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Dinamiche e competenze genitoriali nello sviluppo tipico e a rischio

Il termine parenting nella lingua inglese sta a indicare l’atto di allevare un bambino da parte dei suoi genitori, ma anche il processo di diventare genitore o quello di prendersi cura di qualcuno come farebbe un genitore con il suo bambino. Non esiste in italiano un termine adeguato: Genitorialità (parenthood) indica lo stato dell’essere genitori, perdendo la caratteristica di processualità presente nella parola inglese.

La genitorialità è uno stato non univocamente e geneticamente predeterminato, né tantomeno un semplice ruolo, bensì un processo multideterminato ed evolutivamente aperto in cui viene messa in rilievo la dimensione intersoggettiva della costruzione delle interazioni e delle rappresentazioni che prendono forma tra i due partner della relazione genitore-figlio.

Modelli teorici e determinanti della genitorialità

Alcuni autori (Cohen, Cicchetti Gable) propongono un modello multifattoriale della genitorialità vista non come una qualità in sé, ma all’interno di una causalità circolare in cui vanno valutati, da un lato, i fattori protettivi che la sostengono e dall’altro i fattori di stress e di rischio che possono predisporre a vari processi patologici.

La genitorialità varia e si rimodella nel tempo; modelli di funzionamento adeguati per i bambini piccoli possono divenire inadeguati e disfunzionali con i figli in adolescenza. Belsky, nel suo modello di comprensione delle determinanti della genitorialità, ipotizza tre aree principali d’influenza:

  • Il contesto sociale in cui la relazione genitore-bambino è inserita;
  • La personalità dei genitori;
  • Le caratteristiche individuali del bambino.

Queste aree vengono considerate come intimamente collegate, tre facce di un unico sistema che è definito developing family system.

Le radici della genitorialità nei contributi psicodinamici

Nella prospettiva dinamica lo studio della funzione genitoriale ha riguardato l’analisi delle rappresentazioni individuali e dei processi mentali inconsci del genitore sul bambino. I teorici delle relazioni oggettuali sono stati i primi a descrivere alcune delle modalità attraverso le quali il mondo interno della madre può influenzare lo sviluppo del bambino. L’interesse per questi temi implica un distacco dal modello freudiano classico, che la chiave di lettura del legame stretto che unisce genitore al figlio nella proiezione suo bambino dei propri desideri narcisistici.

Secondo la letteratura psicoanalitica i bambini evocano nelle madri fantasie inconsce che vengono a loro volta trasmesse ai bambini nel corso delle normali interazioni quotidiane attraverso le cure, le gratificazioni, le stimolazioni e divieti forniti dalla madre.

Il modello delle relazioni oggettuali ha messo in evidenza due componenti fondamentali della relazione che unisce le esperienze interne della madre allo sviluppo del senso del sé e degli altri nel bambino:

  • Il ruolo dei sentimenti, delle fantasie e delle aspettative della madre nei confronti della relazione;
  • La capacità della madre di fornire al bambino un’organizzazione coerente e stabile che egli possa in seguito incorporare come parte della propria struttura psichica.

In sintesi, la genitorialità all’interno dell’evoluzione teorica dei modelli dinamici ha assunto le seguenti accezioni:

  • Come fase evolutiva che permette di acquisire il ruolo di genitore quale occasione di rielaborazione di conflitti rimasti sospesi nella propria storia personale. In questa accezione sia la paternità che la maternità possono essere considerate come una nuova funzione che subentra al raggiungimento maturativo dello stadio precedente. Tale linea interpretativa coglie la dimensione di continuità con il passato per cui la sessualità adulta espressa con la procreazione viene a rappresentare l’organizzazione mentale dell’individuo che s’allontana da quella dell’infanzia e dell’adolescenza;
  • Come crisi ponendo l’accento sui cambiamenti e sulle oscillazioni che l’individuo deve affrontare per costruire un’immagine stabile del proprio Sé genitoriale, necessaria allo strutturarsi di uno spazio interno di relazione con il bambino;
  • Come un articolato processo di fattori intrapsichici e interpersonali che coinvolge l’insieme delle rappresentazioni che emergono dalla storia personale dei genitori, dalla loro vita attuale e dalla loro relazione di coppia.

