CAPITOLO LA MENTALIZZAZIONE
NEL CICLO DELLA VITA
1 COS’È LA MENTALIZZAZIONE?
Cos’è la mentalizzazione?
1 Il concetto e le sue basi nella ricerca sullo sviluppo
1.1 Introduzione: cos’è la mentalizzazione
Quando mentalizziamo siamo impegnati in una forma (principalmente preconscia) di attività mentale
immaginativa, che ci consente di cogliere e interpretare il comportamento umano in termini di stati
mentali, come bisogni, desideri, emozioni, credenze, obiettivi, intenzioni e motivazioni. Nella
mentalizzazione usiamo l’immaginazione, poiché dobbiamo farci un’idea in merito a ciò che gli altri
potrebbero pensare o provare. Infatti, non possiamo mai sapere con certezza ciò che è nella mente di
qualcun altro. Inoltre, sosteniamo (forse in maniera controintuitiva) che un simile genere di salto
immaginativo sia necessario per capire le nostre stesse esperienze mentali, in particolare in relazione
a questioni emotive intense.
La capacità di inferire e rappresentarsi gli stati mentali altrui potrebbe essere unicamente umana.
Sembra essersi evoluta allo scopo di rendere capaci gli uomini di predire e interpretare velocemente
ed efficacemente le azioni degli altri in innumerevoli varietà di situazioni competitive e cooperative.
Tuttavia, la misura in cui ognuno di noi è in grado di padroneggiare questa vitale abilità è
fondamentalmente influenzata dalle nostre prime esperienze e dalla nostra eredità genetica.
1.2 Origini del concetto di mentalizzazione
In questo paragrafo, Peter Fonagy descrive il percorso che lo ha portato alla formulazione del concetto
di mentalizzazione attraverso i seguenti passaggi. Æ
• Studi empirici in cui la sicurezza dell’attaccamento Ipotesi dell’esistenza di una sinergia vitale tra i
infantile con ciascun genitore risultava essere processi di attaccamento e lo sviluppo dell’abilità
fortemente predetta non solo dalla sicurezza del bambino di comprendere il comportamento
dell’attaccamento dei genitori durante la interpersonale in termini mentalistici.
gravidanza, ma anche e soprattutto dalla capacità
dei genitori di pensare e capire, in termini di stati
mentali la loro relazione infantile con i propri
genitori. Æ
• Lavoro psicoanalitico con pazienti borderline in cui Idea di base di considerare che la capacità di
si evidenziava il rifiuto di interessarsi agli stati rappresentare se stessi e gli altri nei termini di
mentali come un aspetto fondamentale della pensieri, credenze, speranze e desideri non si
psicopatologia borderline. Il fallimento della presenti semplicemente a quattro anni, come
mentalizzazione risultava evidente alla maggior un’inevitabile conseguenza della maturazione.
parte degli psicoanalisti che lavoravano con questi Piuttosto è l’esito di uno sviluppo profondamente
pazienti. radicato nella qualità delle prime relazioni. Nel
disturbo borderline, la tendenza al venir meno della
mentalizzazione nei momenti di stress è stata
considerata centrale negli interventi psicologici
psicoanaliticamente orientati.
Æ
• Lavoro con i bambini nell’ambito di un progetto per • La mappa euristica della comparsa della
la costruzione di un manuale per l’analisi del mentalizzazione è risultata preziosa nella
Æ
bambino. Tentativo di rilevare la comparsa della comprensione di alcuni aspetti qualitativi del
mentalizzazione sulla base del materiale tratto dalle pensiero dei pazienti negli stati borderline.
È
registrazioni delle analisi con i bambini e dal lavoro
clinico e di ricerca con bambini in altro contesti. • Le tipologie di pensiero che molti hanno
identificato come caratteristica del disturbo
borderline di personalità non erano dissimili dai
modi in cui i bambini tendono a considerare la
loro esperienza interiore. 91
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NEL CICLO DELLA VITA
La nostra teoria sullo sviluppo della capacità di mentalizzazione sfida l’assunto cartesiano che la
mente sia trasparente a se stessa e che la nostra abilità di riflettere sulle nostre menti sia innata. Noi
sosteniamo che lo sviluppo ottimale della capacità di mentalizzare dipende dall’interazione con menti
mature e sensibili e, di conseguenza, sia indispensabile considerare il ruolo giocato dall’attaccamento
in questo sviluppo.
