verso Ovest delle popolazioni bianche ovvero la colonizzazione di altri territori: e ad ogni territorio conquistato fu dato il diritto di formare un nuovo stato. Nel 1791 i Bills of Rights vennero a sancire i diritti dei cittadini nei confronti dello Stato.
Il primo presidente degli USA fu Washington, che aveva guidato le armate americane nella guerra d’Indipendenza e si formarono due partiti:
- Quello repubblicano che voleva conservare le leve fondamentali del potere ai singoli stati.
- Quello federalista che puntava sul rafforzamento del governo federale centrale per garantire la difesa comune e l’ordine economico.
Per quanto riguarda infine le popolazioni indigene per esse di certo non valsero i diritti affermati dalla rivoluzione: furono espropriati delle loro terre e deportati verso l’interno o addirittura sterminati. Non valsero i diritti affermati dalla rivoluzione neppure per i lealisti, cioè coloro i quali erano rimasti fedeli alla madrepatria, costretti a tornare in Europa oppure cercare rifugio in Canada.
La rivoluzione francese
Per più di un secolo prima che Luigi XVI salisse al trono (1774) la Francia aveva vissuto periodiche crisi economiche dovute alle lunghe guerre sostenute durante il regno di Luigi XIV, alla cattiva gestione degli affari nazionali da parte di Luigi XV, alle perdite subite nella guerra coloniale anglo-francese (1754-1763) e all'indebitamento per i prestiti alle colonie americane in guerra per l'indipendenza (1775-1783).
Anne Robert Jacques Turgot e Jacques Necker in primis, cercarono di risanare la situazione economica. Si dedicarono principalmente alla modifica del sistema tributario in modo da renderlo più equo ed uniforme ma non vi riuscirono, in quanto tali iniziative incontrarono una forte opposizione da parte di nobiltà e clero. Dunque nel 1788 il governo francese, alla ricerca di un sistema per razionalizzare la fiscalità e aumentare le entrate, fu costretto a sciogliere i parlamenti, da cui proveniva la maggiore opposizione ad ogni progetto innovativo.
Si cominciava a diffondere l'idea che solo un organo rappresentativo di tutta la Nazione, come gli Stati Generali, avrebbe potuto votare l'applicazione di nuove riforme. Gli Stati Generali erano tre assemblee riservate ai tre “stati” della società: la nobiltà, il clero e il Terzo Stato (ovvero la parte del popolo colta e agiata che non apparteneva né al primo né al secondo stato). Gli Stati Generali, ricordiamo, non si riunivano dal 1614.
Nell’imminenza della convocazione le assemblee locali promossero la stesura di una serie di documenti, i cahier de doleances che esprimevano lamentele. Successivamente il terzo stato si proclamò unica Assemblea nazionale costituente, assumendosi il diritto di dissentire dal potere monarchico, e magari di opporsi ad esso. Venne a sostenerla il popolo in armi che diede assalto alla Bastiglia, fortezza-prigione parigina simbolo dell’assolutismo. I due eventi segnarono l’inizio della rivoluzione.
L’Assemblea costituente emanò una solenne “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”: gli uomini nascono uguali e tali devono restare; tutti godono di diritti naturali e inalienabili quali la libertà e la proprietà. La sovranità passa così dal monarca alla nazione (popolo). Viene venerata, come negli Stati Uniti, una legge fondamentale o Costituzione: la Francia diventa una monarchia costituzionale.
Inoltre, per rendere concreto il concetto dell’eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, l’Assemblea costituente votò l’abolizione dei privilegi e di tutti i diritti particolari, compreso il sistema feudale.
Nel 1792 fu eletta una nuova assemblea, la cosiddetta Convenzione, per la quale stavolta votarono tutti i maschi adulti. Venne proclamata la repubblica.
Discorso storiografico: pensare la rivoluzione francese
Nella Convenzione emerse il partito giacobino, guidato da Robespierre. Contro i loro nemici, i giacobini fecero ricorso al “Terrore”, ossia alla compilazione di liste di “sospetti” destinati ad essere eliminati al più presto. I rivoluzionari condannarono alla ghigliottina Luigi XVI e molti aristocratici. Successivamente Robespierre e altri capi giacobini furono accusati anch’essi di tradimento, arrestati e ghigliottinati (27 luglio 1794, periodo del “Termidoro”).
