Le origini culturali della cognizione umana
Capitolo 1: Un enigma e un'ipotesi
In un angolo dell’Africa, circa sei milioni di anni fa, una popolazione di grandi scimmie antropomorfe si trovò ad essere isolata riproduttivamente dai suoi conspecifici. Il nuovo gruppo, evolvendosi, si divise in altri gruppi, dai quali derivano le scimmie antropomorfe bipedi del genere Australopithecus. Queste nuove specie finirono con l’estinguersi, tranne una sola che sopravvisse fino a circa due milioni di anni fa, quando ormai era cambiata al punto da richiedere una nuova denominazione di genere: Homo. Rispetto alle sue progenitrici, che erano alte un metro e venti centimetri, Homo era più sviluppato fisicamente, aveva un cervello più grande e fabbricava strumenti di pietra.
Poi ancora in un angolo dell’Africa, circa 200.000 anni fa, l’Homo sapiens diede inizio ad una nuova differenziazione evolutiva. Il cervello era più grande, ma ancor più notevoli erano le loro abilità cognitive e poterono creare un gran numero di nuovi strumenti di pietra, ad usare simboli per comunicare e strutturare la vita sociale, cominciarono a sviluppare nuovi tipi di pratiche e di organizzazioni sociali, dalla sepoltura cerimoniale dei morti all’addomesticamento di piante e animali.
L’enigma fondamentale è questo. I 6 milioni di anni che separano gli esseri umani dalle altre grandi scimmie antropomorfe sono, in termini evolutivi, un tempo molto breve, tanto che gli uomini e gli scimpanzé condividono il 99% del patrimonio genetico e i primi vistosi segni di abilità cognitive specie-specifiche sono emersi solo 250.000 anni fa con il moderno Homo sapiens.
Solo un meccanismo biologico avrebbe potuto produrre in così breve tempo cambiamenti comportamentali e cognitivi: la trasmissione culturale. La trasmissione culturale è un processo evolutivo relativamente comune che permette agli individui di risparmiare tempo e fatica, per tacere dei rischi, sfruttando le conoscenze e le abilità già acquisite dai conspecifici. La prova che gli esseri umani siano effettivamente in possesso di forme specie-specifiche di trasmissione culturale sono schiaccianti. Ad esempio nelle tradizioni e negli artefatti della cultura umana, col passare del tempo, si accumulano cambiamenti in un modo che è sconosciuto alle altre specie animali: ciò che va sotto il nome di evoluzione culturale cumulativa.
Quel che è accaduto è che un individuo o un gruppo di individui inventassero una versione primitiva dell’artefatto e in seguito uno o più utilizzatori apportassero una modifica, un “miglioramento”. Il tutto, in quello che talvolta è chiamato effetto “dente d’arresto”. Il processo dell’evoluzione culturale cumulativa presuppone una trasmissione sociale fedele, che possa produrre un “dente d’arresto” tale da impedire slittamenti all’indietro.
Da questo punto di vista Tomasello, Kruger e Ratner [1993] hanno distinto l’apprendimento culturale umano identificandone tre tipi fondamentali: l’apprendimento imitativo, l’apprendimento per istruzione, l’apprendimento collaborativo. Questi tre tipi di apprendimento sono resi possibili dalla capacità dei singoli organismi di comprendere i conspecifici come esseri simili a loro. Questo tipo di comprensione permette agli individui di mettersi nei “panni mentali” degli altri.
Solamente gli esseri umani comprendono i conspecifici come agenti intenzionali al pari di Sé e perciò solo gli esseri umani sono capaci di apprendimento culturale. A questo proposito va sottolineato che nell’ontogenesi umana vi è una specifica sindrome a base biologica, l’autismo, e chi ne è affetto nella forma più grave è incapace di comprendere l’altro come agente intenzionale al pari di Sé.
L’evoluzione culturale cumulativa può dunque spiegare molte delle conquiste cognitive più impressionanti dell’uomo. I bambini entrano a far parte pienamente di questa collettività cognitiva fin da quando, pressappoco a nove mesi, abbozzano i primi tentativi di condividere stati attentivi con (e apprendere imitativamente) i propri conspecifici. Il risultato è che ciascun bambino che comprenda i suoi conspecifici come esseri intenzionali simili a se stesso può ora partecipare a quella collettività che chiamiamo cognizione umana e dire, con Isaac Newton, che vede molto lontano perché “sta sulle spalle di giganti”.
