La natura tecnica del tempo
Prima parte
Capitolo 1
Una specie di Philippe Petit
Funambolo è colui che cammina su una corda sospesa in aria. L’alchimia di quest’arte nasce dalla sincronizzazione tra il bilanciere utilizzato dal funambolo per reggersi in equilibrio e il bilanciere emozionale degli spettacolari. È il caso di Philippe Petit, il funambolo che il 7 agosto ’74 toccò il cielo di Manhattan camminando su una fune sospesa tra le due Torri Gemelle, alte ben 412 metri. Ricordando i primi passi di quell’impresa, Petit scrisse che da un lato vedeva una montagna (la vita conosciuta) e dall’altro vi erano le nuvole (l’ignoto). Un urlo interiore voleva costringerlo a ritirarsi, ma ciò non era possibile. Infine, si indirizza al suo bilanciere come se fosse un’estensione delle sue braccia, chiedendogli di trasportarlo “in salvo”.
L’emozione di quei passi può essere comparata a quella di un bambino che impara a camminare. A sua volta, il bambino ripercorre con i suoi passetti l’infanzia dell’uomo: un paio di milioni di anni fa, fu l’Australopithecus Africanus che cominciò a posizionare la propria colonna vertebrale verso i 90°, liberando dalla forza di gravità del suolo le mani e la testa. Questa metamorfosi portò al rimpicciolimento della parte anteriore della testa, che provocò l’abbassarsi della faringe (favorendo lo sviluppo dell’articolazione fonetica), mentre la parte posteriore della testa si spostò in avanti, aumentando la capienza della scatola cranica e dunque favorendo lo sviluppo della produzione simbolica del linguaggio: vediamo quindi che lo sviluppo dell’articolazione fonetica è andato di pari passo alla possibilità intellettuale del linguaggio di memorizzare simboli capaci a loro volta di essere trasformati in suoni e gesti.
La posizione eretta permise anche la liberazione degli arti superiori: fu così che 2,5 milioni di anni fa l’Homo Habilis cominciò a produrre degli artefatti. Dalle prime pietre scheggiate casualmente si passò via via a selezionare delle forme più precise adatte ad essere dei prolungamenti del corpo: le frecce ad esempio sono prolungamenti delle unghie, necessari alla sua tattica della vita (la caccia). Vi sono dunque tracce del secondo corpo di pietra, ma non di quello fonetico. Gli studi neuropaleoantropologici ci mostrano, però, che le aree corticali che più si attivano durante un’azione o durante la comunicazione sono tra loro in stretta relazione, proprio a testimoniare quel dialogo tra gesto e parola che si sviluppò fin dagli australopitechi.
Il destino funambolico dell’umanità, dunque, ha avuto inizio quando l’australopiteco si alzò in piedi; questo processo fu poi proseguito dall’Homo Habilis, che cominciò a produrre il “bilanciere fonetico-oggettuale” del quale ancora oggi ci serviamo per vincere la vertigine della lotta per la sopravvivenza.
Capitolo 2
Camminare sul tempo
Vi sono anche altre specie che, pur non avendo sperimentato le libertà tecniche dovute alla nostra rivoluzionaria camminata, si servono di artefatti e linguaggi. Da ciò si evince che non sono né il linguaggio né le abilità tecniche a distinguere l’uomo dagli animali. Il saper fare degli animali non è tanto elevato quanto quello umano perché noi, oltre alla rivoluzione anatomica che ci ha permesso di camminare nello spazio, ne abbiamo compiuta un’altra, mentale, che ci ha permesso di camminare sul tempo: è una rivoluzione metafisica che ha creato un “vuoto” tra noi e il tempo, liberandoci dalla pressione del presente. Non vi sono tracce materiali che ci permettono di datare questa rivoluzione, ma possiamo dedurla dalla variabilità dei reperti.
La variabilità è la facoltà che permette di aprire la circolarità temporale insita nella dinamica produttiva, e che dunque permette di innovare gli artefatti; è l’esito del funambolismo mentale che permette all’uomo di progettare (gettare in avanti). Solo il pensiero dell’uomo detiene il segreto di quest’arte funambolica con la quale si emancipa dal fluire del tempo naturale, immaginando il proprio mondo. L’immaginario è la casa dell’essere, abitando la quale l’uomo esiste: non è quel luogo oscuro da cui bisogna uscire attraverso l’uso della ragione, come lo intendiamo nella cultura occidentale.
