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DISPENSE TOMMASO POMILIO

QUESTIONI DI LETTERATURA ITALIANA CONTEMPORANEA

EMILIO VILLA (Milano 1914 Rieti 2003)

Nato nel 1914 ad Affori nell'hinterland milanese e morto a Rieti nel 2003, fin da giovanissimo

Villa mostra una grande tendenza all'erudizione e allo studio delle lingue, soprattutto quelle

morte: oltre al greco e al latino imparò il fenicio, l'aramaico, il sumero, l'assiro e il miceneo.

Nel corso della sua vita l'attività poetica (la sua prima raccolta di poesie, Adolescenza è del

1934) andò di pari passo con quelle di traduttore (dell'Odissea, dell'Antico Testamento e del

Dies irae di Tommaso da Celano, una delle opere più importanti della poesia latina

medievale), di creatore di riviste d'arte e di poesia e di critico d'arte (fu amico tra gli altri

di Alberto Burri, Piero Dorazio e Giulio Turcato).

Emilio Villa fu un poeta estremamente anticonvenzionale: il suo anticonformismo si

manifestava sia nell'uso della lingua, sia nei rapporti con l'industria editoriale. Insofferente

fin dall'infanzia nei confronti dell’italiano, che a suo parere peccava di inautenticità, molto

spesso Villa compose poesie ricorrendo a una serie di lingue altre, sia vive sia morte, usando

in particolare il francese e il latino e inserendo qua e là anche singole parole o interi versi in

inglese, portoghese e greco (in alcuni suoi componimenti usò tutte o quasi queste lingue

contemporaneamente, dando vita a vertiginosi pastiche linguistici).

ALBERTO BURRI

“Il → Burri mostra la

mio ultimo quadro è uguale al primo” temporalità unica e infinita di

una ricerca profonda, che inizia nella natia Castello. Burri dipinge il primo paesaggio Texas

nel campo di prigionia di Hereford, dove è internato dal 1943-1946, durante la Seconda

Guerra Mondiale, per la quale partì volontario. Nei dipinti di questo periodo il colore non

mima la realtà, bensì è in nuce, la scoperta della materia attraverso la messa in opera di

una materia Materia e colore non sono giustapposti a simulazione del visibile MA è

la ricerca della realtà stessa a divenire quadro.

Attributi dell’arte odierna

Emilio Villa su Alberto Burri (1953)

c’è molto che può diventare materia di una

Nella memoria delle palafitte superficie di pittura,

ma pittura per modo di dire; Burri coltiva delle contrattili anatomie di organismi inespressi,

incerti tra una parvenza di materiali biologici fuori uso e un ideale di fulminei universi tra

elaborato l’assurdo o quasi mistico proponimento di

il gigantesco e il minimissimo. Ha

evocare i primi principi, i sapori germinali di un organismo assai grande e non

sconosciuto. Riesce ad afferrare pensieri che insorgono da profondità non usuali, e a rendere

contenuti maestosi con mezzi trasandati, consunti, acidi. 1

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materie in disuso, o senz’altro deteriorate →

Burri ha il gusto e il sentore delle per la

propria arte si serve di rifiuti popolari: sacchi di juta, nylon, materiali usuali, stracci,

vernici scadenti, paste amorfe tra deperimento e cristallizzazione, legnami scartati e

destinati all’acqua o al fuoco, degli → questi materiali

asfalti conquistano un sentimento

compiuto e solenne, una illuminazione, tra le allegorie più eccellenti e più concrete che sia

possibile conoscere oggi, e vengono assunti in una dialettica che travalica il rapporto e la

differenza tra superficie e supporto, secondo me, il più elevato tentativo di rappresentare

immaginazione vera, al di là della favola, al di là del lirismo e di simili abbandoni.