In questa prospettiva diventare genitori richiede una riorganizzazione sia sul piano pragmatico, come cambiamenti nello stile di vita, sociali ed economici, sia sul piano intrapsichico in rapporto alle rappresentazioni di sé nella propria infanzia e rispetto ai propri genitori. La genitorialità viene considerata, quindi, un processo trasformativo che implica una rivisitazione delle rappresentazioni interne del genitore, con un passaggio dall’investimento su di sé a quello sul bambino, a cui fa seguito l’acquisizione di una integrazione personale più matura, caratterizzata dall’elaborazione e dalla risoluzione dei precedenti conflitti infantili.

La letteratura psicoanalitica ha avuto anche il merito di affrontare la tematica della genitorialità superando la dicotomia tra una maternità biologica e una paternità sociale, sottolineando le analogie tra uomo e donna in termini di funzioni genitoriali della mente nell’affrontare questa tappa del ciclo vitale. Tuttavia, prendersi cura, dare sostegno e contenimento richiede delle condizioni di consapevolezza per cui la genitorialità assume una doppia valenza, evolutiva ma anche di possibile vulnerabilità, con rischi di distorsioni psicopatologiche. In tal senso la clinica si è soffermata sul come ai figli e alla funzione di genitorialità venga spesso affidata un’aspettativa “riparativa” di aspetti irrisolti o dolorosi della propria storia personale.

In tale prospettiva il comportamento di accudimento può essere ingombrato dal passato dei genitori, impedendo loro di mettersi in contatto con i bisogni del bambino reale. In molte situazioni di disturbo precoce del bambino il genitore trasferisce su quest’ultimo le proprie aspettative relazionali vissute con i propri genitori, spesso costellate da vicende di violenza, trascuratezza emotiva o abuso, relative a un “passato non ricordato” dal genitore a causa della rimozione degli affetti dolorosi relativi a tali vicende.

Fraiberg arricchisce le tesi riguardanti la trasmissione intergenerazionale dei modelli relazionali da genitore a figlio ipotizzando che il bambino tenda a identificarsi con le caratteristiche aggressive dei genitori, rimuovendo gli affetti dolorosi legati all’aver subito tali esperienze. Il bambino, divenuto adulto e genitore, eserciterà a sua volta punitività e trascuratezza nei confronti del figlio, facendo proprie le caratteristiche del proprio genitore e rimanendo insensibile verso gli affetti espressi dal figlio, affetti da lui stesso rimossi nel corso della propria infanzia.

Lebovici evidenzia come già nel corso della gravidanza la madre inizi a costruire un rapporto con il bambino che nascerà, attraverso fantasie e rappresentazioni che le permettono di creare un legame con lui. Nella mente della madre si crea una rappresentazione del “bambino fantasmatico”, corrispondente al bambino delle proprie fantasie edipiche infantili. Nello stesso tempo, la madre insieme al padre iniziano a fantasticare intorno a un “bambino immaginario” corrispondente alle loro aspettative attuali, coscienti, relative al bambino (sesso, somiglianze ecc.). La comparsa sulla scena del bambino reale comporterà da parte di entrambi i genitori un complesso processo di confronto e di elaborazione tra il bambino immaginato e rappresentato prima della nascita e le caratteristiche reali che il bambino presenta.

La prima relazione tra il genitore e il bambino sarà improntata non solo dalla competenza parentale fondata biologicamente che si incontra con le caratteristiche del bambino stesso, ma anche dalle rappresentazioni e dalle fantasie che il genitore ha sviluppato intorno a un futuro bambino. Nello sviluppo tipico del legame genitore-bambino le rappresentazioni a carattere prevalentemente positivo appaiono flessibili e in grado di modificarsi a seconda dell’individualità del bambino che, a sua volta, le interiorizza integrandole in modo sintonico con i propri aspetti individuali.

In altri casi, invece, le rappresentazioni dei genitori rischiano di mettere in pericolo la costruzione dell’identità del bambino, costringendolo a identificarsi con qualità e oggetti del mondo intrapsichico genitoriale che possono soffocare i suoi aspetti più originari e individuali. In questa prospettiva la valutazione delle rappresentazioni genitoriali assume un valore predittivo del comportamento interattivo genitore-bambino già a partire dalla gravidanza.