La maggior parte degli storici ha considerato le rivoluzioni passaggi traumatici ma inevitabili, insomma lo scotto da pagarsi al trionfo della nuova civiltà e molti hanno visto nella rivoluzione francese il momento risolutivo di un secolare conflitto tra feudalesimo e capitalismo.
Questa logica è però stata considerata e rovesciata in un saggio di storia scritto e pubblicato quasi due secoli dopo gli eventi, nel 1978, “Pensare la rivoluzione” di Furet, il quale non ritiene la rivoluzione una tappa inevitabile, né forse utile, del processo storico. Quanto al feudalesimo per esempio Furet affermava che si trattava già nel 1789 di un residuo del regime passato e dicendo questo si rifà al testo del 1856 di Alexis de Toqueville “L’Antico Regime e la Rivoluzione”, secondo il quale il centralismo e l’assolutismo monarchico avevano già nel secolo precedente ridotto al minimo le funzioni politico–amministrative della nobiltà di spada.
Per quanto riguarda il capitalismo Furet rileva che tra i protagonisti della rivoluzione non c’erano esponenti della borghesia imprenditoriale: in effetti se guardiamo all’Assemblea Costituente del 1789 ritroviamo avvocati, magistrati, impiegati statali, cioè soggetti sociali effettivamente definibili borghesi ma non capitalisti. Inoltre in alcune regioni, come abbiamo visto precedentemente, si ribellarono i contadini cui ovviamente non si possono attribuire obiettivi capitalistici.
Ancora la storiografia precedente riteneva che l’estremismo giacobino andasse addebitato all’estrema necessità di difendere la patria messa in pericolo dall’alleanza con lo straniero, la monarchia e l’aristocrazia, ma Furet invece sostiene che la guerra rappresentò l’occasione ricercata dai rivoluzionari per mobilitare il popolo prospettando ad esso un nemico: riconduce dunque la drammatizzazione degli eventi a un rovello interno alla loro ideologia.
Dipinge insomma la politica delle passioni e delle convinzioni radicali o ideologici come un’aberrazione della mente moderna. Insomma i rivoluzionari vantarono i loro criteri come ispirati alla ragione e bollarono quelli degli avversari come frutto di superstizione. Definirono se stessi patrioti e i loro avversari traditori, crearono un’idea di nazione che per affermarsi ebbe bisogno di un’idea di anti-nazione. Tuttavia lo slogan di Libertà, Uguaglianza, Fraternità lasciò un segno incancellabile nella coscienza europea e mondiale.
L'eredità rivoluzionaria
Il potere fu assunto dal cosiddetto Direttorio, mentre continuavano le guerre contro le coalizioni formate dalle monarchie europee. Il processo rivoluzionario trovò l’uomo del “destino” in uno dei comandanti dell’armata rivoluzionaria, cioè Napoleone Bonaparte, che assume la carica di Primo console nel 1799. Alla fine anche Bonaparte finì per creare al posto della repubblica una monarchia ereditaria, proclamandosi imperatore nel 1804.
Il bonapartismo sancì alcuni dei mutamenti introdotti dalla rivoluzione: la centralizzazione dell’apparato statale (Governo, Ministero Interni, Prefetti); la codificazione, ossia la compilazione di raccolte di leggi. Il Codice civile disegnò nel 1804 una nuova società composta non da gruppi ma da individui. Si regolava la proprietà privata, stabilendo che si potesse ereditare, comprare, vendere e liberamente utilizzare qualsiasi proprietà. Napoleone continuò a trionfare in una sequenza di guerre sui nemici della Francia. La Gran Bretagna si salvò solo per la sua condizione insulare e la sua supremazia navale. Furono inglobati nell’impero il Belgio, l’Olanda, parti della Germania e dell’Italia. In tutta la parte d’Europa sotto controllo francese, diretto o indiretto, venne posto fine all’Antico regime.
Restaurazione, compromesso e ripartenza
Ma Napoleone non fu in grado di incrinare lo strapotere marittimo britannico, la resistenza spagnola, l’insuccesso in Russia e le Coalizioni, che dopo il 1815 lo sconfissero definitivamente. Le potenze vincitrici (Gran Bretagna, Russia, Austria, Prussia), riunite al Congresso di Vienna nel 1815, decisero di restaurare l'ordine precedente. [testo incompleto]
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