Storia contemporanea: dal mondo europeo al mondo senza centro
Dalle barricate alle frontiere
La ventata di rivoluzioni che ha coinvolto l’intera Europa nel 1848 è stata definita come “primavera dei popoli”. Il loro obiettivo era quello di modificare i confini degli Stati utilizzando, siccome rivoluzione e guerra vanno di pari passo, la forza. Il 48 segnò un punto di non ritorno nel conflitto tra il principio della sovranità nazionale e quello dinastico-territoriale. Iniziò, nello stesso momento, il conflitto tra i movimenti nazionali per l’attribuzione dei territori. Questo nuovo conflitto era accentuato dalla particolare composizione etnico-territoriale (più popoli all’interno di uno stesso territorio) e dalla questione agraria. Quest’ultima era causata dalla vasta differenza sociale che si presentava tra i proprietari terrieri e i contadini.
In Galizia, nel 1846, i contadini ucraini insorsero (jaquerie) contro l’aristocrazia polacca che deteneva i latifondi provocando 2.000 morti. La paura di un altro simile episodio spinse il Parlamento di Vienna ad approvare una legge a favore dell’emancipazione dei contadini, il 7 settembre del 1848. La questione polacca suscitò l’appoggio da parte dei rivoluzionari sparsi in tutta Europa, che invocavano alla guerra per la Polonia. Le ambizioni nazionaliste dei liberali, però, vennero a confliggere con le aspirazioni dei polacchi.
L’Assemblea Costituente di Francoforte aveva il compito di decidere quali terre avrebbero costituito il corpo politico della Germania, il comitato decise di coinvolgere la Prussia nella decisione e di escludere i polacchi. Nella Regno di Prussia, però, vi era la Posnania: una regione nella quale i polacchi avevano costituito un comitato nazionale con poteri governativi. Essa non permise la sua annessione alla Germania provocando un conflitto armato tra tedeschi e polacchi, che si concluse con la capitolazione dell’esercito formato dagli insorti polacchi.
La situazione dell’Impero Austriaco era, anch’essa, di complessa risoluzione: i programmi nazionali al suo interno coincidevano con quelli delle grandi potenze europee. Tali programmi, sebbene non comportassero conflitti territoriali, producevano malcontento tra gli abitanti di quelle stesse regioni, e soprattutto, tra i contadini. I contadini non appartenevano alle nazionalità dominanti nell’area ma alle cosiddette “nazionalità soggette”. Vienna trovò la sua sovranità minacciata dalle nazionalità dominanti così che decise di servirsi del malcontento delle “nazionalità soggette” per contrastare i movimenti nazionali e la loro pretesa di indipendenza.
L’Ungheria venne anch’essa mossa dal desiderio di indipendenza. L’Ungheria, allora parte dell’Impero Asburgico, ottenne l’indipendenza: Vienna permise la formazione di un’entità statale ungherese con governo a Budapest. Il governo ungherese dovette confrontarsi con le rivendicazioni delle altre nazionalità presenti nel territorio. Dopo la concessione dell’indipendenza dell’Ungheria, tutte le nazionalità soggette decisero di ribellarsi per ottenere lo stesso trattamento.
Nel 1848 croati e serbi iniziarono a combattere contro gli ungheresi. Nel settembre dello stesso anno, si scatenò una vera e propria guerra tra Croazia e Ungheria. Fu così che il 3 ottobre Vienna dichiarò guerra a Budapest. L’ottobre del 1848 fu caratterizzato dallo scoppio di una violenta guerra etnica tra i contadini delle nazionalità soggette, i tedeschi e gli ungheresi. Analogamente, in Vivodina e in Banato, i contadini serbi si ribellarono ai proprietari magiari e tedeschi.
Durante la guerra, l’Ungheria venne invasa anche dalle truppe austriache e si protrasse per buona parte del 1849. Si concluse con la disfatta dell’Ungheria a causa del contributo dato dallo zar Nicola I (un sovrano animato da una forte avversione alle idee rivoluzionarie): nell’estate del 1849, l’esercito russo entrò a Budapest e la costrinse a capitolare. Ad agosto l’Impero Asburgico tornò alla normalità: l’imperatore riprese il controllo di tutti i territori. Anche in Italia i sovrani legittimi ripresero il possesso dei loro territori.