Secondo Damasio, la mente non coincide né con il corpo, pur essendo la sua imprescindibile base sensoriale, né con il cervello, nonostante esso sia la sua sede organica privilegiata: essa è quel “metasé neurale” che integra corpo e cervello in una terza dimensione grazie alla quale otteniamo la coscienza di agire e pensare. Qui entra in gioco l’immaginario, in quanto la capacità conformatrice della mente si articola per concatenazioni di immagini associate tra loro. Esso dunque non coincide né con l’irreale né con il fantastico, ma è la conditio sine qua non che ci allontana dalla contingenza del presente, permettendoci di coordinare linguaggio e tecniche, ottenuti grazie al nostro bipedismo fisico. Il bipedismo metafisico ha reso l’essere umano l’unico animale che, pur essendo nella temporalità, non è della temporalità: è come se egli frapponesse, fra sé e il tempo, uno iato, un’apertura, facendo affacciare questo tempo proprio nell’aperto del proprio immaginario, e non nella staticità del rapporto corpo-ambiente tipico degli animali. In questa apertura usciamo dal tempo per conoscerne il senso in termini di possibilità. L’infinita possibilità del nostro essere ci spinge nell’apertura vertiginosa dell’immaginario fuori tempo rispetto a quello animale, ed è proprio per orientarsi nel suo essere fuori tempo che l’uomo costruisce delle costellazioni di senso. I calendari, le età astrologiche, ecc., sono esempi di conformazioni sociali che danno un senso al divenire, “istituendo” il tempo.
In ciascuna di queste istituzioni si crea quel paradosso antropologico che consiste nel poter cogliere il divenire solo uscendo da esso, attraverso la produzione di spazi di significato socialmente costruiti. In sintesi, la differenza tra umani e animali sta nel fatto che gli ultimi, essendo centrati al suolo del qui ed ora del loro ambiente, non hanno quello spazio-tempo eccentrico grazie al quale l’uomo ricrea l’ambiente che lo circonda. L’uomo è l’unico animale che può emanciparsi, come un funambolo, dal suolo del presente. La fune che permette ai suoi passi, ai suoi pensieri di elevarsi dalla pressione del presente, è ancorata nel suo mondo mentale al senso del passato e a quello del presente. Camminando su questa fune, l’uomo accede al cielo del suo mondo immaginario, riuscendo ad incontrare il divenire in termini di possibilità progettuale, che gli permette l’apertura creativa necessaria alla variabilità del suo mondo linguistico ed oggettuale.
Capitolo 3
Il riequilibrio della seconda natura
L’uomo è l’unico animale che ha infranto il circolo stimolo-risposta del mondo animale, instaurando un dialogo creativo con il mondo, dal quale scaturisce una seconda natura, sconosciuta agli esseri che vivono reagendo al mondo. L’uomo non reagisce, ma agisce creando quella parte di natura specializzata che manca al suo organismo. Egli, infatti, è un animale “non ancora stabilizzato” (Nietzsche), che risponde alle sue mancanze rendendosi adattabile alle diverse qualità ambientali che fronteggia. L’artificio non è dunque il mero prodotto della tecnologia, ma è il “pezzo di corpo” che l’uomo si costruisce per bilanciare la sua natura barcollante: la seconda natura è l’insieme del mondo tecnicamente ricreato dall’uomo per sopperire alle mancanze della prima. È per questo che Philippe Petit può considerare le aste del suo bilanciere come un’estensione di sé, come un corpo tecnicamente costruito che potenzia quello organico.
Le mancanze di cui “siamo dotati” sono state spiegate da Bolk attraverso lo studio del fenomeno dell’ominizzazione in termini di un processo neotenico (neutenia: in alcune specie, alcuni o tutti gli individui rimangono allo stato larvale, pur raggiungendo la maturità sessuale) di ritardamento: egli ritiene che l’uomo, rispetto alle scimmie, è come se nascesse e rimanesse ad uno stato fetale, rendendoci così le forme neonate dei nostri progenitori.
L’unico limite di questa teoria è che non ha integrato il nostro ritardo biologico con lo sviluppo della seconda natura socialmente costruita: infatti, è dal nostro ritardo che proviene l’impulso che sospinge la nostra specie in avanti. Il mito di Prometeo rispecchia bene questo paradosso. Egli e suo fratello Epimeteo dovevano fare dei doni a tutte le specie, ma Epimeteo si scordò degli uomini e Prometeo, per “compensare”, ruba il fuoco ad Efesto, il dio della tecnica, e glielo dona. Zeus si infuria e incarica Efesto di costruire delle catene con le quali Prometeo sarà incatenato ad un monte, e ogni giorno un’aquila gli squarcerà il petto. Epimeteo corrisponde alla nostra natura ritardata, e Prometeo alla natura tecnica alla quale siamo incatenati per vivere: come la causa involontaria del dono prometeico è stata la dimenticanza di Epimeteo, così il nostro ritardo organico ci ha permesso di uscire dal mondo animale, rendendoci capaci di forgiare la nostra seconda natura.
