Introduzione
Intersoggettività: vissuto di esperienza condivisa con un altro essere umano, o esperienza di “contatto mentale” con l’altro che ha luogo durante la comunicazione interpersonale, nel corso del primo anno di vita.
Le idee centrali del libro
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La presenza di una primitiva forma di intersoggettività sin dal secondo/terzo mese di vita. Le ricerche mostrano come, nel contesto della comunicazione faccia a faccia con l’adulto, il lattante di sole 6-8 settimane sia in grado di rispondere in modo contingente alle espressioni del partner e manifesti sensibilità alla contingenza affettiva di tali espressioni. Si tratta di una forma di intersoggettività semplice, dove il senso di connessione è mediato al livello della percezione diretta all’espressione affettiva che l’adulto rivolge al piccolo; tale percezione è facilitata dal processo di rispecchiamento che l’adulto offre alle espressioni del lattante, e dalla percezione cross-modale delle corrispondenze tra ciò che il lattante vede nella faccia dell’altro e ciò che sente propriocettivamente nella propria faccia.
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Considera l’esperienza di condivisione degli affetti come la base della condivisione di ogni altro stato mentale. Il primitivo scambio affettivo tra il lattante e la madre precede ontogeneticamente la condivisione di altri stati mentali quali:
- Attenzione
- Commenti
- Intenzioni verso gli oggetti del mondo esterno
Il periodo neonatale: gli indicatori del “preadattamento” all’interazione sociale (cap.3)
Lo sviluppo di nuove tecniche di indagine e l’esplosione di studi sulle capacità percettive e comunicative neonatali, avvenuta negli ultimi decenni, hanno invece permesso di mettere in luce una speciale sensibilità del neonato agli stimoli sociali. Numerosi ricercatori che si occupano dei primi processi di sviluppo, concordano nel descrivere un neonato adattato sin dalla nascita ad un ambiente di contatti interpersonali.
Questa particolare predisposizione, definita come “preadattamento all’interazione sociale”, emerge nell’ambito delle capacità espressive e dell’organizzazione comportamentale del neonato. Rilevanti testimonianze della predisposizione del neonato ad interagire sono rappresentate dalle sue capacità di imitare diverse azioni facciali, mostrate ripetutamente da un partner adulto durante un’interazione affettiva col piccolo e di comportarsi in modo differenziato con le persone e con gli oggetti, già a poche settimane di vita.
Questa predisposizione può favorire l’instaurarsi delle prime forme di attenzione del neonato, durante l’interazione con la madre o altri adulti significativi. Il bambino mostra di riconoscere e preferire, attivamente, stimoli sociali di cui ha avuto precedentemente esperienza, come l’odore, il volto e la voce della propria madre.
Al riguardo è stata formulata un’ipotesi di apprendimento prenatale già dalla 25a settimana di gestazione, mostrando che il feto risponde a stimolazioni di tipo uditivo, modificando la propria attività motoria e cardiaca. Nelle ultime settimane di gestazione il feto è capace di apprendere come il neonato.
Continuità pre e post natale nelle capacità percettive, motorie e di apprendimento
La più forte evidenza di continuità pre e post natale è stata individuata nei processi di apprendimento e di memoria, che appaiono attivi già a livello fetale e sembrano influenzare le successive risposte comportamentali del neonato.
- Attraverso la misurazione del battito cardiaco è stato mostrato che il feto riconosce la voce materna, poiché a tale stimolo reagisce con una significativa decelerazione della frequenza cardiaca.
- Il feto di 36-39 settimane reagisce con un’intensa decelerazione della frequenza cardiaca quando gli viene presentata una voce maschile, distinguendo le voci maschili da quelle femminili.
L’abilità di apprendimento prenatale potrebbe allora essere letta come funzione all’adattamento post-natale del neonato, attraverso l’orientamento selettivo verso gli odori, i sapori e i suoni dell’ambiente sociale di riferimento.
Il sistema di segnalazione e l’organizzazione temporale del neonato
La predisposizione del neonato all’interazione sociale precoce si manifesta attraverso un elaborato sistema di segnalazione dei suoi stati interni; a partire dal richiamo di attenzione dell’adulto, rappresentato dal pianto.