Nel 1849, in Germania il re di Prussia rifiutò l’offerta di uno stato tedesco unitario che sarebbe provenuto da un organismo rivoluzionario. Nello stesso anno ci furono altri tentativi rivoluzionari sparsi per tutta Europa che, però, vennero tutti repressi militarmente.
In Francia di nuovo l’impero
Nel 1849 solo in Francia non venne ripristinato il regime precedente, sembrava che la Seconda Repubblica avesse sostituito definitivamente la monarchia. L’Assemblea costituente del 4 novembre 1848 approvò una costituzione che prevedeva l’elezione a suffragio universale del presidente della Repubblica. Durante le elezioni presidenziali del 10 dicembre si affermò Luigi Napoleone Bonaparte (figlio di un fratello di Napoleone). Bonaparte non era né repubblicano né monarchico e godeva dell’appoggio di conservatori e di cattolici. Formò un governo conservatore. In questo contesto, Bonaparte inviò un corpo di spedizione a sostegno del papa contro la Repubblica romana. Gli interessi che motivarono la spedizione erano il bisogno di sostegno da parte dei cattolici e l’attenzione degli interessi geopolitici francesi. Roma, assediata dalle truppe francesi, si arrese.
Il 2 dicembre 1851, Bonaparte dichiarò di voler concludere l’era delle rivoluzioni. Questa mossa fu, sostanzialmente, un colpo di Stato attraverso il quale Bonaparte si impadronì del potere: fece occupare l’Assemblea, fece arrestare decine di leaders politici, pose la capitale sotto assedio, ripristinò il suffragio universale, sciolse l’Assemblea nazionale e preparò una nuova costituzione. Il 14 gennaio 1852 venne promulgata la nuova Costituzione che lo proclamava monarca, con il nome di Napoleone III.
Il 1848 si chiudeva portando con sé nuovi equilibri tra gli stati europei: la Russia acquisì maggiore forza, la potenza asburgica diminuì, venne chiarificato lo spazio tedesco e il concerto europeo dovette misurarsi con questa nuova situazione. Le rivoluzioni si conclusero con un fallimento ma divennero un importante tassello storico.
Capitolo 3: l'Europa e il mondo in cerca di nuovi assetti geopolitici
Guerre civili e penetrazione economica in Asia
Il 1848 aveva innescato dei processi che avrebbero portato a trasformazioni geopolitiche a livello mondiale. Il rafforzamento della Russia risultava essere minaccioso per le altre potenze. Le tensioni tra Russia e Gran Bretagna diventavano sempre più evidenti. L’Impero austriaco si era indebolito e la Francia di Napoleone III era sempre più decisa a riprendere potere. Tutto ciò porta l’Europa a una grande condizione di instabilità, il comune desiderio era quello di ritornare alla situazione post-congresso di Vienna (1815).
In Asia meridionale e orientale la penetrazione economica delle potenze europee metteva in crisi gli antichi Stati imperiali. La Cina era oggetto di particolare attenzione per la Gran Bretagna: già da anni la Compagnia delle Indie orientali importava dal continente indiano l’oppio in Cina. In Cina, però, il suo commercio era illegale. L’aumento della quantità di oppio in Cina provocò una fuoriuscita dell’argento, che serviva per pagarne le forniture, scatenando una forte crisi economica. La corte cinese iniziò ad adottare severe misure anti-oppio, provocando forti tensioni con la Gran Bretagna (che si arricchiva tramite la sua importazione). Fu così che nel 1839 scoppiò una guerra (“la guerra dell’oppio”). Il conflitto si impose grazie alla superiorità tecnologica delle navi da guerra britanniche e si concluse nel 1842 con il trattato di Nanchino. Il trattato stabiliva l’apertura di quattro porti al commercio straniero e riconosceva lo statuto di nazione più favorita alla Gran Bretagna, che acquisì il possesso di Hong Kong.
Nel 1844 la Francia e gli Stati Uniti, accordati con la Gran Bretagna, approfittarono della debolezza cinese per aumentare la loro penetrazione economica. Gli accordi furono chiamati “trattati ineguali” siccome ponevano la Cina in condizioni molto sfavorevoli. Dal 1856 al 1860 scoppiò una seconda guerra dell’oppio con anche la partecipazione francese, dovuta alle resistenze dei funzionari cinesi nell’applicazione del trattato di Nanchino. Gli inglesi incendiarono il palazzo d’Estate a Pechino e aggravarono le limitazioni alla sovranità cinese. La Cina si trovava in una situazione di forte dipendenza economica dall’esterno (condizione di sudditanza).