La cosa più notevole in questo processo è che i bambini usano le loro abilità di apprendimento per imparare ad usare simboli linguistici e comunicativi. Le lingue naturali contengono risorse cognitive che permettono di interpretare eventi o stati di cose l’uno dei termini dell’altro, e di creare così le analogie e le metafore che sono fondamentali nella cognizione adulta – per esempio concepire l’atomo come un sistema solare, la vita come un viaggio o l’ira come una fiamma.
Capitolo 2: Eredità biologica ed eredità culturale
Il fatto dominante del mondo organico è l’evoluzione per selezione naturale. Un elemento cruciale di questo processo è l’eredità biologica, attraverso il quale un organismo eredita il Bauplan (piano strutturale) fondamentale dei suoi progenitori, con tutto ciò che questo implica a livello percettivo, comportamentale e cognitivo.
La specie umana rappresenta un caso paradigmatico di doppia eredità, dato che il normale sviluppo dell’uomo dipende in modo cruciale tanto dall’eredità biologica quanto da quella culturale. Nella tesi di Tomasello, l’eredità biologica dell’uomo è molto simile a quella degli altri primati. Vi è solo un’importante differenza, cioè il fatto che gli esseri umani si “identifichino” con i conspecifici più profondamente di quanto non facciano gli altri primati. Questa identificazione è semplicemente il processo attraverso il quale il bambino si rende conto che le altre persone sono simili a lui.
L'eredità biologica
L’uomo è un primate. Ha fondamentalmente gli stessi organi di senso, la stessa organizzazione corporea e cerebrale degli altri primati.
La cognizione nei mammiferi e nei primati
I mammiferi vivono essenzialmente nello stesso mondo fatto di conspecifici riconosciuti individualmente e delle loro relazioni verticali (di dominanza) e orizzontali (di affiliazione), e hanno la capacità di prevedere in molte situazioni il comportamento dei conspecifici sulla base di una varietà di indizi. Vi è però un’eccezione a questa fondamentale uniformità cognitiva dei mammiferi: si tratta della comprensione delle categorie relazionali da parte dei primati, evidente sia nel dominio sociale sia in quello fisico. Nel dominio sociale i primati, ma non gli altri mammiferi, comprendono taluni aspetti delle relazioni sociali che intercorrono tra gli individui; per esempio comprendono le relazioni di parentela e di dominanza che individui terzi hanno l’uno con l’altro. I primati, inoltre se vengono attaccati, cercano di vendicarsi non solo del loro assalitore, ma anche, in alcune circostanze, sui suoi parenti, il che mostra una loro comprensione delle relazioni di parentela fra terzi. Nel dominio fisico i primati sanno maneggiare, rispetto ad altri mammiferi, le categorie relazionali. Per esempio, se la cavano relativamente bene nello scegliere, in una lista, la coppia di oggetti tra i quali valga la stessa relazione. Tuttavia per padroneggiare questi compiti i primati hanno bisogno di centinaia, a volte migliaia, di prove.
La comprensione umana dell'intenzionalità e della causalità
I primati non umani sono esseri intenzionali e causali, ma non comprendono il mondo in termini intenzionali e causali. In uno studio sperimentale, nel quale degli scimpanzé preferivano chiedere cibo a chi aveva assistito al suo occultamento piuttosto che a chi non vi avesse assistito, gli scimpanzé apprendevano il compito solo dopo un gran numero di prove, ognuna delle quali era seguita da un feedback sull’accuratezza della risposta. Il fatto è che gli scimpanzé non sembravano affrontare il compito alla luce di una qualche conoscenza degli stati intenzionali o mentali degli altri, ma piuttosto apprendevano a mano a mano che l’esperimento andava avanti. Vanno anche sottolineati alcuni comportamenti sociali che i primati non umani non manifestano nel loro ambiente naturale, come non insegnare intenzionalmente nuovi comportamenti ad altri. Non fanno queste cose perché non comprendono che i conspecifici hanno stati intenzionali e mentali che, in certe condizioni, è possibile influenzare.
