La rete è libera e democratica: falso!
Argomento ontologico
Urbi et Orbi
La rete non è un'entità dalla natura immutabile: è composta da macchine meccaniche (computer, cavi, router), semiotiche (codici e linguaggi) e biologiche (umani) che interagiscono fra loro in maniera complessa secondo un meccanismo di autocostruzione. La rete è nata dall'informatica, la quale non è una semplice tecnica per gestire l'informazione ma è fisica teorica e sperimentale assieme: studia la formalizzazione del linguaggio (quindi formalizza la conoscenza), la applica ai componenti fisici dell'elettronica e ne ricava linguaggi che a loro volta influenzano la conoscenza, il tutto in una dimensione ricorsiva. Questa complessità è spesso banalizzata ed ora più che mai si rende necessario articolare nuovi approcci estetici ed etici per distinguere l'innovazione dal rumore.
La rete non è il web
La rete di internet non coincide con il world wide web. Il web è solo uno dei tanti servizi disponibili, sebbene il più conosciuto, che ci permette di navigare tra i contenuti messi in rete attraverso i collegamenti (links) che formano gli ipertesti. Ciò che distingue la rete dal web sono i protocolli: un protocollo informatico è una sorta di accordo comunicativo fra macchine che definiscono in maniera il più possibile chiara in documenti tecnici detti RFC (Request For Comment), essi funzionano a livelli, di cui l'utente vede solo l'ultimo. Il protocollo del web si chiama http (hypertext transfer protocol) e risale al 1991. Tutto ciò che non è http non è web (es. Skype e Torrent usano tcp/ip). Il web può essere considerato come una pellicola che avvolge tutti i protocolli e ci permette di usarli con semplicità. La società della rete come fenomeno di massa è stato reso possibile grazie all'espansione del web e la facilità d'uso del suo protocollo ed i suoi servizi derivati, prima di tutti il browser ed infine le piattaforme di social networking. I dispositivi hardware servono ormai quasi esclusivamente per usufruire del web e dei suoi servizi: tutto è condiviso e nessuno possiede più niente.
La democrazia sul web funziona
L'indicizzazione del web da parte di Google è simbolica di questa forma di malafede costitutiva. L'idea che la democrazia possa essere garantita dalle macchine nasce dalla loro oggettività matematica. Google ritiene erroneamente che il suo algoritmo (PageRank) possa ordinare il mondo in maniera oggettiva e democratica: il PageRank presenta i risultati in base alle relazioni tra le pagine, quindi il numero di link in entrata per ogni sito e l'importanza che a loro volta questi siti posseggono, come in una sorta di "voto". Il ragionamento sottointeso è che il PageRank, in quanto oggetto tecnologico, non giudichi e non menta. In realtà questo algoritmo è doppiamente ideologico: crede di essere una buona tecnologia e è sottomessa all'ideologia dello spettacolo: più una cosa è conosciuta e più sarà famosa.
La repubblica degli algoritmi
L'idea del link come simbolo di voto positivo ha un'origine culturale precisa: si tratta di una traduzione matematica del meccanismo di citazione scientifica, nel quale più un articolo scientifico viene accolto in maniera positiva da altri scienziati, più l'articolo viene considerato importante e meritevole. Un algoritmo di popolarità si trasforma in un algoritmo di qualità. Il metodo che offre maggiore oggettività è quello del "doppio cieco" (double blind): prima di essere accolto da una rivista scientifica, un articolo viene sottoposto a due ricercatori di fama che non devono conoscere il nome dell'autore, mentre l'emittente non deve conoscere i nomi dei recensori. L'algoritmo del PageRank è utile per rintracciare il senso comune riguardo a un certo argomento, ma quando la nostra intenzione è di tipo esplorativo (ovvero non sappiamo esattamente cosa cerchiamo) l'interfaccia di Google diventa scomoda, l'ordine scalare dei risultati non è di aiuto e diventa necessario sfogliare le pagine una a una. Il sogno di Google come contenitore di Internet è un'idea comoda e ci illudiamo che la libertà sia ottenere informazioni a costo zero.
La disonestà della trasparenza totale
Come guadagna Google? La moneta con cui si paga siamo noi, le nostre informazioni e le nostre esplorazioni: ogni volta che usiamo un prodotto 2.0 viene fatta una profilazione dei nostri dati usata per proporci pubblicità mirate. La trasparenza totale non è reale, in quanto i responsabili del servizio si sottraggono da qualunque confronto e i singoli utenti non possono fare nulla se non sono abbastanza influenti. Oggi si parla di Big Data come nuovo filone aurifero dell'economia informatica: questo mercato fa affidamento sull'inconsapevolezza dell'utente e la leggerezza con cui esso espone le sue informazioni personali.
Liberi di navigare in un grande "mare nostrum"
Facebook è il campione indiscusso del profiling: esso si presenta come una grande massa egualitaria tesa ad accogliere in sé tutti coloro che ne sono fuori. Il social network si presenta come elemento omogeneo di concentrazione orizzontale. Chi usa il social network è convinto che tutte le informazioni utili possano essere reperibili al suo interno e che le informazioni pubblicate ottengano il massimo grado di pubblicizzazione. Facebook trasforma l'idea di opinione pubblica nella convinzione che molte opinioni soggettive si trasformino in verità nel momento in cui vengono superati un certo numero di like. In quasi tutte le analisi si tace sul fatto che le piattaforme social sono state create con l'obiettivo di...
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