Introduzione
La trasformazione delle culture politiche universaliste nel tardo XX secolo: comunismo riformatore, cristianesimo e diritti umani.
Silvio Pons, Adriano Roccucci
Il volume conclude un progetto di ricerca di interesse nazionale, pubblicando gli atti dell’omonimo convegno tenutosi presso la Scuola Normale Superiore di Pisa nel dicembre 2020. L’idea di fondo era verificare l’impatto della sfida dei diritti umani su due attori transnazionali con missioni universaliste: il mondo comunista e la Chiesa cattolica. Per la periodizzazione viene seguita l’idea di Moyn (The last utopia) per cui i diritti umani conoscono un salto di qualità nel periodo 1975-1991.
Si sottolineano soprattutto le contaminazioni tra gli universalismi tradizionali e il nuovo "vangelo" dei diritti umani, contro l’idea di una semplice sostituzione e nella convinzione che i concetti non siano immutabili, ma vedano piuttosto degli slittamenti semantici dovuti all’influenza dei contesti storici, come risulta evidente nel caso dei diritti umani. Si mostra ad esempio come l’egemonia dei diritti umani nel discorso politico globale non sia la causa della fine del comunismo (l’"Helsinki effect" di cui parlava Daniel Thomas), quanto piuttosto la conseguenza. Prima del 1991, infatti, parte del mondo comunista era riuscito a integrare il discorso sui diritti umani in un modello di "socialismo umanistico". La stessa integrazione avvenne nei mondi cristiani, che spesso trovarono un’unità di vedute interconfessionale proprio riguardo al tema dei diritti umani.
L’avvento al potere di Gorbačëv pose fine all’utilizzo dei diritti umani come strumento della guerra fredda e portò a un dialogo tra il mondo comunista e la Chiesa cattolica. Entrambi gli universalismi, a partire da questo momento, si concentrarono particolarmente sull’idea di una "casa comune europea" come centro del loro impegno globale ("ritorno in Europa").
Parte prima
Gorbačëv, Sacharov e la fine della guerra fredda: Diritti umani, democratizzazione, universalismo
Silvio Pons
Tutti gli storici riconoscono come passaggio cruciale della perestrojka di Gorbačëv la liberazione di Sacharov (dicembre 1986) dal suo esilio nella città di Gorkij, deciso da Breznev sei anni prima (Sacharov si batteva per i diritti umani e contro la guerra in Afghanistan), e sottolineano il valore simbolico che Gorbačëv diede a questo gesto come dimostrazione di un’autentica volontà di liberalizzazione. Poca attenzione viene però dedicata alle influenze politiche che si stabilirono tra il leader del PCUS e Sacharov.
Archie Brown (The Gorbačëv Factor, 1997) presenta Sacharov principalmente come un oppositore della perestrojka, mentre Guillaume Sauvé (Subir la victoire, 2020) riconduce le riforme di Gorbačëv alle idee di Sacharov e dell’intelligencija liberale. Per comprendere appieno il pensiero di entrambi i personaggi occorre però vederne il radicamento in un clima culturale nato già dalla prima epoca post-staliniana. Robert English (Russia and the idea of the West, 2005) presenta l’avvento al potere di Gorbačëv come il trionfo delle idee di un’élite sovietica riformatrice e internazionalista che aveva fatto propri spunti culturali e politici del mondo occidentale, in opposizione alla retorica della guerra fredda. Vladislav Zubok (Zhivago’s children. The last Russian intelligentsia, 2009) sottolinea la sensibilità intellettuale di Gorbačëv, che gli permise di fare proprie le idee di Sacharov per il "socialismo dal volto umano" contro le deformazioni dello stalinismo.
Gorbačëv e Sacharov, nonostante le contrapposizioni politiche, furono accomunati da idee di moralizzazione della politica, di mondo interdipendente, di riforma dell’Unione Sovietica. Entrambi lasciarono il segno in questo senso, ma entrambi, alla fine, furono sconfitti: la fine della guerra fredda e il collasso dei regimi comunisti misero fuori gioco i protagonisti del dissenso democratico e produssero una Russia e un ordine mondiale completamente diversi da quelli immaginati.
Liberalizzazione, diritti umani, “nuovo modo di pensare”
Sia Gorbačëv che Sacharov, nelle loro memorie, esprimono apprezzamento per la personalità dell’altro. Entrambi erano convinti che le riforme nell’Urss sarebbero state possibili solo con la fine della guerra fredda e della corsa agli armamenti, e che proprio l’Urss riformata avrebbe costituito un fattore di stabilità globale. Dalla metà degli anni ’70, Sacharov era la figura più rappresentativa dei diritti umani a livello globale e Gorbačëv, fin dalla sua elezione nel marzo 1985, comprese che la sua liberazione era il presupposto fondamentale per il suo progetto di riforma.