Dopo la nascita, il neonato manifesta diversi tipi di pianto associati a diversi tipi di disagio, distinguendoli in base alle caratteristiche acustiche e alla lunghezza delle singole fasi che compongono qualsiasi pattern di pianto.
L’intensità del dolore cambia anche le espressioni del corpo del neonato, che tipicamente accompagnano il pianto:
- L’espressione facciale di sconforto
- L’alterazione del tono muscolare
- I movimenti degli arti
- L’alterazione del colorito cutaneo
Le donne adulte, indipendentemente dal fatto che siano madri o meno, possono percepire le differenze tra i pianti di dolore e gli altri tipi di pianto. Verso la fine del primo mese di vita si aggiunge un pianto che esprime un bisogno di attenzione.
Un’espressione di uno stato di benessere del neonato è il sorriso, identificato dal sollevamento obliquo degli angoli della bocca, che compare tipicamente durante il sonno attivo o lo stato di transizione dalla veglia al sonno dopo il pasto.
Nelle espressioni che tendono ad essere percepite come neutre, il neonato mostra una varietà di azioni facciali quali:
- Il sollevamento e il corrugamento delle sopracciglia esprimono concentrazione
- L’apertura pronunciata degli occhi e attenzione verso lo stimolo
- La parziale apertura della bocca
- Il rilassamento complessivo del volto
Queste specifiche azioni facciali agiscono come segnali di disponibilità e interesse all’interazione con l’adulto che gli è vicino.
L’organizzazione temporale che facilita l’instaurarsi di pattern di interazione con l’adulto
La predisposizione del neonato ad interagire con gli altri esseri umani appare una regolarità. Tale regolarità rende prevedibile il comportamento del neonato, facilitando l’instaurarsi di pattern di attenzione con l’adulto. È stato osservato che lo schema comportamentale che si sviluppa tra il neonato e la madre (suzione-pausa, stimolazione-arresto, suzione-pausa, stimolazione-arresto...) assomiglia ad una sorta di dialogo caratterizzato da un’alternanza di turni tra la madre e il bambino; esso costituisce il precursore di forme successive di conversazione.
L’importanza del ruolo materno e l’influenza reciproca esercitata dal neonato e dalla madre hanno dimostrato che la faccia animata della madre che parla e sorride col neonato tende a prolungare i periodi di veglia tranquilla in cui il piccolo si mostra interessato all’interazione con l’ambiente sociale circostante.
L’attenzione selettiva e le risposte preferenziali verso gli stimoli sociali: voce e volto umano
La predisposizione dei neonati ad interagire con gli altri esseri umani si manifesta nel fatto che i neonati appaiono dotati di un apparato percettivo adatto a rispondere selettivamente ai diversi tipi di stimoli provenienti dagli esseri umani: voci, volti, odori. Tali capacità di discriminazione e preferenze percettive sono evidenti nelle diverse modalità sensoriali:
- Il suono della voce umana è preferito ai suoni non umani
- I volti animati delle persone sono preferiti a oggetti inanimati
- L’odore del latte di qualsiasi donna/madre è preferito da altri tipi di odori
Per quanto riguarda la capacità di discriminazione acustica relativa alla voce umana, è stato dimostrato che i neonati di soli 2-4 giorni riescono a discriminare:
- Lingue diverse
- Parole plurisillabiche differentemente accentate
- Preferire i suoni vocali entro una sequenza di stimoli sonori
Il volto umano rappresenta lo stimolo più complesso e attraente che il neonato incontra nella sua esperienza. La preferenza del neonato per il volto umano dipende semplicemente dal fatto che il prodotto dell’interazione tra il contrasto e la frequenza spaziale presenti nello stimolo coincide con quelle a cui i canali sensoriali del neonato sono particolarmente sensibili.
Secondo Morton, il volto rappresenta uno stimolo speciale per i neonati, perché questi ultimi possiederebbero un dispositivo innato di discriminazione del volto. Infine, nello specifico, è stato trovato che i neonati guardano più a lungo e più volte:
- Una fotografia di un volto con gli occhi aperti piuttosto che quella di un volto con gli occhi chiusi.