I quadri della pittura di Burri sono da considerare già come paradigmi maturi. Il pittore, tra

incanto e artificio solenne, cancella i colori per condurre i profili della tensione e della

costernazione, per illuminare alcune voci, risonanze carpite tra le filature della meccanica

mentale e del suo naturale funzionamento; soli colori il bianco e il nero, rappresentazione

della vita e della morte, del giorno e della notte, della volontà e dell’abbandono. Sarà

l’ultimo grande sforzo la dialettica del non colore questa specie di insonnia caparbia arcaica

futura, come la pietra, come il colore dell’abisso e dell’invisibile, che la pittura di Burri esegue

per via allegorica, in una risoluzione allegorica, con il sacco la iuta il nylon le tele la

porporina. l’opaco, l’opacità ardita dopo tutto, pescata nel fondo

Io ricordo la grande invenzione di Burri;

l’esistenza del mondo allo stato puro,

degli altri colori, fatta quasi di elegante leggerezza

all’interno della materia dove le filature sui crepacci del non manifesto sono frettolosamente,

ma con dignitosa abilità, chiuse da suture, opera di un medico destituito dalle sue relazioni

sociali, di un medico all’antica; non a caso Alberto Burri è stato un medico, ora trasformato

in un chirurgo ben più virtuoso, di rara, precisa libertà.

quadri un po’ un’opera che

Su questi imprevisti ogni volta, ogni volta se ne può dire: ecco

un’azione che poteva essere compiuta

poteva essere fatta soltanto oggi, oggi soltanto.

La loro suggestione, forse deperita, forse moltiplicata, sempre però libera dalla magra e

scadente eternità museografica, l’inesperta vanità delle avanguardie polimateriche, potevano

tutt’al più evocare il senso di improvvisazioni magiche deteriori, o ironie, o proteste

in questi quadri invece il miracolo c’è: dolcissime o astruse o preziose

automatiche,

reminiscenze delle materie quotidiane, investite da una esaltazione concettuale e da una

severità oggettiva ogni porzione eseguita dal pittore suscita oggetti o racconti o poemi

solidificati, che paiono essere rivelazioni.

Carla Subrizi, Emilio Villa o l'estensione del punto di vista critico

«Designificare decolorare deplatonizzare deliricizzare i gerghi pittorici» dice Emilio Villa

nel testo su Capogrossi nel 1962. Parla dei segni di Capogrossi come di «strumenti

paleoitalici», un «segno di grado iniziativo» per «ritrovare il praeverbium» In questo testo,

troviamo alcuni dei nuclei fondamentali del suo pensiero critico e della sua azione poetica:

▪ l’indagine della pittura oltre la sterile sfera della pittura

▪ la permanenza dell’antico nel contemporaneo 2

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▪ la possibilità (in quei tempi premonitrice) di un confronto con culture e tradizioni

non occidentali o remote nel tempo

▪ la ricerca del gesto «iniziativo» o originario che per Villa significa ciò che nel

linguaggio previene il formarsi della parola, della frase, della sequenzialità

→ dell’arte

significante alla ricerca, nel prelinguistico, in quanto realtà potenziale,

in divenire, non ancora definita in unicità semantica.

Villa concepisce la critica come osservazione e denuncia, «appassionata e politica», nella

linea dei Baudelaire, Mallarmé, Valéry e Apollinaire. Egli non soltanto segue ma affianca gli

l’arte del suo tempo,

artisti e scegliendo di porsi non accanto al panorama complessivo delle

ricerche e della sperimentazione, ma al suo interno: da artefice. Villa non intende la critica

come metalinguaggio sulle opere, né come applicazione di una teoria già fatta che rende

ciechi di fronte all’opera e fa parlare principi generali, validi per tutto. Proprio perché affronta

l’arte – –

non da critico ma da poeta da artista a sua volta usa la critica come strumento di

indagine sui processi creativi, in modo non diverso da quello con cui la sua parola poetica

dell’Antico

o la parola nelle traduzioni (tra tutte si ricorda quella Testamento), esplorava le

lingue antiche e moderne La sua ricerca sulla parola non è certo formalistica: Villa indaga,

attraverso la parola, i processi mentali, con una logica di confine che si situa sulla soglia dei

→ critica alla

significati, per esplorare altri regimi del senso pratica della critica che

procede per comparazioni, individua le somiglianze formali o apparenti e, fondandosi su

questo sistema, traccia poi i percorsi, la storia, le cause e le conseguenze, cercando la

l’azione, l’atto «creazionale» →

rappresentazione piuttosto che la sua critica diventa

cogliere l’inedito

denuncia di una prassi che si confronta col certo, il già affermato, senza

se non per ricondurlo a un denominatore già consolidato Villa non cerca la sintonia

con ciò che sempre, in ogni epoca, si presenta un modello da seguire: si è avvicinato in

maniera libera agli artisti e alle opere, libero da condizionamenti o da scuole, proprio perché

in quanto poeta, vissuto egli stesso ai margini di qualsiasi sistema (anche quello della poesia)

riesce a osservare, spostarsi, pensare oltre i confini prestabiliti.