Tale liberazione segnò infatti la nascita di un’opposizione democratica al regime (assente dal 1918), di cui Sacharov fu la guida fino alla sua morte nel 1989, entrando per questo in contrasto con Gorbačëv e venendo monitorato dal Kgb (le contraddizioni del sistema di Gorbačëv).
Sacharov chiese di uscire dall’isolamento il 22 ottobre 1986. Gorbačëv e i suoi dovettero lavorare per vincere le resistenze di alcuni membri del Politburo e, infine, il 16 dicembre, il segretario del Pcus telefonò a Sacharov per annunciargli la libertà. Gorbačëv e i suoi, comunque, redassero un documento in cui la liberazione di Sacharov veniva presentata come una scelta autonoma della dirigenza sovietica e non come il frutto delle pressioni internazionali.
Sacharov divenne un influente figura pubblica, esprimendosi sui diritti umani, sulla convergenza tra i due sistemi in un ordine mondiale collaborativo (v. Progresso, coesistenza e libertà intellettuale), sul disarmo (la Sdi di Reagan come "linea Maginot dello spazio", priva di senso e di efficacia)… Nel suo ruolo di interlocutore privilegiato di statisti e giornalisti occidentali, Sacharov divenne un "appoggio critico alla perestrojka", invocando il sostegno occidentale alle riforme di Gorbačëv.
Gorbačëv intendeva modificare il significato che nel decennio precedente si era dato alla distensione, come strumento di conservazione dell’ordine bipolare, proponendola invece come mezzo per mettere fine alla guerra fredda e, quindi, per riformare davvero l’Urss. Nonostante il fallimento del vertice di Reykjavik con Reagan (ottobre 1986), continuò quindi a promuovere il dialogo e a cercare un nuovo ruolo internazionale per l’Urss, ad esempio nel contesto multilaterale della Csce (ripresa a Vienna nel novembre 1986).
Nel maggio 1987 Gorbačëv presentò ai leader del Patto di Varsavia l’obiettivo di recuperare credibilità nell’opinione pubblica occidentale e nella seconda parte dell’anno iniziò da un lato a premere su tali leader per un cambiamento e dall’altro a stringere rapporti con la sinistra europea occidentale. A proposito di questo secondo punto, invitò a Mosca, per celebrare il 70° anniversario della Rivoluzione d’ottobre, anche i socialdemocratici e non solo i comunisti. Il 2 novembre, in un discorso celebrativo, pur elogiando il pensiero e l’azione di Lenin come guida per il presente dichiarò la fine della teoria dei "due campi" e quindi aprì ad una convergenza, o meglio a una "interdipendenza" (cfr. Sacharov) con il capitalismo.
Le riforme politiche e la fine della guerra fredda
Nel marzo 1988 Sacharov scrisse un saggio sulla "necessità storica" della perestrojka, legando il tema dei diritti umani a quello della distensione. Nel testo non risparmiava critiche a Gorbačëv, chiedeva la liberazione di dissidenti, il ritiro delle truppe dall’Afghanistan e denunciava la gestione delle crisi etniche nel Caucaso. Ciononostante, aderiva comunque al "nuovo modo di pensare" promosso da Gorbačëv (disarmo nucleare e convergenza tra i due sistemi).
Nel giugno-luglio 1988 le riforme conobbero una radicalizzazione: alla XIX conferenza del Pcus, Gorbačëv propose la separazione del partito dallo Stato (eredità della "primavera di Praga"), una drastica riduzione degli apparati del partito e l’adozione di una legge elettorale per il nuovo Congresso dei Deputati del Popolo e l’abbandono della "politica della forza" nelle relazioni internazionali, a favore di una loro "umanizzazione" nel segno dei diritti umani.
L’apertura di Gorbačëv portò ai due summit di Washington (dicembre 1987) e Mosca (maggio 1988), che videro la conclusione degli accordi sulla riduzione degli armamenti nucleari a medio raggio e il ritiro, da parte di Reagan, della definizione dell’Urss come "impero del male".