La Cina attraversò una forte fase di declino che partiva da un alto livello di sviluppo. Nel 1851 si scatenò una ribellione contadina nelle regioni meridionali contro la dinastia imperiale. La sollevazione fu incitata da una visione religiosa: i Taiping (seguaci del “regno celeste della grande pace”) istituirono un regno nel 1853 con capitale Nanchino. La pressione demografica sulle risorse agricole contribuì ad aumentare le tensioni sociali. Tutto ciò condusse allo scoppio di una guerra civile che si concluse solamente nel 1864 e che devastò le finanze già deboli dell’Impero.
Nel 1856 la Compagnia delle Indie Orientali amministrava più della metà del continente. A causa dell’ammutinamento dei sepoys (i soldati indigeni dell’esercito della Compagnia), scoppiò una ribellione che durò dal 1857 al 1859. La supremazia militare e l’aiuto economico inglesi permisero l’imposizione del dominio coloniale britannico sull’India, gli inglesi organizzarono un’amministrazione del continente volta all’anglicizzazione in tutti gli ambiti. Il dominio anglosassone suscitò nel 1857 una rivolta che venne presto sedata. La Compagnia delle Indie si sciolse nel 1858, il governo britannico assunse il diretto controllo del subcontinente e si dichiarò la fine della dinastia moghul.
Nel mentre, gli Stati Uniti decisero di darsi alla volta del Giappone. Il Giappone era sotto il regime dei Tokugawa, in condizioni di rigida chiusura politica e commerciale. Gli Stati Uniti ruppero l’isolamento del Giappone e stilarono il trattato di Kanagawa nel 1854. Gli Stati Uniti iniziavano ad assumere un ruolo sempre più decisivo nell’Asia orientale.
Il travaglio di un nuovo impero continentale
Gli Stati Uniti stavano iniziando la loro corsa al protagonismo internazionale: si concepivano come destinati a una missione universale di salvezza per il mondo. A partire dall’800 divennero infatti protagonisti della politica internazionale. Erano una potenza commerciale di cui l’Europa aveva bisogno, l’interdipendenza stava diventando un aspetto fondamentale per le relazioni internazionali. Gli Stati Uniti promossero la difesa della libertà di commercio.
Iniziarono la loro avanzata verso ovest, attraverso guerre contro le popolazioni indiane e deportazioni dei nativi americani. In breve tempo, l’Unione, conquistò il dominio sul continente nordamericano. Il manifest destiny era a fondamento del progetto geopolitico americano, l’obiettivo era quello di occupare e conquistare l’intero continente. Gli Stati Uniti volevano costruirsi come una società nuova fondata sull’egualitarismo e nella quale ognuno fosse padrone di sé stesso. Non era socialmente egualitaria ma appariva come se fosse composta da un’ampia middle class, composta da self-made men. La parola chiave che contraddistingueva questa nuova società era “individualismo”.
Già a partire dagli anni Venti e Trenta dell’Ottocento, costruì un sistema economico-sociale capitalistico e uno politico che venne denominato “democratico” (che prevedeva un’ampia partecipazione politica dei cittadini). Il diritto di voto era concesso a una grande maggioranza della popolazione maschile libera. In seguito alla creazione di questo sistema politico si formarono partiti organizzati e permanenti che avevano la caratteristica di mobilitare l’opinione pubblica, creando di conseguenza conflitti politici.
Il potente sviluppo economico permise la costruzione di reti ferroviarie che potessero mettere in comunicazione le principali città, il sistema ferroviario contribuì anche all’espansione verso ovest. L’economia esplose anche grazie alle iniziative private. L’agricoltura rimaneva comunque la principale attività produttiva, gli Stati Uniti detenevano la maggior produzione mondiale di cotone, mais e grano. Erano divisi in tre aree:
- Il nord-est: la sua economia era basata sull’attività manifatturiera e sosteneva una politica protezionista costruita sulla paura della concorrenza britannica.
- Il sud: legato alla grande proprietà terriera, faceva ricorso alla schiavitù, esportava cotone ed era liberoscambista.
- Il Midwest sviluppò un’agricoltura di tipo capitalista e costituì la base elettorale del nuovo Partito Repubblicano, promotore dei movimenti antischiavisti (in conflitto con quello democratico, espressione degli agrari meridionali).