La parola con la quale si e ci mette alla prova, a un primo approccio, sfugge alla possibilità

di cogliere un processo di significazione, un’articolazione del senso: procede per

associazioni, le frasi si interrompono, l’allitterazione e il gioco di parole continui non

permettono di fermarsi per cogliere un riferimento, un punto qualsiasi dal quale procedere.

Ma è proprio quello che Villa vuole: impedire di fermarsi su un senso definito, lasciare

aperti i possibili del senso, non favorire la presenza di punti di fuga (unici) della

comprensione ma far saltare le prospettive, gli orientamenti.

non per spiegare, interpretare e rendere «comprensibile» l’arte ma come

Villa usa la parola

strumento per attraversarla e cercare, in una processualità da indagare, le tracce di

percorsi per altre logiche e forme di coscienza e conoscenza, per attivare «strumenti di

liberazione» o «luoghi della libertà». 3

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e la scrittura che nasce dall’arte, dai processi creativi, è per lui

La critica atto creativo a sua

volta, mentale ma anche emotivo e fisico, vólto a registrare, momento per momento, umori,

→ entrare nell’arte,

e entusiasmi deve deviare, spostarsi, estendere le potenzialità della parola,

senza preoccuparsi di essere «d’accordo» con scuole o tendenze del suo tempo. Si tratta

insomma di rimanere nomadi, «deambulanti» non solo uno spostarsi nella «città» (della

parola, del pensiero, dell’arte) ma una ridefinizione della città a partire dalla «periferia del

colore», «lasciando evaporare i bordi» di «questi sistemi vuoti».

Per Villa «impotente» e i «quadri» di Rothko, ad esempio, sono soltanto «frammenti

dell’impercettibile sostanza pitagorica», invitano lo sguardo a divenire disseminato, senza

centro, frammentato anch’esso → Villa indica un processo di coscienza e conoscenza

l’arte e l’arte,

attraverso con muovendosi sulla superficie di quadri, oggetti e sculture per

invitare l’osservatore a compiere il medesimo processo della visione e della sensazione

→ Pratica critica, pratica dell’arte e pratica dello sguardo sono così su uno stesso piano,

altrimenti produrrebbero soltanto descrizione, senza coinvolgimento.

l’informale, l’action

Villa crede a una prospettiva internazionale e si confronta con painting

e l’espressionismo astratto, MA la sua posizione non si accordi con nessuna delle tendenze

non difende l’astrazione né il suo contrario.

storiche del suo tempo:

Villa coglie l’aspetto più importante dell’opera di

Nel 1951 Burri nel fatto di non essere più

soltanto «pittura», ma un «materiale» che conservava una «tragica reminiscenza della

pittura», non tuttavia nel senso di una inquietante drammaticità, ma del tragico nietzschiano

che si rivela tensione originaria. Quella di Burri è per Villa una pratica artistica non soltanto

tesa alla realizzazione di forme ma processualità in atto, «atto creazionale» o anche

«esistenziale», «non rappresentando ma facendo».

Il colore era, in questo senso, un altro argomento usato da Villa per ripensare il significato

è l’artista

della pittura: si parla di «colori acustici», di «dialettica del non colore». ES Burri

che per Villa sperimenta in «pieno alterco» con il colore; sua «grande invenzione» era stata

l’opacità

«l’opaco, pescata nel fondo degli altri colori».

Il testo su Matta (1949) si dice che le sue opere sono «vicende creative, non da spiegare e

nemmeno da figurare», a proposito delle quali era necessario dimenticare il «dogma neutro

perché «l’immagine, il segno, il suono, il rapporto e il fenomeno che li capta, non

del logos», Un quadro è l’agire» →

sono cose, non sono oggetti: ma sono azione. Villa si concentra sui

sull’opera

processi piuttosto che sulle opere, come processo, formazione piuttosto che

→ anticipa quello che l’arte avrebbe iniziato a fare di lì poco (le azioni, le performance,

forma anche l’attenzione per la

gli happening), e performatività linguistica, ben prima che Austin

introducesse la definizione di speech act.

