DAL NEOREALISMO A SCIASCIA.
SOCIETA E CULTURA DEL DOPOGUERRA.
I limiti cronologici.
Dal 1945 in poi si è avuto un periodo di relativa stabilità, percorso solo da alcuni conflitti nazionali,
da sconvolgimenti economici, sociali e politici, dalla guerra fredda, la sua successiva divisione del
mondo in due (capitalismo e comunismo), dal crollo del comunismo e dell’URSS. In Italia si
sviluppò uno Stato democratico e repubblicano. Il 1968 vede una doppia visione: quella della
ricostruzione e dell’espansione economica e quella dell’affermazione planetaria del capitalismo e
dell’emergenza ecologica.
Verso una cultura di massa: nuovi beni e nuovi consumi.
Il grande sviluppo dei paesi occidentali nel dopoguerra, riguarda soprattutto beni di consumo, ora
acquistabili anche dalle famiglie operaie, che modificarono i caratteri della vita sociale. Aumentò il
divario economico tra il Nord e il Sud. L’introduzione di alcuni elettrodomestici, come radio e tv,
modificarono completamente l’uso del tempo libero e i comportamenti culturali di massa. Per l’Italia
l’automobile e il marchio FIAT sono la forza trainante dell’economia. Questi nuovi caratteri della
cultura di massa generano problemi nel mondo intellettuale, che sottolineava le nuove
problematiche dell’incomunicabilità e dell’alienazione. La pubblicità diventa una presenza
costante; l’introduzione della radio e il miglioramento delle tecniche di trasmissione, favoriscono la
divulgazione della musica leggera e dall’America del rock.
Scolarizzazione e diffusione del lavoro intellettuale.
Aumenta la scolarizzazione e si passa da una scuola d’èlite come quella del ventennio fascista a
una scuola di massa. Da parte della politica molte furono le riforme per abbassare il livello di
analfabetismo: con la legge del 1962 si sanciva la scuola dell’obbligo fino ai 14anni, con una
scuola media inferiore unica. Questo fu un grande progresso sociale che si ripercosse anche sulle
università. Infatti ora strati diversi della società erano messi finalmente a confronto in modo sano,
formando così una nuova figura di intellettuale, quello dell’intellettuale-massa, adatto alla
riproduzione di funzioni degradate, a essere mediatore di cultura di livello inferiore, secondo le
esigenze delle istituzioni e del mercato.
Trasformazione del tessuto linguistico.
Assistiamo all’unificazione linguistica. Nei primissimi anni del dopoguerra, si assiste a un incontro-
scontro tra una lingua italiana media di tipo burocratico e i dialetti, che con la Resistenza avevano
preso sempre più coscienza. Anche il cinema, altra grande invenzione di questo tempo, contribuiva
a diffondere questo italiano medio, parlato. In un discorso del 1964, Pasolini attacca l’industria
delle comunicazioni di massa (e in primo luogo la tv), di aver creato un linguaggio neutro,
standardizzato, di aver ridotto la vitalità dei dialetti a favore di una lingua che doveva rispondere ai
bisogni del mondo industriale e che fosse comprensibile da tutti.
Le forme del lavoro culturale e della produzione letteraria.
Il lavoro intellettuale del dopoguerra mantenne una certa continuità con le forme diffuse nella prima
parte del secolo. Ma man mano iniziarono a farsi spazio i partiti politici, soprattutto quello
comunista, che utilizzava il lavoro degli intellettuale per tracciare articolati programmi di politica
culturale. Si sviluppano anche nuove case editrici e trova posto l’idea del libro tascabile con
collane di grande e costante diffusione, come la Bur e l’Oscar Mondadori.
Assume un ruolo notevole l’assegnazione dei premi letterari che aiuterà lo sviluppo del fenomeno
dei best seller (in Italia “Il Gattopardo” e “La ragazza di Bube”).
Nascono molti giornali appartenenti propriamente a una sola parte politica, come l’Avanti del
partito di sinistra, l’Unità del partito comunista, “Il nuovo Corriere” del Pci diretto da Romano
Bilenchi e “Il Mondo”, settimanale laico schierato su una posizione di liberalismo di sinistra.
Gli anni 60 vedono la creazioni di gruppi di analisi e elaborazione politica, come “Gruppo 63”, che
riprende in modo nuovo i modelli dei movimenti d’avanguardia dell’inizio del secolo.
Rapporti con le letterature straniere.