La cultura dei primati non umani
L'uso di strumenti da parte degli scimpanzé
Forse la specie più adatta ad essere presa in esame in questo contesto è quella dei nostri parenti più stretti tra i primati, gli scimpanzé, di gran lunga i primati non umani più sviluppati culturalmente. Nel loro ambiente naturale gli scimpanzé hanno una varietà di tradizioni comportamentali popolazione-specifiche acquisite praticamente da tutti i membri del gruppo e tramandate da generazione in generazione. L’esempio è l’uso degli strumenti. Gli scimpanzé di alcune popolazioni dell’Africa orientale pescano le termiti usando sottili bastoncelli che infilano nei fiori dei nidi, mentre scimpanzé dell’Africa occidentale distruggono semplicemente i nidi delle termiti con grossi bastoni e poi raccolgono gli insetti a manciate. Ricercatori hanno sostenuto che tecniche come queste sono trasmesse culturalmente all’interno delle varie comunità. Tomasello [1996] ha concluso che gli scimpanzé eccellono nel cogliere le proprietà dinamiche di un oggetto, che essi scoprono guardando gli altri maneggiare quell’oggetto, ma non sono altrettanto abili nell’apprendere da altri individui una strategia comportamentale in quanto tale. Questo tipo di apprendimento è chiamato “apprendimento per emulazione” perché è focalizzato sui cambiamenti di stato prodotti da un altro individuo. L’apprendimento per emulazione è un processo di apprendimento molto intelligente e creativo e, in alcune circostanze, è una strategia più adattiva dell’apprendimento imitativo.
I segnali gestuali degli scimpanzé
Un altro esempio ben noto è quello della comunicazione gestuale degli scimpanzé. In una serie di studi Tomasello e colleghi hanno indagato se i piccoli acquisiscano i loro segnali gestuali per apprendimento imitativo o attraverso un processo di ritualizzazione ontogenetica. Nella ritualizzazione ontogenetica, due individui creano un segnale comunicativo modellando l’uno il comportamento dell’altro attraverso la ripetizione di una interazione sociale. Per esempio è presumibile che il modo in cui la maggior parte dei bambini apprende il gesto delle “braccia sopra la testa” per chiedere agli adulti di essere presi in braccio: essi tentano prima la via diretta arrampicandosi sul corpo dell’adulto; poi, una volta che l’adulto impara ad anticipare il loro desiderio prendendoli subito in braccio, essi mettono in atto, ai fini esclusivamente comunicativi, una versione abbreviata e ritualizzata di questo comportamento ontogenetico. In uno studio sperimentale, Tomasello e colleghi separarono un individuo dal gruppo di appartenenza e gli insegnarono dei segnali arbitrari grazie ai quali lo scimpanzé riceveva da una persona il cibo desiderato. Una volta tornato nel gruppo, lo scimpanzé continuò ad usare gli stessi gesti per farsi dare del cibo da una persona, ma tra i suoi compagni non ve ne fu neppure uno che riproducesse uno dei suoi gesti. È dunque evidente che i giovani scimpanzé acquisiscono i loro gesti ritualizzandoli individualmente attraverso processi di interazione. La spiegazione di questo apprendimento è analoga alla spiegazione dell’apprendimento emulativo nel caso dell’uso degli strumenti. La ritualizzazione ontogenetica, come l’apprendimento per emulazione, è un processo di apprendimento sociale estremamente intelligente e creativo che riveste grande importanza in tutte le specie sociali, uomo compreso. Ma non è un processo di apprendimento mediante il quale gli individui cercano di riprodurre le strategie comportamentali altrui.
L'insegnamento negli scimpanzé
Nel caso degli strumenti è molto probabile che gli scimpanzé acquisiscano le abilità d’uso degli strumenti alle quali sono esposti per mezzo di un processo di apprendimento emulativo. Nel caso dei segnali gestuali è molto probabile che essi acquisiscano i loro gesti comunicativi per mezzo di un processo di ritualizzazione ontogenetica. Ma nessuno dei due apprendimenti presuppone abilità di apprendimento imitativo.
