Modernità liquida di Zygmunt Bauman
Prefazione sull'essere leggeri e liquidi
I liquidi, a differenza dei solidi, non hanno una forma propria, non sono fissi nello spazio o nel tempo, viaggiano con estrema facilità e sono difficili da fermare. In contatto con oggetti solidi, il liquido li bagna, li influenza, e nonostante esistano liquidi più pesanti di solidi, questi vengono comunque considerati leggeri. Con l'aggettivo “liquido” o “fluido” descriviamo la nuova fase della modernità.
La prima definizione della società come solida (“fondere i corpi solidi”) è stata coniata 150 anni fa dagli autori del “Manifesto del partito comunista” riferendosi alla società del tempo legata alla tradizione e ai rapporti di potere dominanti. “Fondere i corpi solidi” significava spazzare via gli irrilevanti obblighi che ostacolavano un razionale calcolo dei risultati, aprendo le porte all'invasione della razionalità strumentale nella vita sociale/relazionale. Ciò ha dato origine, secondo Claus Hoffe, ad una società estremamente rigida impossibile da mettere in discussione: nonostante la libertà e la volatilità dei sottoinsiemi, l'ordine complessivo non è aperto ad opzioni. Tale ordine non è stato ottenuto tramite sistemi dittatoriali ma attraverso la “colonizzazione” della sfera privata da parte del sistema.
La rigidità dell'ordine odierno ha origine nella libertà degli agenti umani, non esistono più rivoluzioni sistemiche perché non ci sono entità da eliminare. Beck e Rutherford parlano di “istituzioni zombie”, morte ma ancora viventi come la famiglia, la classe ed il vicinato. In realtà il modello rotto viene sostituito da altri. Oggi i modelli non sono “dati” o “assiomatici”, ma sono troppi e si sono tolti potere a vicenda.
Modernità significa molte cose, nasce quando spazio e tempo vengono disgiunti tra loro e dall'esperienza di vita quotidiana, diventando teorizzabili. Il tempo acquisisce una storia, mentre la velocità di movimento nello spazio (che non è flessibile) diventa una questione di ingegno umano. Nella lotta moderna lo spazio è il lato solido ed ingombrante, ostacolo al tempo che invece è fluido.
Foucault, rifacendosi al modello di carcere teorizzato da Jeremy Bentham, parla di Panopticon come metafora del potere moderno, in cui gli individui sono impossibilitati a muoversi dalla continua vigilanza che, al contrario, ha una grande mobilità (può esserci o meno, i prigionieri non lo sanno). Il dominio del tempo è l'arma utilizzata dalla vigilanza per incatenare gli individui nello spazio.
I limiti di questa strategia, durante l'epoca industriale, stavano nel fatto che: i dominatori sono incatenati allo stesso modo ai dominati, il modello del proprietario assenteista non era perseguibile, l'amministrazione significa responsabilità, presenza e coinvolgimento.
In molti parlano di “fine della storia” o “seconda modernità” o “submodernità”, intendendo con ciò il fatto che il prolungato tentativo di accelerare la velocità di movimento ha raggiunto il suo limite naturale (informazione elettronica=tempo 0). Il potere è diventato “extraterritoriale”, non è rallentato dallo spazio, offrendo quindi ai detentori del potere di eliminare gli ostacoli al modello Panopticon. Si parla di modello post-Panopticon: i dominatori non sono più tenuti a rimanere nello stesso posto o nei suoi pressi.
La fine del Panopticon segna la fine dell'epoca del reciproco coinvolgimento tra controllori e controllati, la principale tecnica di potere sono la fuga e l'evasione. Un esempio di fine del panottico è rappresentato dalle guerre moderne, in cui si preferisce non intervenire con l'esercito ma piuttosto armi. Secondo Jim MacLaughlin l'avvento dell'epoca moderna significa l'assalto delle popolazioni stanziali a quelle nomadi. Tuttavia oggi si assiste ad un declino della stanzializzazione in favore del nomadismo: la maggioranza sedentaria è governata dai superiori nomadi: le élites non sono più dovute a rimanere nello stesso luogo al contrario delle persone comuni.
La disintegrazione della rete sociale e degli organismi di azione collettiva sono osservate con preoccupazione come le cause della fluidità di un potere che non deve più prendersi responsabilità. I poteri globali vogliono smantellare le reti radicate sul territorio in modo da poterne acquisire il controllo.
Capitolo 1: Emancipazione
Con la fine dei 30 anni gloriosi (post WWII), H. Marcuse, appartenente alla scuola di pensiero di Francoforte, sostiene che ci fosse bisogno di una liberazione ma che non ci fosse la “base di massa” necessaria: non ci sono persone disposte a liberarsi. Sentirsi liberi significa equilibrare desideri, immaginazione e capacità di agire: si è liberi finché l'immaginazione non supera i desideri reali e può essere raggiunto limitando i desideri o ampliando la propria capacità di agire.