L’assetto mentale genitoriale che emerge a partire dalla gravidanza conduce alla formazione di una nuova organizzazione cognitiva e affettiva che Stern chiama “costellazione materna”, che sta a segnalare la nascita psicologica di una nuova identità, “il senso di essere madre”. Negli ultimi decenni diverse ricerche sul tema della genitorialità e delle relazioni precoci madre-bambino si sono rivolte allo studio della gravidanza allo scopo di esplorare una continuità/discontinuità tra lo stile materno rappresentazionale e lo stile che verrà fornito al bambino dopo la nascita. In particolare, è stato messo in luce che nelle ultime fasi della gravidanza la donna si è costruita un’immagine sufficientemente stabile e definita del sé come madre e del proprio bambino che influenza la qualità della stessa relazione precoce con il bambino.

Le rappresentazioni possono dare informazioni specifiche sul modo in cui la donna affronta l’esperienza della maternità e consentono di fare delle previsioni sul suo funzionamento mentale in termini di fattori di protezione o di rischio della relazione con il bambino.

  • Le madri con rappresentazioni integrate/equilibrate denotano un forte senso della propria identità e della presenza affettiva del figlio, nonché flessibilità nell’adattamento e nel riconoscimento dei cambiamenti relativi alla genitorialità;
  • Le donne con rappresentazioni ristrette/disinvestite si caratterizzano per il forte controllo e meccanismi di razionalizzazione che rendono il senso della genitorialità astratto e dominato da piattezza emotiva;
  • Le donne con rappresentazioni ambivalenti/non integrate risultano confuse e incoerenti, poco flessibili e inclini a cambiamento a causa di pressioni esercitate dalle esperienze del passato e dall’insicurezza rispetto al futuro, vissuto come difficile da affrontare.

Dopo la nascita del bambino si riscontra un’alta stabilità degli stili di rappresentazione già presenti in gravidanza e la possibilità di predire gli stili di interazione madre-bambino ai 6, 9 e 12 mesi di vita del bambino.

Il contributo dell’Infant Research

L’infant research è un’area di ricerca al confine tra psicoanalisi e psicologia evolutiva. All’interno di tale paradigma si è cominciato a sostenere una visione interamente bidirezionale del contributo di ciascun partecipante all’organizzazione della diade genitore-bambino. I bambini, come ogni altro sistema vivente, sono capaci di autoregolarsi e auto-organizzarsi. Il processo di autoregolazione modifica continuamente il processo di regolazione interattiva e ne viene da questa continuamente modificato. Nella prospettiva di Sander i processi interni e quelli interattivi non vengono considerati separatamente, anzi ne viene sottolineata l’interdipendenza e la capacità di costruire congiuntamente le realtà intrapersonali e l’interazione.

Il bambino che emerge dalle ricerche di Stern è attivamente impegnato nella ricerca di stimoli, è in grado di regolare, con il contributo materno, il loro eccesso o la loro carenza per raggiungere livelli ottimali di stimolazione. Nel percorso di parenting si assiste a una progressione di compiti evolutivi che la coppia madre-bambino deve risolvere in maniera congiunta. Ogni livello richiede alla diade un grado più elevato di regolazione che consenta un processo di negoziazione tra madre e bambino necessario a mantenere una continuità di organizzazione, passando da un livello di complessità a quello successivo.

La partecipazione attiva all’interazione reciproca è resa possibile dal bagaglio comportamentale che la madre e bambino mettono in gioco per costruire la loro particolare relazione. All’interno delle “danze interattive” che madre e bambino costruiscono insieme, si producono comportamenti complessi che seguono un modello “tema con variazioni” in cui linguaggio, espressioni del volto, movimenti del corpo sono tutti eseguiti con una certa ripetitività di costanti e che tendono a caratterizzare e moderare le deviazioni dell’esperienza passata. L’insieme delle costanti viene integrato progressivamente nella creazione di strutture di rappresentazione che garantiscono almeno una stabilità della relazione affettiva sulla quale il bambino possa basare la crescita della nascentecoerenza del Sé.

