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Capitolo 1

Agli animali noi non possiamo dire nulla, neanche in modo non verbale, aspettandoci che ci comprendano. Gli esseri umani invece trovano del tutto naturali gesti come l'additare e il mimare (basterebbe guardare il punto che una persona ci ha indicato per capire cosa voglia dire); anzi perfino gli infanti prelinguistici usano e comprendono l’indicare con il dito e in molte situazioni sociali in cui il linguaggio vocale non è possibile o comodo (stanza affollata), gli uomini comunicano in modo naturale additando e mimando. I turisti, ad esempio, riescono a farsi comprendere anche non parlando il linguaggio nativo dei soggetti con i quali interagiscono.

La tesi centrale è che se gli esseri umani comunicano tra di loro usando una lingua ma bisogna capire prima come gli umani comunicano tra loro usando i gesti naturali. Più specificatamente, la teoria evoluzionistica dell’autore è che: le prime forme di comunicazione siano state l’additare e il mimare; l’additare e il mimare sono i punti critici di passaggio nell’evoluzione della comunicazione umana, i quali contengono forme umane di cognizione e motivazione sociale richieste per la successiva creazione dei linguaggi convenzionali. L’infrastruttura sociocognitiva e sociomotivazionale del mimare e dell’additare ha agito come una sorta di piattaforma psicologica sulla quale i vari sistemi di comunicazione linguistica convenzionale (tutte le lingue) sono stati costruiti.

Confrontati con i linguaggi umani, i gesti naturali potrebbero sembrare strumenti comunicativi molto deboli, poiché veicolano una quantità assai minore di informazioni. L'indicare è stato la forma primordiale di comunicazione umana tipica. Additare in sé non vuol dire nulla, ad esempio uno stesso gesto, in diverse situazioni fisiche, può significare cose diverse e non è che il contesto aiuti molto, poiché le caratteristiche fisiche del contesto comunicativo immediate sono identiche nei vari scenari; l’unica differenza sta nella nostra esperienza condivisa precedente, che è solo lo sfondo della nostra comunicazione, non il suo contenuto attuale. L’interrogativo è: perché un semplice gesto comunica in diversi contesti più cose e nonostante si tratti di qualcosa di semplice, comunica in più modi complessi?

Qualsiasi risposta a questo interrogativo, dovrà basarsi su abilità cognitive relative a ciò che viene chiamata ‘lettura della mente/dell’intenzione’, quindi per interpretare il gesto, bisogna essere capaci di rispondere a un quesito del genere ‘qual è la sua intenzione nel dirigere in questo modo particolare la mia attenzione?’ ma per fare tutto questo bisogna condividere un certo genere di attenzione e esperienza passata. La capacità di creare un terreno concettuale comune, esperienza condivisa, conoscenza culturale comune, è una dimensione critica di tutta la comunicazione umana.

La indicalità umana, da una prospettiva evoluzionistica, è la sua motivazione prosocale, ad esempio comunicare delle informazioni utili attraverso ‘lo indicare’, è una cosa molto rara nel regno animale, anche tra i primati più simili a noi: quando un piccolo di scimpanzé piange cercando la madre, è quasi certo che tutti gli altri scimpanzé nelle immediate vicinanze lo verranno a sapere, ma se una femmina vicina sa dove si trova la madre non lo dirà al piccolo, anche se è in grado di stendere il braccio e non lo farà perché le sue motivazioni comunicative, non includono l’azione di informare gli altri in modo utile. Al contrario, le motivazioni comunicative umane sono cooperative che non solo noi informiamo utilmente gli altri, ma uno dei modi principali che utilizziamo per richiedere qualcosa è semplicemente rendere noto il nostro desiderio, aspettandoci che gli altri ci aiuteranno, questo perché gli esseri umani sono caratterizzati da una tendenza naturale a ‘dare una mano’, così che una nostra asserzione si trasforma in una vera e propria richiesta d’aiuto.