- Una fotografia di un volto che sembra guardarli direttamente piuttosto di quello di un volto che sembra guardare altrove.
I neonati appaiono pronti a cercare non solo volti umani, ma in particolare, volti di persone che comunicano con loro.
Il riconoscimento e la preferenza per la voce, il volto e l’odore della madre
La prontezza del neonato a orientarsi verso la voce e il volto umano e a ricercare attivamente tali stimoli si rivela particolarmente con la madre, l’adulto di cui ha avuto maggiore esperienza nel periodo prenatale e post-natale. Una precoce capacità di riconoscimento è stata documentata in relazione al volto materno.
Field ha riportato una rapida capacità di discriminazione e una preferenza significativa per il volto materno, rispetto a quello di un’altra donna sconosciuta, da parte di neonati con una media di 45 ore di vita. La preferenza per il volto materno sembra scomparire quando i volti vengono rappresentati con una lieve angolazione verso la posizione di profilo e quando la linea dell’attaccatura dei capelli e il contorno esterno della testa della madre sono coperti da un foulard.
L’apprendimento di caratteristiche del volto materno e il riconoscimento di tale volto a poche ore dalla nascita sembra particolarmente favorito dall’esperienza del neonato di vedere il volto della madre accoppiato alla voce di essa. Oltre che alla voce e al volto, il neonato appare particolarmente sensibile agli odori della madre. È stato mostrato che i neonati allattati al seno riconoscono e preferiscono l’odore ascellare materno, così come il profumo della propria madre a quello di altre sconosciute.
Sembra che nella diade madre-neonato la particolare sensibilità agli stimoli sensoriali provenienti dal partner sia reciproca; le madri si mostrano in grado di riconoscere il proprio neonato dall’odore e dal contatto tattile. Gli studi mostrano che i neonati e le loro madri possiedono molteplici canali di comunicazione, alternativi e complementari, che assicurano gli inizi della formazione di un legame affettivo e una precoce possibilità di entrare in contatto con l’esperienza dell’altro.
L’imitazione neonatale
La prova della predisposizione del neonato ad interagire con gli altri esseri umani è il fatto che, quando la sua attenzione viene sollecitata da un adulto che, postosi faccia a faccia rispetto al piccolo, produce in modo ripetuto particolari azioni facciali, il neonato tende ad imitare attivamente tali azioni.
È stato trovato che a meno di 2 giorni di vita i neonati appaiono in grado di imitare espressioni facciali di emozioni quali:
- La sorpresa
- La tristezza
- La gioia
Imitare vocalizzazioni e movimenti della bocca necessari all’emissione delle vocali e delle consonanti prodotte dal modello. In uno studio di Legerstee si è rivelato che i neonati imitano le azioni delle persone, ma non quelle prodotte da oggetti che simulano gli stessi gesti. Ciò suggerisce che l’imitazione neonatale rappresenta un comportamento sociale che offre un canale privilegiato per le primissime forme di comunicazione con l’altro e di apprendimento relativo alle persone.
Diversi studi hanno documentato che il neonato impiega spesso un certo tempo prima di produrre la risposta imitativa; tempo in cui pare “cercare” i movimenti necessari per la risposta e tende a riprodurre l’azione mostrata dall’adulto più volte in successione. Lo sforzo comunicativo prodotto dal neonato appare coerente con il fatto che l’imitazione neonatale sembra emergere con facilità in situazioni in cui l’adulto, che delicatamente e affettuosamente svolge il ruolo di modello, sollecita l’attenzione del piccolo.
È stato ipotizzato che durante le procedure che si rivelano efficaci nel provocare l’imitazione neonatale, il neonato legga il comportamento dell’adulto come un invito a partecipare ad uno scambio comunicativo e, conseguentemente, tenda ad attendersi che l’adulto risponda a sua volta. Numerosi autori convergono nel ritenere che l’imitazione precoce permetta al neonato di sperimentare un primo senso di connessione con l’adulto che può essere considerato precursore dell’esperienza dell’intersoggettività.
