Prefazione (Paul Kennedy)
Nel corso del Novecento, la popolazione mondiale quadruplicò, l’economia mondiale crebbe di 14 volte, l’uso di energia di 16 volte e la produzione industriale di 40 volte, portando a un innalzamento dello stile di vita di centinaia di milioni di persone. Ma anche le emissioni di anidride carbonica aumentarono di 13 volte e l’uso delle acque di 9 volte. Nello scorso secolo, gli uomini hanno esercitato un impatto su tutte le sfere della natura superiore a quello di tutta la storia precedente. McNeill ricostruisce le tante cose che sono successe “sotto il sole” nel XX secolo, concentrandosi prima sulla dimensione naturale e poi su quella umana, sempre con uno sguardo verso le sfide che ci troviamo ad affrontare nel presente.
Premessa
Ciò che dice l’Ecclesiaste, ossia che “non c’è niente di nuovo sotto il sole”, non è più valido oggi: la collocazione dell’uomo nel mondo naturale, infatti, è profondamente cambiata dal III-IV secolo a.C., quando il testo fu scritto. Questo libro racconta i cambiamenti ambientali avvenuti nel mondo nel corso del ‘900, le loro cause umane e le loro conseguenze, secondo alcune tesi principali:
Ratti, squali e la storia
- Che il Novecento è stato un secolo diverso dagli altri per l’intensità del cambiamento e per la centralità dell’uomo nel causarlo.
- Che questo cambiamento è il frutto di scelte sociali, politiche, economiche e intellettuali.
- Che i nostri pensieri, comportamenti, produzioni, consumi sono modellati sulle attuali condizioni: clima e ambiente, abbondanza di energia e acqua a basso prezzo, popolazione in rapida crescita, ancora più rapida crescita economica.
- Che le nostre scelte non sono facilmente adattabili se le circostanze sopracitate dovessero cambiare (ma questa tesi guarda al futuro e non si addice troppo a un lavoro di storia).
Sul lungo periodo, la miglior strategia evolutiva consiste nell’adattarsi a ogni tipo di risorsa disponibile, così da sopravvivere ai cambiamenti (la strategia di alcune specie di ratti e dell’homo sapiens). Ma c’è anche un’altra strategia, che consiste nell’adattarsi al massimo alle circostanze presenti (koala, panda, squali) e che può comunque rivelarsi funzionale, se le circostanze rimangono immutate, per un lungo periodo. È la stessa strategia adottata da alcune società umane, come quella egiziana antica, quella dell’Europa feudale, quella della Cina imperiale, che si adattarono al meglio al loro contesto mantenendo stabilità per secoli, salvo poi conoscere una profonda crisi una volta che le condizioni cambiarono.
Nel Novecento, le società umane hanno cercato di seguire la stessa strategia senza tenere conto che vivevano in un contesto ecologico globale soggetto a cambiamenti come mai prima d’ora (es. gli Stati Uniti, che si fondano sull’energia a basso costo). Infatti, se il clima è cambiato molto poco per 10.000 anni (dopo l’ultima era glaciale), ora si sta invece modificando molto rapidamente. Abbiamo energia a basso costo dal 1820, acqua a basso costo (almeno in alcune zone) dall’Ottocento, la popolazione ha iniziato a crescere rapidamente da metà Settecento e l’economia dal 1870: è decisamente una scommessa agire come se queste condizioni siano destinate a durare, ma sempre più persone e società l’hanno fatto nel corso del Novecento, perché il non farlo comportava un fallimento nel presente. Tuttavia, è interessante vedere che proprio questa scommessa rende ancora più probabile il cambiamento.
Gli stessi tratti che hanno determinato il nostro successo come specie, ossia l’adattabilità e l’intelligenza, ci hanno portati a realizzare una civiltà altamente specializzata, fondata su risorse fossili, che è così impattante sull’ambiente da dare la certezza di futuri cambiamenti e shock. Ma questo regime di continua interferenza ecologica non è il frutto di un piano ben definito, ma il prodotto involontario delle ambizioni di miliardi di esseri umani, di un’evoluzione sociale inconscia.
Il successo biologico del genere umano probabilmente non è a rischio, perché come specie siamo molto più simili ai ratti che agli squali, ma l’ordine di molte società è quasi sicuramente a rischio per via delle nostre interferenze ecologiche. La storia del pianeta e la storia delle persone, quindi, sono oggi più legate che mai.
