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Cos'è la mentalizzazione?

Introduzione

Quando mentalizziamo siamo impegnati in una forma (principalmente preconscia) di attività mentale immaginativa, che ci consente di cogliere e interpretare il comportamento umano in termini di stati mentali, come bisogni, desideri, emozioni, credenze, obiettivi, intenzioni e motivazioni. Nella mentalizzazione usiamo l’immaginazione, poiché dobbiamo farci un’idea in merito a ciò che gli altri potrebbero pensare o provare. Questa capacità potrebbe essere tipicamente umana. Sembra essersi evoluta allo scopo di rendere capaci gli uomini di predire e interpretare velocemente ed efficacemente le azioni degli altri in innumerevoli varietà di situazioni competitive e cooperative. Tuttavia, la misura in cui ognuno di noi è in grado di padroneggiare questa abilità è fortemente influenzata dalle nostre prime esperienze e dalla nostra ereditarietà genetica.

Origini del concetto di mentalizzazione

Il concetto di mentalizzazione è stato sviluppato all’interno di studi empirici in cui la sicurezza dell’attaccamento infantile risultava essere fortemente predetta non solo dalla sicurezza dell’attaccamento dei genitori durante la gravidanza, ma anche e soprattutto dalla capacità dei genitori di pensare e capire, in termini di stati mentali, la loro relazione infantile con i propri genitori.

Oltre che dalla ricerca empirica, l’ispirazione per lo sviluppo del concetto di mentalizzazione è stata originata anche dal lavoro psicoanalitico con pazienti borderline. È stato identificato il rifiuto di interessarsi agli stati mentali come un aspetto fondamentale della psicopatologia borderline.

L’idea di base è stata quella di considerare che la capacità di rappresentare se stessi e gli altri nei termini di pensieri, credenze, speranze e desideri non si presenti semplicemente a 4 anni, come un’inevitabile conseguenza della maturazione. Piuttosto è l’esito di uno sviluppo profondamente radicato nella qualità delle prime relazioni. Una seconda linea di ispirazione analitica è venuta dal lavoro con i bambini; in particolare è stato osservato che le tipologie di pensiero che molti hanno identificato come caratteristica del disturbo borderline di personalità non erano dissimili dai modi in cui i bambini normalmente tendono a considerare la loro esperienza interiore.

Lo sviluppo ottimale della capacità di mentalizzare dipende dall’interazione con menti mature e sensibili e, di conseguenza, è indispensabile considerare il ruolo giocato dall’attaccamento in questo sviluppo. Si è arrivati a concepire la mentalizzazione come un costrutto multidimensionale, le cui dimensioni fondamentali di elaborazione sono sostenute da distinti sistemi neurali. La mentalizzazione coinvolge una componente sia autoriflessiva sia interpersonale, è basata sull’osservazione degli altri e sulla riflessione sui loro stati mentali; è nello stesso tempo implicita ed esplicita e riguarda sia sentimenti sia le cognizioni.

Attaccamento e mentalizzazione

Originariamente Bowlby aveva proposto che la funzione evolutiva di base dell’istinto di attaccamento fosse quella di garantire che i bambini venissero protetti dai predatori. In realtà, il ruolo evolutivo della relazione di attaccamento va al di là del fornire protezione fisica al piccolo. I comportamenti di attaccamento del bambino vengono attivati quando qualcosa nel suo ambiente lo fa sentire insicuro. L’obiettivo del sistema di attaccamento è sperimentare un’esperienza di sicurezza. Quindi, l’attaccamento costituisce il primo e principale regolatore di esperienze emotive.

Nessuno di noi nasce con la capacità di regolare le proprie reazioni emotive. Il sistema diadico di regolazione evolve gradualmente a partire dalla comprensione e dalle risposte del caregiver ai segnali di cambiamento dello stato del neonato. Il piccolo apprende che non sarà travolto dall’attivazione emotiva mentre è in presenza del caregiver, perché quest’ultimo è lì per aiutarlo a ristabilire l’equilibrio. Verso la fine del primo anno, il comportamento del bambino sembra essere basato su specifiche aspettative. Le sue esperienze passate con le figure di accudimento vengono aggregate nei sistemi rappresentazionali, che Bowlby chiama MOI, l’autore ipotizzò che i MOI di sé e degli altri, sviluppati durante l’infanzia, fornissero i prototipi per tutte le relazioni successive.