I pro e i contro della libertà
Metafora di questo dilemma è un testo apocrifo dell'Odissea di Feuchtwanger, in cui i marinai trasformati in maiali da Circe non avevano intenzione di ritornare ad essere umani. La libertà è una benedizione o una maledizione? Sono state date 2 risposte a riguardo:
- La verità che rende liberi è quella che gli uomini comuni non vogliono sentire.
- La libertà elogiata dai libertari non è una garanzia di felicità. L'uomo diventerebbe una bestia dalla vita breve ed infelice.
Secondo Durkheim “l'individuo si sottomette alla società, e tale sottomissione è la condizione della sua liberazione in quanto viene protetto da essa”: se tutti fossero completamente liberi -senza regole/anomia- si sarebbe in uno stato di costante agonia per via dell'incertezza sulle intenzioni di chi li circonda. Secondo Alain Touraine qualsiasi libertà concepibile e acquisibile è già stata raggiunta.
La casualità e le mutevoli fortune della critica
La nostra società ritiene di essere perfetta e senza la necessità di esaminare i suoi taciti assunti. Tuttavia ciò non ha segnato la fine della critica, ma piuttosto il contrario: non si è affezionati a ciò che si ha di fronte, non è mai del tutto soddisfatti dei risultati prodotti ma si tende alla correzione. Nonostante l'aumento della critica, questa è incapace di incidere sulle nostre scelte, impotente. La società della modernità liquida non è ricettiva alla critica.
Tale mancanza di ricettività può essere riassunta nella figura del camping per roulotte: il camping è aperto a tutti coloro che hanno una roulotte ed il denaro per pagare, agli ospiti non interessa sapere come il posto è gestito finché la piazzola concessagli è abbastanza grande e con i servizi necessari, ci si mobilita solo quando essi mancano. Una volta finito il soggiorno il camping rimane com'era.
Questo cambiamento non è spiegabile con l'assopirsi dell'interesse verso il bene comune, ma sono più profonde, radicate nella trasformazione dello spazio pubblico e nel modo in cui la società moderna presenta sé stessa.
La teoria della critica classica faceva riferimento ad una società solida e naturalmente tendente al totalitarismo, di cui un esempio è la fabbrica fordista, che riduce le attività umane a movimenti semplici e preprogrammati oppure il Panopticon con le sue torri da guardia o ancora il Grande Fratello. La teoria critica voleva eliminare questa tendenza al totalitarismo difendendo le libertà dell'uomo. Sia il XX che il XXI sono moderni, ma differenti: il XXI secolo è caratterizzato dalla compulsiva modernizzazione, ovvero un continuo desiderio di fare “piazza pulita” in nome di un nuovo progetto migliore.
Secondo Lessing, una volta spazzata via la religione, l'uomo non ha più limiti nel miglioramento, si crea e si distrugge. Secondo Weber, siamo condannati alla mobilità a causa dell'impossibilità di sentirci gratificati, i successi perdono capacità di soddisfare nell'attimo stesso in cui vengono colti se non prima.
La modernità del XXI secolo è nuova e diversa per via di 2 ragioni:
- Declino dell'illusione protomoderna: non si crede più che la strada che stiamo percorrendo avrà una fine, che ci sarà un ordine perfetto, un completo dominio sul futuro senza ambiguità.
- Deregolamentazione e privatizzazione dei compiti e dei doveri della modernizzazione: le istituzioni pubbliche si sono liberate della propria funzione emancipatoria dell'intera società ma piuttosto si concentrano sui diritti degli individui -autoaffermazione-.
“La società non esiste” diceva Tatcher: solo dentro di sé si trovano gli strumenti per il miglioramento della propria vita.
L'individuo in conflitto con il cittadino
La società moderna esiste nella sua incessante attività di “individualizzazione”. Il processo di individualizzazione consiste nel trasformare l'“identità umana” in una “cosa data”, un “compito” da accollarsi ai singoli attori (che se ne devono anche assumere la responsabilità). Dover diventare ciò che un'altra persona è, è una peculiarità della società moderna.
Ad esempio, una volta infrante le barriere degli stati nazione, l'autoidentificazione degli individui si riduce ad un'imitazione dei modelli di comportamento classici. Coloro che non hanno le risorse per farlo si accorpano in azioni collettive, ma con grossi limiti imposti dalle condizioni materiali. Questa condizione è ciò che distingue l'individualizzazione del XX secolo da quella del XXI secolo.
Oggi come in passato, l'individualizzazione non è una scelta ma un destino (es. se una persona resta disoccupata si crede sia perché non sono state capaci di sostenere il colloquio o è scansafatiche). In sintesi: si sta creando un divario tra individualità in quanto sorte decretata ed individualità in quanto capacità pratica e realistica di autoaffermazione.
La capacità di autoaffermazione dell'uomo individualizzato è inferiore ai requisiti necessari per conquistare una reale autocostituzione. Questi problemi si risolverebbero con l'azione collettiva? Il problema è che le sofferenze non sono cumulabili, l'unico vantaggio che l'interazione offre è che un consiglio, mentre i problemi vanno affrontati da soli.