La comunicazione umana è quindi, impresa cooperativa, che funziona entro il contesto di:

  • Un terreno concettuale comune reciprocamente posto
  • Le motivazioni comunicative cooperative reciprocamente poste

Quindi per comprendere la comunicazione umana, bisogna spingersi su un terreno più generale, quello della cooperazione umana. La cooperazione umana, è costituita da ‘intenzionalità condivisa’ o ‘intenzionalità del noi’, ossia ciò che serve per impegnarsi in quelle forme unicamente umane di attività cooperative, in cui è implicato un soggetto plurale, un ‘noi’ quindi fini congiunti, intenzioni congiunte, conoscenze e credenze condivise. La condivisione di fondo è saliente in interazioni istituzionalizzate che implicano entità culturalmente costruite (moneta, matrimonio, governo), entità che esistono solo nell’ambito di una realtà istituzionale, ma l’intenzionalità condivisa è coinvolta anche in attività cooperative più semplici e concrete come il fine congiunto di fare una passeggiata.

La proposta dell’autore è che: la cooperazione umana che ricorra a gesti naturali e/o convenzioni arbitrarie, sia un tratto unicamente umano che è l’azione cooperativa fondata sull’intenzionalità condivisa; le abilità e le motivazioni dell’intenzionalità costituiscono l’infrastruttura cooperativa della comunicazione umana. Quindi, se la comunicazione umana è strutturata cooperativamente, a differenza degli altri primati, bisogna capire come possa essersi evoluta. Tuttavia, nella teoria dell’evoluzione, capire il sorgere dell’altruismo e/o della cooperazione è problematico; è probabile che l’infrastruttura della comunicazione cooperativa si sia evoluta come parte di un adattamento più ampio alla cooperazione e alla vita culturale in genere. La cooperazione umana, sorse poi come modo per coordinare in modo più efficiente queste attività cooperative, contribuendo a sviluppare ancor di più una comune infrastruttura psicologica di intenzionalità condivisa.

Il tutto dovette iniziare con azioni comuni in cui un individuo che aiutava il partner, aiutava al contempo se stesso; solo in seguito gli esseri umani presero a comunicare in questo modo anche al di fuori del contesto cooperativo, per fini non cooperativi di livello superiore, il che portò alla possibilità dell’inganno e della menzogna. I passi iniziali di questo processo ebbero sicuramente luogo nella modalità gestuale; esaminando le scimmie, le vocalizzazioni delle grandi scimmie sono quasi totalmente fissate geneticamente, non richiedono quindi nessun apprendimento, sono legate ad emozioni specifiche e vengono dirette a chiunque si trovi nelle vicinanze. Di contro, molti gesti delle scimmie sono appresi e usati in modo flessibile ed in circostanze sociali differenti con fini sociali diversi (a volte nuovi gesti vengono appresi per interagire con gli esseri umani).

Apprendimento, flessibilità e attenzione, sono elementi fondamentali della modalità comunicativa umana, è inoltre importante notare come la gestualità utilizzata dagli esseri umani, non siano convenzioni linguistiche arbitrarie:

  • L'additare: si basa sulla naturale tendenza umana a seguire lo sguardo altrui in direzione di obiettivi esterni
  • Il mimare: si basa sulla tendenza naturale umana ad interpretare intenzionalmente le azioni altrui.

Naturalità che fa di tali gesti, un ‘ponte’ tra la comunicazione delle grandi scimmie e le convenzioni linguistiche arbitrarie. Per quanto riguarda il linguaggio, l’ipotesi dell’autore è che le convenzioni linguistiche siano nate nel corso dell’evoluzione solo in un contesto di attività e collaborazione, coordinate da forme naturali di comunicazione gestuale, in cui i partecipanti condividevano intenzioni e attenzione. I linguaggi convenzionali, sorsero quindi, sostituendo all’additare e al mimare, una storia di apprendimento sociale condiviso e tale processo fu reso possibile dalle abilità unicamente umane di apprendimento e imitazione culturale che permise loro di apprendere dagli altri. Gli esseri umani hanno poi iniziato a creare e a disseminare convenzioni grammaticali organizzate in costruzioni linguistiche complesse che codificavano messaggi complessi per l’uso in situazioni comunicative complesse.