Poiché i MOI funzionano al di fuori della consapevolezza, sono resistenti al cambiamento.

Le relazioni di attaccamento giocano un ruolo chiave nella trasmissione transgenerazionale della sicurezza. Gli adulti sicuri avranno 3 o 4 volte più probabilità di avere figli con attaccamento sicuro.

Il maggior vantaggio evolutivo dell’attaccamento nell’omo è l’opportunità che viene data al bambino di sviluppare l’intelligenza sociale. L’attaccamento garantisce che i processi cerebrali della cognizione sociale siano organizzati e preparati per consentirci di vivere e lavorare con le altre persone.

Evidenze crescenti suggeriscono che la formazione delle relazioni di attaccamento sia supportata da almeno 2 sistemi neurobiologici:

  • La connessione tra le esperienze di attaccamento ai circuiti della ricompensa e del piacere, che motiva il caregiver (anche il bambino) a cercare esperienze di vicinanza;
  • Un sistema neurobiologico che collega l’aumentata comprensione sociale al contesto di attaccamento.

Comprendere la relazione di attaccamento e la mentalizzazione

Se l’attaccamento è alla base dell’emergere della mentalizzazione, dovremmo aspettarci che bambini sicuri abbiano una prestazione migliore di quelli insicuri nei compiti di teoria della mente. Generalmente sembra che l’attaccamento sicuro e la mentalizzazione siano soggette a influenze sociali simili, alcune di esse sono:

Mentalizzazione e genitorialità

La genitorialità può spiegare la relazione tra mentalizzazione e attaccamento sicuro? La capacità della madre di pensare alla mente del proprio figlio è chiamata mind-mindedness, costrutto associato sia all’attaccamento sicuro, sia alla mentalizzazione del bambino. Analizzando le narrazioni delle interazioni tra genitori e bambini, è stato trovato un legame tra la capacità genitoriale di mentalizzare il bambino da un lato e lo sviluppo della regolazione affettiva e della sicurezza dell’attaccamento nel bambino dall’altro. Mains e il gruppo di Oppenheim hanno concluso che sia la mentalizzazione della madre, e non la sua sensibilità globale, a costituire il predittore maggiormente significativo della sicurezza dell’attaccamento. Le madri con bassi livelli di mentalizzazione hanno molta più probabilità di mostrare un comportamento materno atipico che correla non solo con l’attaccamento disorganizzato, ma anche con l’attaccamento irrisolto (disorganizzato) della madre nell’AAI.

Tutti questi risultati suggeriscono che genitori che mentalizzano potrebbero facilitare lo sviluppo della mentalizzazione nei loro figli. La genitorialità mindful sviluppa sia l’attaccamento sicuro sia la mentalizzazione. Dobbiamo tener conto che queste correlazioni potrebbero essere spiegate come effetti del genitore sul bambino, così come anche come effetti del bambino sul genitore.

Il processo di acquisizione della mentalizzazione è così comune e normale che può essere più appropriato considerare l’attaccamento sicuro come un contesto privo di ostacoli per il suo sviluppo, piuttosto che come un contesto che fornisce una facilitazione attiva e diretta all’emergere della mentalizzazione.

Le conversazioni familiari

L’esposizione a normali conversazioni familiari sembra essere un requisito indispensabile per la mentalizzazione. Adulti nicaraguesi sordi, che sono cresciuti senza udire i riferimenti alle credenze, sembrano incapaci di superare le prove di falsa credenza. In circostanze normali, la “strada maestra” per comprendere le menti può essere costituita dalle conversazioni nelle quali adulti e bambini parlano delle interazioni implicite nei reciproci commenti e le collegano alle reciproche azioni appropriatamente interpretate.

La giocosità

La giocosità è un’altra caratteristica del contesto di attaccamento sicuro. Giocare può essere importante per acquisire la mentalizzazione. I bambini non vedenti hanno un gioco di finzione piuttosto limitato e, inoltre, lo capiscono poco; hanno un ritardo nelle prove di falsa credenza, che superano solo quando raggiungono un’età mentale verbale di undici anni, a differenza dei più tipici 5 anni. Questi bambini perdono informazioni non verbali sugli stati interni, essi sono deprivati degli indizi su tali stati, come le espressioni facciali.