Confessioni di uno storico
Questo libro riguarda le persone e l’ambiente, quindi non si occupa dei cambiamenti ecologici in cui gli uomini non hanno giocato un ruolo o di quelli che hanno poca o nessuna influenza sulle vicende umane. Il libro è quindi, per ammissione dello stesso autore, fortemente antropocentrico. In secondo luogo, poiché gli storici sono interessati soprattutto al cambiamento, il libro si concentra sui periodi e i luoghi che hanno visto i cambiamenti maggiori, cercando di spiegare a chi hanno giovato o nociuto tali cambiamenti.
Capitolo 1. Prologo: peculiarità di un secolo prodigo
Il cambiamento ambientale è antico quanto il nostro pianeta stesso (4 miliardi di anni circa) e anche quello prodotto dall’homo sapiens inizia già con la comparsa della specie (4 milioni di anni), ma in nessun periodo l’umanità ha prodotto un cambiamento tale come nel XX secolo, per intensità e rapidità. In questo secolo il genere umano, senza volerlo, ha intrapreso un enorme esperimento che coinvolge tutta la terra ed è questo aspetto che, nel lungo periodo, caratterizzerà il Novecento, più di ogni guerra o vicenda politica.
A parte qualche fenomeno, come la riduzione dell’ozono, che è caratteristico solo del Novecento, per il resto i processi avevano già una storia alle spalle, ma nel secolo scorso raggiunsero un’intensità tale che quelli che fino ad allora erano stati problemi locali sono diventati globali (es. l’inquinamento dell’aria). Bisogna poi tenere conto che in natura esistono degli effetti non lineari, che non sono direttamente proporzionali all’intensità crescente di un fenomeno, ma che compaiono inaspettatamente solo dopo il superamento di una certa soglia (es. riscaldamento delle acque e formazione di uragani). Questo capitolo esamina le storie di lungo corso di alcune azioni umane che hanno provocato cambiamenti nell’ambiente.
Crescita economica dal 1500
Nel 1500, il prodotto interno lordo del mondo (in dollari del 1990) era di circa 240 miliardi. Fino a quel momento, infatti, l’economia mondiale era cresciuta molto lentamente, soprattutto per via della lenta crescita demografica e della limitata innovazione tecnologica. Dopo il 1500, invece, nuove tecnologie furono esportate in tutto il mondo e gli scambi divennero globali, così nel 1820, il PIL mondiale era diventato di 695 miliardi. La rivoluzione industriale, l’evoluzione dei trasporti e altri cambiamenti avvenuti nell’Ottocento intensificarono la crescita e nel 1900 raggiunse quota 1980 miliardi. Dopo un periodo di stagnazione tra 1914 e 1945, nella seconda metà del Novecento l’economia mondiale riprese a crescere a ritmi mai visti prima e il PIL, che nel 1950 era di 5370 miliardi, passò a 28000 miliardi nel 1992.
L’economia mondiale, quindi, è cresciuta di 120 volte rispetto al 1500, e sebbene il PIL pro capite sia cresciuto solo di 9 volte (con grandi variazioni tra aree), si può considerare comunque un notevole sviluppo. Esso, però, ha avuto un prezzo, sia sociale (schiavitù, sfruttamento…) che ambientale. Il primo è stato approfondito dagli storici a partire dagli anni ’70, ma anche il secondo merita attenzione.
Crescita demografica dal 10.000 a.C.
Quando gli uomini inventarono l’agricoltura, intorno all’8000 a.C., la popolazione globale doveva essere compresa tra 2 e 20 milioni. Proprio l’agricoltura stimolò la crescita demografica, che divenne molto più rapida di prima, pur rimanendo lentissima per gli standard attuali. Intorno all’anno 0, la popolazione globale doveva ammontare a 200-300 milioni. Nel 1500 era di 400-500 milioni (aveva impiegato 1500 anni per raddoppiare) e continuò a crescere piuttosto lentamente fino a raggiungere il 700 milioni intorno al 1730. Da quel punto iniziò un periodo di rapida crescita, che di fatto arriva ai giorni nostri: la popolazione mondiale raggiunse il miliardo nel 1800, 1.6 miliardi nel 1900, 2.5 nel 1950, 5.3 nel 1990, 6 nel 2000 e 7.9 oggi.
Il tasso di crescita del Novecento, chiaramente, non è sostenibile a lungo termine e i demografi si aspettano al massimo un ulteriore raddoppiamento. Come la crescita economica, infatti, la crescita demografica rappresenta un successo per la nostra specie, ma comporta anche dei costi.
Storia dell’energia dal 10.000 a.C.