Siamo arrivati a concepire la mentalizzazione come un costrutto multidimensionale, le cui dimensioni
fondamentali di elaborazione sono sostenute da distinti sistemi neuronali. La mentalizzazione
coinvolge una componente sia autoriflessiva sia interpersonale; è basata sull’osservazione degli altri
e sulla riflessione sui loro stati mentali; è nello stesso tempo implicita ed esplicita e riguarda sia i
sentimenti sia le cognizioni.
I sistemi neuronali alla base di queste componenti, quando lavorano insieme in combinazione
ottimale, permettono al bambino di rappresentarsi gli stati mentali causali, di distinguere la realtà
interna da quella esterna, di inferire gli stati mentali altrui a partire da sottili indizi comportamentali
e contestuali, di regolare il comportamento e l’esperienza emotiva e di costruire delle rappresentazioni
dei propri stati mentali basandosi su indizi percettivi (come lo stato di attivazione fisiologica, il
comportamento o il contesto).
1.3 Attaccamento e mentalizzazione
John Bowlby, padre della teoria dell’attaccamento, ipotizzò un bisogno umano universale di creare
stretti legami. Originariamente Bowlby aveva proposto che la funzione evolutiva di base dell’istinto
di attaccamento fosse quella di garantire che i bambini venissero protetti dai predatori.
Comunque, il ruolo evolutivo della relazione di attaccamento va molto al di là del fornire protezione
fisica al piccolo d’uomo. I comportamenti di attaccamento del bambino vengono attivati, infatti,
quando qualcosa nel suo ambiente lo fa sentire insicuro. L’obiettivo del sistema di attaccamento è
sperimentare un’esperienza di sicurezza. Quindi, l’attaccamento costituisce il primo e principale
regolatore di esperienze emotive.
Nessuno di noi nasce con la capacità di regolare le proprie reazioni emotive. Il piccolo apprende che
non sarà travolto dall’attivazione emotiva mentre è in presenza del caregiver, perché quest’ultimo è
lì per aiutarlo a ristabilire l’equilibrio. Verso la fine del primo anno, il comportamento del bambino
sembra essere basato su specifiche aspettative. Le sue esperienze passate con le figure di accudimento
vengono aggregate nei sistemi rappresentazionali, che Bowlby definì “modelli operativi interni”
(MOI).
Bowlby ipotizzo che i MOI di sé e degli altri, sviluppati durante l’infanzia, fornissero i prototipi per
tutte le relazioni successive. Poiché i MOI funzionano al di fuori della consapevolezza, sono resistenti
al cambiamento.
Le relazioni di attaccamento giocano un ruolo chiave anche nella trasmissione transgenerazionale
della sicurezza. Gli adulti sicuri avranno tre o quattro volte più probabilità di avere figli con un
attaccamento sicuro. Ci si potrebbe allora chiedere se questi potenti effetti intergenerazionali siano
geneticamente mediati, ma le prove che provengono dagli studi genetici sul comportamento non
supportano l’idea di una trasmissione genetica. La varianza dei modelli di attaccamento genitoriale è
univocamente spiegata dai pattern di attaccamento, in aggiunta a quanto spiegato dal temperamento
e dai fattori contestuali, come gli eventi di vita, il supporto sociale e la psicopatologia.
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Anziché un modello evolutivamente riduzionista, che connetta direttamente l’infanzia all’età adulta,
dobbiamo immaginare una serie complessa di passaggi, ognuno dei quali coinvolge fattori di rischio
e di resilienza, che interagiscono con le fasi passate e future dello sviluppo. Tuttavia, l’attaccamento
infantile potrebbe essere un fattore di vulnerabilità che può far luce sull’intero processo evolutivo.
Dal nostro punto di vista, il maggior vantaggio evolutivo dell’attaccamento nell’uomo è l’opportunità
che viene data al bambino di sviluppare l’intelligenza sociale.
Evidenze crescenti suggeriscono che la formazione delle relazioni di attaccamento sia supportata da
almeno due sistemi neurobiologici:
1. la connessione tra le esperienze di attaccamento ai circuiti della ricompensa e del piacere, che
motiva il caregiver (e con tutta probabilità anche il bambino) a cercare esperienze di
vicinanza;
2. un sistema neurobiologico che collega l’aumentata comprensione sociale al contesto di
attaccamento, con legami più stretti che innescano dei sistemi biologici che incrementano la
sensibilità agli stimoli sociali.