Uno studio ha evidenziato che i neonati che imitano maggiormente nell’immediato periodo dopo la nascita, sono anche quelli che a 3 mesi, durante l’interazione con la madre, distolgono significativamente meno lo sguardo da essa.
Forme rudimentali di differenziazione tra sé e gli altri
Il fenomeno dell’imitazione neonatale suggerisce che i neonati possono distinguere i movimenti del proprio corpo dai movimenti di un’altra persona e, grazie alle sensazioni propriocettive percepite durante le proprie azioni, possono sviluppare un primitivo senso del proprio corpo come entità differenziata da altre entità nell’ambiente, sviluppando una sorta di consapevolezza propriocettiva di sé.
Il neonato può iniziare ad acquisire informazioni su di sé attraverso il riconoscimento dei movimenti del proprio corpo, anche in relazione all’ambiente fisico. La percezione transmodale rappresenta la fonte primaria dello sviluppo del senso di sé percepito propriocettivamente; l’esperienza di muovere un braccio davanti a sé, nel proprio campo visivo, evidenzia il braccio come differenziato dagli altri oggetti dell’ambiente esterno e permette al lattante di percepirlo come parte di sé.
Pattern di interazione differenziati con le persone e con gli oggetti
La differenziazione tra le persone e gli oggetti compare già nelle primissime settimane di vita del neonato. Un primo studio ha confrontato il comportamento del neonato di fronte alla madre e ad un oggetto inanimato (una scimmia giocattolo) ed ha mostrato che già dalle 2-3 settimane di vita i piccoli manifestano due differenti pattern di attenzione.
- Di fronte all’oggetto lo sguardo tende ad essere fisso, statico, accompagnato soltanto da minime contrazioni di muscoli facciali.
- Di fronte alla madre l’attenzione del neonato appare regolata da uno specifico ritmo d’interazione che alterna momenti di “attenzione affettiva” alla faccia della madre, accompagnati da un progressivo incremento dello stato di attivazione:
- Luminosità dello sguardo
- Lievi movimenti delle mani e degli arti
- Accenni di sorriso
- Smorfie
- Vocalizzazioni
La transizione chiave del secondo mese: le origini dell’intersoggettività (cap.4)
Entro le 6-8 settimane, nel comportamento del lattante appaiono alcune trasformazioni che rappresentano un cambiamento psicobiologico complessivo che si verifica in diversi domini dello sviluppo (neurologico, fisico, motorio, affettivo, cognitivo e sociale) e porta il lattante verso un nuovo livello di organizzazione comportamentale. Si assiste ad una progressiva diminuzione dei ritmi endogeni che caratterizzavano il periodo neonatale, a favore dell’acquisizione di controllo esogeno (= organizzazione regolata dall’interazione con l’ambiente esterno).
I genitori riportano la scoperta di “una persona”; il lattante risponde più prontamente ad ogni stimolo che proviene da persone, sorride ai volti umani e comunica in modo più simile agli adulti. I cambiamenti connessi alla transizione del secondo mese costituiscono i requisiti perché il lattante possa coinvolgersi attivamente nell’esperienza di comunicazione faccia a faccia con l’adulto.
I cambiamenti nella regolazione degli stati comportamentali e della motricità
Entro le 6-8 settimane il lattante mostra un cambiamento nella regolazione degli stati; avviene un incremento significativo nella quantità di tempo trascorso in stato di veglia vigile, che arriva ad occupare il 50-60% delle 24 ore giornaliere e tende a concentrarsi nelle ore diurne.
L’allerta attiva, che entro il terzo mese di vita sembra caratterizzare l’80% delle ore di veglia dei lattanti, è stata paragonata da Wolff ad una “veglia di scelta”; per indicare una veglia che dipende dalla maturazione della corteccia cerebrale e del parallelo sviluppo dei processi sensomotori e mentali che permettono al lattante di prendere parte attiva nell’ambiente fisico.
Nella fase di sonno attivo si osservano una diminuzione dell’attività motoria e un miglioramento nell’organizzazione.
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