Il maltrattamento

L’evidenza del ritardo significativo nello sviluppo della comprensione delle emozioni nei bambini maltrattati è consistente, oltre ai problemi di comprensione emotiva, sono stati evidenziati in questi bambini deficit nella cognizione sociale e un ritardo nella comprensione della teoria della mente (ToM).

Il deficit di mentalizzazione associato al maltrattamento infantile può essere una forma di disconnessione, inibizione o anche una reazione fobica alla mentalizzazione. Il maltrattamento può contribuire a una parziale “cecità mentale”. Ovviamente ciò è più distruttivo se i maltrattamenti sono perpetrati da un membro della famiglia. Spesso anche la mancanza di consapevolezza del genitore circa la presenza di maltrattamenti all’esterno della famiglia può invalidare le comunicazioni del bambino con il genitore sui suoi sentimenti. Il bambino non trova corrispondenza tra il discorso riflessivo e ciò che lui stesso prova, vivendo una costante incomprensione, che potrebbe ridurre la sua capacità di comprendere e mentalizzare le spiegazioni delle azioni altrui.

Tutto ciò può essere ulteriormente complicato dall’interiorizzazione della figura del caregiver: quando i bambini non sono in grado di vedere se stessi come esseri intenzionali nell’atteggiamento riflessivo della loro figura di accudimento, non hanno altra scelta se non quella di interiorizzare una rappresentazione del loro caregiver all’interno della loro autorappresentazione. Questo inevitabilmente disorganizza il sé, creando scissioni. Inoltre, dà luogo a fenomeni ben noti associati alla disorganizzazione dell’attaccamento, come l’atteggiamento manipolatorio durante l’età scolare. La manipolazione (e il comportamento oppositivo) come conseguenza dell’attaccamento disorganizzato si verifica perché i bambini preferiscono esternalizzare una parte di sé, inducendo il genitore a sperimentare gli stati mentali di rabbia o ansia che hanno interiorizzato, ma che vivono come alieni.

Il maltrattamento crea un’ulteriore profonda complicazione in questo meccanismo quando il bambino fa uso delle parti scisse di sé per ottenere il controllo illusorio dell’abusante, un processo descritto come identificazione con l’aggressore. Quando il bambino interiorizza nel sé alieno lo stato mentale del suo persecutore, sperimenta una parte della propria mente come carnefice. Questo lo porta a uno stato emotivo doloroso, in cui il sé è vissuto come cattivo e odioso. In tali circostanze si può percepire come unica soluzione quella di spostare l’attacco che proviene dall’interno della mente sul corpo, attraverso autolesionismo. In alternativa, può esternalizzare la parte aliena di sé torturando parti della struttura del sé in una persona vicina. Attraverso l’identificazione proiettiva le parti persecutorie del sé vengono collocate su un altro.

Sarebbe assurdo pensare che l’esperienza di un attaccamento sicuro sia la sola influenza relazionale sullo sviluppo della mentalizzazione. Le esperienze negative possono facilitare lo sviluppo della mentalizzazione tanto quanto le emozioni positive connesse all’attaccamento sicuro.

Lo sviluppo del sé agente: l’acquisizione della cognizione sociale

Nel primo mese di vita, il neonato comincia a comprendere di essere un agente fisico, le cui azioni possono portare a mutamenti nei corpi con cui ha contatto fisico immediato. Allo stesso tempo, egli comincia a capire di essere un agente sociale, cogliendo che il suo atteggiamento influisce sui comportamenti e sulle emozioni del caregiver. Probabilmente entrambe queste forme precoci di consapevolezza di sé evolvono attraverso il funzionamento di un meccanismo innato di detenzione della contingenza, che consente al neonato di analizzare la probabilità di collegamenti tra le sue azioni e gli eventi.

A circa 3-4 mesi, il piccolo inizia a essere attratto maggiormente da contingenze elevate ma imperfette - quel livello di contingenza che caratterizza il rispecchiamento empatico del genitore sintonizzato con le manifestazioni emotive del bambino - piuttosto che quelle perfette. L’esperienza ripetuta di queste risposte consente al neonato di cominciare a differenziare i suoi stati interni: questo processo è denominato biofeedback sociale. Una relazione appropriata e di attaccamento sicuro contribuisce alla nascita di precoci abilità di mentalizzazione, che permettono al bambino di scoprire il proprio sé psicologico nel mondo sociale.