La cultura che più circola in Italia è quella francese, con la quale condivide il problema di una forte
presenza comunista. Nella cultura francese è alla ribalta l’esistenzialismo, come quello di Sartre
che lo intreccia col marxismo, definendo l’engagement, ossia l’impegno dell’intellettuale o quello di
Camus che rappresenta la condizione assurda dell’uomo sullo sfondo degli orrori della storia con il
romanzo “Lo Straniero”. In Francia nasce il nuovo genere del “Nouveau roman” che tende al rifiuto
della centralità umana, mentre nel teatro nasce il “teatro dell’assurdo” in cui la realtà viene
disintegrata ed espressa in un modo privo di senso, dominata dall’ossessione della bomba atomica
e dalla perdita di ogni carattere umano.
Dall’Inghilterra, oltre a Eliot, ci giunge il teatro e la narrativa degli “angry young man”, i giovani
arrabbiati. La letteratura americana è quella della beat generation mentre dalla Russia
giungeranno solo più tardi e clandestinamente opere di realismo socialista come “Il Dottor Zivago”
di Pasternak.
Quella che offre più spunti è la cultura tedesca, a partire dal teatro di Brecht o la scuola di
Francoforte essenziale per lo sviluppo di un marxismo critico, o il “Gruppo 47”.
Per quanto riguarda la cultura spagnola, ci sono nomi come Federico Garcia Lorca e Pablo
Neruda.
Il dibattito ideologico: filosofia e saggistica.
La cultura italiana è ancora pervasa dall’idealismo di Croce e il marxismo è pervaso
dall’insegnamento di Gramsci. Gramsci viene opposto a Croce, ma il suo pensiero viene per lo più
interpretato in senso storicistico.
Importante anche la nuova ideologia della Chiesa espressa sotto il pontificato di Papa Giovanni
XXIII.
Per quanto riguarda il marxismo si sviluppano due filoni: uno che si confronta con la scienza
moderna e la riflessione epistemologica ad essa collegata, l’altra segue il marxismo dialettico di
matrice tedesca. La lezione della Scuola di Francoforte si fa sentire nella critica alla cultura di
massa. Oltre al marxismo, altre correnti filosofiche sono l’esistenzialismo che focalizza il suo
sguardo sui problemi e le angosce degli uomini e il neopositivismo che si confronta direttamente
con la scienza.
Si espandono le nuove scienze umane della sociologia, la linguistica, la psicoanalisi.
Politica e letteratura.
Gli anni dal 1945 al 1956 sono gli anni dell’impegno. Si diffonde la convinzione che gli scrittori
debbano mettere il loro lavoro al servizio della causa dell’emancipazione delle classi popolari. Ciò
comporta da una parte una sopravvalutazione della funzione di “coscienza” dell’intellettuale e
dall’altra una visione mitica del popolo. Nella politica culturale del Pci, il pensiero di Gramsci e la
nozione di intellettuale organico si sovrappose al dogmatismo staliniano, affiancata dall’avanzare
del neorealismo. Ma questa “collaborazione” termino nel 1956 quando ci fu il declino di Stalin e i
Fatti di Ungheria. Si distinsero cos’ due linee: una rivoluzionaria che vedeva necessaria la rottura
col modo di produzione capitalistico e un’altra riformista che mirava a un’utilizzazione in chiave
progressiva della nuova razionalità tecnologica. Molti si posero sulla via dello sperimentalismo
(riviste come “Officina” e “Menabò”) che comportava un rifiuto delle strutture linguistiche e
ideologiche assestate, altri come Fortini posero in discussione il ruolo stesso dell’intellettuale.
La rivista “Quadri rossi” individuò nella fabbrica il luogo nevralgico dello scontro tra capitale e
lavoro; da esse si sviluppa l’operaismo.
L’estremismo cattolico trova la sua figura in Don Milani che si occupa di criticare la tradizionale
cultura scolastica, sentita come totalmente estranea al mondo popolare.
La critica letteraria.
Nella critica accademica domina la visione storicistica che va da un crocianesimo ortodosso, che
tende al puro riconoscimento della poesia, al marxismo di tipo schematico, che mira a definire i
contenuti ideologici e sociali delle opere studiate. Tra i critici che si avvicinarono al marxismo vi fu
Natalino Sapegno il cui “Compendio di storia della letteratura italiana” ha avuto grande
penetrazione nella storia. Dalla parte crociana invece abbiamo Gianfranco Contini che ha diffuso il
modello di scrittura critica elegante, strettamente legata alle suggestioni dell’ermetismo.
NEL TEMPO DEL NEOREALISMO.
Realismo e neorealismo.