1.4 Comprendere la relazione di attaccamento e la mentalizzazione
Se l’attaccamento è alla base dell’emergere della mentalizzazione, dovremmo aspettarci che i
bambini sicuri abbiano una prestazione migliore di quelli insicuri in quest’ambito (misurato con il
superamento dei compiti di teoria della mente). Molti studi supportano questa ipotesi. Generalmente
sembra che l’attaccamento sicuro e la mentalizzazione siano soggetti a influenze sociali simili.
Considereremo ora brevemente alcune di queste influenze.
1.4.1 Mentalizzazione e genitorialità
La genitorialità può spiegare la relazione tra mentalizzazione e attaccamento sicuro? In particolare,
quale influenza ha la capacità del genitore di mentalizzare il bambino?
La capacità della madre di pensare alla mente del proprio figlio è chiamata in vari modi:
mind-mindedness, capacità di insight e funzione riflessiva. Questi costrutti, tra loro sovrapponibili,
sembrano essere associati sia all’attaccamento sicuro sia alla mentalizzazione del bambino.
Diversi studi hanno messo in evidenza:
• un legame tra la capacità genitoriale di mentalizzare il bambino da un lato e lo sviluppo della
regolazione affettiva e della sicurezza dell’attaccamento nel bambino dall’altro;
• che sia la mentalizzazione della madre, e non la sua sensibilità globale, a costituire il predittore
maggiormente significativo della sicurezza dell’attaccamento;
• una forte relazione tra l’attaccamento del bambino e la qualità della mentalizzazione
genitoriale del bambino.
Tutti questi risultati suggeriscono che genitori che mentalizzano potrebbero facilitare lo sviluppo
della mentalizzazione nei loro figli. La genitorialità mindful, probabilmente, sviluppa sia
l’attaccamento sicuro sia la mentalizzazione. 93
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Il processo di acquisizione della mentalizzazione è così comune e normale che può essere più
appropriato considerare l’attaccamento sicuro come un contesto privo di ostacoli per il suo sviluppo,
piuttosto che come un contesto che fornisce una facilitazione attiva e diretta all’emergere della
mentalizzazione.
1.4.2 Le conversazioni familiari
L’esposizione a normali conversazioni familiari sembra essere un requisito indispensabile per la
mentalizzazione. In circostanze normali, la “strada maestra” per comprendere le menti può essere
costituita dalle conversazioni nelle quali gli adulti e bambini parlano delle intenzioni implicite nei
reciproci commenti e le collegano alle reciproche azioni appropriatamente interpretate.
1.4.3 La giocosità
Giocare può essere importante per acquisire la mentalizzazione. L’impatto della mancanza di
giocosità è maggiormente evidente nei casi estremi. I bambini non vedenti hanno un gioco di finzione
piuttosto limitato e, inoltre, lo capiscono poco; hanno un ritardo nelle prove di falsa credenza. I
bambini ciechi perdono anche l’accesso alle informazioni non verbali sugli stati interni. Essi sono
deprivati degli indizi su tali stati, come le espressioni facciali, e possono avere problemi di identità,
che sono forse associati ai problemi di mentalizzazione.
1.4.4 Il maltrattamento
Oltre ai problemi di comprensione emotiva, sono stati evidenziati nei bambini maltrattati anche deficit
nella cognizione sociale e un ritardo nella comprensione della ToM.