La questione della schiavitù divideva il Paese: il nord era libero e promotore dell’antischiavismo, il sud era fortemente schiavista. Gli schiavi venivano mercificati, sottoposti a dure condizioni di lavoro e di vita. Il movimento antischiavista (formatosi tra il 1830 e il 1840), era animato da un forte fervore evangelico e causò una maggiore contrapposizione tra nord e sud: la società americana si divise in schiavisti e abolizionisti.
Abraham Lincoln vinse le elezioni presidenziali del 1860, non era abolizionista ma voleva preservare l’Unione evitando la diffusione della schiavitù verso ovest. Gli stati del sud, che videro nel nuovo presidente il rappresentante dell’abolizionismo, si decisero per la secessione dando vita agli Stati Confederati d’America. Le tensioni tra Unione e Confederazione sfociarono in guerra. Fu così che il 1° gennaio del 1863, Lincoln proclamò l’emancipazione degli schiavi della Confederazione (ma non degli stati schiavisti appartenenti all’Unione).
La guerra, che iniziò nel 1861 e finì nel 1865, fu definita come un conflitto moderno: si ricorse alla coscrizione obbligatoria, gli eserciti di massa si servirono delle ultime novità tecnologiche per combattere. La guerra terminò con la disfatta della Confederazione, che cedette alla forza della mobilitazione totale delle forze umane e delle risorse dell’Unione. Fu un conflitto “moderno” anche per quanto riguarda l’aspetto comunicativo: Lincoln fu capace di utilizzare i mezzi di comunicazione di massa in modo da fornire un’ampia copertura informativa delle vicende belliche.
Il 14 aprile del 1865, la guerra era già conclusa, Lincoln venne assassinato da un simpatizzante del Sud. Nel sud i proprietari terrieri riuscirono a mantenere il loro potere economico e difesero con forza la loro preminenza sociale e politica. Nello stesso anno venne fondato il Ku Klux Klan, un’associazione segreta e razzista che praticava azioni violente e sanguinarie. Il conflitto aveva posto le premesse per un grande sviluppo industriale del nord, aveva reso il governo federale più potente, centralizzato e armato, legittimato dal successo militare e dall’emancipazione degli schiavi (sebbene non terminò la discriminazione razziale).
Guerra in Crimea
La Crimea è una penisola sul mar Nero, russa dal 1783. La guerra, che causò squilibri a livello europeo e che si scatenò a metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento, vide scontrarsi la Russia e la Gran Bretagna contro la Francia e l’Impero Ottomano. In gioco vi era l’egemonia sul Medio Oriente e lo stabilimento degli equilibri di potenza in Europa. La guerra si scatenò a causa della crisi presente tra l’Impero Russo e l’Impero Ottomano.
L’Impero Ottomano si trovava indebolito, al momento della guerra, a causa della sua arretratezza militare ed economica. Era un impero molto vasto che, oltre ad alcuni spazi euroasiatici, comprendeva anche parte dell’Africa. Il suo potere centrale andava via via scemando (ogni regione godeva di un governatore che avrebbe dovuto comportarsi da vassallo del governo centrale): il governo egiziano era stato affidato a un comandante militare, egli diventò sempre più indipendente dal sultano fino a quando non scoppiò una rivolta a favore della Sublime Porta (= il governo ottomano) sostenuta dalla Gran Bretagna. La Gran Bretagna, infatti, trovava vantaggio del non indebolimento dell’impero perché avrebbe causato un maggiore espansionismo da parte dei russi, che la Gran Bretagna temeva.
La sovranità ottomana era minacciata anche nei Balcani dai movimenti nazionalisti (serbi, greci, etc...). L’Impero aveva una configurazione plurale per quanto riguarda la lingua, la religione e l’etnia. Nella stessa regione convivevano popoli diversi. La presenza cristiana nell’Impero costituiva un’importante questione geopolitica: la tutela degli interessi cristiani a Gerusalemme era motivo di conflitto tra le potenze europee e la Porta. Intorno al 1850 si aprì una disputa tra ortodossi e cattolici per il controllo dei principali santuari cristiani di Betlemme e Gerusalemme. La Francia di Napoleone III, tradizionalmente protettrice dei cattolici, ottenne il controllo dei luoghi santi ai suoi protetti. La mossa francese irritò la Russia, sostenitrice dei cristiani orientali. Lo zar Nicola I occupò quindi militarmente i principati romeni di Moldavia e Valacchia, nel 1853, così da poter piegare Costantinopoli alle sue richieste. Lo scopo di Napoleone era quello di sfidare la Russia.
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