Il neorealismo è considerato quel movimento che raccoglie tutte le nuove forme di letteratura
realistica sviluppate negli anni ’30. I principali esponenti sono Vittorini e Pavese con la loro
rappresentazione del mondo popolare e col loro impegno democratico e antifascista. Il momento
più autentico è quello della Resistenza quando si diffonde un nuovo modo di rappresentazione
della realtà popolare e si affronta al cinema. Il linguaggio medio è la voce del popolo che diventa
protagonista e che ha bisogno di narrare le proprie vicende, che riguardano principalmente la lotta
partigiana. Si tende a suggerire un modello di umanità positiva, a trasporre i fatti concreti in modo
epico distinguendo il bene dal male. Come osservò Gadda, la struttura neorealista si basa su una
tremenda serietà, come quella che ha chi sa di stare dalla parte giusta.
Il cinema, agli eroi tradizionali, fittizi, sostituiva uomini comuni, operai, contadini, impiegati. Agli
attori professionisti venivano preferiti spesso uomini comuni.
Elio Vittorini: una presenza inquieta e vitale.
In tutta la sua vita ha espresso una voglia di partecipazione e di intervento attivo alla realtà.
Nasce a Siracusa nel 1908 dove trascorse la sua infanzia, seguendo gli spostamenti del padre,
ferroviere. Il treno e il tema del viaggio saranno sempre presenti nella sua opera. Dopo il
matrimonio si traasferì prima in Venezia Giulia e poi a Firenze dove lavorò come correttore di
bozze per la “Nazione”.
Lavorò anche come traduttore dall’inglese (appreso da autodidatta) e divenne redattore di “Solaria”
su cui pubblicò il romanzo “Il garofano rosso”.
Fascista “di sinistra”, guardò molto alla cultura europea e soprattutto a quella americana. Seguì gli
avvenimenti della guerra civile spagnola e si pose all’intervento dell’Italia e si oppose all’intervento
dell’Italia fascista alle forze reazionarie e clericali. Nel 1936 venne espulso dal partito fascista e si
avvicinò all’opposizione. Nel 1943 è incarcerato a San Vittore, poi liberato, si occupa di stampa
clandestina e prende parte alla Resistenza. A Milano fonda la rivista “Il Politecnico” (per Einaudi)
nel 1945, ma incontra lo sfavore del Pci e poco dopo venne chiuso, quindi prende le distanze
anche dal Pci nel 1951. Nel 1955 gli morirà il figlio e infine si dedicherà alla collana narrativa “I
Gettoni” Einaudi e con Italo Calvino fonda “Il Menabò”. Muore a Milano nel 1966.
Vittorini intellettuale e organizzatore di cultura.
Nei primi anni il lui è molto forte questa volontà di partecipazione al vortice della vita, per estrarre il
valore autentico e profondo. Si sente l’eco de “La Voce” e del fascismo di sinistra. Con la sua
rinuncia al fascismo, questo vitalismo si rivolge con appassionata attenzione alla realtà popolare,
caricandosi di sdegno verso l’ingiustizia e l’oppressione. L’interesse del popolo è per lo scrittore
anche interesse verso le proprie radici.
L’esperienza della Resistenza genera in lui l’esigenza di un’azione concreta, che diventa il
“Politecnico”.
Dal Pci fu accusato di essere un giornale eclettico e di fornire troppe concessioni alla cultura
borghese. In una lettera a Togliatti, su “Politica e cultura”, Vittorini affermò che la cultura è libera e
autonoma ricerca ed era necessario mantenere il contatto col livello culturale delle masse.
La narrativa di Vittorini.
Le opere di Vittorini sono sempre tese verso la ricerca di un qualcosa che possa essere essenziale
o risolutivo, ma ciò non è sempre possibile, tant’è che molte sue opere sono incomplete. le prime
prove narrative sono quelle giovanili dei racconti “Piccola borghesia” apparsi su “Solaria” nel 1931.
La vita della piccola borghesia si esprime soprattutto tramite immagini dell’infanzia e
dell’adolescenza.
L’interpretazione tutta positiva dell’adolescenza si ha nel romanzo “Il garofano rosso”. L’interesse
principale è l’incontro tra la vitalità adolescenziale e le contraddizioni politiche, il groviglio di
tensioni irrisolte dell’esperienza fascista.
“Conversazione in Sicilia” inizia dopo la rottura col fascismo, in un momento di stasi narrativa. Fu
sentita come rivelazione di una nuova forma di narrazione lirica, appoggiata su suggestioni e
sfumature segrete, su rapporti di tipo analogico tra figure e situazioni su sfondo mistico e sacrale.