Gli animali, infatti, vivono in una bolla: grazie ai loro corpi maturi anatomicamente, sono capaci di svolgere i loro compiti, ma allo stesso tempo vi sono vincolati, poiché non sono capaci di fare null’altro. La loro maturità corporea è il limite invalicabile che non li predispone all’incontro con il tempo. L’uomo, invece, è una specie di ritardato che vive da estraniato nell’altrove del suo immaginario, che è il suo vero e proprio habitat. Perciò tutti noi, in fondo, siamo dei Philippe Petit: abbiamo sfidato una vertigine zoologica che ha elevato il nostro corpo dalla pesantezza della forza di gravità della terra, e la nostra mente dalla leggerezza della forza di gravità del presente. Il nostro successo è stato determinato dal fatto che abbiamo saputo riequilibrare il nostro barcollare metafisico creando una tecnica funambolica, sempre più sofisticata, che ci ha portati dall’altra parte di quel mondo conosciuto precedentemente quando aderivamo, come le altre specie, pienamente al suolo e al presente.
Capitolo 4
Agire fuori dal presente
L’immaginario non ha ragione di esistere fuori dal corpo, così come lo sviluppo di quest’ultimo non trova ragion d’essere al di fuori della nostra possibilità di uscire dal presente dovuta al nostro immaginario. Questa circolarità tra mente e corpo inizia già nelle prime tappe della vita del neonato. L’immaginario senso-motorio si sviluppa partendo dal gioco, in quanto è attraverso esso che cominciamo a “comprendere”, cioè a prendere il tutto a sé attraverso il saper fare. L’uomo, già nei primissimi mesi di vita, incontra la sua paradossale condizione rispetto alla temporalità: il suo ritardo non gli permette di disporre di schemi pre-ordinati di stimolo-risposta, tipici degli animali, e si ritrova a dover far fronte, con il proprio corpo, ad una pluralità di stimoli esterni. La sua infanzia è più lunga rispetto a quella delle altre specie proprio perché le sue tecniche corporee necessitano una lunga maturazione. Una delle principali funzioni del gioco è quella di aiutarlo a creare quegli schemi senso-motori mancanti, che gli permettono di canalizzare la caoticità del mondo.
Giocando, il bambino esce dal tempo animale e sviluppa la terza area, la creatività, dove ancoriamo la fune del nostro immaginario. Vediamo che il disordine della motricità del neonato va via canalizzandosi verso l’ordine, arrivando ad un certo punto alla postura eretta: a quel punto il bambino libera le mani e comincia a giocare. Se prendiamo l’esempio delle costruzioni, vedremo che all’inizio il bambino sperimenta sempre la stessa figura; una volta abituatosi, comincia a sperimentare delle variazioni, che lo porteranno a costruire qualcosa di diverso. Il gioco non ha una finalità verso qualcosa, ma verso il continuo fare e disfare del mondo che lo circonda: è così che impariamo a rompere le catene operazionali uscendo dalla gabbia dell’istante per andare incontro alle variazioni della nostra natura. L’esistenza di un oggetto deve essere sempre colta in relazione a questa apertura della catena operazionale umana, caratterizzata anche dalla sua capacità di variare da individuo a individuo. Questa capacità operativa variabile dell’uomo è la leva che trasforma ed innova le tecnologie di ogni comunità umana.
Capitolo 5
Pensare fuori dal presente
La differenza tra immaginario senso-motorio e immaginario linguistico sta nella differenza tra potere e potenza. Con l’immaginario senso-motorio l’uomo esprime il suo potere creativo orientando il suo agire verso la manipolazione del mondo oggettuale; con quello linguistico, invece, esprime il suo potenziale poiché qui l’agire si compie in termini speculativi, senza la necessità della presenza degli oggetti da manipolare.
L’immaginario linguistico ha il suo incipit in quello psico-motorio, precisamente nell’azione di fonazione. Partendo dalle grida emesse alla nascita e arrivando alla lallazione, il neonato comincia ad “accordare” le corde vocali attraverso l’emissione, l’ascolto e la riemissione di determinati suoni. Attraverso essi, egli “trova” le parole fissando i morfemi che più attirano l’attenzione di chi lo attornia (non a caso le prime parole sono spesso “mamma” e “papà”).
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