In questo contesto, un punto fondamentale nel discorso dei riformatori era il rapporto con l’Europa occidentale. La nozione di "casa comune europea" (1987) alludeva all’interdipendenza tra le due Europe e all’idea che le relazioni tra l’Urss e l’Europa occidentale potessero essere un elemento essenziale di un nuovo ordine mondiale, in quanto gli interessi degli europei erano ritenuti più simili a quelli sovietici rispetto a quelli degli americani. Gorbačëv abbandonò quindi la visione della CE come appendice della Nato e puntò a creare uno spazio di cooperazione europeo (pur mantenendo la divisione), trovando una sponda soprattutto nella Francia di Mitterrand.
Anatolij Cernjaev, principale collaboratore di Gorbačëv nella politica internazionale, riconobbe "il diritto del capitalismo a una lunga esistenza futura", abbandonando l’idea di una lotta di classe nell’arena mondiale. Non si trattava però di una rinuncia all’internazionalismo, ma di un suo ripensamento e, piuttosto, di una sua accentuazione: la perestrojka veniva presentata come l’unico modo per mantenere l’Urss al centro degli affari mondiali.
Sacharov, come si è detto, sosteneva il carattere necessario della perestrojka, ma affermava anche la necessità di un pluralismo economico e politico. Nel dicembre 1988 presiedette la prima riunione del Comitato per i diritti umani a Mosca e in questa sede dichiarò che il suo obiettivo era "aiutare la perestrojka". Poco dopo, Gorbačëv gli concesse di recarsi all’estero ed egli si recò negli Usa, incontrando Reagan, Schultz e Bush (neoeletto presidente).
Nel dicembre 1988, Gorbačëv tenne all’ONU il suo discorso più famoso sulla politica mondiale, un manifesto del "nuovo modo di pensare" e antitesi di quello di Churchill a Fulton. Si concentrava sul disarmo (annunciava riduzioni unilaterali degli armamenti) e sui diritti umani ("idee umanistiche universali"); proponeva la nozione di interdipendenza contro le visioni classiste e quella bipolare. L’Assemblea ONU lo accolse trionfalmente e Gorbačëv poté quindi affermare di aver avvicinato la fine della guerra fredda.
Il discorso, in realtà, ebbe più risonanza in Europa che negli Usa e Gorbačëv puntò sempre di più sul legame con l’Europa, come risultò evidente durante la visita di Kissinger a Mosca, nel gennaio 1989. Kissinger, invece, stretto consigliere di Bush, prospettò un’intesa tra Usa e Urss in chiave globale, ma escluse totalmente un disimpegno americano in Europa, proponendo un "condominio" (balance of power) tra le due superpotenze piuttosto che un recupero di sovranità da parte dei paesi Europei.
Il problema più grande per la perestrojka, comunque, era all’interno, nelle faccende economiche e politiche. Il nuovo Congresso dei deputati del popolo avrebbe avuto una percentuale di seggi riservata al Pcus, così da garantire il pluralismo di opinione senza però ammettere quello politico.
Nell’ottobre 1988, Sacharov e altri intellettuali fondarono un’associazione politica e un bollettino denominati "Moskovskaja Tribuna", con l’obiettivo dichiarato di implementare l’azione del Pcus nel creare "un’economia moderna ed efficiente, una democrazia autentica e uno Stato di diritto. Sempre Sacharov, insieme a una cerchia ancora più ampia di intellettuali, fondò l’associazione Memorial per la memoria delle vittime delle repressioni. Entrambi i gruppi erano monitorati attentamente dal Kgb, mentre Gorbačëv non si dimostrava preoccupato.
Sacharov si candidò anche per il Congresso. I punti fondamentali del suo discorso erano l’accento sui diritti umani, civili e sociali, il richiamo a una democrazia di massa ("tutto il potere ai soviet"), la proposta di ridurre il peso del complesso militare-industriale e, soprattutto, la richiesta di abolire l’articolo 6 della Costituzione del 1977, che formalizzava il monopolio del Pcus sullo Stato. Parlò al Congresso appoggiando Gorbačëv e la "rivoluzione" della perestrojka, anche se non mancarono le tensioni (Gorbačëv silenziò il microfono di Sacharov e questi si rifiutò di partecipare al voto finale).
Il 1° giugno 1989 i due ebbero un dialogo e Sacharov invitò Gorbačëv ad essere ancora più radicale nelle riforme, per evitare che i nemici della perestrojka prendessero il sopravvento. In particolare, avrebbe dovuto spostare il baricentro del potere dal partito al Congresso, e sottoporsi a voto popolare. Gorbačëv rimase dell’idea di una gradualità delle riforme, ma inserì comunque Sacharov nella commissione incaricata di redigere una nuova Costituzione. Sacharov, tuttavia, espresse la sua disillusione nei confronti della "riforma dall’alto" di Gorbačëv, con cui il leader del Pcus mirava a "cavalcare due cavalli nello stesso tempo": a controllare il partito mentre ne riduceva il potere e a democratizzare gradualmente la società.