Prima della rivoluzione industriale, le nostre fonti di energia erano la forza dei nostri corpi e quella di alcuni animali addomesticati, la forza del vento e dell’acqua (sfruttata in maniera molto poco efficiente) e, per quanto riguarda il calore, la combustione del legno e di altro materiale. La rivoluzione industriale cambiò le cose permettendo di produrre energia meccanica dalla combustione delle risorse fossili.
La quantità totale di energia nell’universo è costante, e grossomodo anche quella presente sulla terra, dato che quella che arriva dal sole si dissipa poi nello spazio sotto forma di calore. Tutta la nostra energia è quella nucleare proveniente dal sole e che si manifesta sotto varie forme. Il problema, per gli uomini, è avere l’energia nella forma giusta, al posto giusto e nel momento giusto, ed è per questo che vengono usati dei “convertitori” che permettono di trasformare, trasportare e usare energia.
Fino alla rivoluzione industriale, gli unici convertitori erano gli uomini stessi (cibo>energia dei muscoli: “regime energetico somatico”). L’agricoltura aumentò la disponibilità di energia di 10 volte e l’addomesticamento di animali fornì ulteriore forza muscolare (trasporti, aratura…), rafforzando e prolungando il regime energetico somatico. In alcuni casi, data la maggiore efficienza e disponibilità, si continuò ad usare comunque la forza degli uomini (gli schiavi) per rimediare alle carenze energetiche. Il controllo dell’energia, ossia di piante, animali e uomini, era alla base della ricchezza e del potere di alcuni.
Questo regime, comunque, aveva dei chiari limiti quantitativi: tutte le persone e gli animali della Cina dei Ming o dell’Egitto dei faraoni, nonostante gli allargamenti territoriali, non fornivano che poche centinaia di migliaia di watt, meno di un moderno bulldozer.
La rivoluzione industriale mise fine al regime energetico somatico, sostituendolo con quello che può essere detto “regime esosomatico”, o meglio, “età dei combustibili fossili”, dato che da questi è derivata la maggior parte dell’energia dal 1800 a questa parte. Le macchine a vapore fornirono il modo per convertire l’energia chimica del carbone in energia meccanica, dapprima con enormi sprechi, poi con un grado sempre maggiore di efficienza. Queste macchine, poi, a differenza dei mulini a vento o ad acqua, potevano essere collocate ovunque, anche su navi e treni, e questo generò un circolo virtuoso per cui la facilità nel trasporto del carbone stimolò l’utilizzo di sempre più macchine a vapore. La produzione di carbone crebbe infatti di 100 volte tra il 1800 e il 1900.
Nel 1859, Edwin Drake scoprì che il petrolio poteva essere trivellato dalle rocce in profondità e James Young scoprì come raffinarlo: aveva così inizio, seppur ancora timidamente, l’età del petrolio. I motori a combustione interna, alimentati a petrolio, sviluppati in Germania dagli anni ’80, promossero la transizione dal carbone al petrolio, dato che essi erano più leggeri (automobili) e molto più efficienti (produzione di energia elettrica) di quelli a carbone. Sebbene l’uso del petrolio conobbe una crescita relativa molto più importante rispetto a carbone e biomassa, tutte e tre le forme di energia furono ampiamente prodotte e consumate nel corso del XX secolo. Probabilmente, nel Novecento abbiamo utilizzato più energia di quanta ne sia stata consumata in tutta la storia precedente.
Anche questo può essere preso come un trionfo della specie umana: né la crescita economica né quella demografica di cui si è parlato sopra sarebbero state possibili nel regime energetico somatico. Anche in questo caso, però, ci sono stati dei costi notevoli, di cui si menzionano qui due in particolare: l’inquinamento (creato anche dalla biomassa, ma in misura minore per il minore uso) e le disuguaglianze in ricchezza e potere tra le diverse parti del mondo (raggiunsero il loro massimo negli anni ’60). Ad ogni modo, le risorse fossili non si esauriranno per qualche altro decennio, e potremo continuare a usarle se non teniamo conto dei danni.