Il deficit di mentalizzazione associato al maltrattamento infantile può essere una forma di
disconnessione, inibizione o anche una reazione fobica alla mentalizzazione. Il maltrattamento può
contribuire a una parziale “cecità mentale” compromettendo una comunicazione aperta e riflessiva
tra genitore e figlio. Ciò potrebbe indebolire il beneficio derivante dall’apprendimento, nelle relazioni
di attaccamento, dei legami tra gli stati interni e le azioni. In particolare, il bambino non trova
corrispondenza tra il discorso riflessivo e ciò che lui stesso prova, vivendo una costante
incomprensione, che potrebbe ridurre la sua capacità di comprendere/mentalizzare le spiegazioni
delle azioni altrui. In tali circostanze, è probabile che questi bambini fatichino a individuare
accuratamente gli stati mentali sottesi ai comportamenti e tendono a vedere le azioni come inevitabili
piuttosto che intenzionali. Tutto ciò può essere ulteriormente complicato dall’interiorizzazione della
figura del caregiver: quando i bambini non sono in grado di vedere se stessi come esseri intenzionali
nell’atteggiamento riflessivo della loro figura di accudimento, non hanno una scelta se non quella di
interiorizzare una rappresentazione del loro caregiver all’interno della loro rappresentazione. Questo
inevitabilmente disorganizza il sé, creando delle scissioni. Inoltre, dà luogo a fenomeni ben noti
associati alla disorganizzazione dell’attaccamento, come l’atteggiamento manipolatorio durante l’età
scolare, caratteristico delle persone che hanno avuto un attaccamento disorganizzato nell’infanzia.
La manipolazione (e il comportamento oppositivo) come conseguenza dell’attaccamento
disorganizzato si verifica perché i bambini preferiscono esternalizzare una parte di sé, inducendo il
genitore (delicatamente e a volte non così delicatamente) a sperimentare gli stati mentali di rabbia o
ansia che hanno interiorizzato, ma che vivono come alieni. Ciò crea una situazione in cui gli stati
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mentali non desiderati del bambino possono essere sentiti come appartenenti a qualcun altro,
consentendo così all’individuo con una storia di attaccamento disorganizzato di sperimentare la
coerenza di sé.
Il maltrattamento crea un ulteriore profonda complicazione in questo meccanismo quando il bambino
fa uso delle parti scisse di sé per ottenere il controllo illusorio sull’abusante, un processo descritto
abbondantemente nella letteratura psicoanalitica come “identificazione con l’aggressore” (Freud,
1936). Quando il bambino interiorizza nel sé alieno lo stato mentale del suo persecutore, sperimenta
una parte della propria mente come carnefice, che distruggerà l’Io. Questo porta a uno stato emotivo
terribilmente doloroso, in cui il sé è vissuto come cattivo e odioso. In tali circostanze si può percepire
come unica soluzione quella di spostare l’attacco che proviene dall’interno della mente sul corpo,
attraverso l’autolesionismo. In alternativa, la persona con una storia di maltrattamenti può
esternalizzare la parte aliena di sé, torturando parti della struttura del sé in una persona vicina.
Attraverso l’identificazione proiettiva le parti persecutorie del sé vengono collocate su qualcun altro.
In questo modo, il bisogno che le esperienze aliene siano possedute da un’altra mente può portare al
coinvolgimento di queste persone in una serie di ulteriori relazioni di abuso. Il bisogno di
identificazione proiettiva è una questione di vita o di morte per chi ha una parte di sé traumatizzata,
ma questa costellazione crea una dipendenza dall’oggetto che ha molte delle caratteristiche dei
comportamenti di dipendenza.
1.5 Lo sviluppo del sé agente: l’acquisizione della cognizione sociale
Se i contesti di cura dei bambini sono la chiave per il loro sviluppo come esseri sociali, come fanno
le influenze ambientali a produrre queste conseguenze? Il nostro modello si basa sulla capacità innata
del bambino di individuare gli elementi dell’ambiente che reagiscono in modo contingente alle sue
azioni.
All’inizio i bambini non sono consapevoli introspettivamente dei diversi stati emotivi. Infatti, le loro
rappresentazioni di queste emozioni sono basate primariamente sugli stimoli ricevuti dal mondo
esterno. I piccoli imparano a differenziare i modelli interni di stimolazione fisiologica e viscerale, che
accompagnano le diverse emozioni, osservando le risposte di rispecchiamento facciale o vocale dei
loro caregiver. Il bambino arriva a mettere in relazione il suo controllo sulle manifestazioni di
rispecchiamento genitoriale con il conseguente miglioramento del suo stato emotivo, ponendo così le
basi per lo sviluppo della regolazione emotiva.
Perché la capacità di comprendere e regolare le emozioni si sviluppi, sono necessarie due condizioni:
1. una plausibile congruenza di rispecchiamento, per cui il genitore rispecchia con precisione lo
stato mentale del bambino;
2. la “marcatura” del rispecchiamento, per mezzo della quale il caregiver è in grado di esprimere
un affetto indicando contemporaneamente che non sta e
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