Narrazione in prima persona, ma la voce narrante solo in parte è quella dell’autore e rappresenta
più una sorta di soggetto collettivo, l’immagine dell’intellettuale cittadino, che all’inizio sembra non
riuscire ad uscire dalla grigia passività del presente, ma egli vi sfugge prendendo un treno per la
Sicilia. Il ritorno alle radici riconduce ai valori autentici e severi della vita popolare. Nasce una
speranza di riscatto e liberazione. Il romanzo, più che una narrazione, è un insieme di situazioni
liriche e figure esemplari, personificazioni morali. Lo stile è pieno di accensioni liriche, di
rispondenze interne, cadenze musicali, di ripetizioni che sottolineano il carattere rituale del
discorso e modi grammaticali tipici del parlato.
Gli astratti furori (opera).
Gli “astratti furori” stanno a rappresentare una situazione di malessere. Astratti vale per introversi e
mentali, incapaci di tradursi nel vivo dell’azione proprio mentre fuori imperversa la guerra. Una
condizione che si manifesta con le figure di rinuncia, di indifferenza e di silenzio nel rapporto con la
donna. L’io del narratore coincide con l’autore. Il malessere è quello dell’inverno del 1936 e dei
massacri della guerra civile spagnola. All’inizio sembra quasi scomparso quel ricordo della Sicilia
solare, ma poi il narratore-autore dovrà intraprendere un viaggio verso casa, a ritrovare quel
mondo originario, quell’umanità autentica che gli farà riscoprire un nuovo e profondo valore della
vita.
Una nuova cultura (opera).
L’articolo appare sul primo numero di “Il Politecnico”, dove Vittorini traccia le linee di un progetto
che mira a ritrovare i valori più autentici della tradizione culturale e cercare di far sì che agiscano
concretamente nella vita sociale. Affinchè accada, la cultura deve saper governare la società: non
può limitarsi a consolare le sofferenze dell’uomo, ma saper combattere lo sfruttamento e la
schiavitù. Per Vittorini occuparsi di pane e lavoro significa occuparsi dell’anima, è il solo modo per
non essere schiacciati dagli orrori della guerra.
Cesare Pavese: il mestiere di vivere.
Anche Pavese, come Vittorini, si dedica alla realtà popolare e contadina, ma a differenza sua non
sarà attraversato dalla stessa vitalità e dalla volontà costruttiva e positiva. La sua vita si risolve si
risolve in una tormentata analisi di sé stesso con gli altri, in una ininterrotta lotta per costruirsi
come uomo e scrittore: una lotta dove tanto più prende coscienza di sé, più si sente di essere
altrove e di non poter coincidere con gli altri. Per questo si suicida.
Nasce nelle Langhe nel 1908 da famiglia piccolo-borghese trasferitasi poi a Torino dove studiò.
Fondamentale il liceo dove ebbe come insegnante Augusto Monti e amici come Leone Ginzburg,
Norberto Bobbio, Giulio Einaudi. Si laureò in lettere con una laurea sullo scrittore americano
Whitman. Già dalla fine degli anni ’20 aveva iniziato a tradurre dall’inglese testi di Defoe, Dickens,
Melville, Joyce. Nel 1934 sostituì l’amico Ginzburg, arrestato, a “La cultura” dove iniziò la
collaborazione con Einaudi. Nel 1935 venne arrestato e inviato al confino a Brancaleone Calabro.
Tornato a Torino ricominciò il lavoro editoriale, sebbene il vuoto che lo tormentava. Conobbe
Vittorini e iniziò a pubblicare “Lavorare stanca” e “Paesi tuoi”. Nel 1942 fu assunto dalla casa
editrice Einaudi.
Dopo la liberazione si iscrisse al Pci e collaborò con l’Unità.
Nel 1950 ricevette a Roma il Premio Strega per “La bella estate”. Il successo gli dava forza, ma
allo stesso tempo si opponeva la percezione della falsità tra rapporti umani.
Si suicidò nel 1950 con una dose eccessiva di sonnifero.
Temi ricorrenti nell’opera di Pavese.
Gran parte delle sue opere contengono il richiamo all’infanzia che, insieme al mondo contadino,
rappresentano una traccia di un evento unico e primordiale, che tramite la scrittura tenta di
ripetersi. Nelle attività della vita contadina si ripete il tempo del mito, nel fondo della realtà
campestre, domina qualcosa di selvaggio, forze ignote che non sono dominabili dallo sguardo
umano. La città rappresenta invece l’artificio, l’operosità, ma si allontana dalla natura. Il rapporto
campagna-città è contraddittorio: la prima &eg
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