In tutto ciò si osserva una dialettica tra processi evoluzionistici e storico-culturali descritti da Vygotsky per la prima volta e poi da Richardson e Boyd, si tratta di un ribaltamento della teoria Chomskyana visto che gli aspetti più fondamentali della comunicazione umana sono costruite culturalmente e trasmesse di bocca in bocca dalle singole comunità linguistiche. Per identificare le caratteristiche specie-specifiche della comunicazione umana e delle loro radici onto e filogenetiche, bisognerà analizzare 3 ipotesi:

  • La comunicazione cooperativa umana è inizialmente apparsa nel corso dell’evoluzione con gesti spontanei dell’additare e del mimare (stessa cosa accade nell’ontogenesi).
  • La comunicazione umana cooperativa poggia su un’infrastruttura psicologica di intenzionalità condivisa, originatasi durante l’evoluzione a sostegno delle attività di collaborazione e tale infrastruttura ha come elementi fondamentali: le abilità sociocognitive per creare intenzioni congiunte con gli altri e motivazioni (anche regole) prosociali, volte all’aiuto e alla condivisione.
  • La comunicazione convenzionale, è possibile solo quando i partecipanti possiedono già: gesti naturali accanto alla loro infrastruttura di intenzionalità condivisa e abilità di apprendimento e imitazione culturale necessarie per creare e trasmettere convenzioni e costruzioni comunicative.

Capitolo 2

Il modo in cui noi comunichiamo informando gli altri per motivi cooperativi, ci viene così spontaneo che sarebbe impossibile concepirne un altro. Nel mondo biologico, la comunicazione non ha bisogno di essere intenzionale o cooperativa, poiché questa comprende in sé tutte le caratteristiche, fisiche e comportamentali, che influenzano in comportamento altrui. E sempre secondo i biologi, i motivi di colui che vuole comunicare, cooperativi o meno, sono irrilevanti.

Mentre da un punto di vista psicologico, queste cose hanno importanza; bisogna infatti distinguere i segnali comunicativi veri e propri dalle esibizioni comunicative, ossia tratti tipicamente fisici che influenzano in qualche modo il comportamento altrui, di cui fanno parte anche i comportamenti riflessi, evocati da stimoli e/o a stati emotivi di cui l’individuo non ha un controllo volontario. Tali esibizioni sono create da processi evoluzionistici e caratterizzano gran parte della comunicazione nel mondo biologico. Mentre i segnali comunicativi, che gli organismi scelgono e producono in modo flessibile e strategico, sono intenzionali, quindi il soggetto ne controlla il loro uso al fine di influenzare gli altri individui. I segnali intenzionali sono rarissimi nel mondo biologico e forse sono esclusiva dei primati se non delle grandi scimmie. Quando i comunicatori cercano di influenzare intenzionalmente il comportamento o gli stati psicologici dei riceventi, ci si trova di fronte al germogliare della comunicazione; quando un’intenzionalità del genere esiste e i riceventi la riconoscono, allora si è di fronte alla comunicazione intenzionale.

Per definire ‘cooperativa’ la comunicazione, il fine prossimo del comunicatore dev’essere quello di aiutare il ricevente o di condividere qualcosa con lui, naturalmente ricevendo qualche beneficio. Per riuscire a comprendere le radici evoluzionistiche della comunicazione cooperativa umana, bisogna iniziare dal mondo dei primati non umani, in particolare dalla comunicazione gestuale.

Esibizioni vocali In alcuni tipi di serpente (cercopiteco), i riceventi ricavano dai richiami dall’allarme un’informazione referenziale specifica (come l’avvicinarsi di un predatore). I membri di alcune specie di scimmie, durante l’ontogenesi, hanno addirittura imparato ad utilizzare i richiami di allarme di altre specie (uccelli) per ottenere informazioni sulla vicinanza di possibili predatori; per quanto le scimmie non producano richiami referenzialmente specifici, traggono a loro volta informazioni dai richiami di altre specie.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/05 Psicologia sociale

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