Il Kgb (Krjuckov), portavoce dei conservatori dell’establishment sovietico, provò ancora a presentare Sacharov e i suoi come degli eversivi (30 giugno 1989), e invitò Gorbačëv a evitare le vicende della Polonia, dove le elezioni parzialmente libere avevano visto il trionfo di Solidarnosc, mentre Gorbačëv, in realtà, appoggiava pienamente tale corso.
Il 6 luglio 1989, Gorbačëv pronunciò un discorso al Consiglio d’Europa a Strasburgo, proponendo una seconda conferenza di Helsinki che definisse un nuovo ordine multilaterale nel continente. Subito dopo, parlò ai Paesi del Patto di Varsavia del "capitale di fiducia" che si era creato tra Est e Ovest e che pareva mostrare ormai a tutti la "fine della guerra fredda". Minimizzò il problema dell’indebitamento dei Paesi dell’Est nei confronti di quelli dell’Ovest per professare la necessità della perestrojka: l’Urss doveva diventare una superpotenza civile e togliere agli "avversari del socialismo" la carta dei diritti umani. Gorbačëv sottovalutava però la forza di attrazione della CE, col suo modello di prosperità e democrazia. Inoltre, l’instabilità portata dalla perestrojka faceva sorgere dubbi sulla possibilità di una riforma graduale nell’Europa orientale (governo del non-comunista Tadeusz Mazowiecki in Polonia).
Il collasso degli stati socialisti in Europa
Le proteste di massa nella RDT diedero il colpo di grazia a ogni prospettiva gradualista, determinando un’accelerazione degli eventi che nessuno aveva previsto. Gorbačëv rimase fermo nel principio del non intervento (contro la "dottrina Breznev") e non fornì al regime di Honecker il supporto di Mosca, nonostante le pressioni dei conservatori sovietici, invitando piuttosto i governanti della RDT alla via delle riforme (al crollo pacifico del muro contribuirono quindi sia la rivoluzione dal basso delle piazze tedesche, sia quella dall’alto di Gorbačëv).
La caduta del Muro e il successivo collasso pacifico dei regimi comunisti dell’Europa centro-orientale segnò l’apice del prestigio di Gorbačëv in Occidente: egli era visto come l’artefice di un nuovo ordine mondiale. Tale fama fu supportata, nel dicembre 1989, dal suo viaggio in Italia, dove incontrò Giovanni Paolo II, e dal summit di Malta con Bush.
La legittimazione internazionale, però, non coincideva con l’autorità nell’Urss, dove la crisi economica si stava facendo sempre più grave e le proteste nazionaliste (Baltico, Caucaso) o etniche (Asia centrale) si stavano intensificando. Gorbačëv doveva fronteggiare sia le resistenze dei conservatori, sia l’opposizione dei democratici. Questi ultimi, con Sacharov in testa, sostenevano le rivendicazioni nazionaliste e invocavano una radicalizzazione della perestrojka, mentre il Kgb si impegnava sempre di più a screditarli, paventando la possibilità che, complice il crescente malcontento sociale, anche nell’Urss nascesse un sindacato come Solidarnosc (ma Sacharov non veniva presentato come una "quinta colonna" dell’Occidente, perché era un’accusa ormai poco credibile).
Sacharov, insieme ad Afanas’ev, era stato autore dell’"Appello ai cittadini", con cui invitava i lavoratori a uno sciopero di due ore. I sostenitori di Gorbačëv (Primakov, Lukjanov) lo accusarono quindi di voler far crollare il governo sovietico, come nell’Europa centro-orientale. Proprio le diverse posizioni riguardo alle "rivoluzioni di velluto" acuirono le differenze tra riformatori comunisti e democratici: i primi le accettavano, ma distinguendo bene quei contesti dall’Urss, mentre per i secondi esse erano frutto della perestrojka.
Conclusioni
Il 14 dicembre 1989 Sacharov morì all’improvviso per un attacco di cuore (la partecipazione al suo funerale dimostrò l’influenza che aveva raggiunto). La sua scomparsa segnò la definitiva separazione tra i riformatori al potere e un’opposizione democratica sempre più divisa. Gorbačëv, dal canto suo, portò avanti il suo programma di riforme, ma dovette confrontarsi con una situazione interna sempre più complessa e imprevedibile.
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