Nel testo su Sebastian Matta (1949), suo primo contatto con la pittura americana, Villa usa

il termine “pittura d’azione”, in cui azione significa captare non gli oggetti ma i fenomeni,

Solo nel ’52 →

gli eventi. questa dicitura acquisì successo in America, come action painting

la pittura si fa biologica e non soltanto logica o surreale, seguendo un percorso che si sarebbe

l’informale

radicalizzato negli anni Cinquanta. Da una parte sembrava superare le divergenze

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dall’altra esaltava un

tra astrattismo, realismo e figurazione, soggettivismo gestuale e

creativo contro il quale avrebbero reagito, alla fine degli anni Cinquanta, artisti come

Manzoni, Castellani, Lo Savio e coloro che ripartivano dal grado zero del monocromo. Uno

«zero dal nulla» già stato colto da Villa in Manzoni nel 1960, o come strada per ripensare il

colore ponendosi al di là di esso, o come possibilità oltre i «gerghi pittorici».

Già nel 1951, considerato concluso; a loro Villa si affianca.

Nel manifesto redatto in occasione della mostra Origine (1951) alcuni artisti si dichiarano al

di là di un astrattismo, considerato oramai concluso e che per non essere né «decorativo»

«non figurativa» dell’espressione,

né «manierista», doveva ripartire dall’esigenza dalla

«riduzione» del colore e dai «nuclei grafici, linearismo e immagine pure». Dopo la mostra

nasce la Fondazione Origine, fondato da Capogrossi nel 1949-50 insieme a Burri, Ballocco

che dal ’52 ha una propria rivista, «Arti →

e Colla, Visive» Villa si affianca a loro.

A proposito di Pollock (1950) Villa parla di «extension», «perception, operation»: per lui

quella del pittore americano è una nuova «sintassi liberata» che parte dal basso, azione che

«despazializza» per estendere il segno al suo «supplementum» (A, p. 71). Il «supplemento»

di segno che Villa così individua nella pittura-action di Pollock, è ricerca di uno spazio

altro, senza confini, atopico. Non era soltanto una questione di margini o confini della

l’estensione

superficie pittorica: è «transito», filogenesi, irruzione che spinge dal basso.

Villa si inserisce quasi all’interno della superficie di Pollock, ne segue le tracce, i percorsi e

l’indivisibilità

sottolinea del movimento, la molteplicità dei punti di vista e delle direzioni,

i segni e non dal di fuori. L’azione

in uno spazio che, nel testo, è percorso tra di cui parla

che dall’interno

Villa non è soltanto il risultato del gesto ma il movimento dinamico

costruisce lo «spazio Pollock». –

Il tema delle origini è così al centro non solo della scrittura critica di Villa il «primarium»

e il «prelinguistico», il «creazionale» e il «divenire» come linee-guida della sua riflessione

sull’arte e sulla parola, ovvero sui –

processi di articolazione del senso ma anche del suo

→ sull’Arte dell’uomo primordiale,

lavoro con gli artisti e tra gli artisti complemento o punto

d’arrivo di questa tensione, Villa si concentra negli anni Cinquanta e Sessanta, in particolare

dopo una visita alle grotte di Lascaux del 1961: pone la questione in una prospettiva

non si limita a rintracciare l’ispirazione da parte degli

attualizzata e soprattutto critica, che

e dei critici nelle arti extraeuropee o “primitive”;

artisti è consapevole che sia necessario

aprire i confini geografici, culturali, “inconsci” e storici dell’individuo moderno→ Burri

elaborava il «proponimento di evocare o pure di inventare i primi principi, i sapori germinali»,

Newman un «un atto di genesi contrario», Wols un alfabeto di «impronte evaporate»,

→ L’evaporazione,

«hiéroglyphes» di «cammini sordi» o «ritmi nascosti» la traccia, il

segno polveroso, il colore assente, la tensione verso l’«inizio» che pone «sotto il controllo

della creatività le forze più remote nel fondo dell’abisso umano» non suggeriscono dunque

soltanto metafore. Articolano invece un esercizio critico che è, prima ancora che storico e

individuazione dell’inedito

teorico, e prati

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Bacchae2 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di testi e questioni di letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Pomilio Tommaso.
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