All’inizio i bambini non sono consapevoli introspettivamente dei diversi stati emotivi. I piccoli imparano a differenziare i modelli interni di stimolazione fisiologica e viscerale, che accompagnano le diverse emozioni, osservando le risposte di rispecchiamento facciale o vocale dei loro caregiver.

Perché la capacità di comprendere e regolare le emozioni si sviluppi, sono necessarie 2 condizioni:

  • Una plausibile congruenza di rispecchiamento, per cui il genitore rispecchia con precisione lo stato mentale del bambino;
  • La “marcatura” del rispecchiamento, per mezzo della quale il caregiver è in grado di esprimere un affetto, indicando contemporaneamente che non sta esprimendo un suo personale affetto.

Se il rispecchiamento del caregiver è incongruente, la conseguente rappresentazione dello stato interno del bambino non corrisponderà a uno stato costitutivo del sé e ciò potrebbe predisporre il bambino a sviluppare una struttura di personalità narcisistica. Se il rispecchiamento non è marcato, l’espressione del volto del caregiver può sembrare che esternalizzi l’esperienza del bambino, che in questo modo potrebbe sentirsi sopraffatto dal suo stato, vivendolo come contagioso e sempre più intenso, piuttosto che regolato.

Regolazione affettiva, controllo attentivo e mentalizzazione

Si ritiene che il bambino interiorizzi, all’interno della coppia bambino-genitore, la propria esperienza di affetti ben regolati, costruendo le basi di un legame di attaccamento sicuro e di un MOI. In questo contesto, la regolazione affettiva è un preludio alla mentalizzazione. Non solo la mentalizzazione consente di regolare gli stati affettivi, ma è usata per regolare il sé. L’emergere della funzione mentalizzante segue una linea evolutiva, che è stata approfondita dalle ricerche e che identifica alcuni “punti di fissaggio”.

  • Durante la seconda metà del primo anno di vita: il bambino inizia a diventare capace di cogliere le relazioni causali tra le azioni, i loro agenti e l’ambiente. A circa 9 mesi cominciano a osservare le azioni nei termini di intenzioni sottostanti e a comprendere se stessi come agenti teleologici, che possono scegliere tra diverse alternative il modo più efficiente per raggiungere un obiettivo. Tuttavia, in questa fase l’agentività è intesa esclusivamente nei termini di azioni e costrizioni fisiche: i bambini si aspettano che gli attori si comportino razionalmente, considerando gli stati intenzionali chiaramente fisici e le costrizioni fisiche della situazione. Il piccolo non ha ancora un’idea dello stato mentale dell’agente.
  • Durante il secondo anno: i bambini cominciano a capire che loro stessi e gli altri sono agenti intenzionali, le cui azioni sono causate da stati mentali sottostanti, come i desideri e che le loro azioni possono portare a cambiamenti sia nelle menti sia nei corpi. I bambini cominciano ad acquisire un linguaggio sugli stati interni e le capacità di ragionare in maniera non egocentrica sui sentimenti e sui desideri altrui. Questo diventa evidente non solo attraverso l’aumento di attività congiunte dirette a uno scopo, ma anche attraverso le prese in giro e le provocazioni rivolte ai fratelli più piccoli.
  • Intorno ai 3-4 anni: il bambino comincia a cogliere che le azioni delle persone sono causate dalle loro credenze. I bambini di 3 anni falliscono al compito di falsa credenza (non sono cioè in grado di attribuire una falsa credenza a qualcun altro); al crescere dell’età diventa sempre più probabile che il bambino superi il compito, il che evidenzia come verso i 4 anni le abilità di mentalizzazione compiano un salto di qualità. Da questo momento il bambino può comprendere se stesso e gli altri come agenti rappresentazionali. Egli sa che le persone non sempre provano ciò che in apparenza sembrano provare e che le loro reazioni emotive a un evento sono influenzate dallo stato d’animo del momento oppure pregresse esperienze emotive vissute in eventi simili.

Il raggiungimento di questa pietra miliare dello sviluppo trasforma le sue interazioni sociali: la comprensione delle emozioni è associata a un comportamento empatico e a relazioni più positive tra pari.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lelesprint1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo atipico e della relazione bambino-caregiver e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Lecciso Flavia.
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