Tocqueville sostiene che “il peggior nemico del cittadino è l'individuo”: il cittadino è una persona incline a cercare il proprio benessere attraverso il benessere della città, mentre l'individuo è scettico e diffidente nei confronti della causa comune.
Le uniche cose utili che si possono ottenere dal potere pubblico sono:
- Il rispetto dei diritti umani, quindi la possibilità di poter seguire una propria strada.
- Protezione del proprio corpo e dei propri averi.
Se l'individuo è il peggiore nemico del cittadino, l'individualizzazione è un pericolo per la cittadinanza perché i timori degli individui diventano l'unica cosa che riempie lo spazio pubblico. L'individualizzazione non è un fenomeno permanente. L'individualizzazione porta ad una libertà senza precedenti, ma anche l'onere di sopportarne le conseguenze. Il crescente divario tra il diritto di autoaffermazione e la capacità di controllo degli ordinamenti sociali che possano renderla fattibile è la principale contraddizione della modernità liquida, che andrebbe risolta collettivamente.
Lo stato della teoria critica nella società degli individui
L'impulso di modernizzazione implica una compulsiva critica della realtà. La privatizzazione di tale impulso implica una compulsiva auto-critica frutto di una perpetua disaffezione di sé. Essere un individuo “de jure” significa non poter addossare a nessuno la colpa per la propria miseria, si guarda esclusivamente la propria performance senza guardare l'ambiente circostante.
Non esistono efficaci soluzioni individuali alle contraddizioni sistemiche. La nostra epoca è gravida di capri espiatori in un periodo in cui lo spazio pubblico è a corto di attori. Il divario tra individui “de jure” e “de facto” (cioè padroni del proprio destino e compiere le scelte che si vogliono davvero fare) si amplia, ed è da tale divario che derivano gli effluvi più velenosi della vita umana. Ricomporlo non è compito del singolo individuo ma della politica, in cui i problemi privati vengono tradotti in termini pubblici e vanno ricercate e negoziate soluzioni pubbliche ai problemi privati.
Il compito della critica si è ribaltato: dalla difesa dell'autonomia personale si passa alla difesa della sfera pubblica, colonizzata dalla privatizzazione. I principi strategici delle autorità oggi sono la fuga ed il disimpegno. L'individuo de jure non può diventare de facto senza passare a cittadino. Società ed autonomia individuale sono sempre stati in un rapporto ambiguo: se da un lato la prima ha tentato di controllare la seconda, dall'altro la seconda non può esistere senza la prima.
La teoria critica rivisitata
Adorno sostiene che pensare è una cosa da essere umano, ma è anche l'essere umani che ci fa pensare. La consapevolezza è l'inizio della libertà, ma l'ingenuità permette di essere più felici. Il prezzo da pagare per la sopravvivenza è il coinvolgimento concreto, la trasformazione delle idee in dominio concreto, sia vivere la propria vita in contemplazione o in azione hanno prospettive poco felici.
Come si può evitare l'impatto corrompente del potere? L'accordo basato sull'opinione non esiste, il disprezzo per le idee degli altri rende tirannica la tirannia. La soluzione sarebbe quella di raggiungere un accordo, che Kojève ritiene possibile e Strauss no. I due studiosi però vivevano in un'epoca di modernità pesante, in cui la politica si accavallava alle azioni dello stato.
La critica della politica alla vita
Ora che lo stato ha smesso di promettere, esso ha assunto un compito un tempo riservato ai legislatori: è venuto meno il veicolo/bersaglio della lotta alla liberazione, il soggetto del discorso critico. Esiste però, nella società liquefatta, una nuova agenda di emancipazione che trae origine dal divario tra individualità de jure (libertà negativa legalmente applicata ma non universalmente disponibile) e de facto (genuina capacità di autoaffermazione).
Le odierne autorità scaricano i propri doveri sugli individui, che vengono considerati la causa dei propri fallimenti. Il destino di un essere libero è pieno di antinomie: es. le identità devono essere abbastanza solide da essere riconosciute come tali ma allo stesso tempo abbastanza flessibili da non ostacolare la libertà in circostanze volatili o l'azione comune deve contare esclusivamente sull'entusiasmo di chi vi partecipa. Il potere pubblico implica l'incompletezza della libertà individuale, ma la sua scomparsa ne determinerebbe l'impotenza pratica.
Dopo aver conquistato la libertà negativa, le leve necessarie per ottenere la libertà positiva si sono spezzate: il potere pubblico ha perduto non solo il suo potere oppressivo ma anche la sua forza capacitante. I critici teorici si contrapponevano all'idea di despota illuminato dell'illuminismo, l'individualità e la creatività di un individuo fossero strumenti atti a conseguire un preciso risultato, in favore invece di una società in cui la perfezione imposta contro i desideri viene rifiutata. Tale teorizzazione critica era intrisa di una vena anarcoide: qualunque forma di potere era sospetta.
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