Conclusione
Perché la crescita generale di cui si è parlato in questo capitolo è avvenuta proprio nel Novecento? In parte, si potrebbe attribuire la causa alla fortuna. Nel Settecento molte delle malattie che avevano limitato la crescita demografica persero la loro gravità, più per un naturale processo biologico che per gli sviluppi medici (la fortuna). Un'altra circostanza fortunata fu la fine della Piccola era glaciale (1550-1850), che può aver stimolato la crescita moderna. Ma perlopiù la causa sta nell’ingegno umano, che ci ha permesso di sviluppare nuove tecnologie, di trovare nuove forme di energia e di creare sistemi economici e sociali adatti allo sviluppo. Tutto ciò portò miglioramenti e benessere, ma acuì anche le disuguaglianze, e la soluzione adottata a partire dalla seconda metà del Novecento fu quella di ricercare una crescita sempre maggiore e sempre più diffusa. Oltre ai fattori visti in questo capitolo, ce ne sono molti altri che conobbero una crescita esponenziale nel corso del Novecento e che saranno oggetto dei capitoli seguenti.
Parte 1. La musica delle sfere
Per milioni di anni, la terra, l’aria, l’acqua e gli esseri viventi sulla terra hanno interagito in una complessa armonia (paragonabile alla “musica delle sfere” descritta dai pitagorici). L’azione umana ha aggiunto a questa armonia una voce dapprima flebile e ben accordata, poi sempre più in contrasto con le altre, sino ad arrivare al Novecento, quando gli uomini hanno fatto sentire la loro azione ad ogni livello, dal microscopico al macroscopico. Questa parte del libro vedrà tale impatto nelle varie sfere del sistema Terra, attuando una separazione che non sussiste nella realtà, dato che gli elementi si muovono continuamente tra le sfere, ma che è necessaria per poter descrivere adeguatamente la storia ambientale dell’ultimo secolo.
Capitolo 2. Litosfera e pedosfera: la crosta terrestre
Nel Novecento gli uomini iniziarono a muovere le montagne e diventarono così per la prima volta un agente geologico significativo. Ma l’impatto più determinante l’abbiamo esercitato sul suolo. Questo capitolo considera i maggiori cambiamenti apportati dall’uomo alla litosfera e alla pedosfera a livello chimico e fisico (escludendo quello biologico, ossia l’impatto su funghi, batteri e altri esseri viventi che popolano il suolo).
Gli elementi base della crosta terrestre
La litosfera è lo strato di roccia, spesso 120 chilometri, che circonda la terra e che galleggia su roccia liquefatta. È formato da placche che si muovono e in certi punti sprofondano nello strato sottostante, mentre in altri punti il magma risale a formare nuova litosfera (di questo movimento, gli uomini notano solo i terremoti e le eruzioni vulcaniche). In confronto a questi movimenti macroscopici, l’impatto dell’uomo sembra risibile.
La pedosfera è il suolo, la sottile “pelle” della terra” che divide la litosfera dall’atmosfera. Essa è costituita da particelle minerali, materia organica, gas e piccoli esseri viventi. Impiega secoli o millenni per formarsi e finisce inevitabilmente nel mare per via dell’erosione, ma nel frattempo risulta essenziale per la sopravvivenza umana, in quanto fonte di sostentamento per le piante.
L’alchimia del suolo
Gli uomini hanno a lungo alterato la chimica del suolo, spesso senza sapere come e spesso senza volerlo. L’agricoltura, fin dalla sua comparsa, ha ridotto la quantità di nutrienti, ma fin quando non vi erano città, il materiale organico tornava nel suolo una volta digerito. Nelle città invece, tranne in rari casi, gli escrementi venivano rigettati nelle acque e non nel terreno. Questa deprivazione del suolo divenne tanto più accentuata nel Novecento, con l’aumento dell’urbanizzazione e dell’agricoltura.
Alcune colture, se piantate ripetutamente, deprivano il terreno di nutrienti e questa mancanza, in particolare nel caso di azoto e fosforo, limita la crescita delle piante. Il primo modo con cui si è cercato di ovviare al problema è stata la rotazione delle culture, con la coltivazione di legumi, i cui batteri trasportano l’azoto dell’aria nel suolo. Nell’Ottocento, poi, si è iniziato a importare guano dal Sud America nei campi di Europa e Nord America, ma il problema cronico dell’agricoltura è stato definitivamente risolto solo con l’invenzione dei fertilizzanti chimici.
Nel 1842 l’inglese John Lawes fu il primo a distillare superfosfato dalla fosforite e ad inventare così il primo fertilizzante chimico. I Paesi ricchi del Nord America e dell’Europa iniziarono a prelevare la fosforite in Florida e in Marocco; l’Urss, più tardi, trovò delle miniere sopra il Circolo polare artico e in Kazakistan; dopo la seconda guerra mondiale, anche la Cina e la Giordania crearono grandi depositi del materiale. Tutti
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