Scimmie antropomorfe culturalizzate
Si può obiettare che la letteratura annovera parecchi esempi molto convincenti di apprendimento imitativo da parte degli scimpanzé. In effetti gli esempi non mancano. Ma si tratta di scimpanzé che avevano avuto uno stretto contatto con l’uomo. Spesso si trattava di casi di istruzione intenzionale che implicavano la stimolazione del comportamento e dell’attenzione da parte dell’uomo, e perfino con il rinforzo diretto dei comportamenti imitativi. Ma è importante ricordare che le scimmie antropomorfe allevate in ambienti culturali umani non per questo diventano esseri umani. Per esempio, sembra essere cosa rara che una scimmia antropomorfa culturalizzata mostri qualcosa ad un compagno in modo esplicito o indichi qualcosa per condividere l’attenzione nei suoi confronti. Perciò la conclusione plausibile è che le abilità di apprendimento sviluppate dagli scimpanzé nel loro ambiente naturale senza interagire con l’uomo (cioè abilità che comportano apprendimento individuale integrato da apprendimento emulativo e ritualizzazione) non sono sufficienti a creare e mantenere attività culturali basate, come quelle umane, sull’effetto “dente d’arresto” e sull’evoluzione culturale cumulativa.
L'evoluzione culturale umana
L'evoluzione culturale cumulativa e l'effetto "dente d'arresto"
Vi sono tradizioni culturali che con l'accumularsi delle modificazioni apportate nel tempo da individui differenti diventano più complesse, ciò che va sotto il nome di evoluzione culturale cumulativa o effetto “dente d’arresto”. L’evoluzione culturale cumulativa si basa su due processi, l’innovazione e l’imitazione (eventualmente integrati all’istruzione), che devono intrecciarsi dialetticamente nel tempo in modo che ciascun passo del processo renda possibile il successivo. Per esempio, se uno scimpanzé inventa un nuovo modo di usare un bastoncello per pescare le termiti così che un maggior numero di insetti vi si arrampichi sopra, gli individui più giovani che hanno imparato a pescare per emulazione da questo scimpanzé non riprodurranno in modo esatto questa variante, perché la loro attenzione non sarà focalizzata sulle tecniche dell’inventore. Essi userebbero ciascuno la propria tecnica di pesca per far arrampicare il maggior numero di termiti sul bastoncello, e qualunque altro individuo che li osservasse userebbe a sua volta la propria tecnica, e la nuova strategia finirebbe semplicemente col morire assieme al suo inventore. In questo contesto, l’effetto “dente d’arresto” sta nel fatto che l’apprendimento imitativo rende possibile il grado di fedeltà nella trasmissione che è necessario affinché la nuova variante non venga lasciata cadere e costituisca un punto di partenza per ulteriori innovazioni. I processi di apprendimento culturali sono particolarmente efficaci perché poggiano sull'adattamento cognitivo peculiare dell'uomo che gli permette di comprendere gli altri quanto esseri intenzionali.
La sociogenesi del linguaggio e della matematica
L’evoluzione culturale cumulativa può essere considerata come una forma particolarmente potente di invenzione collaborativa, ossia di sociogenesi, in cui un nuovo prodotto nasce dall’interazione sociale di due o più individui che cooperano gli uni con gli altri. Nelle società umane vi sono due tipi di sociogenesi: il primo non è altro che quello implicato nell’effetto della “dente d’arresto”; il secondo esempio di sociogenesi è la collaborazione simultanea di due o più individui che cercano di risolvere un problema insieme. Il meccanismo della sociogenesi può essere visto all’opera in due domini cognitivi molto importanti: il linguaggio e la matematica.
I simboli e costrutti linguistici si evolvono, mutano e accumulano cambiamenti in tempi storici a mano a mano che gli esseri umani ne condividono l’uso, cioè in seguito a processi di sociogenesi. Una possibile ipotesi è che gli uomini moderni che apparvero in Africa circa 200.000 anni fa, furono quelli che per primi cominciarono a comunicare simbolicamente, forse usando semplici forme simboliche analoghe a quelle usate dai bambini. Essi si diffusero poi in tutto il mondo, cosicché tutte le lingue moderne derivano da quella protolingua. L’altro pilastro intellettuale della civiltà occidentale è la matematica. Tutte le culture hanno sviluppato forme di comunicazione linguistica, con variazioni trascurabili quanto alla loro complessità, mentre alcune culture hanno elaborato sistemi matematici estremamente complessi, al contrario di altre culture che hanno sistemi di numerazione e di calcolo piuttosto semplici.
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