La posizione di Trevarthen sostiene la possibilità di rintracciare nel bambino, fin dalle prime settimane di vita, un’intelligenza di tipo sociale di matrice innata che lo rende “pronto” a interagire e comunicare con i suoi partner (protoconversional readiness), distinguendo l’emergenza, nel corso del primo anno di vita del bambino, di due differenti forme di intersoggettività: primaria e secondaria. L’intersoggettività primaria sottende tutte quelle forme di interazione che emergono dal secondo mese di vita fino circa al quinto e che sono delineabili come veri e propri dialoghi sociali, caratterizzati da scambi di sguardi, sorrisi e vocalizzazioni. Da parte sua, la madre, inserendosi nelle pause del dialogo che caratterizza queste interazioni faccia a faccia, tende a rispecchiare la mimica espressiva del neonato enfatizzando i suoi primi atti comunicativi.

Se il rispecchiamento degli stati interni da parte del genitore non funziona adeguatamente, gli stati interni non potranno essere “etichettati” dal bambino, rimarranno confusi e verranno sperimentati a livello non simbolico e sarà pertanto difficile regolarli. L’uso della comunicazione emotiva nei bambini piccoli appare fondamentale non solo per sollecitare le azioni di cura e di accudimento da parte dell’adulto, ma anche per costruire con lui un coinvolgimento positivo.

Sul piano della clinica, sono interessanti i risultati evidenziati attraverso il paradigma del volto immobile. Si è messo in luce l’esistenza di competenze autoregolatorie molto precoci nel bambino, che lo rendono in grado già nei primi mesi di vita di modulare la tensione generata da eventi nuovi o stressanti di tipo ambientale (rumori, luci) o interattivo (un caregiver non stimolante o iperstimolante), dimostrandosi in parte indipendente dal caregiver. A partire dai 2-3 mesi di vita compaiono, anche a fronte di eventi stressanti, i primi comportamenti autoconsolatori quali il succhiare e manipolare parti del corpo o indumenti.

Tronick riporta osservazioni microanalitiche dell’interazione madre-bambino nel primo anno di vita centrate sulla sintonizzazione-rottura-riparazione della comunicazione intercorrente tra entrambi, soprattutto a livello di espressione delle emozioni: ciò permette al bambino di formarsi la rappresentazione di sé come efficace dal punto di vista comunicativo e la madre come accessibile emotivamente e in grado di riparare i propri errori. La mancata azione regolativa svolta dal caregiver può costringere invece il bambino al ricorso prolungato a forme di autoregolazione che possono intaccare le sue nascenti capacità relazionali. Dalla fine del secondo anno la regolazione diadica lascia spazio a forme di autoregolazione emotiva autonome più mature, sulla base della formazione di stili di regolazione individuali. Tali stili si regolazione, per esempio, l’uso di oggetti transizionali, appaiono influenzati in misura determinante dalla qualità delle precedenti forme di regolazione diadiche.

Le strategie di regolazione si organizzano in un sistema gerarchico, dove le condotte regolatorie più precoci, come quelle autostimolatorie e di autoconforto, presenti già dai primi mesi, permangono anche nella vita adulta (mangiarsi le unghie, toccarsi i capelli).

Secondo le ipotesi più recenti nel campo neurobiologico, la stessa maturazione del sistema nervoso appare dipendente dalle prime esperienze relazionali. Il sistema nervoso verrebbe infatti influenzato dagli stimoli relazionali. Il sistema nervoso verrebbe influenzato dagli stimoli del caregiver, con specifici passaggi. Le stimolazioni sensoriali che caratterizzano le interazioni e il gioco faccia a faccia tra madre e bambino avrebbero un effetto determinante sulla crescita neurale e delle connessioni sinaptiche.

La ricerca sugli effetti di traumi precoci costituiti da esperienze di gravi carenze o inadeguatezza delle cure confermano questi dati, evidenziando come il sistema nervoso del bambino possa essere influenzato direttamente nella sua crescita di tali condizioni. A partire da queste considerazioni il caregiver si delinea come un regolatore psicobiologico della crescita del sistema nervoso del bambino, oltre che delle sue esperienze socio-emozionali.

Il contributo della teoria dell’attaccamento alla genitorialità

Bowlby stabilì che: “un bambino nella sua infanzia dovrebbe avere l’...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lelesprint1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia dello sviluppo atipico e della relazione bambino-caregiver e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università del Salento o del prof Lecce Flavia.
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